No all’intervento armato in Niger

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un appello di Alessandro Marescotti e Marinella Correggia (PeaceLink) e articoli di Davide Malacaria, Franco Continolo, Alberto Negri.

No all’intervento armato in Niger – Alessandro Marescotti (presidente di PeaceLink)

Un intervento armato in Niger sarebbe illegale sulla base del diritto internazionale. Il Niger non ha infatti attaccato alcuno Stato e il colpo di Stato è affare interno del paese. Dietro tutto ciò ci sono in realtà gli interessi verso l’uranio del Niger

L’ECOWAS è la sigla di Economic community of West African States, organizzazione internazionale istituita con il trattato di Lagos nel 1975. In francese la sigla è CEDEAO. Rimasta a lungo pressoché inattiva è stata rilanciata negli anni Novanta fissando come obiettivo economico dell’organizzazione la creazione di un mercato unico e di una moneta unica. Sul piano politico, l’ECOWAS ha assunto un ruolo di rilievo nel mantenimento della sicurezza nella regione, svolgendo, congiuntamente all’OUA (Organizzazione dell’unità africana) e alle Nazioni Unite, opera di mediazione nelle crisi e partecipando a missioni di interposizione.
In questa crisi l’ECOWAS sta svolgendo invece un ruolo di acutizzazione della tensione in questa fragile area dell’Africa (caratterizzata da una povertà estrema) in cui forti sono gli interessi occidentali (in particolare quelli francesi in Niger) per l’approvvigionamento dell’uranio.
L’ECOWAS ha lanciato un ultimatum al Niger nei confronti della giunta militare che ha spodestato il precedente presidente, portato al potere con le elezioni.
E’ inaccettabile questo ultimatum. Il Niger non ha infatti attaccato alcuna nazione e ai sensi della Carta ONU la minaccia di guerra è già di per sé una violazione del diritto internazionale. Se l’ultimatum dovesse scattare entro stanotte, domani avremmo una nuova guerra, nel cuore dell’Africa. Si può essere fermi oppositori dei colpi di stato ma nessun golpe può giustificare un intervento armato dall’esterno. Per tali ragioni PeaceLink lancia questo appello.

AI PAESI DELL’AFRICA OCCIDENTALE DA PEACELINK, GRUPPO PACIFISTA ITALIANO

NO A UN INTERVENTO ARMATO CEDEAO IN NIGER!

RICORDIAMO LE CONSEGUENZE PER L’AFRICA DELLA GUERRA NATO IN LIBIA: TERRORISMO, DESTABILIZZAZIONE, POVERTA’.

Gli ultimatum ricordano tragiche aggressioni militari da parte dell’Occidente e dei suoi alleati.
Chiediamo ai paesi dell’Africa occidentale di non fare il gioco di altre potenze.

  1. Un intervento armato in Niger sarebbe illegale sulla base del diritto internazionale. Il Niger non ha infatti attaccato alcuno Stato (non si può dunque invocare nemmeno l’articolo 51 della carta Onu) e il colpo di Stato è affare interno del paese. Si tratterebbe dunque di una guerra di aggressione, un atto che, sulla base del pronunciamento di Norimberga del 1946 è “non è solo un crimine internazionale; è il supremo crimine internazionale”.
  2. Ricordiamo gli esiti della guerra della Nato in Libia sono stati molto gravi anche per i paesi africani. Hanno provocato o alimentato la diffusione del terrorismo e la proliferazione di gruppi criminali, ormai non solo nell’Africa dell’Ovest. Hanno provocato un impoverimento generale del continente e dei suoi lavoratori. Tremendi anche gli esiti delle guerre che l’Occidente ha condotto per procura. I paesi africani non si associno a operazioni militari catastrofiche.
  3. E’ concreto il rischio che i terroristi jihadisti disseminati in Africa occidentale approfittino di un intervento armato per legittimarsi come difensori dell’islam. Sarebbe una sciagura.
  4. Agire militarmente contro il Niger toglierebbe energie dalla lotta contro i terroristi. L’opposizione della Nigeria lo ha ben ricordato al presidente del paese: “Combattete piuttosto Boko Haram”, ossia il movimento fondamentalista islamico che ha sconvolto il nord della Nigeria e ha gradualmente colpito anche altre aree del paese.
  5. Il vero “nemico” è la povertà, la fame, le difficili condizioni di vita, che una guerra accentuerebbe portando per di più i bilanci degli Stati ad accrescere le spese militari.
  6. Rispettate i cittadini dell’Africa occidentale e i paesi della regione che hanno detto no a un intervento armato. Non solo Mali, Burkina Faso, Guinea Conakry ma anche l’Algeria e il Ciad si sono schierati contro l’escalation. E il Senato della Nigeria ha chiesto la via diplomatica. In Benin l’Alleanza per la patrie (gruppo di opposizione) ha chiesto al governo di non trascinare il paese in una guerra per gli interessi strategici altrui. Anche altrove le popolazioni sono preoccupate e colpite dalle sanzioni.
  7. Le sanzioni economiche, come sempre, colpiscono i popoli – in questo caso del Niger – e vanno ritirate. Ciò che va affrontato da un punto di vista economico è invece il neocolonialismo che ha sfruttato queste aree ricchissime di risorse ma poverissime per via del dominio dei paesi ricchi occidentali che hanno in passato portato a vergognose e criminali azioni come quella dell’omicidio del leader africano Sankara, con la complicità della Francia e degli Stati Uniti.

Note: Appello realizzato con Marinella Correggia.

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La “scoperta” francese del Niger – Alberto Negri

Il percorso della “colonna infernale” guidata dagli ufficiali Voulet e Chanoine fu segnato in Niger dal 1898 al ’99 da villaggi bruciati e corpi carbonizzati. Si videro donne impiccate agli alberi, fuochi da campo sui quali erano stati arrostiti bambini; alcune guide della spedizione, sgradite a Voulet, appese vive in posizione tale che i piedi venivano mangiati dalle iene e il resto dei corpi dagli avvoltoi. I morti furono migliaia e i massacri mai dimenticati Secondo lo storico Geoffrey Regan “fu data carta bianca a due noti psicopatici in uniforme

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IL COLONIALISMO FRANCESE È FINITO – Franco Continolo

Il giudizio di Romano Prodi sul colpo di stato in Niger è molto chiaro: è la fine definitiva del colonialismo francese. C’è un altro episodio che rafforza questo giudizio: nei giorni scorsi, con un referendum, il Mali ha abolito il francese come lingua ufficiale. Il primo nodo che dovrà sciogliere la giunta insediatasi a Niamey è la presenza militare straniera: oltre ai francesi ci sono 300 italiani, che non dovrebbero costituire un problema visto che non si capisce cosa siano andati a fare, e più di mille americani – come fa notare Dave DeCamp, da quando ci sono gli americani gli episodi di terrorismo nell’Africa centrale si sono moltiplicati per mille (a conferma della teoria che l’obiettivo di Washington è destabilizzare). Prodi conclude l’editoriale auspicando che l’UE prenda esempio dalla Russia, e convochi un vertice con i leader africani. Per l’ex presidente del Consiglio sembra che basti un po’ di buona volontà per avere successo. In realtà il fallimento del recente vertice con i paesi della dell’America Latina dimostra che la buona volontà e la promessa di investimenti non bastano. Per essere credibili occorre prima di tutto smettere di raccontare balle, e di pretendere di avere qualcosa da insegnare – vedi la democrazia, i valori e altre fantasie; poi rompere con l’imperialismo passato e presente – quest’ultimo a rimorchio di Washington. L’esempio è la Russia che pur partendo avvantaggiata – essa può infatti rivendicare di non avere avuto colonie in Africa, e di essere l’erede dell’Unione Sovietica, il cui sostegno ai movimenti di liberazione è riconosciuto – offre ai leader africani l’idea di un ordine internazionale più equo, quindi multipolare: in altre parole, l’idea di un concerto di imperi – tra i quali l’Unione Africana, la cui realizzazione viene incoraggiata – che è la condizione necessaria affinché le Nazioni Unite non finiscano, come oggi, sottomesse alla potenza egemone. Questo è il messaggio che Putin ha ripetuto in tutte le lingue, e che i leader africani sembrano avere apprezzato. Il vertice di San Pietroburgo ha visto anche una presenza inusuale, Kirill, il patriarca della Chiesa Ortodossa. È stato il suo un intervento utile, opportuno? Si può immaginare utile a Putin, a fini interni; ma opportuno? Qui i dubbi nascono dalla difficoltà di delineare con precisione i confini tra religione e politica; ciò che si può dire però con sufficiente certezza è che quando la religione e la politica si lasciano tentare dalla retorica dei valori, entrambe finiscono fuori strada, ma forse più la religione della politica. I valori sono anche quella nebbia che consente, per esempio, ai governanti italiani di occultare, o di vendere come libere scelte, le imposizioni di Washington. Lo ricorda Alberto Negri a proposito della ridicola pretesa della Meloni di riproporsi nelle vesti di Enrico Mattei. La Meloni è infatti una serva come i Draghi, i Renzi, i Letta e le Schlein, ma va aggiunto – repetita iuvant – con l’aggravante di rappresentare un movimento che si è distinto per fare il lavoro sporco per conto dell’occupante, prima i tedeschi, poi gli americani.

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Niger: evitare la guerra su larga scala – Davide Malacaria

Alta tensione in Niger, che potrebbe diventare il catalizzatore di una nuova guerra su grande scala in Africa occidentale. Dopo il colpo di Stato che ha deposto il presidente Mohamed Bazoum e il passaggio del potere ai militari, si contano i giorni che mancano alla scadenza dell’ultimatum dell’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che ha dato sette giorni di tempo ai militari per ripristinare il governo precedente.

Un ultimatum nel quale, oltre a minacciare sanzioni, si è ventilato anche l’intervento armato, un’opzione catastrofica per il Paese e l’intera regione. E che peraltro scatenerebbe una nuova e più massiva ondata di migranti verso l’Europa.

 

Golpe in Niger e venti di guerra nel Sahel

Probabile che l’Ecowas abbia recepito le pressioni in tal senso della Francia, che si è vista scippare dalle mani l’ennesima ex colonia, dalla quale preleva l’uranio necessario alle sue centrali atomiche (sul punto pubblicheremo una nota specifica).

Anche Parigi, infatti, aveva minacciato di intervenire a sostegno del presidente deposto, ma, deve aver soppesato con maggior lucidità i costi umani e politici dell’opzione per ripiegare su un più indiretto intervento dell’Ecowas, che riunisce i Paesi africani che soggiacevano al dominio francese. Parigi, peraltro, ha dalla sua parte gli Stati Uniti, che vedono con irritazione i militari saliti al potere cercare l’appoggio di Mosca.

Un eventuale intervento armato dell’Ecowas aprirebbe il vaso di Pandora, dal momento che Mali e Burkina Faso sono scesi in campo in favore dei militari di Niamey, dichiarando che un intervento contro il Niger equivarrebbe a una dichiarazione di guerra nei loro confronti.

Non è un caso che questi due Paesi siano così determinati a difendere Niamey, dal momento che anche in questi Stati negli ultimi anni sono andati a segno golpe (rispettivamente nell’agosto del 2021 e nel gennaio 2023) che li hanno allontanati sia dalla Francia che dall’Ecowas. Per questo temono che un redde rationem in Niger possa preludere ad analoghe iniziative nei loro confronti.

Non solo Mali e Niger, anche la Guinea, Paese membro dell’Ecowas, si è detta contraria sia all’imposizione di sanzioni contro il Niger che a un intervento armato, dissociazione che potrebbe preludere ad altre nell’ambito dell’organismo.

Ma, ancora più importante, a opporsi in maniera netta all’opzione militare è stata l’Algeria, che, pur manifestando il suo sostegno al presidente deposto, ha chiesto una soluzione pacifica della crisi.

Dichiarazione importante sia per il peso specifico del Paese nell’area interessata, sia perché arriva in concomitanza della visita del Capo di Stato Maggiore algerino – uomo forte del Paese – a Mosca, durante la quale si è incontrato con il ministro della Difesa Sergej Shoigu, il quale ha promesso aiuti militari ad Algeri.

Di fatto, la dichiarazione algerina, che ricalca la posizione di Mosca riguardo il golpe di Niamey, suona come un niet all’intervento armato dell’Ecowas, che a questo punto, se davvero si concretizzasse, rischierebbe di coinvolgere diversi Paesi africani e i rispettivi sponsor internazionali.

Resta che, al contrario di Mosca, che di fatto ha chiesto un negoziato con i golpisti, la Francia, gli Stati Uniti e l’Ecowas sono stati durissimi nei loro confronti, chiedendo loro semplicemente di ripristinare lo status quo. Cosa impossibile da accettare perché, al netto di altre considerazioni, sanno perfettamente che la loro sorte sarebbe segnata.

 

Il retaggio della guerra libica

A gettare benzina sul fuoco il primo ministro nigerino Ouhoumoudou Mahamadou, che durante il colpo di Stato si trovava in Francia, nella quale è rimasto bloccato a causa della chiusura delle frontiere del suo Paese.

In un’intervista all’Associated Press ha dichiarato che il golpe crea un pericoloso precedente, che potrebbe avere un effetto domino negli altri Paesi dell’Ecowas, nei quali potrebbero registrarsi rivolgimenti analoghi.

“Il Niger è un paese chiave in termini di sicurezza per il resto dell’Africa”, ha aggiunto, “ma anche per il resto del mondo”. Dichiarazioni che riecheggiano quelle usate per la guerra ucraina (fermare la Russia per evitare che conquisti l’Europa, le sorti del mondo dipendono da quelle ucraine etc).

Resta che quanto sta avvenendo è un retaggio della guerra libica, scatenata da Stati Uniti, NATO e partner per rovesciare Gheddafi, il quale aveva messo in guardia, giustamente, sul fatto che la sua politica panafricana era l’unico reale baluardo al dilagare dell’estremismo islamico.

Parole profetiche, dal momento che l’estremismo islamista si è moltiplicato esponenzialmente dopo la sua caduta, sia in Libia che nella regione del Shael.

D’altronde, che il conflitto libico avesse tale inevitabile sviluppo era inscritto nelle dinamiche stesse dell’intervento occidentale, dal momento che i “liberatori” hanno operato in combinato disposto con le milizie dl al Qaeda, che hanno agito come truppe di terra della Nato (sul punto, rimandiamo a un puntuale studio di Alan J. Kuperman, docente alla lbj School of Public Affairs di Austin, Texas, pubblicato sul National Interest).

I militari nigerini andati al potere hanno dichiarato che la loro iniziativa dipendeva proprio dall’incapacità/indifferenza del governo precedente rispetto all’estremismo islamista, che sta destabilizzando il Paese.

Al di là delle considerazioni di merito e al di là dei possibili sviluppi, resta che chi ha causato tale catastrofe, cioè l’Occidente, oltre a dovere delle doverose scuse alle popolazioni libiche e del Sahel (che non sono mai arrivate), non hanno alcun titolo per asserire di essere in grado di risolvere un problema da essi stessi creato 12 anni fa e mai affrontato in tutti questi anni, come evidenzia in maniera plastica la destabilizzazione permanente della Libia.

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