«Non è lavoro, è sfruttamento»

recensione di Gian Marco Martignoni al libro di Marta Fana

Dopo i trent’anni gloriosi del compromesso keynesiano-fordista, la controffensiva neo-liberista si è dispiegata scientificamente su scala planetaria, mutando radicalmente il rapporto fra capitale e lavoro, come il geografo marxista David Harvey ha ben illustrato nel fondamentale «Breve storia del neoliberismo». I dati forniti dall’ILO – cioè l’Organizzazione Internazionale del Lavoro – in una ricerca del 2015, relativamente al mondo dopo la “Grande Crisi” e le politiche perseguite all’insegna dell’austerità, sono davvero impressionanti: i tagli alle pensioni hanno riguardato 105 Paesi, quelli al salario 130 Paesi, mentre le privatizzazioni del settore pubblico hanno interessato 55 Paesi. Ma la regressione sociale ed economica, coincidente con le politiche anti-sindacali sviluppate dai governi Reagan e Thatcher, risale ai primi anni ’80 e anche il nostro Paese è stato profondamente segnato da una trasformazione radicalmente in pejus della condizione lavorativa, mediante il dilagare della precarietà e le devastanti conseguenze indotte dall’ideologia della flessibilità. Sostanzialmente dal “pacchetto Treu” del 1997 al Jobs Act renziano del 2015 i provvedimenti legislativi in materia di rapporti di lavoro si sono caratterizzati per la costante demolizione dei princìpi costituzionali in materia di diritto del lavoro, così come vi è un filo stretto che lega la contro-riforma Dini del 1995 sulle pensioni a quella perseguita dalla Fornero nel 2011. Per una visione d’insieme di quanto è avvenuto in quest’ultimo quarantennio nel nostro Paese è fresco di stampa e assai convincente nella sua chiave di lettura dichiaratamente marxista il bel libro della ricercatrice Marta Fana «Non è lavoro, è sfruttamento (174 pagine per 14 euro 14 Editori Laterza). Il pregio di questo studio consiste nell’affiancare alle più raffinate statistiche sul piano nazionale e internazionale una meticolosa indagine «sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia», dando voce a coloro che nei luoghi di lavoro si battono testardamente contro la negazione dei loro diritti, l’esternalizzazione dei servizi e i continui cambi di appalto e di contratto, tesi a tagliare i salari e aumentare gli orari di lavoro, intensificare i ritmi ma anche la disconnessione dall’applicazione informatica quale post-moderna forma di licenziamento ecc. Dal combattivo settore della logistica all’Ospedale delle Molinette di Torino, dagli “scontrinisti” della Biblioteca Nazionale di Roma al campus di Fisciano dell’università di Salerno, dal caso Foodora alla Reggia di Torino la musica è sempre la medesima: nel capitalismo straccione italiano (sul cui declino la Fana riprende le puntuali analisi di Augusto Graziani sulla sua subalternità produttiva nella divisione internazionale del lavoro e sulla “mezzogiornificazione europea”) la valorizzazione del capitale passa brutalmente per l’incremento dell’estrazione del plusvalore in tutte le forme immaginabili. Paradigmatiche in questo senso sono la vicenda della deregolamentazione operata tramite i voucher, utilizzati addirittura dagli enti locali senza che l’Inps ne abbia quantificato il dato, il flop di Garanzia Giovani, con la prevalenza al 54% dei tirocini per i Neet (*) iscritti e il pernicioso sostegno finanziario alle agenzie di somministrazione, infine il vergognoso capitolo dell’alternanza scuola-lavoro, tramite il quale si depotenziano i percorsi formativi curricolari per favorire il lavoro gratuito presso le aziende nazionali e internazionali definite nel programma “I campioni dell’alternanza”. In questo quadro desolante non sorprende che sia ripartita in grande stile l’emigrazione di massa, a fronte della caduta degli investimenti e della spesa pro-capite in ricerca e sviluppo del settore privato e quindi della magra prospettiva di un destino votato alla sotto-occupazione di massa. O che gli incrementi di produttività non siano stati redistribuiti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro e sul piano salariale, stante che dal 1970 al 2014 la quota di reddito che va ai salari è diminuita di 15 punti.

Pertanto la denuncia della Fana – nel sottolineare le responsabilità politiche della mercificazione del lavoro nell’aver piegato le funzioni degli apparati statuali al servizio del capitale – non risparmia alcune critiche al ruolo, non sempre autonomo e piuttosto attento alle compatibilità, delle organizzazioni sindacali, anche se è consapevole che la ricostruzione dei rapporti di forza e di una coscienza di classe adeguati all’intensità dello scontro imposto dal capitale, deve fare i conti con «l’indebolimento del potere dei sindacati e gli effetti negativi sulle retribuzioni prodotti dalla desindacalizzazione» come ha segnalato uno studio del FMI del 2015.

La frantumazione del tessuto produttivo, l’individualizzazione dei rapporti di lavoro ricercata mediante l’utilizzo del welfare aziendale, la diffusione del mito dell’essere imprenditori di se stessi sono gli ulteriori ostacoli che si frappongono alla ricomposizione del mondo del lavoro; ma le condivisibili proposte che la Fana avanza per riscattarne la tragica condizione di subalternità si muovono nel solco di un rinnovato spirito antagonista alla “narrazione tossica” veicolata dall’ideologia dominante.

(*) ovvero gli under 30 che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione; è l’acronimo inglese per «Not (engaged) in Education, Employment or Training».

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.