Newroz 2013

Con il popolo curdo: un report di Nelly Bocchi

«Fate tacere le armi e fate parlare le idee» (Apo Ocalan, 21 marzo 2013)

Significato del Newroz

Quando il 21 marzo del 612 a. C. il fabbro KAWA liberò il popolo dei Medi dalla tirannide assira, uccidendo il re Dehaq, gli antenati dei kurdi erano già stati costretti a rifugiarsi sulle montagne per sfuggire all’oppressione e alla schiavitù. Per comunicare ai compagni che erano stati liberati dalla tirannide KAWA, dopo aver posto fine alla vita del re tiranno, accese dall’alto del castello, in cima a una imponente montagna, un grande fuoco, che scatenò una catena di fuochi che annunciavano al popolo la libertà. I colori di KAWA – il giallo, il rosso e il verde – diventarono i simboli della bandiera della resistenza, mettendo la parola fine al sistema schiavistico assiro. Con la nascita del movimento nazionale kurdo alla metà del secolo XIX i kurdi ricordarono l’eroismo di KAWA, trasformando il Newroz in una festa nazionale, in cui si rinnova il ricordo della lotta del popolo contro la tirannia, l’oppressione e la schiavitù.

Quest’anno, le celebrazioni per il Newroz sono state caratterizzate da manifestazioni la cui ampiezza è stata senza precedenti. Questa festa, che simboleggia la resistenza contro l’oppressione, la lotta per la libertà e che raccoglie ogni anno milioni di persone, è stata l’occasione per ascoltare la lettera che Abdullah Ocalan,, leader indiscusso di tutti i kurdi, ha scritto dal carcere-fortezza di Imrali per ribadire la scelta democratica e pacifica per la soluzione della questione kurda. Un evento senza precedenti.

 

REPORT DA URFA e AMED ( DIYARBAKIR per i turchi)

 

Appena giunti ad Amed ci raggiunge la notizia del respingimento di Antonio Olivieri, presidente dell’associazione «Verso il Kurdistan» e compagno di tanti Newroz. Siamo sgomenti. Antonio non è l’unico a subire questa ingiustizia, due settimane fa anche Francesco, che doveva essere la nostra guida in questa settimana, aveva subito la stessa sorte. Con sentimenti altalenanti, fra la rabbia per i due amici allontanati senza motivo e l’impazienza di conoscere il contenuto della lettera di Apo, ci trasferiamo a Urfa e da qui al confine con la Siria .

 

18 marzo

 

Ceylanpinar è una cittadina polverosa a ridosso del confine siriano. Il sindaco Ismail Arslan ci illustra i tanti problemi di una città che subisce direttamente gli effetti del vicino conflitto. La popolazione originaria è composta da 50.000 persone dislocate tra il centro urbano e 22 villaggi circostanti, ma attualmente sono stati accolti 20.000 profughi siriani in un campo privo di ogni assistenza internazionale, impediti a uscire e in pratica abbandonati a loro stessi. Altri 8.000 sono stati accolti dalle famiglie kurde di Ceylanpinar nelle loro case.

In tutta la zona di confine sono presenti circa 300.000 profughi di cui solo 160.000 ufficialmente riconosciuti dal governo turco. Dalla parte siriana sono presenti circa 5.000.000 di kurdi, 300.000 dei quali privi di passaporto.

All’inizio delle ostilità i kurdi erano divisi e moltissimi miliziani anti-Assad entravano in Siria favoriti dal governo turco fino a quando l’organizzazione delle forze popolari kurde sotto la sigla PYD, è riuscita a respingerli costringendo il governo turco ad accettare un protocollo di intesa di 11 punti. Molto sospetta la data della realizzazione del campo che risulta essere stato allestito poco tempo prima della “insurrezione” siriana.

Il sindaco ci parla anche di un aspetto particolarmente allarmante dell’economia locale che si basa sull’agricoltura: tutti i terreni – coltivati con tecnologie avanzate – appartengono al governo centrale, turco, che dando lavoro a una moltitudine di contadini di fatto li rende ricattabili.

La città è rifiorita da quando nel 2004 il BDP (unico partito filo kurdo legalmente riconosciuto) ha vinto le elezioni amministrative e si è dedicato alla sistemazione delle infrastrutture fondamentali della città: strade, fognature, illuminazione. Da quella data tutte le risorse economiche sono state investite nella città mentre nelle amministrazioni precedenti tutto veniva rubato. Abbiamo trovato infatti una Ceylanpinar in ordine nonostante gli 8 giorni di bombardamenti che ha subìto all’inizio del conflitto. Non avendo il permesso per visitare il campo profughi, ritorniamo a Urfa.

19 marzo

Oggi a Urfa si festeggia il Newroz.

Decine di migliaia di persone hanno affollato la spianata del Newroz di Urfa. Siamo entrati dopo le solite perquisizioni che la polizia impone a ogni persona che voglia accedere nel perimetro recintato da filo spinato che delimita la zona dedicata ai festeggiamenti.

Sul palco si sono alternati diversi gruppi musicali kurdi a interventi dei leader politici fra cui la co-presidente del BDP, Gulten Kisanak, il deputato di Urfa İbrahim Binici, e i fratelli del presidente del Consiglio esecutivo del KCK Murat Karayılan. 

Anche la nostra delegazione è stata invitata salire sul palco. Forte è stata l’emozione per l’entusiastica risposta della folla a seguito del nostro intervento conclusosi con una breve poesia letta in kurdo e italiano da Peppino Coscione, che ne è anche l’autore.

Il momento più intenso è stato tuttavia l’incontro con Mehmet, fratello di Abdullah Ocalan. Tutti gli si accalcano intorno, chi per una stretta di mano, chi per una foto, chi solo per vederlo. Da questa testimonianza d’affetto capiamo davvero quanto il suo più celebre fratello sia e rimanga il capo indiscusso di tutti i kurdi e come l’attesa delle sue parole, il 21 marzo, sia un evento epocale. Per tutta la durata del Newroz la polizia che circondava l’intero perimetro ha continuato a fotografare e filmare, ciononostante molti partecipanti innalzavano foto di Ocalan e bandiere del PKK, tutti a volto scoperto rischiando torture e anni di carcere. L’allegria, la musica, i discorsi hanno riempito la giornata e hanno infuso a tutte e tutti forza, determinazione e voglia di libertà e democrazia.

Un grande striscione è stato innalzato sul palco: «Libertà per Ocalan, status per i kurdi» che rappresenta lo slogan del Newroz 2013. Verso le 16 la folla ha cominciato a defluire pacificamente mentre la polizia si teneva a distanza senza provocazioni, contrariamente a quanto avvenuto l’anno passato.

20 marzo

 

Il primo incontro di oggi è con l’associazione ISAN HAKLANI DERNEGI (IHD) di Urfa, che lavora nell’ambito della difesa dei diritti umani dal 1986. Il presidente dell’IHD di Urfa (7 mesi di carcere sulle spalle) ci ha illustrato la situazione generale rispetto alle violazioni dei diritti umani e quella carceraria in Turchia e nella zona di Urfa. Negli ultimi 3 anni sono state 100.000 le persone inquisite in Turchia per sospetta vicinanza al PKK (processo KCK), 10.000 di queste sono
ancora in carcere. Dal 1994 sono 7.500 gli scomparsi di cui 300 ad Urfa. Numerose fosse comuni sono state trovate anche in questa zona ma l’identificazione viene eseguita dalle autorità che ostacolano l’accertamento dell’identità degli scomparsi.
Attualmente ci sono 250 persone di Urfa in prigione di cui 50 donne.
L’anno scorso 30 detenuti si son dati fuoco per protesta nel carcere di Urfa e sono morti in quanto non vi è stato alcun intervento da parte dei secondini che son rimasti a guardare. In generale le proteste collettive non hanno sortito alcun effetto.
Le carceri sono sovraffollate: in celle che possono ospitare dalle 4 alle 6 persone vengono stipati fino a 20 detenuti. Un ulteriore problema è l’accesso alle cure mediche che vengono erogate in maniera tardiva e inadeguata, anche in casi di estrema urgenza.
Il presidente dell’IHD ci ha inoltre spiegato che il governo esercita il suo controllo
anche sull’università, favorendo gli studenti che fanno attività politica gradita, e ostacolando in diversi modi coloro che esprimono dissenso. Giungono a fare pressioni alle famiglie con figli attivisti: telefonano persino a casa. Un altro problema nella zona è la questione femminile: in un contesto fortemente patriarcale sono ancora molti i delitti d’onore tollerati e frequenti i matrimoni combinati anche con minorenni, alcune delle quali vengono addirittura comprate nelle zone limitrofe più povere.
Nella zona la disoccupazione raggiunge il 40%.

 

L’ultimo rapporto sulle violazioni dei Diritti Umani in Kurdistan dell’IHD relativa al 2012, è sconcertante:

  • 295 feriti in scontri a fuoco,

  • 169 membri del PKK morti e 6 feriti in scontri a fuoco,

  • 129 civili uccisi,

  • 259 feriti in omicidi irrisolti, omicidi extragiudiziari e sparatorie,

  • 6 morti, 49 feriti a causa di mine ed esplosivi,

  • 45 morti, 4 feriti a causa di negligenza ufficiale o errore,

  • 1.917 persone arrestate,

  • 6.306 persone prese in custodia,

  • 1.555 casi di tortura e trattamenti inumani,

  • 1.421 violazioni dei diritti umani nelle carceri,

  • 932 feriti a causa di interventi della polizia nelle manifestazioni,

  • 4.496 richiedenti asilo e immigrati presi in custodia,

  • 4 villaggi bruciati ed evacuati.

  • 111 fosse comuni dove sono sepolte 1699 persone.

     

 

21 marzo 2013 – Un Newroz storico

«Newroz piroz be» (buon Newroz) è il saluto che ci scambiamo mentre aspettiamo con grande impazienza di arrivare all’enorme spianata dove vivremo, insieme ai kurdi, questa giornata storica.
Siamo accompagnati al luogo dove si svolge il Newroz con un autobus del BDP, abbiamo i pass nominali pre-compilati e finalmente accediamo alla tribuna degli ospiti e delle autorità, insieme ad altre delegazioni internazionali, a quattro senatrici boliviane, alle famiglie delle 3 attiviste uccise a Parigi e alla famiglia di Ocalan. Il servizio di traduzione simultanea ci permette di seguire i vari interventi che si succeduono in alternanza a musica dal vivo. L’apice giunge alla lettura del messaggio di Ocalan da parte di due parlamentari del BDP (Sirri Suheya e Pervin Buldan) prima in kurdo e poi in turco. In una piazza silenziosa e attenta abbiamo seguito questo momento storico con grande emozione.
Dopo i saluti e auguri iniziali, Ocalan ha dettato le parole chiave di quello che
può essere l’inizio di un cambiamento epocale:
«Abbiamo pagato prezzi pesanti ma ora è il momento di lasciare le armi e di far parlare la dialettica. Non si tratta di abbandonare la lotta, è una nuova lotta. E’ un nuovo modello, un nuovo ordine, una nuova lotta fatta di opinioni, ideologia, esperienza democratica».

«La nostra lotta – continua la lettera – non è contro nessun popolo, nessuna religione, vogliamo una nuova Turchia, un nuovo Medioriente. Dopo la lotta sulle montagne occorre una lotta democratica, un nuovo modello di giustizia e libertà. Per tutto questo siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo. La nostra resistenza ha creato la coscienza del popolo kurdo, un nuovo periodo sta iniziando: basta sangue kurdo e turco. Facciamo tacere le armi e facciamo parlare le idee. Come i fiumi e le montagne sono amici fra loro, così devono esserlo tutti i popoli del Medioriente e dell’Asia centrale. Il fuoco del Newroz è per la libertà di tutti. Non è più tempo di combattere, ma di abbracciarci».
Il messaggio di pace che viene offerto è: ritiro dei guerriglieri fuori dai confini turchi, nel Kurdistan iracheno, e completo abbandono della lotta armata. Come è stato sottolineato da diversi deputati, questa offerta di pace non può avere corso se non ci saranno reali contropartite da parte del governo turco in maniera chiara, importante, responsabile. Il capo militare del PKK Karaylan ha già confermato che sarà recepito l’invito di Ocalan a ritirarsi, in attesa di indicazioni che si spera nasceranno da questo nuovo processo di pace.
Solo i prossimi mesi faranno capire la volontà turca di ottenere un pace duratura.

Terminata la lettura, milioni di mani si alzano e a una voce sola risuona lo slogan «biji serok Apo», si accende il fuoco del Newroz e vengono liberate tante colombe bianche.

Terminata questa festa eccezionale, le persone defluiscono con calma, senza la presenza incombente della polizia.


22 marzo

Incontro con BARO (ordine degli avvocati)

 

Il primo incontro di oggi è con il BARO, ovvero l’ordine degli avvocati. Sono 800, di cui 250 donne. Anche qui ad Amed gli arresti nei loro confronti sono stati numerosi, soprattutto per quelli che fanno parte del collegio difensivo di Ocalan. Complessivamente sono 40 gli avvocati ora detenuti. Il 28 marzo ci sarà una udienza a Istanbul proprio nei confronti dei difensori di Apo. Il discorso si concentra sul sistema carcerario: non ci sono dati certi sulla cifra dei detenuti politici, ma tra uomini, donne e minori la stima in questi ultimi anni è di circa 5000. Le carceri sono di diversi tipi: tipo E con grandi camerate in cui i detenuti possono essere più tutelati; tipo F con celle per due, tre persone, quindi più a rischio di molestie o trattamenti inumani da parte dei secondini; tipo D, di massima sicurezza, chiamate anche “bare” in cui un unico detenuto vive isolato dal resto del carcere.

La detenzione in “incommunicado” adesso dura 24 ore, se arrestato è un singolo; se più persone arriva a un massimo di 4 giorni.

L’uso della tortura è diminuito, rimane l’uso eccessivo della forza da parte della polizia durante le manifestazioni e i trasferimenti arbitrari alle stazioni di polizia.

I poliziotti hanno un numero identificativo sull’uniforme, ma godono di totale impunità, tranne rarissime eccezioni.

Altro problema importante è il processo KCK, contro il partito filokurdo BDP e gran parte della società civile (avvocati, attivisti per i diritti umani, giornalisti, scrittori ecc): sono circa 2000 e in ogni città kurda decine di sindaci, amministratori locali , deputati da diversi anni sono imprigionati solo per le loro idee. Ci chiedono solidarietà e l’invio, durante le diverse udienze del processo, di avvocati europei per monitorare e far sapere ciò che accade qui.

Incontro con DIHA (agenzia di informazione)

Anche i membri della Diha stanno pagando per il loro lavoro di corretta informazione sul carcere: 11 sono attualmente detenuti insieme ad altri 34 di altre agenzie indipendenti.

C’è un controllo capillare dell’informazione da parte del governo: ad esempio riguardo allo storico messaggio di Ocalan, che ha riempito le prime pagine dei media filokurdi, non si trova nulla o quasi in quelli governativi.

Alla Diha lavorano in 60, con corrispondenti in 7 diverse città. Alcuni di loro sono riusciti a entrare in Siria: ci dicono che a Qamislo sventola la bandiera kurda, come in altre 7 città siriane e si sta costruendo quell’autonomia democratica, che anche Ocalan vorrebbe veder realizzata nella sua terra.

Incontro con KCD (Congresso civico democratico)

Nel 2007 è nata questa realtà che tende a realizzare un cambiamento politico dal basso, coinvolgendo tutta la società civile locale. Non è legale, infatti la Turchia ha un ordinamento politico e costituzionale assolutamente nazionalista; per questo molti membri sono detenuti o subiscono pesanti repressioni. Nonostante ciò ad Amed e in 12 villaggi vicini, questo tipo di autonomia democratica sta nascendo. Le diverse associazioni di donne, lavoratori, contadini, cooperative si riuniscono in assemblee, cercando di portare avanti un modello di democrazia partecipativa sul modello dell’idea di Ocalan.

23 marzo

Incontro con le «Madri per la pace»

E’ l’incontro più atteso e più toccante della settimana. Sono le madri dei martiri, ovvero dei guerriglieri del PKK uccisi o scomparsi. Ci accolgono nella loro associazione, con il velo bianco sul capo, ci abbracciano e ci fanno sedere. Chiediamo loro di raccontare: un silenzio avvolge tutta la stanza e poi, a poco a poco, con un filo di voce una donna si alza e in kurdo inizia a parlare. Si chiama Hassinè Gulen, suo figlio è scomparso da 15 anni; il marito è in carcere, condannato a 36 anni di detenzione, ha ancora da scontarne 16; anche un altro figlio è in prigione condannato a 36 anni, quasi un ergastolo. Hassinè ha 65 anni, abitava a Bismil, un villaggio incendiato e distrutto, per cui è stata costretta a spostarsi ad Amed, nella periferia più povera. Stringe una grande foto, raffigurante il figlio desaparecido, un bel giovane, sorridente, nel fiore degli anni; quando ci parla continua ad accarezzare questa foto, come se quel figlio scomparso fosse ancora vicino a lei.

Anche Shirinè Unat si alza e ci racconta di suo figlio da 21 anni in montagna: di lui non ha più notizie, faceva l’ultimo anno della facoltà di medicina e gli mancavano 6 mesi alla laurea. Suo marito, ferito gravemente per le percosse di diversi poliziotti, dopo un’agonia di diversi mesi è morto. Anche lei vive ad Amed, perché il suo villaggio è stato distrutto negli anni ’90.

Nafì, invece, ha 5 figli: uno in carcere, due si nascondono perché ricercati dalla polizia per motivi politici, suo marito è malato terminale, vive con gli altri 2 figli in povertà.

Leyla Astan ha perso il marito in un incidente stradale a 25 anni. Il suo villaggio è stato distrutto e ora anche lei vive ad Amed. Suo fratello, nel 1994, era presidente del DEP (ora BDP) a Batman, anche lui è stato ucciso. Suo nipote, figlio del fratello, si è unito alla guerriglia, è stato ucciso ma il corpo non è mai stato restituito alla famiglia.

Sultan Axog ha un figlio che in seguito alle torture subite è morto; lei dopo continue perquisizioni violente della polizia è stata costretta a lasciare il villaggio di Kiziltepe, ora vive con gli altri figli.

Per ultima prende la parola Periah Karayil: ha un figlio martire, un altro scomparso, un terzo nel PKK, che dopo un arresto e una lunga detenzione è riuscito a fuggire in Europa. Suo marito è morto sotto tortura e una figlia di 23 anni, Fatma, che ha scelto di unirsi al PKK, lo scorso anno è stata uccisa – con armi chimiche – insieme ad altri 14 guerriglieri; lei vive con le altre 2 figlie, in povertà.

Le madri sono il simbolo delle violazioni commesse , dell’ingiustizia , del dolore ma anche della speranza: infatti sono sempre presenti durante le operazioni militari come scudi umani. Ci lasciano con questa frase: «porgiamo la mano alle madri turche che hanno perso i loro figli, per la pace».

Incontro con Tuhad-fed (associazione dei familiari dei detenuti politici)

E’ la federazione dei familiari dei detenuti sia del PKK che del KCK, fondata nei primi anni ’90: è costituita da 9 associazioni in altrettante città e 2 uffici di rappresentanza. Si occupano di 10.000 detenuti in 82 carceri. Danno aiuti e sostegno giuridico ai detenuti, denunciano le violazioni nelle carceri, aiutano le famiglie più povere e fanno opera di sensibilizzazione.

La responsabile dell’associazione si è soffermata sull’importanza del grande sciopero della fame iniziato da 64 detenuti politici in 7 carceri il 12 settembre 2012 come azione forte di sostegno a Oçalan, in totale isolamento da un anno e mezzo. Durato 78 giorni ha coinvolto circa 10.000 detenuti, sostenuti anche dagli intellettuali e dall’estrema sinistra turca. Grazie all’unione delle varie componenti della società turca e kurda anche nei Paesi dell’area e in Europa è stato compreso il forte legame tra Oçalan e il suo popolo.
Dopo la fine dello sciopero, nei primi giorni del 2013, il governo turco ha ripreso gli incontri con Oçalan, per aprire una nuova fase. Da questo momento il leader dei kurdi ha scritto 3 lettere: una ai combattenti, una al governo turco – ancora non rese note – e quella al popolo curdo che è stata letta durante il Newroz ad Amed (Diyarbakir).
Il contenuto di questa lettera non è stato una grande sorpresa per i kurdi ma ha permesso invece ai turchi e alle altre minoranze di conoscere le intenzioni di Oçalan: non vuole la guerra ma una lotta senza armi per la fraternità di tutti i popoli della Turchia, per vivere insieme in una patria libera, in democrazia. Oçalan attende ora un passo avanti da parte del governo turco per proseguire il percorso di pace e avviare vere e proprie trattative. La rappresentante dell’associazione confida alla delegazione che questa è considerata da Oçalan l’ultima possibilità. Ci dice che i kurdi aspetteranno una risposta dal governo fino a giugno; se nulla accadrà saranno costretti a intraprendere nuovamente una lotta armata di popolo.

(report di Nelly Bocchi: Fidenza 5-4-2013)

Traduzione integrale della lettera di Ocalan letta al Newroz di Amed del 21 marzo


Saluto il Newroz di libertà degli oppressi.

Saluto il popolo del Medio Oriente e dell’Asia Centrale che celebra questo giorno di risveglio, rinascita e rigenerazione del Newroz con straordinaria partecipazione e unità…

Saluto tutti i popoli che celebrano il Newroz, questo giorno luminoso che marca il punto di svolta di una nuova era, con grande entusiasmo e tolleranza democratica…

Saluto tutti coloro che percorrono il lungo percorso per i diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza…

Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia, dove sono nate l’agricoltura e le prime civilizzazioni, ai piedi dei Monti Tauros e Zagros fino alle rive dei fiumi Eufrate e Tigri. Saluto il popolo curdo…

I curdi hanno contribuito a questa civiltà millenaria in amicizia e accordo con le diverse razze, religioni, fedi – noi tutti l’abbiamo costruita insieme. Per i curdi le acque del Tigri e dell’Eufrate sono sorelle delle acque di Sakarya [fiume che scorre nella regione di Marmara, in Turchia] e Maritsa [che scorre fra Bulgaria, Turchia e Grecia, chiamato anche Evros]. I monti Ararat e Cudi sono amici dei monti Kaçkars [catena montuosa che si erge sul Mar Nero] e Erciyes [vulcano localizzato nella regione della Cappadocia]. Govend e delilo [balli curdi] sono nella stessa famiglia di Horon [danza del Mar Nero] e Zeybek [danza dell’Egeo].

Queste grandi civiltà, queste comunità che sono coesistite sempre, sono state più di recente messe in competizione fra loro da pressioni politiche, interventi esterni e interessi particolaristici. Con il risultato di aver costruito sistemi che non si basano sui diritti, l’uguaglianza e la libertà.

Negli ultimi duecento anni le conquiste militari, gli interventi imperialisti occidentali, così come la repressione e le politiche di rifiuto hanno provato a sottomettere le comunità arabe, turche, persiane e curde al potere degli Stati nazionali, ai loro confini immaginari e ai loro problemi artificiali.

L’era dei regimi di sfruttamento, repressione e negazione è finita. I popoli del Medio Oriente e quelli dell’Asia centrale si stanno risvegliando. Stanno tornando alle loro radici. Chiedono di fermare le guerre e i conflitti intestini.

Con il fuoco del Newroz nel cuore, migliaia, milioni di persone si riversano nelle piazze per chiedere la pace, la libertà e la ricerca di una soluzione.

Questa lotta, che è cominciata come la mia ribellione individuale contro l’ignoranza, la disperazione e la schiavitù in cui ero nato, ha provato a creare una nuova coscienza, una nuova comprensione e un nuovo spirito. Oggi vedo che i nostri sforzi hanno raggiunto un nuovo livello.

La nostra lotta non è stata e non potrà mai essere contro una determinata razza, religione, setta o gruppo. La nostra lotta è contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustizia, contro il sottosviluppo imposto e contro ogni forma di oppressione.

Oggi ci stiamo risvegliando verso una nuova Turchia e un nuovo Medio Oriente.

Ai giovani che hanno accolto il mio invito, alle donne che hanno dato ascolto alla mia chiamata, agli amici che hanno accolto il mio discorso e a tutte le persone che possono sentire la mia voce: oggi comincia una nuova era.

Il periodo della lotta armata sta finendo e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza.

Abbiamo sacrificato gran parte della nostra vita per il popolo curdo, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Nessuno di questi sacrifici, nessuna delle nostre lotte è stato vano. Grazie a questo, il popolo curdo ha conquistato ancora una volta la propria identità e le proprie radici.

Siamo ora giunti al punto in cui «le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica». Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo. Che si tratti del sangue di un turco, un curdo, un circasso o un laz – il sangue versato scorre da ogni essere umano e dal ventre di questa terra.

Davanti ai milioni di persone che ascoltano la mia chiamata, io dico che una nuova era ha inizio, un’era in cui la politica prevarrà sulle armi. E’ tempo di ritirare le nostre forze armate al di fuori dei confini.

Penso che tutti coloro che credono in questa lotta e hanno fiducia in me si rendano conto dei possibili pericoli insiti nel processo.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa.

La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini.

Una grande responsabilità ricade su tutti noi per costruire un Paese giusto, libero e democratico di tutti i popoli e le culture, che si addica alla storia del Kurdistan e dell’Anatolia. In questa occasione del Newroz invito gli armeni, i turcomanni, gli assiri, gli arabi e tutti gli altri popoli così come i curdi a rispettare la fiamma della libertà e dell’uguaglianza – il fuoco che si accende qui oggi – e abbracciarla come propria.

Al rispettabile popolo della Turchia. Il popolo turco che vive in quella che viene chiamata oggi Turchia – l’antica Anatolia – dovrebbe riconoscere che la millenaria vita in comune con i curdi, sotto la bandiera dell’Islām, si basa su princìpi di amicizia e di solidarietà. Fra le regole dell’amicizia non ci dovrebbe essere spazio per la conquista, la negazione, il rifiuto, l’assimilazione forzata, l’annientamento.

Le politiche repressive, assimilazioniste e di annichilimento del secolo scorso, basate sulla modernità capitalistica, rappresentano gli sforzi di una classe dirigente per negare una lunga storia di amicizia. Non rappresentano la volontà del popolo. E’ ormai chiaro che questo giogo tirannico contraddice sia la storia sia le regole dell’amicizia. Per lasciare alle spalle quel passato deplorevole, invito le due principali forze del Medio Oriente a costruire una modernità democratica che si addica alla nostra cultura e civiltà.

È giunto il tempo per le controversie, i conflitti e l’inimicizia di cedere il passo ad alleanza, unità, perdono e abbraccio reciproco.

I turchi e i curdi che sono caduti come martiri insieme a Çanakkale [battaglia della prima guerra mondiale avvenuta nel 1915, nota anche come battaglia di Gallipoli o dei Dardanelli] sono passati insieme anche attraverso la guerra di indipendenza, e insieme hanno aperto il parlamento del 1920.

Il nostro passato comune è una realtà che ci impone di creare un futuro comune. Oggi lo spirito sul quale è stata fondata l’Assemblea turca ci apre la via per la nuova era.

Faccio appello a tutti i rappresentanti delle società, delle culture e dei popoli oppressi, e soprattutto alle donne, la più oppressa fra le classi; ai gruppi religiosi e alle culture marginalizzate e escluse; alla classe operaia e tutte le classi subordinate; a tutti coloro che sono stati esclusi dal sistema a prendere il proprio giusto posto nella modernità democratica e acquisirne la mentalità.

Il Medio Oriente e l’Asia centrale sono alla ricerca di una modernità contemporanea e di un ordinamento democratico che si addica alla loro storia. Un nuovo modello in cui tutti possano convivere pacificamente e amichevolmente è diventato un bisogno oggettivo come il bisogno di pane e acqua. Inevitabilmente, ancora una volta, la geografia e la cultura di Anatolia e Mesopotamia ci sono di guida per costruire un tale modello.

Stiamo vivendo una versione più attuale, più complicata e più intensa della Guerra d’Indipendenza che si è sviluppata nel quadro del Patto Nazionale [del 1920].

Nonostante tutti gli errori, gli ostacoli e i fallimenti degli ultimi novant’anni, ancora una volta stiamo cercando di costruire un modello di società con tutti i popoli, le classi e le culture che sono state vittime e hanno sofferto a causa di terribili disastri. Chiedo a tutti voi di fare passi in avanti e contribuire al raggiungimento di un’organizzazione sociale egualitaria, libera e democratica.

Invito curdi, turcomanni, assiri e arabi che sono stati separati nonostante il Patto Nazionale, e sono attualmente condannati a convivere con gravi problemi e in conflitto tra loro all’interno delle repubbliche siriana e araba irachena, ad avviare discussioni, a riconsiderare e a prendere nuove decisioni sulla loro realtà presente in una «Conferenza Nazionale di Solidarietà e di Pace».

L’ampiezza e la completezza del concetto di “NOI” ha un posto importante nella storia di questa terra. Ma nelle mani di ristrette élites dominanti, il “NOI” è stato ridotto a “UNO.” E ‘il momento di dare al concetto di “NOI” il suo spirito originario e di metterlo in pratica.

Dobbiamo unirci contro chi ci vuole dividere e farci combattere l’uno contro l’altro. Dobbiamo unirci contro coloro che vogliono separarci.

Coloro che non riescono a comprendere lo spirito dei tempi finiranno nella pattumiera della storia. Coloro che resistono alla corrente cadranno nell’abisso.

I popoli della regione sono testimoni di una nuova alba. I popoli del Medio Oriente sono stanchi di inimicizia, conflitti e guerra. Vogliono rinascere dalle proprie radici e stare in piedi fianco a fianco.

Il Newroz è un faro per tutti noi.

Le verità nei messaggi di Mosè, Gesù e Mohammad vengono rivitalizzate oggi secondo le nuove tendenze. Le persone stanno cercando di recuperare ciò che hanno perso.

Non neghiamo i valori della contemporanea civiltà dell’Occidente nel suo complesso. Raccogliamo infatti i valori dell’Illuminismo, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, e per attuarli ne facciamo una sintesi con i nostri valori esistenziali e i nostri modi di vita.

La base della nuova lotta sono i pensieri, l’ideologia e le politiche democratiche, e l’essere in grado di avviare un grande balzo in avanti democratico.

Saluto tutti coloro che hanno contribuito a questo processo e lo hanno rafforzato, e tutti coloro che hanno sostenuto la soluzione pacifica e democratica!

Saluto tutti coloro che si assumono la responsabilità per l’uguaglianza, la fratellanza dei popoli e la libertà democratica!

Viva il Newroz, viva l’amicizia fra i popoli!

Prigione di Imralı, 21 marzo 2013

Abdullah Öcalan

 

Redazione
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