New York, 19/21 aprile: Ungass 2016

      due post di Enrico Fletzer: 1) Sulle tracce di Richard Nixon e di John Ehrlichman; 2) «Nomen est Oomen», in memoria di un grande combattente per la libertà

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A pochi giorni dalla UNGASS, la terza assemblea mondiale delle Nazioni Unite sul tema delle droghe – anticipata di tre anni su proposta di Messico, Colombia e Guatemala – le Nazioni Unite sembrano confermare il detto di Einstein secondo cui la follia consiste nel ripetere lo stesso approccio aspettandosi risultati differenti. Anche perché l’eliminazione delle droghe continua a essere il messaggio che viene dalla 59esima «Conferenza Droghe Narcotiche» di Vienna .

Ma il consenso di Vienna è piuttosto ballerino anche perché non sono tanto i Palazzi a cambiare ma gran parte del mondo intorno. In particolare il vento delle Americhe e la legalizzazione della cannabis che ha riguardato la stessa capitale Washington da cui Nixon e company un tempo lanciarono la fallimentare “guerra alle droghe”. Il mondo è cambiato anche dopo l’Ungass del 1998 dove l’italiano Pino Arlacchi – allora capo dell’ Ufficio di controllo droga e crimine – pochi mesi dopo ribattezzato in Unodoc, aveva annunciato a New York l’improbabile slogan «Un mondo senza droga è possibile, possiamo farcela». A parte la lettera di dimissioni di un suo collaboratore che lo accusava delle peggiori nefandezze, è noto come Arlacchi si sia ben presto autosospeso o costretto a farlo dopo le forti critiche dovute alla sua megalomane proposta di eliminare coca, cannabis e papavero sonnifero. Nel «Financial Times» di quel periodo era riuscito riempire due pagine dove troneggiava un articoletto a lui dedicato dal titolo sprezzante: «A Dog’sLife/ La vita di un cane».

Nonostante le attese di una possibile svolta proveniente dall’Alto e quanto riferitoci al convegno milanese da Marie Nougier del think thank riformista «International Drug Consortium Project», non è proprio il caso di fidarsi di San Patrignano o dei templari dell’Iogt che dominano la task force della “società civile” e il Comitato delle ong di Vienna, anche perché l’Europa politica, che pure è rappresentata a livello governativo dai Paesi Bassi, non porterà nessun vento di cambiamento all’Assemblea Speciale di New York.

Il problema è che ormai il cambiamento è tutto fuori dalle torri d’avorio come afferma Ann Fordham dell’Idpc e che quindi la posizione delle Nazioni Unite potrebbe diventare in effetti irrilevante. Anche perché dopo la cancellazione della riduzione del danno dalla bozza finale alle ong non è rimasto che protestare. Salvo ignorare per motivi tattici o strategici l’importanza della richiesta di Encod a iscrivere nelle proposte il diritto di coltivare le piante per uso personale.

Sullo sfondo di un conflitto che continua a sconvolgere le nostre comunità: dai licei di Roma al ritorno delle droghe problematiche sulla scena statunitense con una impennata senza precedenti di morti per overdose da oppiacei stimata a quasi 40.000 l’anno, un record assoluto negli Usa, e alle dichiarazioni di John Ehrlichman, ex braccio destro del presidente americano Richard Nixon, che ha confessato le vere ragioni della guerra alle droghe inscenata negli anni Sessanta.

«Lei vuole veramente sapere a che cosa serviva tutto questo?» .Erlichman lo ha chiesto con la franchezza di un uomo che dopo esser caduto in disgrazia e dopo un periodo passato in una prigione federale, aveva ben poco da proteggere. «La campagna di Nixon nel 1968, e la Casa Bianca di Nixon in Segundo, avevano due nemici: la sinistra contro la guerra e la gente nera. Lei capisce cosa le sto dicendo?Noi sapevamo che non potevamo rendere il fatto di essere o contro la guerra o dei neri, ma se fossimo riusciti ad associare gli hippie con la marijuana e i neri con l’eroina, e poi criminalizzarli entrambi in maniera pesante, noi saremmo riusciti a distruggere queste comunità. Noi avremmo potuto arrestare i loro leader, perquisire le loro case e vilificarli ogni sera sui telegiornali della sera. Sapevamo che stavamo mentendo sulle droghe? Certo che lo sapevamo». In altre parole, l’intenso targeting razzista che è divenuto sinonimo della guerra alla droga non era un effetto collaterale involontario – era proprio il punto.

 

«Nomen est Oomen»: in memoria di un grande combattente per la libertà

Un amico e un compagno come Joep (pronuncia: Iup) è una parte di sé ma nel nostro caso è una parte di tutte/i e non solo ad Anversa dove Joep Oomen, pure olandese, si era trasferito diventando mezzo fiammingo. In realtà era cittadino del mondo ed estremamente attento in particolare alla cultura andina ma anche a quella gesuitica in cui si era formato ad Amsterdam e che mi aveva confessato considerare la forma più pericolosa e astuta del cattolicesimo. In effetti anche a Venezia la compagnia di Gesù fu allontanata dalla città con lo slogan molto popolare «andè in malora».

Già compagno di lotte di Evo Morales e fondatore degli «Amici della foglia di coca», divenne poi suo critico, protagonista dell’apertura del Boliviacentrum e poi della Federazione Latino-americana delle Fiandre, Joep nel 1993 fu tra i fondatori di Encod, il coordinamento europeo per politiche giuste ed efficaci sulle droghe. La data è importante perché in quel periodo Francois Mitterand, il presidente francese, intendeva una Europa che avesse come compito strategico battere gli Usa nel campo della cultura, dell’industria, dell’arte, della gastronomia e della politica delle droghe: con due strumenti in campo, l’Osservatorio Droghe e Tossicodipendenze tuttora operante ed Encod, il cosiddetto braccio politico di una nuova politica sulle droghe, ben presto lasciata andare assieme a tutto il resto.
Da allora sono stati imbastiti e imbanditi lauti banchetti che andavano sotto il motto di una Europa che incontrava le organizzazioni della società civile che si occupano di sostanze lecite ed illecite. Incontri finalizzati all’autocensura per la maggior parte, nonostante gli inviti a dibattiti franchi dalle più alte cariche della Commissione europea come dagli uffici di Vienna delle Nazioni Unite.

Con Joep era praticamente impossibile litigare. Ha partecipato a numerosissimi incontri con un movimento italiano perennemente spaccato e traversato da polemiche spesso deliranti. Per lui la questione era molto semplice e in particolare l’idea dei cannabis social club di cui era stato fondatore in Belgio con Trekt UW Plant (attualmente con 400 soci, operante ad Anversa) si riassume in una semplice formula: trasparenza, commercio equo, sostenibilità ambientale e orientamento alla salute. Senza queste caratteristiche un cannabis social club non può sussistere: non solo rispetto all’inevitabile scontro-incontro con le istituzioni ma anche fra le persone che lo frequentano e che non sono tenute a una logica “di partito” ma di solidarietà e di trasparenza.

Nonostante le accuse – di aver aperto alle multinazionali o a qualche potentato partitico – che provengono da persone in completa malafede, Encod continua a tener fede alla strada elaborata collettivamente con decine di associazioni e di individui di tutta Europa. Ma attenzione alle imitazioni e alle mistificazioni. Pochi giorni prima di morire, Joep Oomen comunicava ai compagni e alle compagne dello Steering Comitee una semplice considerazione: «fin quando non si accenna alla decriminalizzazione dell’accesso alle sostanze per ogni adulto nel mondo, tutte le belle parole possono essere usate contro di te. Meglio allora la libertà di vivere la vita che vuoi a meno che si disturbino altre persone!».

 

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