Scor-data: 13 aprile 1922

Nyerere, il grande leader dell’Ujamaa

di Fabio Troncarelli (*)  

Julius Kambarage Nyerere, soprannominato Mwalimu (Il maestro), nacque il 13 aprile 1922 a Butiama, un piccolo villaggio della Tanzania vicino al Lago Vittoria, non molto lontano dal confine con l’Uganda e non molto lontano da quello che oggi è il celebre parco naturale del Serengeti, dove migliaia di turisti arrivano ogni anno per vedere la più grande concentrazione al mondo di leoni, leopardi, elefanti, zebre, gazzelle. Gli animali c’erano anche nel 1922, ma a quell’epoca nessuno pensava alla possibilità di creare un parco naturale e neppure alla possibilità di creare uno Stato indipendente chiamato Tanzania. Allora il territorio si chiamava Tanganika ed era divenuto fra 1920 e 1924 un protettorato britannico, dopo essere stato per oltre un trentennio sotto il controllo della Germania (1885-1918). I tedeschi costruirono ferrovie, strade e città, introducendo nuove tecniche di coltivazione e un sistema educativo molto efficiente. Tuttavia esercitarono il potere con brutalità, reprimendo violentemente numerose rivolte con grande spargimento di sangue (solo nel 1907 uccisero 120.000 persone). Inoltre molte delle infrastrutture che avevano creato furono distrutte durante la Guerra Mondiale: il Tanganica fu teatro di duri scontri tra le truppe inglesi e quelle germaniche, che alla fine lasciarono solo devastazione.

Nyerere nacque proprio nel momento in cui gli inglesi presero il potere e cercarono di ricostruire un Paese in rovina1. Ma c’erano rovine che non potevano essere risanate e di cui gli inglesi non si rendevano conto. La colonizzazione aveva messo in discussione l’identità culturale delle popolazioni assoggettate e aveva suscitato sentimenti di frustrazione e di rivincita. Per non andare tanto lontano basta pensare proprio al caso di Kambarage (vuol dire “Protetto dallo Spirito della Pioggia”). Era figlio di Burito Nyerere, capo di una minuscola tribù, gli Zanaki, l’etnia più piccola delle 120 disseminate nella Tanzania. Gli Zanaki non sapevano che cosa volesse dire avere un “capo tribù”. Erano stati i tedeschi a imporre quest’usanza, violando le regole ancestrali del governo “democratico” della tribù. Il capo Burito aveva diciotto mogli e ventisei figli. Kambarage è solo uno dei tanti ragazzini scatenati di una famiglia di proporzioni inaudite per un occidentale: la sua individualità si sagoma all’interno di una rete di relazioni affettive complesse, che metterebbero in crisi, psicologicamente parlando, qualunque esponente di una classe medio-alta europea. Eppure il piccolo Kambarage non ha nevrosi, non è un disadattato e vive allegramente la sua condizione di scugnizzo africano. Lo mandano sin da bambino a governare il bestiame. A due passi da Butiama c’è la foresta Muhunda, un luogo sacro dove secondo gli Zanaki ci sono le anime degli antenati. Gli antenati spesso si manifestano sotto forma di leopardi, che compaiono all’improvviso nella foresta, suscitando un religioso stupore negli abitanti del villaggio. E’ lecito pensare che un ragazzino di meno di dieci anni, solo con le sue vacche, potesse provare qualcosa di più di un religioso stupore se avesse incontrato un leopardo. Ma il piccolo Kambarage non sembra essere mai stato scalfito dalla paura. E neppure dall’angoscia per la solitudine. Lui aveva nel cuore la sua bella famiglia allargata: e poteva scegliere fra il ricordo di diciotto madri e ventisei fratelli, ogni volta che lo prendevano angoscia, panico o malinconia.

A dire il vero le parole “angoscia, panico e malinconia” non sembrano essere esistite nel suo vocabolario. E’ esistita invece la parola “bravura”. Kambarage ci tiene a essere bravo, anzi bravissimo. In paese giocano tutti al “bao”, una specie di dama diffusa in Africa. Il ragazzino di dieci anni, dopo le giornate sfiancanti in mezzo alle mucche e ai leopardi, quando torna a casa si diverte a sfidare a Bao tutti, vecchi e bambini. E vince sempre. E’ un fenomeno. Dai villaggi vicini si precipitano per giocare con lui. I campioni più famosi della Tanzania fanno chilometri a piedi per battere il diabolico ragazzino. E lui vince sempre, fra un leopardo e l’altro. Sorridendo. Madri, fratelli, giovani e anziani del villaggio lo portano in trionfo. E dicono, senza peli sulla lingua, al grande capo in tutt’altre faccende affaccendato, che mandare questo fenomeno di ragazzino a perdere tempo con le mucche e coi leopardi è sprecare la grazia di Dio. Detto fatto e Kambarage viene spedito a scuola. Bisogna farsi quaranta chilometri a piedi, perché l’unica scuola è quella di Miswenge, un istituto nuovo di zecca, fatto apposta dagli inglesi per dare un’istruzione ai figli dei capi tribù e creare una classe dirigente fedele alla corona. Kamabarage si fa i suoi bravi quaranta chilometri a piedi senza battere ciglio, tanto se incontra un leopardo lo sa che quello se la darà a gambe levate. Ha dodici anni e in tre anni conclude anticipatamente il corso che ne durava quattro. Ha imparato benissimo l’inglese e lo Swahili, la lingua franca del Tanganica. Ha avuto all’esame i voti più alti di tutti gli alunni delle scuole del Paese. A questo punto andrà a Tabora, organizzata come Eton, dove bisogna essere piccoli soldatini obbedienti e basta non avere rifatto bene il letto per finire in punizione. Kamabarge non avrà mai una punizione. E batterà tutti ancora una volta, compagni e insegnanti. E’ il migliore del suo corso e, per non stare con le mani in mano, nei momenti liberi segue severe lezioni di catechismo, maturando la conversione alla fede cristiana. A vent’anni è diplomato e si fa battezzare Julius (come Giulio Cesare?) dai padri missionari di Maryknoll, irlandesi ribelli con la testa dura, olandesi introversi con la testa calvinista e americani allegri, che hanno ancora in cuore gli ideali democratici appresi nella scuola elementare. Potrebbe bastare. Invece no. Il padre ormai è morto e il giovane Julius Kambarage sente sulle spalle il peso del suo destino. Ha studiato tanto e vuole mettere a frutto la sua cultura, ripagando tutti coloro che hanno avuto fiducia in lui. Se ne va in Uganda, nella capitale Kampala. Va all’università di Makerere, istituzione prestigiosa dove incontra il fior fiore dell’Africa coloniale britannica. Come al solito batte tutti e dopo un Bachelor of Art in quattro anni, vince una borsa di studio per Edimburgo grazie alla presentazione e al sostegno di padre Richard Walsh, un irlandese colto e appassionato che gli sarà vicino per tutta la vita. In Scozia ottiene un Master of Art in storia ed economia. Entra in contatto con la Fabian Society, l’associazione socialista cui apparteneva George Bernard Shaw. Torna in Africa convinto del valore del socialismo e ancor più convinto del proprio valore: è il primo abitante del Tanganica e il secondo africano ad aver ottenuto una laurea in Inghilterra. Si sposa e decide di fare il maestro; per tre anni insegna storia con amore e con semplicità nel College St. Francis di Pugu, vicino a Dar es Salaam, gestito dai missionari irlandesi. Le autorità inglesi non vedono di buon occhio questa scelta: gli offrono posti governativi, più prestigiosi e dieci volte più remunerati. Vogliono che Nyerere sia per tutti l’esempio del “negro buono” che collabora apertamente con le autorità. Ma Nyerere rifiuta. E’ il primo di una lunga serie di rifiuti che caratterizzeranno la sua vita, basati sempre sulle stesse ragioni: i soldi non lo interessano e neppure fare la scimmietta ammaestrata. Gli interessa aiutare gli altri, soprattutto i giovani, dando loro le stesse opportunità che ha ricevuto. In fondo è come se Kambarage fosse tornato a casa dai suoi fratelli, che ancora stavano a governare le vacche, e avesse detto: «Eccomi qua! Sono stato lontano tanto tempo, ma non vi ho dimenticato. Adesso vi insegno a leggere e scrivere. E’ ora di farla finita coi leopardi e con le mucche! E pure con questi rompiballe di inglesi che sono uguali ai rompiballe dei tedeschi. E’ ora di vivere la nostra vita».

Incominciò così l’avventura politica e umana di uno dei più grande leaders del Novecento. Dopo una lotta durissima con gli inglesi, mascherata dal fair play, il Tanganyika African National Union (TANU) fondato nel 1954 da Julius Nyerere, ottenne l’indipendenza del Paese. Il Tanganica divenne formalmente autonomo nel maggio del 1961, e del tutto indipendente il 9 dicembre dello stesso anno. Nyerere fu eletto primo ministro. La nuova nazione fu accettata nel Commonwealth, come repubblica, un anno dopo.

Il 9 dicembre 1963, due anni dopo l’indipendenza del Tanganica, anche Zanzibar, con una parte della popolazione mussulmana, divenne indipendente, nella forma di una monarchia costituzionale sotto un sultano. Il primo governo fu formato dal Partito Afro-Shirazi (Afro-Shirazi Party, ASP). Il 26 aprile 1964 Tanganica e Zanzibar si unirono a formare la Repubblica Unita di Tanganica e Zanzibar (United Republic of Tanganyika and Zanzibar) ribattezzata Tanzania il 29 ottobre. Tanzania è un nome formato dall’unione di Tanganica e Zanzibar. Nella nuova repubblica, Zanzibar mantenne un elevato grado di autonomia. Nel 1977, con l’accorta guida di Nyerere, il TANU e l’ASP si fusero in un partito unico, nel quale i vecchi gruppi dirigenti avevano ciascuno un ruolo: il nuovo partito si chiamò Chama Cha Mapinduzi (CCM).

La politica di Nyerere e del TANU/CCM fu ispirata al principio di riformare profondamente la società tanzaniana, eliminando l’eredità del colonialismo sul piano economico, politico e culturale e riscoprendo la tradizione africana in chiave socialista. Il progetto culturale e politico di Nyerere si chiama Ujamaa (in swahili “famiglia estesa”) e ha il suo principale manifesto nella dichiarazione di Arusha, su cui si basa in parte la costituzione della Tanzania del 1982, modificata nel 1984. Il CCM ebbe funzione di guida in questa transizione e governò per diversi decenni in regime strettamente monopartitico, impegnandosi nella diffusione della cultura dell’Ujamaa nelle scuole.

L’Ujamaa assegnava al villaggio rurale, con proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il carattere di cellula di base della società e dell’economia del Paese. Lo scopo di Nyerere era portare la Tanzania all’autosufficienza, rifiutando con decisione le logiche di mercato internazionali del capitalismo occidentale. Nello stesso tempo Nyerere diede un impulso straordinario all’alfabetizzazione e alla formazione di istituti di istruzione superiore. In essi si formarono ingegneri e medici che si impegnarono con ogni mezzo per dotare il Paese di un un sistema sanitario moderno e di ospedali all’altezza delle patologie più diffuse nel continente africano.

Nonostante i grandi sforzi e i grandi risultati sul piano sociale, la politica economica della Tanzania risultò dopo quindici anni fallimentare: il Paese che aveva raggiunto l’indipendenza era molto povero e quasi del tutto privo di infrastrutture e i successi delle campagne di coltivazione intensiva di generi pregiati, come il tè o il tabacco2 non riuscirono a bilanciare la sostanziale stagnazione della produzione agricola delle singole comunità, necessaria al sostentamento della popolazione. Del resto la politica di collettivizzazione era boicottata da molti: i membri di tribù più ricche erano contrari a mettere in comune territori e beni con le tribù più povere; solo con metodi coercitivi furono costretti ad accettare un processo che però aveva come presupposto la collaborazione, non la coercizione. Sempre più in difficoltà, la Tanzania che aveva sempre rifiutato prestiti fu costretta a ricorrere nel 1975 all’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Ma il prestito servì solo ad evitare la bancarotta, senza riuscire a far ripartire l’economia: nel 1976 la Tanzania, che era stata uno dei maggiori esportatori di prodotti agricoli del continente africano, si trovò a essere il principale importatore.

A onta di questi record negativi, la società creata da Nyerre avrebbe potuto andare avanti sia pur con con difficoltà, ma ricevette una serie di colpi mortali non prevedibili: la crisi petrolifera degli anni settanta provocò il crollo dei mercati e delle esportazioni, mettendo alle corde un’economia già dissestata; la mancanza di investimenti dall’estero e soprattutto il feroce boicottaggio del capitalismo occidentale contribuirono a indebolire ulteriormente il Paese e provocarono, a loro volta, un collasso del precario sistema bancario e un’inflazione sfrenata che mise in ginocchio definitivamente la nazione.

Vista la situazione del Paese e il fallimento del suo modello di sviluppo economico, Nyerere decise di ritirarsi dalla vita politica, dopo le elezioni presidenziali del 1985, lasciando che il Paese si aprisse al libero mercato. La transizione fu guidata dal principale rivale di Nyerere, Ali Hassan Mwinyi, il numero due del CCM, che nel 1990 prese il suo posto anche come segretario del partito. Sotto il governo di Mwinyi fu introdotta la pluralità di partiti e furono gestite le prime elezioni “democratiche” nell’ottobre 1995. Le elezioni furono comunque vinte a larga maggioranza dal partito di Nyerere e Mwinyi, il CCM, che elesse il proprio candidato Benjamin William Mkapa alla presidenza il 23 novembre.

Nyerere viaggiò molto dopo il ritiro dalla politica, più di quanto non avesse fatto durante la sua presidenza della Tanzania ed ebbe incarichi ufficiali di carattere internazionale; uno dei suoi ruoli di più alto profilo degli ultimi anni fu quello di mediatore nel conflitto in Burundi del 1996. Nyerere non riuscì tuttavia a portare a termine il suo compito: colpito da una grave forma di leucemia, morì in un ospedale di Londra, il 14 ottobre del 1999.

Diamo un’occhiata a quello che ha osato fare o pensare Nyerere negli anni in cui ha governato.

Razzismo: Oltre a realizzare una straordinaria fusione tra etnie diverse e religioni diverse in Tanzania, senza neppure una rivolta, una crisi, una spaccatura interna, Nyerere ha spavaldamente avversato il razzismo colonialista, in particolare quello della Rhodesia e del Sud Africa, attaccando pubblicamente l’apartheid, proteggendo gli esuli, boicottando le merci dei Paesi razzisti e chiedendo invano l’embargo contro il Sudafrica a Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Israele e Italia, che rifornivano Pretoria con “onesti” commerci di armi (per l’Italia Beretta, Aeritalia, Aermacchi, Selenia, Augusta). La Tanzania ha contribuito inoltre all’espulsione del Sudafrica dal Commonwealth nel 1961.

Neutralità: Il socialismo africano ha rappresentato una “terza via” fra i due blocchi e i due modelli degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Per questo ha perseguito una linea di neutralità attiva e coinvolgimento nella politica di “non allineamento”, in sintonia con i Paesi che dopo la Conferenza di Bandung del 1954 si sono impegnati a favore della distensione internazionale.

Capitalismo: Il socialismo africano ha denunciato apertamente lo sfruttamento sistematico post-coloniale e in particolare il meccanismo del prestito e degli aiuti condizionati. Ciò ha portato la Tanzania a storiche rotture con Paesi come la Germania e l’Inghilterra, dopo azioni di ritorsione o addirittura di aperta violazione di patti precedentemente accettati da parte di queste due potenze. La Tanzania è l’unico Paese dell’Africa subsahariana che abbia resistito tanto a lungo alle pressioni del Fondo Monetario Internazionale, con durissime conseguenze economiche.

Diplomazia: Nyerere ha stretto rapporti con Stati che accettavano la sua linea politica, anche quando erano lontani dalle sue convinzioni. Per questo ha avuto fruttuose relazioni con la Cina di Mao e con l’India di Indira Ghandi, che hanno suscitato lo sgomento e la riprovazione sia del blocco occidentale dominato dagli Stati Uniti, sia di quello orientale dominato dall’Urss.

Guerra e pace: A costo della definitiva rovina economica e della conseguente crisi della sua carriera, Nyerere ha avuto il coraggio nel 1979 di combattere, con armi del tutto impari, contro il violentissimo regime di Idi Amin, validamente sostenuto dal capitalismo internazionale, cacciando alla fine un dittatore pazzo e sanguinario e ridando fiducia e speranza a un popolo martoriato. Con lo stesso spirito, per tutta la durata della leadership di Nyerere, la Tanzania ha sostenuto i più importanti movimenti di liberazione nazionale africani. Nyerere fu un convinto assertore del Movimento panafricano e collaborò alla fondazione dell’Organizzazione dell’Africa Unita nel 1963. Diede anche ospitalità e aiuto a numerosi movimenti africani di liberazione come l’African National Congress (ANC) e il Congresso Pan-Africano (PAC) del Sudafrica, il FRELIMO del Mozambico e lo ZANLA di Robert Mugabe dello Zimbabwe. Dalla metà degli anni settanta, fu leader insieme al presidente dello Zambia, Kenneth Kaunda, del “Front Line States”, che sosteneva la campagna per il governo della maggioranza nera in Sudafrica.

Tuttavia la funzione più duratura ed efficace di Nyerere – sia al governo, sia soprattutto quando ha lasciato il potere – fu quella di mediatore per appianare conflitti, come nel caso della terribile crisi del Burundi che provocò centinaia di migliaia di morti fra Hutu e Tutsi.

Fiducia in sé stessi: L’idea chiave dell’indipendenza economica e dell’autosuffcienza è la piena fiducia nelle proprie forze: la cosiddetta “self reliance”. Ciò significa non seguire modelli imposti da altri, non essere succube di ideologie straniere, ma scegliere in modo libero, autonomo, consapevole il proprio cammino di vita in quanto individui e cittadini. A questo modello di dignità e indipendenza si sono richiamati esplicitamente leaders di grandi Paesi africani che hanno sostenuto dure lotte, a volte tragiche, per l’indipendenza, come Joaquim Chissano, presidente del Mozambico, Thabo Mbeki che divenne presidente del Sudafrica dopo la fine dell’apartheid e Thomas Sankara, eroe della lotta di liberazione del Burkina Faso, assassinato da una congiura di palazzo nel 1987.

Religione e laicismo: Pur essendo personalmente cattolico, Nyerere mostrò sempre un assoluto rispetto per le altre religioni presenti in Tanzania a cominciare dall’Islam. La sua politica fu ispirata a una netta divisione di sfere di influenze tra lo Stato laico e le confessioni religiose. In quest’opera Nyerere fu appoggiato apertamente dai missionari, che lo difesero anche da attacchi da parte delle gerarchie ecclesiastiche europee. Nyerere ricevette con grande dignità due papi in Tanzania, Paolo VI e Giovanni Paolo II, ribadendo in più occasioni la propria fiducia in una Chiesa che combatte i ricchi e si allea coi poveri. Come affermò a New York nel 1970, di fronte a un’assemblea entusiasta di missionari di Maryknoll: «La Chiesa dovrebbe accettare che lo sviluppo dei popoli significhi ribellione. In una determinata fase della storia gli uomini decidono di agire contro quelle condizioni che restringono la libertà3».

Luci e ombre.

Uomini come Nyerere sono fatti con l’accetta. Lamentarsene è puerile. Chi è nato suddito di un Paese coloniale e ha conquistato l’indipendenza battendosi sin dall’infanzia contro leopardi, colonizzatori, razzisti e dittatori non può essere giudicato coi metri con cui si giudica un uomo normale.

Nyerere visse in un’austerità assoluta e ostentò il più totale disprezzo per ogni forma di lusso e di cedimento ai costumi dell’Europa cosiddetta “civile”. La sua onestà fu proverbiale e straordinaria. Ma nello stesso tempo la sua stessa severità di costumi gli ispirò una diffidenza ingiustificata verso una serie di fenomeni che non meritavano il suo sdegno. Ad esempio, vide con sospetto la diffusione degli abbigliamenti occidentali, come la minigonna; certa musica occidentale, come la Soul; l’omosessualità e lo sviluppo di costumi ispirati alla “decadenza morale” degli europei, facendo di ogni erba un fascio.

Un altro aspetto controverso della sua austerità morale fu l’intransigenza, ai limiti dell’autoritarismo, nei confronti di chi gli si opponeva per motivi certo egoistici, ma umanamente comprensibili. Per realizzare i suoi piani grandiosi, Nyerere non esitò a usare il pugno di ferro contro le tribù che non volevano cambiare stile di vita e non accettavano l’ideologia dell’Ujamaa. Moltissimi abitanti della Tanzania furono trasferiti a forza in comunità di villaggio lontane dalla loro terra con vere e proprie deportazioni. Il fenomeno provocò, di rimbalzo, qualcosa di ancora più grave: un eccesso di potere in quei funzionari solerti che realizzarono queste operazioni. Molti di loro approfittarono dei poteri speciali di cui disponevano e alla fine costituirono una vera e propria casta corrotta, che sfruttava le comunità che avrebbe dovuto proteggere. Ogni volta che ebbe la possibilità di farlo, Nyerere reagì a simili abusi, ma ebbe molta difficoltà ad accettare l’idea che tutto ciò era una conseguenza diretta della sua politica intransigente e non un’eccezione. Allo stesso modo una conseguenza involontaria della sua leadership così forte fu la formazione di una casta apparentemente zelante nell’obbedire agli ordini e di fatto pronta a violarli a proprio vantaggio, all’interno del gruppo dirigente del partito unico, che governava il Paese senza rivali e senza l’alternativa di altre formazioni politiche. Non ci si può che rammaricare di simili involuzioni: ma non si deve neppure dimenticare che la storia umana è piena di eventi dello stesso tipo, in qualunque epoca e con qualunque sistema di governo ed è pertanto ridicolo attribuire a Nyerere ciò che ognuno dovrebbe attribuire alla propria coscienza.

Da ultimo va considerato che alcune iniziative di Nyerere sul piano internazionale furono discutibili. Non sempre il comportamento della Tanzania fu limpido, come a esempio nel 1977, con l’appoggio nelle Seychelles al colpo di stato contro il presidente filobritannico Manchan; o come nel 1980, con la persecuzione dei giovani sudafricani che nel Pac si erano ribellati al loro leader David Sibeko e lo avevano assassinato proprio a Dar es Salaam nel 1979. Non va tuttavia dimenticato che secondo Nyerere si trattava di intervenire nei confronti di controrivoluzionari e alleati del capitalismo internazionale che dovevano essere colpiti a ogni costo.

Che cosa è rimasto di Nyerere? Il giudizio sulla sua figura è ancora oggi controverso. Leggetevi quello che hanno scritto su di lui i media delle nazioni evolute e civili. Valga per tutti un solo esempio, tratto dalla rivista statunitense «Forbes» (14/10/1999): «L’approccio di Nyerere ha devastato gran parte dell’Africa». Tuttavia Mwinyi, il successore e rivale di Nyerere che riportò il Paese alle leggi di mercato, ha ammesso pubblicamente che Nyerere ha aumentato la vita media degli abitanti della Tanzania a 52 anni; ha ridotto la mortalità infantile del 132%; ha alzato il livello culturale medio del Paese all’85%; ha creato 150 nuovi ospedali; due università internazionali con più di 4500 studenti; ha portato il numero dei bambini alle elementari a 3, 7 milioni.

Confrontiamo questi dati con quelli pubblicati sui giornali in questi giorni: «Il 37,8 % dei giovani è senza lavoro» (Repubblica, 2 aprile 2013 ). «Oltre un milione di licenziati nel 2012» (Repubblica, 9 aprile 2012). «Il reddito disponibile è sceso del 2,1%, ma con l’effetto dell’inflazione la capacità d’acquisto è calata quasi del 5% rispetto al 2011» (Repubblica, 9 aprile 2013). «Tagli all’istruzione, l’Ue contro l’Italia… Uno studio della Commissione europea rivela che, fra i 27 Paesi Ue, il nostro è quello che ha ridotto di più i bilanci del settore: -10,4% tra il 2010 e il 2012» (Repubblica, 26 marzo 2013). A queste aride cifre, aggiungete qualche nome, così tanto per rendere più umano il gioco della memoria: Romeo Dionisi, Maria Sopranzi, Giuseppe Campaniello, Gabriele Croatto, Giuseppe Pignataro, Vincenzo Di Tinco, Mario Frasacco… Forse è inutile continuare. La media è di 8 suicidi al mese per motivi economici, fra gennaio e settembre 2012, cui vanno aggiunti 20 tentativi andati a vuoto (Fonte: Link Campus University).

A mio modesto parere, con questi dati davanti agli occhi, che vengono confermati ogni giorno da altri dello stesso tipo, è veramente problematico difendere il modello del neoliberismo e del capitalismo contemporaneo. Come si fa a non apprezzare la lezione morale, politica e, oserei dire, filosofica che ci viene dal piccolo maestro cocciuto e idealista, nato in mezzo alle belve e alle belve umane, che ha osato credere, con l’ardente ingenuità di un adolescente, che gli uomini non sono animali e che ha consacrato la sua esistenza a un’illusione, quella del socialismo africano, mentre le belve umane e non umane continuavano a dilaniare le loro prede?

Vorrei anche aggiungere che la presunta utopia della comunità di villaggio autosufficiente non è un’invenzione esclusiva della fantasia “malata” di Nyerere. Esistono infatti molti tentativi analoghi in Oriente, ad esempio in Cina e in Vietnam, che si basano sulla riscoperta del cosiddetto “modo di produzione asiatico”. Senza dubbio lo sviluppo sociale ed economico ha messo in discussione questi tentativi (si pensi alla Cina). Ma non ha provocato una campagna di stampa sprezzante di carattere internazionale contro chi ha osato metterli in pratica. Lo stesso è avvenuto anche all’interno delle società che fanno parte dell’Occidente. Le comunità di villaggio della Tanzania, fatte salve le ovvie differenze, non sono molto diverse dai kibbutzim dei primi coloni ebrei in Palestina. Anche in questo caso, dopo molti anni e diverse generazioni, il risultato è stato un parziale fallimento e vi è stata una sostanziale evoluzione del modello iniziale. Ma nessuno si è mai permesso sulla stampa internazionale di giudicare una catastrofe l’esperimento dei socialisti che hanno fondato lo Stato di Israele. E allora perché tanto disprezzo nei confronti dell’esperienza tentata da Nyerere?

Ogni volta che un Paese fa un passo avanti per cercare di rovesciare il disordine stabilito, ogni volta che un Paese cerca di riappropriarsi delle sue risorse umane o naturali, espropriate da un sistema legalizzato di violenza internazionale, si alza un coro di grida scomposte: «Cosa fai? Porti il Paese alla rovina! Non c’è più libertà!». E spuntano subito salvatori della patria e paladini della “libertà”: una libertà che coincide spesso e senza conflitti di coscienza con la dittatura, col massacro di chi non la pensa allo stesso modo, con la svendita delle ricchezze e della dignità nazionali. Il bello è che dopo tanta libertà viene sempre fuori la miseria nera, come è avvenuto nel Cile dopo Allende, nel Congo dopo Lumumba, nel Burkina Faso dopo Sankara e, guarda caso, nella Tanzania dopo Nyerere4.

Qualcuno dovrebbe sussurrare a questi grandi liberali quello che proprio Nyerere ebbe il coraggio di dire alla fine della sua vita. «Perché lei ha fallito?» gli domandarono i big della Banca Mondiale, nel 1998. «L’impero britannico – replicò Nyerere – ci ha consegnato un Paese con l’85% di analfabeti, due ingegneri e dodici medici. Quando ho lasciato la mia carica nel 1985, gli analfabeti erano il 9% e c’erano migliaia di ingegneri e di medici. E il reddito pro capite era il doppio di quello attuale, mentre oggi abbiamo un terzo di bambini in meno nelle scuole, e la sanità e i servizi sono in rovina. In questi tredici anni, la Tanzania ha fatto tutto quello che la Banca Mondiale e l’Fmi le hanno imposto di fare. Perché voi avete fallito?5».

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 13 aprile avevo ipotizzato: 1059: un sinodo «inventa» il papato; 1493: primo bando anti-zingari; 1598: editto di Nantes (breve tregua nelle guerre di religione); 1769: Cook a Tahiti; 1808: nasce Meucci; 1872: in manicomio Vincenzo Verzeni, «primo» serial killer italiano; 1885: nasce Lukacs; 1946: Parigi chiude i bordelli pubblici; 1954: Oppenheimer allontanato; 1961: «Intolleranza» di Luigi Nono; 1971: il giudice Stitz incrimina Ventura e Freda; lo stesso giorno prima di «Arancia meccanica»; 1981: in Sicilia attivata Eurelios; 2004: rapito Enzo Baldoni; 2007: Costa Rica è il primo Paese a preparare una legge sul femminicidio. E chissà, a cercare un poco, quante altre «scor-date» salterebbero fuori su ogni giorno.

Molte le firme (forse non abbastanza per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

1Gli inglesi attuarono in Tanganica come altrove, una politica di cooptazione delle classi dirigenti, creando istituzioni e organizzazioni composte da africani e permettendo una moderata partecipazione dei tanzaniani negli organi legislativi e amministrativi. Costruirono inoltre ferrovie fra Tabora e Mwanga (1928) e Moshi e Arusha (1929) e promossero campagne contro la diffusione della malattia del sonno, della malaria e della schistosomiasi costruendo ospedali nei centri più importanti.

2D. P. Whitaker, “The Economy”, Tanzania: A Country Study, Washington DC, American University Press, 1978

3J. K. Nyerere, Man and development, Oxford, Oxford University Press, 1974, p. 65.

4P. J. Kaiser, F. Wafula Okumu, Democratic Transitions In East Africa, Aderlshot, Ashgate, 2004 pp. 130-31.

5S. C. Turrin, Nyerere il maestro. Vita e utopia di un padre dell’Africa cristiano e socialista, Bologna, Emi, 2012, p. 97.

Redazione
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