Nel ricordo di Pietro Terracina

Un dialogo – del 2008 – con Karim Metref e Julio Monteiro Martins (*)

UN MESSAGGIO DI PIETRO TERRACINA ALLA LISTA «RESISTIAMO»

EBREI E POLITICI DEPORTATI

Amici, fratelli, compagni, camerati, (è bene che mi rivolga anche ai camerati tanto ce ne sono anche nella nostra maing list)

Ha ragione Angela Persici quando dice che gli ebrei sono stati “solo” un terzo dei deportati dall’Italia (8566) su una popolazione ebraica di “ben” 40.000 anime. mentre gli altri 32.000 erano politici su una popolazione di “soli” 45.000.000 milioni di italiani.

Per alcuni i nazifascisti hanno commesso tante nefandezze ma una è imperdonabile: non averli ammazzati tutti, gli ebrei. Lo avessero fatto non se ne sarebbe più parlato.

Sono ebreo e, lo confesso, vado a portare la mia testimonianza di exdeportato con tutta la mia famiglia di otto persone – di cui sono l’unico sopravvissuto – dovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.  Parlo anche degli altri deportati, dei politici e, soprattutto, di Rom e Sinti dei quali ho assistito (o meglio, sentito, perché ero a pochi metri rinchiuso nella mia baracca per il
coprifuoco) la notte del 2 agosto 1944, allo sterminio di quelli rinchiusi nel lager “E” di Birkenau attiguo al campo “D” dove ero prigioniero. Come testimone posso solo parlare di quello che ho visto con i miei occhi. Il resto mi appartiene come essere umano ma non come testimone.

L’argomento degli ebrei che parlano solo della Shoà è ormai diventato una specie di ritornello che, in molti casi, cerca di mascherare un antisemitismo non poi tanto sotto traccia. E’ un argomento che mi addolora e ci addolora. Se è necessario parlarne facciamolo con
rispetto. Se dovesse continuare su questo metro, per me potrebbe esserci solo una soluzione dolorosa: che ognuno pensi soltanto ai propri morti. Anni fa per questo motivo fui costretto dalla mia coscienza a dare le dimissioni dal Consiglio Nazionale dell’Aned. Cosa altro potrei fare se non chiudermi ancora di più in me stesso?

Piero Terracina

LA RISPOSTA DI KARIM METREF

Caro Fratello,

Le scrivo questa lettera. Penso verrà lunga. Uno perché ho problemi personali a sintetizzare, secondo perché quello di cui le voglio parlare è una cosa seria e le cose serie richiedono tempo e pazienza.
Mi scuso quindi in anticipo e la ringrazio per la sua pazienza.

Mi chiamo Karim Metref. Sono Cittadino algerino. Vivo in Italia da dieci anni ormai e spero di poter restarci ancora per un bel po’, clima socio politico permettendo…
Le sottolineo questo dettaglio per vari motivi. Uno dei quali è il fatto che spostandomi dall’Algeria in Italia, ho avuto modo di guardare le cose con angolazioni diverse. E forse se fossi rimasto in Algeria non avrei mai nemmeno pensato le cose che sto per scrivere.

Leggendo la sua lettera, ritrovo le stesse parole di mio padre. Infatti, stavo quasi per  iniziare la lettera con un “caro padre”. Da noi si dà del padre a qualsiasi persona in età di esserlo e visto che lei è sopravvissuto ad Auschwitz, penso abbia qualche anno più del mio di padre (ma alla fine non volevo fare troppo nel melodrammatico e poi non sapevo come sarebbe stata accolta – spero solo che lei mi permetta di darle del “fratello”).

Le dicevo che mio padre usa le stesse parole. Lui è del 1935 e quando nel 1954 scoppia la guerra di indipendenza aveva 19 anni. Si arruola molto presto insieme ad un suo nipote (figlio di sua sorella ma di un anno più grande di lui) nelle file della rete civile di sostegno alla resistenza (all’epoca chi lottava per liberarsi si chiamava ancora resistenza). Ma quando un loro compagno venne sottomesso a tortura nella caserma del nostro comune, citò i loro nomi insieme ad altri compagni. Mio cugino che lavorava nei servizi sociali dell’esercito francese fu avvertito in tempo da altre persone infiltrate come lui e raggiunse i Partigiani (ma morì qualche anno sul campo di battaglia).
Mio padre invece che era ancora studente fu prelevato dai soldati in classe e portato in caserma. Il primo mese di detenzione fu il più terribile. Il periodo in cui l’esercito non annuncia il tuo arresto al sistema giudiziario e ti tiene nascosto in qualche cantina per tentare di tirarti fuori il massimo di informazioni possibili, quello è il più drammatico per i tanti prigionieri di quella guerra e presumo anche di altre.
Sono solo giorni. non si sa quanti. A distanza sembra siano stati anni. addirittura più della pena inflitta poi a mio padre dopo il processo. In realtà non deve essere stato più di un mese. Ma che mese! Un mese in cui mio padre fu sottomesso a tutti i tipi di tortura possibili e immaginabili: elettricità, acqua, freddo, caldo, violenza sessuale… Ma la cosa che più lo fece soffrire è stato di vedere suo padre e i suoi fratelli torturati e umiliati davanti a lui, per colpa sua. Oppure l’ufficiale francese, al ritorno dell’ennesimo blitz a casa di mio nonno, che tira fuori di tasca un fazzoletto colorato e glielo fa vedere. “E’ quello di tua sorellina, Smina mi sembra si chiama, vero? Molto carina! Comunque è rimasta molto soddisfatta dal nostro incontro…”.
Tutte queste cose ha visto mio padre. Ma si ritiene fortunato perché, come dice lei, lui è sopravvissuto. Un milione e mezzo invece di algerini non ce l’hanno fatta. Un milione e mezzo su 9 milioni sono più di una persona su nove. Tenga conto in più che la guerra si è svolta veramente in poche regioni del vasto territorio algerino. In Cabilia, la regione che più di tutte ha pagato il prezzo, c’era dopo l’indipendenza, una media di cinque donne per un uomo.
Un mese, forse meno, è rimasto mio padre in quella cantina eppure parlandone, ancora oggi che sono passati più di cinquanta anni, sembra appena uscito dalla sala di torture. Il dolore è tutto lì… Intatto!
E’ ovvio che ancora oggi, a mio padre, è impossibile ridimensionare l’entità delle sue sofferenze. E’ ovvio che, per lui, il nostro popolo è quello che ha più sofferto nella storia dell’umanità e che la Francia è il male assoluto. Punto.
Ancora oggi se qualcuno cerca di dire qualcosa, egli comincia a gridare: “ah…! sono queste le verità che vi hanno insegnato i vostri signori francesi!” (o occidentali a seconda dei casi…).
E’ la legge del “o sei con noi o contro di noi”.  Non ci sta niente in mezzo. A mio padre non si può citare un qualche sbaglio del Fronte di Liberazione (e ce ne sono stati!) senza prendere del “Harki” (collaborazionista): è così e non può essere altrimenti.
Allora oggi tento di dire a lei, tutte quelle cose che non riesco a dire a mio padre.
Mi ci è voluto del tempo e della ricerca per chiarire un po’ come funzionano certe cose. La psicologia moderna mi ha aiutato tanto. Uno psicanalista, Bruno Bettelheim, che ha conosciuto anche lui le sofferenze e il campo di concrnytramento, mi ha aiutato tanto. Gandhi poi è stato illuminante. Non sono gandhiano ma ne ho letto abbastanza e nelle mie letture qualche risposta ho trovato.
Una delle risposte che ho trovato si chiama “l’egocentrismo della vittima”. Chi è vittima (e vittima, secondo entrambi,  lo si è dal momento in cui si accetta questo ruolo – ma è un’altra storia, troppo lunga da sviluppare qua)… chi è vittima quindi è rinchiuso nel suo dolore. Non c’è niente altro al mondo. E’ la vittima universale! E nessuno, all’infuori di se stessi, è vittima in questo mondo.
Qualche hanno fa accompagnavo, come interprete volontario, un amico tibetano che faceva un giro di conferenze nel nord Italia. Erano tempi non sospetti. La Cina aveva già accettato le condizioni del WTO e quindi le star di Hollywood avevano già smesso da un pezzo di promuovere la causa tibetana (ci sono tornati adesso, il tempo di una olimpiade, ma è già tutto quasi dimenticato).  In un dibattito, in Trentino, qualcuno fece un paragone tra i due popoli, tibetano e palestinese, entrambi da 60 anni costretti ad errare sparsi per il mondo… E il nostro uomo, finora sempre molto calmo, molto cortese (probabilmente anche esaurito dalla tournée che è stata molto pesante) si scatena contro l’intervento del mal capitato. Dice di essere stufo e molto offeso che in Europa si faccia sempre questo paragone con la Palestina. Che non c’è nessun paragone possibile tra i due popoli, né tra le due questioni: segue una descrizione del conflitto medio orientale secondo canoni manichei (israeliani brava gente / palestinesi terroristi.. .- Il nostro ragazzo è cresciuto per buona parte negli Stati Uniti NDR) e poi scatta il giudizio universale: “Comunque, sofferenze come quelle del popolo tibetano nessuno le ha patite in questo mondo!” Tutto lì.

E’ vero che tutto è questione di punti di vista. La sofferenza degli altri è tutta teorica, la mia è concreta, tangibile. In algerino si dice: “la brace la sente soltanto chi la calpesta”.  Gli altri possono anche filosofare e dire che, tutto sommato, camminare su un carbone ardente non è così doloroso…
Ma è altrettanto vero che del dolore bisogna pur liberarsi, prima o poi. Mio padre ha sofferto. Se lui non riuscirà mai a liberarsi del suo dolore, io non lo voglio in eredità. Non voglio né il dolore né tanto meno l’odio che ne deriva.

Poi la memoria del dolore diventa un fondo di commercio, mantenuto vivo per generazioni, ma soprattutto da gente che non l’ha vissuto.
Nel mio paese questo si esprime nel regime instaurato dopo l’indipendenza.  La lotta dei partigiani è stata sequestrata il 5 luglio 1967 da un esercito, detto Esercito delle Frontiere, formato nei campi profughi in Marocco e in Tunisia. Fatto di ufficiali e soldati riparati all’estero, che non hanno mai sparato una pallottola contro l’invasore nè patito il freddo delle montagne, la fame e le privazioni. Era un esercito ben armato, ben vestito, ben nutrito e allenato da consiglieri di varie nazionalità (paesi arabi e paesi dell’est) e da una schiera di ufficiali algerini formati a Saint-Cir,
ufficialmente disertori dall’esercito francese negli ultimi giorni prima dell’annuncio dell’accordo di cessate il fuoco tra il FLN e l’esercito francese e del prossimo referendum di autodeterminazione di cui l’esito era però scontato… Insomma la solita storia:  tutti fascisti poi, subito dopo, tutti partigiani… No?
Questo esercito entra dopo l’uscita dei francesi e, armi in mano, prende il potere assalendo i quattro fantasmi, ormai sfiniti, affamati, vestiti di stracci e quasi senza munizioni (perché i comandi dall’estero non gliene mandavano più già da mesi) che scendevano dalle montagne.
Ebbene il regime nato da questa rapina a mano armata ci ha tenuti e ci tiene ancora da decenni sotto il ricatto del sangue dei morti, della sofferenza del popolo… Intanto hanno riassunto e subito rimesso in servizio i torturatori algerini che avevano lavorato per i francesi (le professionalità non si sprecano) contro chiunque non era con loro.
Emblematica è  la storia di Bachir Hadj Ali, grande poeta e allora segretario generale del Partito Comunista Algerino, che fu torturato dai francesi perché partigiano e dagli algerini, pochi anni dopo, perché “agente del nemico” (cioè la Francia). O con noi o con loro!
Io non nego che mio padre abbia sofferto. Non sono contro mio padre (anche se lui spesso stenta a crederlo).  Ma non mi lascio dominare in nome della sofferenza di mio padre da coloro che tale sofferenza non l’hanno vissuta e forse anche ci hanno contribuito, almeno alcuni di loro.

E qui finalmente arrivo al dunque.
La sofferenza degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale è reale. Non è una invenzione. E’ stato un episodio terribile. Forse uno dei più neri della storia dell’umanità. Lei probabilmente non accetta il “forse”, così come mio padre non accetta nessun “forse” sulla sua di sofferenza e su quella del nostro popolo.
Ma questa sofferenza, così terribile di per sé, è vero anche che è stata enfatizzata dalle potenze occidentali che sono riuscite a cancellare, sacrificando il grande tiranno germanico, tutto il male che avevano fatto attraverso il mondo. Chi ne poteva parlare, dopo la sconfitta del grande male, di quelle “piccole briciole” commesse di qua di là, in giro per il pianeta? La tratta dei neri? Il colonialismo? la cancellazione di popoli interi nei “possedimenti” del nuovo mondo? Chi poteva rimproverare al liberatore della Francia dal mostro nazista di aver fatto massacrare in Algeria circa 30.000 persone durante i festeggiamenti del 8 maggio 1945? O In Madagascar ? O i soldati senegalesi reduci del grande macello della riconquista della Francia, dell’Italia e poi della Germania, massacrati nelle caserme in Senegal … per aver chiesto un paga uguale a quella dei bianchi?
I milioni massacrati dal Giappone in Asia, in nome della superiorità razziale anche lì? chi ne poteva parlare quando ormai il Giappone era diventato alleato nella nuova guerra contro il pericolo rosso?
Poi gli italiani in Africa? E’ vero che sono rimasti poco, ma in quel poco si sono dati da fare. ..
E questo mi riporta in mente una questione importante (quando le dicevo che faccio fatica a sintetizzare). Siccome, in questi giorni, Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia per il risarcimento al regime libico dei danni subiti dalla popolazione libica (cogliete la sfumatura) in cambio di succosi affari per le multinazionali italiane. In linea con la tendenza internazionale della privatizzazione dei profitti e della nazionalizzazione delle perdite. Così le compagnie fanno buoni affari e il contribuente paga!
Una domanda mi viene in mente. La Germania ha pagato, continua a pagare, poco a poco, lentamente, con difficoltà… Ogni tanto fa la furba anche lei… ma il principio c’è! Ma chi altro ha pagato? Quanto ha dato la Gran Bretagna alle sue ex colonie per i massacri compiuti lì? Quanto ha risarcito la Francia all’Africa? (Pensate che non riconosce nemmeno che c’è stata una guerra di Algeria!) Quanto ha pagato la Germania anche ai popoli dell’Africa nera sui quali ha sperimentato per primi il metodo dei campi di sterminio? Quanto ha pagato ai Rom? Quanto dovrrebbero pagare la Spagna e il Portogallo ai nativi americani (vabbe’ che quelli hanno avuto le scuse del Papa…) ?  E gli Stati Uniti alle nazioni africane e alle sue popolazioni nere discendenti degli schiavi? Quelle sono tutte briciole, rispetto al grande male ormai sconfitto?

Dicendo tutto ciò so di rischiare di essere catalogato come antisemita (non poi tanto sotto traccia) o addirittura come camerata (nascosto in questa Mailing list). Ma, da lei, io lo accetto. In silenzio. Così come accetto senza protestare quando mio padre mi da del “Harki”.
Perché ho rispetto per il suo dolore così come ho rispetto per quello di mio padre.
Ma le sottolineo soltanto, caro fratello, che i camerati, quelli più furbi, quelli più pericolosi, hanno da tempo cambiato nemico. Così come da noi i veri Harki stanno al potere da un bel po’.
Tanti sono andati a Gerusalemme, si sono messi la kippa sulla testa e hanno anche baciato il muro dei lamenti. Addirittura un autentico (ex?) camerata ha dichiarato ultimamente che era meno grave ammazzare un ragazzo a botte che bruciare la bandiera israeliana. Veda un po’ lei…
Vede, per i camerati, quelli più furbi, quelli più pericolosi, la figura del nemico è uno strumento. E si sa che un bravo artigiano si riconosce dai suoi strumenti: sempre affilati, sempre rinnovati… e sempre adatti ai tempi. La vecchia immagine del pericolo ebraico non è più di moda. La tiene ancora qualche vecchio nostalgico nella naftalina come si fa di una reliquia… Ma non è più lo strumento adatto ai tempi. Ah sì, da noi, nei paesi detti “arabi” c’è ancora, serve ancora! Ma anche questa è un’altra storia. Ci vorrà una chiacchierata tutta sua.
I nuovi camerati, quelli più furbi, quelli più pericolosi, per tornare ai nostri fatti, hanno creato nuovi nemici, caro fratello.
E, mi raccontano certi amici di Roma (realtà o dicerie? non glielo saprei dire) che ormai i figli dei camerati nella città eterna vanno a braccetto con ragazzi dell’estrema destra ebraica e che non è escluso che vadano insieme anche a caccia di zingari, di marocchini o di romeni.
Siamo nell’era dell’Internet e del digitale, caro fratello. La TV on demand, ma anche il Public-enemy on demand. Una settimana ti dico che l’Italia è sotto minaccia Islamica e che quindi se abbiamo bisogno di mano d’opera a basso costo, portiamola dai paesi cristiani, come noi!.
L’indomani ti spiego che gli immigrati dell’Est hanno il gene della violenza e che quindi sono loro il nemico del giorno. Caccia aperta (se lo becchi del’est e pure zingaro allora è bingo). Gli altri? Quelli di prima?  li tieni lì. Non si sa mai che la settimana prossima se ne abbia bisogno. Se tutto ciò non funziona, c’è il sempre verde pericolo dello zingaro ruba bambini!  Chi ha ancora bisogno della vecchia icona dell’Ebreo furbo e malvagio, con tutti i rischi di trovarsi puntato da tutte le direzioni come razzista, antisemita, etc, quando ci sono i razzismi autorizzati?  Anzi, alcuni altamente raccomandati (soprattutto a livello elettorale). Non ha osservato che anche l’ex campione del politically correct,  Mr Veltroni him self, negli ultimi giorni di campagna elettorale, sicuramente consigliato dai suoi consulenti in comunicazione,  ha dovuto puntare il dito contro il pericolo romeno?

In riassunto: io ho rispetto per la sofferenza di mio padre e ne ho per la sua! Ma non voglio mettermi a misurare chi di voi è più vittima dell’altro. Non voglio entrare nei conti, nelle percentuali. Non voglio e non posso nemmeno determinare chi ha pagato il prezzo più alto alla malvagità umana. Malvagità che c’è nel nazifascismo, che c’è nel colonialismo, ma che c’è sempre stata prima e continuerà ad esserci sempre. Non voglio entrare in queste misurazioni.
Non voglio buttare nell’oblio la vostra sofferenza. Non voglio fare finta che non c’è stato niente. No! Ma non voglio nemmeno far finta che non c’è stato nient’altro. O che non continua ad esserci dell’altro. Non voglio essere abbagliato da chi agita la verità di mio padre e la sua, per chiudermi la vista e farmi credere che non ce non sono altre. Per nascondere quelle a loro più scomode. Voglio vedere queste e altre di verità. Mi prendo questa libertà e accetto il rischio di essere chiamato “Harki” e “antisemita”.

Ecco penso di averle tradotto il fondo del mio pensiero. Mi scuso per la lunghezza. Ma come le accennavo all’inizio le cose serie hanno bisogno di tempo e di pazienza.
Spero sinceramente che lei non se la prenda.

E se lei la prende bene, forse prenderò il coraggio di dire le stesse cose a mio padre, scusandomi di usarla come cavia.
Suo,  con affetto e rispetto
Karim Metref

IL MESSAGGIO DI JULIO MONTEIRO MARTINS

Cari amici Piero e Karim,
mi sono commosso delle vostre riflessioni, che mi sembrano quasi una sintesi  esemplare delle contraddizioni dello strano secolo a cui siamo stati destinati.

Sono uno scrittore di narrativa e un poeta, quindi posso soltanto rispondervi con un testo letterario, “Mondi nuovi“, una storia inventata dalla mia fantasia – libera ma al contempo impegnata e carica di responsabilità -, ma non meno esemplare delle storie reali. Anche lì i personaggi provano a fare riflessioni in una situazione limite che può
essere anch’essa letta come una sintesi del secolo.
Un abbraccio forte, da chi viene da lontano a chi arriva da lontano,
Julio Monteiro Martins 


MONDI NUOVI

Mundi novi, mundi novi.

Lleguen señores, lleguen, señores.

Veran cosis novis,

Galanes, coriosis,

E maravillosis.

(Anonimo, Villancico a la Navidad de 1622)

Una grande carrozza nera e dorata, trainata da un cammello, portava al centro una bara posata su un letto di fieno, la sua bara. Dietro la carrozza un seguito festivo di buffoni, mimi, nani mascherati, giullari, pagliacci e giocolieri. In fondo al corteo, un gruppo di danzatrici seminude in carne, con maschere da scrofe che nascondevano le loro teste, le marranas, eseguivano un balletto lascivo mentre grugnivano in un gran baccano e con
gran foga. Il tutto era come un porcile semovente circondato dalle fiamme.

Al posto del cammello però, ciò che Giacomo Purim, professore e storico
padovano, aveva davanti agli occhi quella sera, era una cimice solitaria che
percorreva il bordo del suo pigiama da prigioniero. Il professore scacciò
con la mano l’insetto, stancamente, prima che riuscisse a fare il giro e gli
salisse sulla gamba scheletrica.

Si poteva ancora trovare nelle crepe tra i mattoni rossi o nel cortile
interno qualche chicco di riso, se uno avesse cercato con attenzione. All’infuori
di questo, non c’erano più altri segni oltre al nome, ad indicare che la
Risiera di San Sabba era stata una volta uno stabilimento per la pilatura
del riso.

Trasformato dai nazisti in un Polizeihaftlager, luogo di sterminio o di
semplice smistamento dei deportati ad altri lager in Germania e in Polonia,
come Dachau, Auschwitz e Mauthausen, la Risiera inaugurò nel 1944 il suo
forno crematorio, un progetto dell’esperto Erwin Lambert, designer di
macabre architetture per i campi di concentramento, che l’aveva adattato da un preesistente essiccatoio. La nuova struttura fu collaudata dal suo
ideatore e dal comandante del campo, il generale Odilo Globocnik, il 4
aprile 1944, con la cremazione di settanta cadaveri fucilati il giorno prima
in un apposito poligono di tiro.

Due settimane più tardi il professore Purim venne rinchiuso nella “cella
della morte”, lo stanzone all’inizio del sottopassaggio dove erano stipati i
prigionieri destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
Tastando intorno nell’oscurità, Purim  trovava nasi, braccia e piedi di una
dozzina di cadaveri destinati al forno, come lui. Ma dopo qualche ora ecco
che un soldato riapriva la porta dello stanzone, conducendolo verso una
delle micro-celle dove si trovavano altri cinque ebrei, un triestino e tre
friulani, in attesa anche loro della deportazione o dell’esecuzione, ma
senza scadenze da rispettare. In altre parole, ora in attesa della vita,
anche se terribilmente fragile, effimera e precaria.

Ogni mattina quei sei uomini venivano condotti ai laboratori di sartoria e
calzoleria, al piano terra dell’edificio, e lavoravano senza sosta fino all’imbrunire, a volte fino a tarda sera. A sorvegliare gli schiavi, con una mazza in mano, un’arma insolita per un ufficiale, era il tenente Hermann Sporrenberg. I prigionieri non sapevano che nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, in uno spazio interrato, c’era l’edificio adibito alle esecuzioni, e lì, con delle mazze ferrate identiche a quella esibita da Sporrenberg, altri militari – e più di tutti un ucraino grosso chiamato Demjanjuk – massacravano gli ebrei colpendoli ripetutamente alla nuca. Siccome non sempre la mazzata uccideva subito, non era raro che fossero incenerite nel forno anche persone ancora vive. È necessario ripensare il confine tra vivo e morto e le sue gradazioni per comprendere il sentire degli individui in quei giorni nella Risiera di San Sabba, per immaginare quante volte quel confine era stato valicato in una o nell’altra direzione.

I momenti più preziosi, gli unici che ancora valevano qualcosa erano i
minuti che precedevano il sonno. Quando ancora riuscivano ad articolare
qualche parola, Giacomo ed il suo amico Marco Rimini, il professore
triestino con cui divideva la sua branda, si scambiavano le emanazioni della
loro ragione, sfidavano la memoria e la lucidità, con imprevedibili
risultati. E ogni volta che facevano uso della parola, dopo una giornata di
silenzio forzato, anche se la parola era inconsistente, incomprensibile o
scontata come in una litania, inquinata dal delirio e dall’amnesia del
presente, si sentivano vivi nuovamente e riconoscevano la propria identità.
L’identità, quella cosa che i loro antichi nomi richiamavano prima che un
numero urlato in tedesco gliela avesse sottratta.

– Dormi?

– No.

– Volevo raccontarti della Festa degli Ebrei, a Roma.

– Si, raccontamela.

– Nel Quattordicesimo secolo, a Roma, durante il Carnevale, i romani
crearono una sorta di competizione per umiliare e degradare gli ebrei. Erano
i Giochi del Testaccio, più tardi conosciuti come la Festa degli Ebrei.
Organizzavano delle corse mettendo sulle stesse corsie asini, prostitute,
vacche ed ebrei, obbligandoli a correre nudi davanti a tutti. E lo facevano
fare anche ai bambini e agli anziani più decrepiti. Il pubblico rideva a più
non posso. Queste corse della vergogna erano volute dal Papa Paolo II in
persona. Tali spettacoli durarono fino a che, nel sinodo di Avila del 1481,
la chiesa decise di vietarli in difesa della pubblica moralità, ordinando
che non si obbligassero più i mori e gli ebrei a correre o a ballare
denudati durante le processioni o nel Carnevale.

– Quindi, per noi, nessuna novità, vero?

– Nessuna novità. Continuano a raffigurarci nella loro fantasia con il corpo
di un uomo e la testa di un cane. E poi sparano sul cane.

– Ci hanno accusati di diffondere la peste e di contaminare le città. Gli
ebrei untori malvagi. Ci hanno bruciati vivi a migliaia, a Strasburgo, a
Colonia…

– Dicevano che eravamo “influenzati da Saturno, che ispira melanconia e bile nera”. Dicevano che eravamo “troppo allegri” in epoca di peste.

– Tre anni fa, nel ’41, i nazisti hanno accusato i poveri ebrei polacchi
della diffusione del tifo, e li hanno sterminati come topi.

– Nessuna novità.

– Nessuna novità. Due millenni di persecuzioni e vessazioni. Può scegliere,
caro signore ebreo, tra il battesimo o il martirio. Se mi permette,
suggerirei il martirio.

– La ringrazio, Don Giacomo. Le porgo i miei omaggi…

– Sono queste le pulsioni più vere e profonde di questa società, da sempre.
I loro discorsi però, almeno fino al Nazismo, parlano solo di fare il Bene.
Oggi sappiamo che il Bene assoluto implica necessariamente il Male assoluto, non solo storicamente, ma anche psicologicamente. Ogni estremo è pronto a convertirsi nel suo opposto. La civiltà più raffinata, la “grande cultura”, in un batter d’occhio si è convertita in una barbarie senza limiti.

– La bestia irrompe nella casa dell’uomo.

– E distrugge ogni cosa. E uccide ogni essere.

– Nessuna novità.

– Nessuna novità. Anzi. C’è una grossa novità.

– Quale?

– Stavolta saremo sterminati tutti. Fino all’ultimo. Hanno trovato una
“soluzione” per noi. Niente mezze misure.

– Capisco.

– Sai qual è il bello di fare lo storico? È che insieme alla fine di se
stesso uno può comprendere e seguire la fine di tutto.

– Dormiamo?

– Dormiamo.

La decisione di Heirich Himmler, Reichsführer SS e Ministro dell’Interno, di
nominare il sadico e corrotto Odilo Globocnik a comandante della Risiera
suscitò forti critiche anche in seno allo stesso partito nazista. Himmler
sapeva tutto su Globocnik, i frequenti furti di opere d’arte, l’oro degli
ebrei e dei polacchi che faceva fondere di nascosto trafugandolo poi in
Germania. Himmler da molto aveva capito che a Globo, come lo chiamava nell’intimità, non interessavano le ideologie ma solo il saccheggio, e per strappare  beni preziosi alle vittime non avrebbe risparmiato alcun mezzo. Proprio per questo, al contrario del partito, già dai tempi di Belzec, Treblinka e Sobibor, Himmler sapeva che Globocnik era l’uomo giusto per quell’ incarico.
Aveva l’estrema spietatezza di chi vede gli esseri umani come ostacoli tra
lui e le cose che vuole possedere, e così ogni uomo, qualunque uomo, doveva essere eliminato al più presto perché la sua semplice esistenza era un problema e una difficoltà per i suoi progetti personali. Più che un nazista,
Odilo Lotario Globocnik, un triestino di nascita, era un fanatico della
morte, e solo la visione e l’odore della morte avevano la facoltà di
rassicurarlo e di rasserenarlo. Poteva regnare solo con alle spalle una
montagna di cadaveri.

Insieme a Globocnik, s’insediò a Trieste un gruppo di novantadue
professionisti dello sterminio, gli Einsatz-Kommando Reinhard, che avevano già collaborato col generale in Polonia e nell’Unione Sovietica, un reparto speciale che aveva massacrato da solo un milione e mezzo di ebrei nella famigerata Aktion Reinhard. Ora, trasferitisi nel nuovo possesso del Reich, la Adriatisches Küstenland, l’ultima conquista europea dell’imperialismo nazista, avevano come fine la “pulizia etnica” dell’immensa regione sotto giurisdizione triestina, e la Risiera era il centro di produzione di morte di quell’impero, il mattatoio ufficiale del sistema.

– Quando avremo inaugurato questa nostra nuova maniera di essere che è il non esserci più, saremo finalmente liberi per sconfiggere il Nazismo.

– Che strana idea. Come ti vengono in mente queste cose?

– Prima moriremo, poi vinceremo. Degli angeli si faranno portavoce della
verità, e ci vendicheranno.

– E chi sarebbero questi angeli?

– Saranno i soldati dell’esercito selvaggio. Hai sentito parlare dell’esercito
selvaggio?

– No. Cos’è?

– È l’esercito formato da tutti i morti infuriati perché hanno dovuto morire
anzitempo, una schiera infinita di anime purganti che ritornano sulla Terra
per vendicarsi dei loro assassini. Una gigantesca scampagnata, un charivari compiuto dai defunti del Nazismo, che riprenderanno possesso dei lager dove sono stati trucidati e metteranno i nazisti al centro di una grande danza macabra.

– Questa danza mi sembra che la stiano facendo loro. Se non mi sbaglio
serviva a ricordarci che dobbiamo morire tutti, no? Qui nella Risiera non c’è
bisogno che ce lo ricordino, qui è tutto un solo memento mori.

– Loro li giudicheranno proprio lì dove hanno torturato e ucciso, copriranno
di feci Globocnik e Sporrenberg e li faranno ballare nudi sulla brace a suon
di grancassa, liuto e cornamusa, circondati da giullari giocondi, trobadori
e buffoni.

– Che fantasia che hai.

– Senti, ho letto Cervantes, Boccaccio, Rabelais e Shakespeare. Sono
invincibile, caro Marco. Ora nessuno mi può sconfiggere. Sono predestinato
alla vittoria.

– Posso farti una domanda scomoda, Giacomo?

– Quale?

– Non ti arrabbi con me?

– Quale domanda?

– Come riesci a fare tutti questi discorsi storici, ad avere queste idee, a
fare queste citazioni, in un postaccio come questo? Non è che stai
diventando pazzo qua dentro? Sono tutti discorsi fuori luogo, i tuoi, te ne
rendi conto? Sono delle tesi tutte un po’ strampalate…

– Sì, forse sto impazzendo. E allora? Impazziremo tutti, prima o poi. Forse
meglio prima che poi. Il pazzo in qualche modo è più protetto, non credi? È
nascosto in un luogo dove nessuno può raggiungerlo. Quindi, è invincibile,
proprio come ti avevo detto.

– Lo pensi davvero?

– Perché non impazzisci anche tu, Marco? Dài, facciamo un esercizio di
follia insieme, ti va? Diventiamo insieme il Bagatto, il Matto e la Morte
dei Tarocchi?

– E chi fa la Morte?

– La Morte stessa, caro mio. La carta ineludibile, memento mori. Allora, sei
pronto?

Fuori dalla Risiera, un piccolo uomo si appostava tutte le mattine sotto un
tiglio e lì rimaneva, solitario, ad osservare per ore di fila il colore del
fumo che usciva dal camino. Quell’uomo era il poeta Carolus Cergoly,
antiquario di mestiere, ricercato dalla polizia di Globocnik per tutto il
Litorale Adriatico del Reich. Lui invece era sempre lì, ben vicino a loro, a
cento metri dal forno crematorio, e nelle sue camminate passava di fronte ai cartelli che avvertivano Achtung Banditen! e incrociava il Mercedes nero con a bordo i tenenti Oberhauser e Sporrenberg, il capitano Allers o lo stesso Globocnik. Una volta i loro sguardi si sono incrociati per qualche secondo, quegli sguardi abituati a valutare le opere di El Greco e di Rembrandt, così come il disfacimento dei corpi sotto i colpi dei sistemi ideologici.

Ma Cergoly non aveva paura né aveva l’aspetto di un eroe partigiano, i due
elementi che avrebbero potuto attirare su di sé gli sguardi diffidenti dei
nazisti. In effetti, sapeva rendersi invisibile quel poeta, per rendere così
più visibile la poesia.

Da un fabbro triestino amico suo era riuscito a conoscere i dettagli del
forno crematorio, aveva visto i disegni di Lambert che erano serviti da
guida alla lavorazione di ogni pezzo. Sapeva bene a cosa serviva, conosceva il nesso tra quella struttura e i suoi amici. Aveva tanti amici reclusi nella Risiera e qualcuno di loro era un poeta come lui. Sarebbero scomparsi quando il fumo si sarebbe fatto giallognolo, quando il grasso tra le fiamme avrebbe diffuso quella particolare puzza dolciastra nell’aria, come se bruciassero un maiale, esattamente la puzza dei peli bruciati di un maiale.

E dinanzi alla colonna gialla dei resti dei suoi compagni, quelle anime
amalgamate in viaggio verso il cielo, Cergoly piangeva. E quando non
piangeva, il poeta invisibile scriveva: “Fuma el camin / Mattina e sera /
Del lagher de Mathausen / Grande fradel de quel / De la Risiera // Lagrime e sangue / Piovi su Trieste // Lotte Hen / Camicia bruna / e svastica sul
brazzo / Al suo primo servizio / Al ‘Bloko 33’ / Donne e bambini // Morsigar
de coscienza / Disi el Kapò / Perchè / Sù femo i bravi / In fondo xe un
brusar / Ebrei e slavi // Intanto a Ginevra / Stasera “Parsifal” / Di
Richard Wagner / Toscanini dirige.”

Al di là della recinzione elettrica e del raggio di azione delle mitragliatrici appostate sulle torri della Risiera si spiegava per decine di chilometri il paesaggio desolato del Carso triestino. Un labirinto desertico di grotte e di rocce giallognole corrose dal tempo, tra le quali i fiumi improvvisamente spariscono, per ricomparire in un punto qualsiasi più avanti, nella forma di una sorgente che sgorga dagli abissi. La “terra ferma” lì è una sorta di spugna di calcare che assorbe l’essenza liquida del mondo e la restituisce dove e quando vuole. O non la restituisce affatto.

È lecito supporre che i gerarchi nazisti non conoscessero l’impronta
psicologica profonda che quel paesaggio aveva lasciato nella gente del
posto. I triestini sono i figli di questa potente metafora, abituati da sempre a pensare ai fiumi (e a tutto il resto, compreso la libertà) come a fenomeni “carsici”, elementi che all’improvviso scompaiono e ritornano, qualcosa che ora c’è e tra poco non c’è più, in un rapporto per niente definito, ma quasi promiscuo, tra terra e acqua, tra l’esserci e il non esserci. Per loro, ogni fiume è un deserto in potenza e ogni roccia è un fiume in attesa. È impossibile soggiogare un popolo che interpreta il mondo come un’incessante ribelione di ogni cosa che sembra stabile.

– Giacomo, dormi?

– No. Dimmi.

– Dobbiamo fare un’analisi della nostra situazione.

– Analisi? Ma sei proprio ingenuo, Marco. O non vuoi capire.

– Cosa dovrei capire?

– Non c’è più posto per analisi. Non c’è più niente da capire. Siamo entrati
in un mondo di fedi oscure, agghiaccianti, e di pericolosissime certezze. La
mia vita e la tua saranno sacrificate a una di queste certezze. Sarà così e
basta. Siamo già dentro la grande festa macabra delle ideologie e delle
religioni di Stato. La Risiera è dove scompare il dubbio. Qualcuno ha detto
che queste cose terribili possono accadere solo perché Dio non esiste, e ne
sono la prova definitiva. Invece queste cose possono accadere proprio perché ora Dio “esiste”, perché gli dei sono tornati e non ammettono più la
concorrenza del pensiero.

– Va bene. Nessuna analisi. Ma possiamo ancora ridere, no? Usare l’ironia,
la satira, contro questi mostri.

– Ti sembra, Marco? Guardati intorno. C’è spazio per ridere, secondo te? No, anche l’umorismo è finito. C’è stato il colpo di grazia. Non si riderà mai
più in questo mondo. Ci sarà forse un ghigno dei muscoli, un’imitazione, un
riso retorico, didattico. Ma la possibilità del comico è morta. È da anni che non faccio altro che studiare il riso, lo sai, e ti dico con dolore che non si può più ridere dopo Auschwitz.

– Non si può più scherzare, allora…

– Le dittature sono tetre, Marco. Qualsiasi espressione dell’umorismo è
diventata sospetta. Hitler, Mussolini e i loro futuri seguaci dovranno
reprimere l’umorismo con tutti i mezzi, e lo faranno. Se non tollerano né il
dubbio né la critica, non lasceranno vivo il riso che sgorga proprio da
quella fonte, no? E poi, ridere è da sempre un omaggio alla complessità, all’ambiguità, e non c’è niente che loro detestino più dell’ambiguità, che ha il potere di relativizzare le loro certezze. Queste dittature completano l’opera sinistra del Concilio di Trento, uccidono gli ultimi resti di gioia in questo mondo. Faranno lo stesso che hanno fatto a Francesillo de Zuñiga, un buffone del Cinquecento che venne ammazzato perché le sue satire erano troppo veritiere.

– Sarà possibile estinguerla così, la satira? Sarà possibile passare ogni
volta il buffone a fil di spada? Ridere è parte della natura umana. Anche
qui, a volte ridiamo, no? Anche all’inferno sono sicuro che lo fanno.

– No. L’uomo terrorizzato non può ridere. E il fanatico non ride nemmeno
lui. Gli SS ridono tra di loro solo in segno di una complicità sadica, per
mettere alla prova i propri commilitoni e avvalorare le loro certezze. È una
sorta di codice disciplinare, non un riso vero. Gli SS ridono della
ragazzina di sedici anni che si vergogna della propria testa rasata, del
vecchio che bacia i loro stivali supplicando che risparmino la vita della
nipote. È di questo che ridono. Mi ricorda la storia del duca merovingio
Rauking di Austrasia, te l’ho già raccontata?

– No, non credo.

– Allora, questo duca era solito cenare illuminato da una torcia che un suo
schiavo teneva tra le mani. Uno dei suoi scherzi favoriti era obbligare lo
schiavo a spegnere il fuoco tra le proprie gambe nude, facendo ripetere l’operazione più volte. Più profonda era la piaga creata dalle bruciature, più il Duca di Austrasia godeva e rideva con le contorsioni della sua vittima di turno. Allo stesso modo ridono le SS, come quel duca. Vedi che non ci sono novità.

– Non si può più ridere, allora. Nemmeno quello.

– È già da molto tempo che il riso è confinato in locali bui e
semiclandestini, non hai notato? Da molti secoli non si ride più per strada,
a meno che uno sia pazzo, e allora sarà reso invisibile agli altri,
rinchiuso e ucciso. Anche questi rifugi sotterranei saranno tutti sgombrati
e chiusi, e i loro vecchi avventori saranno tutti annichiliti, e non ne
nasceranno altri. I nuovi dei non ridono mai, e nessuno può ridere dinanzi a
loro. Saranno immediatamente fulminati. Alla fine ci resterà solo la
possibilità di scegliere tra contrapposti fanatismi, e basta.

– Forse chiuso dentro casa, da solo, invisibile, qualcuno riderà ancora.

– Per quanto tempo credi che uno riesca a ridere da solo, vergognandosi di
farlo? Non farti illusioni, Marco. Devi solo scegliere l’incubo meno
spaventoso tra quelli disponibili e dimenticare tutto il resto.

– Dormiamo?

– Sì, dormiamo.

Non sarebbe stata la fine di tutto, come aveva predetto Purim. Ma sarebbe
stata la fine per molti, sui fronti opposti del campo di battaglia.

Nove giorni più tardi il lager di San Sabba sarebbe stato liberato e i tedeschi sarebbero stati giudicati (non tutti, non sempre, non severamente).
Per almeno due generazioni i tedeschi, insieme ai suoni della loro lingua,
sarebbero stati i “nuovi ebrei” di un’Europa svuotata, prostrata. Fino a che
la stessa Europa avrebbe deciso di abbracciarli nuovamente.

Ma nove giorni possono essere tanti, quando il domani è sconosciuto. Furono troppi per il professore Giacomo Purim.

Forse aveva anche lui il bisogno di scomparire, di rendersi invisibile come
gli altri, di trasformarsi in quel fumo giallo. Forse era soltanto esausto di vedersi cambiare la propria identità, e voleva sperimentare il non averne
più alcuna.

In piedi in mezzo al cortile interno, insieme a tutti gli altri, si ergeva
in fondo, sull’uscio della cella della morte, il gigante Demjanjuk con la
sua mazza ferrata. Sporrenberg camminava in su e in giù lungo le file,
brandendo la sua arma. Dalla mensa degli ufficiali uscì il tenente
Oberhauser, osservò il gruppo in attesa e consultò un appunto su un
taccuino:

– Häftling 4345, vortreten!

E il prigioniero numero 4345 fece un passo in avanti, come gli era stato
ordinato.

In quel momento sarebbe dovuto entrare in azione l’esercito selvaggio.

(*) questo dialogo è stata riproposto dalla lista «R-esistiamo» un mese fa, subito dopo la morte di Pietro Terracina. La lista è gestita da Primarosa Pia, «figlia del superstite Natale Pia kz 115658 Mauthausen-Gusen e nipote di Vittorio Benzi kz 115373 morto di fame e fatica a Mauthausen-Gusen a 17 anni, di Biagio Benzi kz 43493 superstite di Flossenbürg e di Giovanni Benzi, kz 7332 superstite di Bolzano, tutti partigiani vittime del rastrellamento avvenuto nella zona di Nizza Monferrato il 3 dicembre 1944». Primarosa Pia nel riproporre questi testi ha scritto: «cari tutti, credo che il miglior modo per rendere omaggio a Piero sia pubblicare questa conversazione, che alcuni di voi ricorderanno, allora ripresa integralmente da il manifesto. Nel 2008 la lista, nata da un paio d’anni e molto seguita, si chiamava ANED TORINO, non ricordo cosa avesse scritto Angela ma ero stata io a inserire i dati sui quali Piero ragiona. Vi ricordo che Karim già allora scriveva direttamente in italiano».

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • domenico stimolo

    Tre interventi forti ed intensi, sulle immane tragedie dei nostri tempi recenti. Un ringraziamento vivo a Daniele Barbieri che ha considerato importante inserire nel suo sito il “dibattito” che poco tempo addietro è scaturito in un sito informativo “minore”, pregiato, però, nel panorama italiano, dedicato, ormai da parecchi anni, a tenere sempre viva la Memoria della deportazione nazifascista, ed altro correlato sui valori dell’antifascismo e in difesa della dignità umana:
    https://groups.google.com/forum/#!forum/deportatimaipiu

    Piero Terracina, di religione ebraica, morto novantunenne l’8 dicembre dello scorso anno. Deportato dai nazifascisti a Roma il 7 aprile 1944, dopo essere sfuggito al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, perseguito dai tedeschi occupanti, con il solerte sostegno dei fascisti romani che con grande foga ed impegno assassinio guidarono la truppaglia nazista dando precise indicazioni sulle famiglie romane ebree che abitavano nel Ghetto. Un gigante della testimonianza operativa sugli orrori vissuti assieme a a tante altre persone nel lager di sterminio di Auschwitz.

    Karim Metref, algerino, nato nel 1967 nella regione della Cabilia, in Italia dal 1998, vive a Torino. Scrittore, intellettuale intenso, vivace interprete del nostro tempo. Figlio delle angustie e delle violenze perpetrate dalla pratica degli imperialismi subiti da tanti popoli del mondo, come egregiamente ha riportato nel suo scritto.

    Julio Monteiro Martins, scrittore e poeta. Nato in Brasile, morto a Pisa nel dicembre 2014.

    Riflettere, bene e sempre, per evitare gli “errori” scientificamente premeditati dagli Umani contro altri Umani.
    Come afferma la dizione del sito richiamato: “ Deportati mai più”!

    • francesco giordano

      speravo che i palestinesi venissero almeno nominati. Han subito una feroce Pulizia Etnica senza nessuna colpa se non quella di essere palestinesi. Vittime come gli ebrei in quanto ebrei.
      Ma evidentemente per qualcuno non esistono, come vorrebbero i sionisti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.