Parlare di pace all’università? Così no.

Le dimissioni di Antonino Drago (*)   

Al Presidente del CCL triennale di Scienze per la Pace

     Al Presidente del CCL magistrale di Scienze per la Pace

Dopo l’ultimo CCl del 7 febbraio scorso ho preso la seguente decisione, che solo per le insistenze degli studenti ho rimandato. Con la presente rassegno le dimissioni dal mio incarico di insegnamento della triennale; non da quello della magistrale, ma solo perché da mesi ne ho già firmato il contratto.

Dopo aver lanciato nel 1999 la iniziativa nazionale affinché il CUN ampliasse la Classe di Lauree in “Cooperazione per lo Sviluppo” aggiungendo le parole “… e per la Pace”, non intendevo entrare in questo corso di laurea di Pisa, in quanto progettavo di coltivare altri interessi culturali, legati più direttamente alla storia e teoria della nonviolenza. Solo alla terza volta che mi è stato chiesto ho accettato l’incarico per l’anno 2001-2002.

Essendo un fisico di formazione ed essendo andato in pensione poco dopo, è chiaro che qui a Pisa ho accettato incarichi di insegnamento (anche gratuiti) solo per spirito di collaborazione e per passione culturale per i nuovi temi della pace. So bene i miei limiti anche culturali, ma spero di non aver demeritato, avendo pubblicato come libri le dispense di due corsi, oltre che altri libri su argomenti attinenti alle materie del corso.

E’ dagli anni ’70 che frequento scuole e convegni di Peace Research all’estero, come pure ho scritto e compiuto ricerche sui temi della pace, della nonviolenza e della difesa alternativa, pubblicate anche su riviste internazionali. So quindi bene che cosa si fa a livello internazionale nei corsi per la Pace, che esistono ormai da mezzo secolo.

Ma il corso di laurea di Pisa ha scelto una impostazione culturale restrittiva; il titolo stesso, se non è inteso bene, rimanda a un atteggiamento di 100 anni fa (quando c’è stata una rivista con quel titolo).

Il corso non ha premesse sulla Pace:

non si riferisce al maggior lascito degli scienziati per la Pace: il Manifesto Einstein-Russell (1956) per la abolizione delle armi di distruzioni di massa;

non si riferisce all’Agenda per la Pace dell’ONU (1992), come se ancora dovessimo pensare ad una pace nei soli rapporti interpersonali o poco più;

non si riferisce all’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”), che (anche secondo la Corte Costituzionale) suggerirebbe una articolazione culturale innovativa.

Il corso non ha chiarificazioni sulla parola “Scienze”:
Dal tempo di Leibniz c’è il sogno di risolvere ogni conflitto con l’invito: “Calculemus!”

Il corso di Pisa sembra credere realizzabile questo obiettivo,. Vi si insegna Matematica, Storia della scienza (fino a pochi anni fa anche in Cina), biologia molecolare, ecc.. fino alle centrali nucleari. C’è anche l’insegnamento della modellistica matematica dei conflitti. Ma nessuno al mondo può sostenere che esso esaurisca il tema delle loro soluzioni, né che sia a fondamento della loro comprensione (tanto più che Leibniz intendeva usare la logica, non la matematica). Per favorirlo, nell’ultimo CCL della triennale si è adottata la propedeuticità (l’unica del corso!) di Matematica rispetto agli altri insegnamenti del secondo semestre.

In definitiva, da dieci anni il corso di laurea non solo non configura il senso della parola “Pace” del titolo (cioè manca dei “fondamentali”), ma, esaminandone la serie di insegnamenti, si vede bene che non ha nemmeno una coerenza interna.

Vari insegnamenti introducono la cooperazione internazionale.

Che però sappiamo bene che essa versa in una grave crisi di identità (da almeno dieci anni ci sono molti libri autorevoli su questo tema), tanto più che ora subisce la manovra di inglobamento nelle operazioni militari all’estero (in Italia quasi tutti i finanziamenti statali alla cooperazione sono inseriti nei decreti per quel tipo di interventi “di pace” all’estero). Per di più in Italia già esistono più di una ventina di corsi di laurea per la sola cooperazione. Rispetto ad essi il corso di Pisa è drasticamente ridotto, quindi è poco competitivo.

Ci sono vari insegnamenti di diritto.

Ma a parte che pendono troppo verso il diritto privato, non formano un quadro d’insieme; soprattutto perché non puntano assieme sul diritto internazionale, quello che riguarda la pace nel senso più impegnativo possibile (l’ONU in particolare); casomai, puntano stranamente sul diritto europeo.

Infine (oltre quelli di matematica già indicati) ci sono insegnamenti di Politica e risoluzione (nonviolenta) dei conflitti

Ma la politica è quasi assente, per cui la novità delle rivoluzioni (molte delle quali nonviolente) che da un secolo a questa parte hanno cambiato la storia dell’umanità e che per la prima volta nella storia hanno aumentato il numero degli Stati democratici a più della metà del totale, ha risonanza solo in un insegnamento a scelta.

Questo pout-pourri di insegnamenti acquisterebbe senso se venisse ristrutturato trovando un equilibrio tra le quattro macroaree culturali che ho appena indicato (e che corrispondono alle diverse motivazioni che hanno i vari docenti che, in questi dieci anni, attratti dall’idea della Pace, hanno aderito ad insegnare nel corso). Cioè il corso acquisterebbe senso se andasse oltre la interdisciplinarietà e la transdisciplinarietà degli insegnamenti presi due a due; dovrebbe trovare un equilibrato pluralismo dei quattro indirizzi culturali. (così come la bandiera della pace presenta un pluralismo di colori). Qui c’è il salto di qualità del corso, col quale esso si qualificherebbe come una novità culturale ed accademica precisa.

Ho cercato, fino a rendermi ridicolo, di indicare iniziative per discutere assieme ai colleghi sui contenuti del corso di laurea; come pure ho sottoposto documenti scritti di suggerimenti (l’ultimo al CCL dello scorso 7 febbraio).

Ma le risposte sono sempre state poco collaborative e poco chiare. Superati i dubbi di non essermi spiegato bene, oggi debbo riconoscere che quelle risposte corrispondevano a quelle di chi va agli incontri con già tutto predeterminato. La volontà di cooperare culturalmente c’è stata solo nel ristretto gruppo di gestione, composto da alcuni incardinati; pur di non coinvolgere altri docenti nella progettazione dei corsi, si è preferito un corso di laurea senza corrispondenza con analoghi corsi all’estero, al limite provinciale.

In particolare, i docenti di insegnamenti che riguardano la nonviolenza sono stati visti non come portatori di un sapere che deriva da enormi fatti storici dell’ultimo secolo, ma sempre più come di una attrazione folkloristica per le matricole (forse è per questa idea che degli ultimi mesi si dichiarava di voler “rendere normale” il corso di laurea) che di fatto provengono anche dall’estero (Francia, Iran, Ciad, Togo) e dichiarano di seguire con molto interesse i nostri corsi.

Ancor meno chiaro è stato il CCL della triennale del 7 febbraio. I corsi del primo semestre non erano partiti (colpevolmente, a detta di alcuni docenti). E’ passato molto tempo, nel silenzio generale, prima che si convocasse un CCL (fine nov. 2012); che ha avuto un andamento burrascoso e inconcludente. Il seguito è stato oscuro. Improvvisamente a fine gennaio compare un piano didattico. Che nell’ultimo CCL è stato presentato come concordato da alcuni incardinati (quali?) con contributi degli studenti ma non di tutti i docenti; e la cui approvazione è stata condotta all’insegna dell’ ”O questo, o si chiude il corso”. Le domande timide di cambiamento su qualche casella dell’organigramma si sono scontrate con pronte risposte su regole vincolanti e su una ragionevolezza precostituita, senza alternative. Chi ragionava in maniera diversa si è sentito dire che “sbagliava” rispetto ad una verità che sarebbe stata evidente.

Ho proposto di approvarlo come obbligo di “pareggio di bilancio amministrativo”, al fine di superare gli attuali vincoli burocratici degni del migliore Procuste; ma da subito formare una commissione che lo rivedesse culturalmente, in modo da arrivare ad un accordo tra le (quattro) motivazioni culturali dei docenti. La proposta è stata respinta sostenendo che la proposta culturale era già ben nota da dieci anni (con un testo che propone poco più che un senso “critico” (in che direzione? Con che premesse? Con che conseguenze intellettuali?) e la pace didattica); e che il piano didattico non si poteva più cambiare in senso culturale.

Per sei anni ho insegnato Storia e Tecniche della nonviolenza nell’analogo corso di laurea di Operazioni di Pace all’Università di Firenze. Lì si è accettato il confronto e lo si è aperto addirittura al pubblico. Confronto e corso di laurea interrotti solo dall’autoritarismo del Rettore, che nel 2006 ha imposto brutalmente la chiusura.

Ma qui a Pisa l’autoritarismo non deriva da organismi gerarchicamente superiori, ma dalla stessa struttura del corso di laurea di Scienze per la Pace. Il corso dipende, come origine e come sostegno (almeno fino a poco tempo fa) dal Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace (CISP). Senza necessità alcuna è sopravvissuto alla nascita del corso di laurea, benché per vari anni non abbia svolto ricerche.

Questo organo universitario si è ristretto, senza necessità giuridica, ai soli docenti incardinati (quando per sua concezione potrebbe essere aperto anche ai rappresentanti del territorio); cosicché esso è l’unico un organo non democratico dell’Università di Pisa. Inoltre ha sempre avuto più finanziamenti che il Corso di laurea, con quel che ne consegue. Infine, poco dopo la nascita del Corso, ha istituito un Master come sua attività principale (invece di restringersi al lavoro di ricerca, che a lungo è mancata e che ora è riservata a pochi).

Questo organo ha operato come entità al di fuori e al di sopra del CCL. Dopo varie discussioni, nel CCL dell’ottobre 2011 fu decisa una commissione sui rapporti con il CISP. Mai riunita.

Finché il Master del CISP era sui conflitti interreligiosi (ma perché mai questo argomento, quando in Italia ci sono tante Università pontificie e tantissime Facoltà Teologiche?) non aveva molta interferenza con il corso di laurea. Ma da quest’anno quel Master è diventato sui conflitti tout court; è chiaro che ora esso interferisce fortemente con il corso triennale e soprattutto con quello magistrale. Nessuna discussione è stata aperta nel CCL sul tema; ogni volta che la si chiede si risponde con toni perentori.

Oggi c’è il patto di dichiarare che i due organismi non sono collegati (benché lo siano stati finanziariamente fino a poco fa) e anche oggi lo siano di fatto per l’avere in comune docenti, locali didattici, personale amministrativo, biblioteca.

Questo patto è stato evidente l’anno scorso ad aprile quando il CISP ha co-sponsorizzato con i paracadutisti della “Folgore” (quelli che vanno all’estero in “missioni di pace”) la controversa manifestazione , denominata “Bambini in caserma”. Il CCL non ha posto la questione all’o.d.g.; una volta sollevata, la presidenza del CCL ha glissato (senza pensare di invitare il Direttore e suo docente, prof. Consorti, a informare il CCL). Certamente per il corso di laurea in Scienze per la pace cambia molto che in città si sappia che l’organo universitario che lo ha generato ora collabora per la Pace con i militari.

Perché questa “normalizzazione” è negativa?

Il sistema militare italiano: 1) possiede ed utilizza armi di distruzione di massa, 2) ubbidisce alla NATO più che all’ONU e ancor meno alla Agenda per la Pace dell’ONU, 3) contraddice con le sue attività l’art. 11 della Costituzione e contraddice anche l’art. 52 della Costituzione mantenendo l’abolizione della leva, per eliminare gli obiettori che gli toglierebbero il monopolio sul concetto di difesa collettiva..

Si può anche collaborare con i militari (come con tutte le persone umane), ma a tempo e a luogo e soprattutto mantenendo le distanze, così come si fa con chi sbaglia.

Bisogna mantenere le distanze anche perché questo sistema oggi confonde ogni linea di demarcazione. Ha istituito un apposito organo (il CIMIC) che deve influenzare le iniziative della società civile (potenzialmente alternative alle sue) per inglobarle nella strategia militare; basti pensare a come usa la parola “pace”.

In questa situazione di politica negativa presentata subdolamente, proporre iniziative di collaborazione con questo sistema militare in nome di uno spirito di apertura, collaborazione, soluzione immediata dei conflitti è quanto meno fare appello a degli ingenui. Tanto più che la decisione del CISP di collaborare è avvenuta al chiuso di un organismo non democratico che ha messo tutti davanti al fatto compiuto.

Ma occorre ricordare che il Direttore, in gioventù obiettore di coscienza alle armi, è anche stato più volte Presidente del Comitato ministeriale sulla Difesa civile non armata e nonviolenta, il primo organismo statale nel mondo, finalizzato a proporre iniziative di difesa nazionale alternativa, attraverso soprattutto il Servizio Civile Nazionale. Egli, potendo operare sulla base di due leggi e di finanziamenti per quasi un milione di euro, lungo sette anni (2005-2012) non ha preso una iniziativa concreta, lasciando decadere i finanziamenti.

Con ciò ha impedito che il Servizio Civile nazionale assolvesse alla funzione pubblica fondamentale prescritta dall’art. 1a della sua legge costitutiva (64/2001): la difesa nazionale alternativa con “mezzi ed azioni non militari”, lasciando che il Servizio Civile svolgesse solo attività privatistiche che con la Pace in senso pieno hanno poco a che fare. Quindi di fatto ha tolto al corso di laurea per la Pace la sua base sociale naturale (varie decine di migliaia di giovani in servizio civile) e ai laureati di questo corso la possibilità di diventare quel centinaio di formatori professionisti che (analogamente agli ufficiali delle FF.AA. che ora sono tutti laureati), avrebbero dovuto insegnare ai giovani del servizio civile a “sperimentare la difesa civile non armata e nonviolenta” (l. 230/1998). La sua è stata una politica miope: oggi il servizio civile è finanziato molto poco ed è svuotato di senso, tanto che è alla ricerca di una sua identità. Il prof. Consorti non si è avveduto che stava segando il ramo su cui era seduto, sia come Comitato, sia come docente del corso e come corresponsabile del CISP.

L’ultimo episodio dello snaturamento del corso di laurea dalla Pace è stato quello della presentazione della nuova laurea magistrale. Da una parte essa assegna al prof. Consorti un insegnamento fondamentale che ha un ruolo culturale centrale per la laurea: “Teoria dei conflitti”; benché lui sia di diritto ecclesiastico e si sia occupato di diritto privato. D’altra parte il prof. Altieri, noto studioso di Aldo Capitini e studioso della sociologia sotto l’aspetto nonviolento, nella triennale ha un insegnamento di soli sei crediti e nella magistrale vede il suo insegnamento ridotto al rango di un ”Approfondimento”. Per non dire dei miei insegnamenti (Difesa civile non armata e nonviolenta; Peacekeeping e Peacebuilding), che sono rimasti sempre all’ultimo dei tre livelli (obbligatori, a scelta tra coppie, genericamente a scelta tra i più vari), benché per un certo tempo il titolo del primo insegnamento ha dato il titolo alla laurea magistrale.

Non si può che concludere che si lascia avanzare la prospettiva di un corso “normalizzato” sul concetto di Pace, quello che il sistema militare sta imponendo nel mondo con gravi disastri economici e popolari. Galtung paragona gli studi per la pace a quelli per la sanità. Di certo il sistema ospedaliero è organizzatissimo e finanziatissimo rispetto al sistema dei medici di base e ancor più a quello della medicina alternativa. Ma forse solo il primo sarebbe “normale”? Non lo si sapeva sin dall’inizio che Scienze Politiche è una Facoltà statalista e che le Accademie militari dal 2001 hanno promosso il “Tutti laureati!”? Il corso di Scienze per la Pace finora ha avuto senso solo perché era collegato in qualche modo al movimento per la pace, non alle istituzioni forti e al sistema militare, i quali hanno già i loro corsi di laurea. Allearsi con questi significherebbe per il corso di Scienze per la Pace dimenticare chi è.

E’ doloroso per me constatare che il progetto culturale del corso di laurea, già non il migliore, si è irrigidito in un progetto di gestione in dipendenza da un organismo non democratico (CISP) e si indirizzi verso finalità inaccettabili, non discusse apertamente. Durante questa avventura culturale, che poteva essere esaltante, non ho capito più se gli avventurosi che si sono introdotti fossero tutti di buona cultura e buona volontà.

E’ vero che di questi tempi si vede anche peggio nella vita sociale, ma quanto meno occorre segnalare questa deviazione delle tematiche culturali nella dell’università alla cittadinanza come pure al contesto nazionale.

In generale, debbo ammettere che il progetto del 1999 di iniziare in Italia dei corsi di laurea per la Pace che fossero a livello internazionale oggi risulta sconfitto. Sono io, il primo che ci ha sperato, il primo che ne soffre le conseguenze.

Infatti, personalmente, non me la sento più di guardare negli occhi gli studenti ed invitarli ad un impegno serio di studio su un tema, la Pace, che potrebbe essere così innovativo e costruttivo, e poi però vederli impantanati in una serie di pastoie curriculari e di impostazioni culturali che ne deprimono lo spirito; e poi, una volta laureati, vederli sotto il ricatto della disoccupazione anche perché il corso di laurea non ha saputo dare un formazione che sia chiara e in corrispondenza a precise funzioni sociali relative alla Pace, quali quelle indicate dall’art. 11 della Costituzione e dalla legge 64/2001.

La grande buona volontà e intelligenza che ho vista negli studenti di questo corso è rara nella gioventù d’oggi; eppure oggi il corso non offre loro una chiara strada per acquisire quei saperi che corrispondono all’obiettivo culturale dichiarato; e soprattutto esso si dirigere verso quei poteri forti, dentro e fuori l’Università, che intendono la pace come pesantemente armata (di 80 bombe nucleari in Italia, di F-35; di sommergibili, di portaerei, ecc.) e la cultura come ciechi tagli di Procuste sui corsi di laurea.

Tanto più mi sento responsabile eticamente verso il loro genitori, che hanno investito con sacrificio su questi giovani, nonostante l’argomento di studio scelto da loro sia innovativo a tal punto da sembrare poco concreto.

Veder frustrare in questo modo questi slanci generosi e sapermi eticamente corresponsabile non mi è più sopportabile.

Ringrazio comunque tutte le persone con le quali ho condiviso questo segmento della mia vita. Ho avuto da imparare. Ma sapete bene: Amicus Plato, sed magis amica veritas.

Mi dispiace per gli intoppi che verranno dal mio gesto agli studenti, che spero riescano comunque a realizzare i loro progetti.

Pisa, lì 14 febbraio 2013 Antonino Drago

P.S. Per non creare intralci agli studenti, sono disponibile come commissario d’esame (in qualità di esperto) per gli esami degli insegnamenti di mia competenza.

(*) Ovviamente ringrazio Antonino Drago per avermi consentito di postare qui la sua lettera. Come giustamente lui stesso sottolinea «più che una storia mia, è una storia del tentativo di portare il tema pace e nonviolenza dentro l’università. L’ho incominciato nel 1999 a Roma presso il CUN durante la riforma dei corsi di laurea e oggi debbo ammettere, dopo aver partecipato ai due tentativi (Firenze e Pisa) che ancora non ci si riesce oppure si viene incastrati in manovre improprie». A questo aggiungo una considerazione personale: ho imparato da «Dizionario critico delle nuove guerre» – un libro che non mi stanco di citare e di consigliare – che nelle università italiane si ciarla molto di pace ma sono di più le cattedre impegnate a collaborare con I militari. Come ho già scritto in blog questo libro venne pubblicato dalla Emi, casa editrice missionaria: ne è autore Marco Deriu che lo ha concepito proprio come un’enciclopedia di 181 voci più una densa introduzione e conclusioni (intitolate «per continuare a pensare») assai choccanti e che infatti fecero arrabbiare anche un bel po’ di pacifisti i quali – a mio avviso inspiegabilmente – si sentirono offesi.

La tesi di Deriu (suffragata da un’impressionante mole di fatti) è che la guerra sia ormai un «fenomeno sociale totale» accettato: se non si mutano l’economia, la vita quotidiana e persino l’immaginario delle nostre società non è possibile arginare la “necessità” di nuove guerre. Insomma «la guerra è profondamente intrecciata con la nostra normalità e senza rendercene conto la maggioranza di noi partecipa, più o meno inconsapevolmente e più o meno indirettamente, a questa realtà». Occorre fare i conti con molti rimossi, avverte Deriu, se davvero vogliamo incrinare questo modello. Anche un pacifismo generico – più “pacioccone” che antimilitarista – serve a ben poco, anzi rischia di essere un alibi. Temo che la bella lettera di Drago sia un’impressionante conferma di quanto male facciano certi pacifisti che molte/i ormai definiscono pacifinti. Controprova: in campagna elettorale di F-35 e nuove guerre hanno parlato ben pochi. E che Bersani (dopo aver votato tutte le spese militari degli ultimi anni) butti lì che forse si taglierà qualche aereo è solo una solenne ma anche tragica presa per il culo. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • “RISPOSTA AGLI STUDENTI” di TONINO DRAGO

    Cari studenti,
    rispondo a molte sollecitazioni a proposito delle mie dimissioni.
    Vari studenti mi hanno chiesto, con forza e con molto apprezzamento per gli insegnamenti che svolgo, di ritirare le dimissioni.
    Li ringrazio per la stima e per le parole anche accorate che mi rivolgono. Credo di aver messo anche io il cuore in questa avventura istituzionale, da quando nel 1999, su una base disinteressata (sono laureato in fisica) mi sono slanciato a convocare riunioni nazionali di professori universitari per ottenere un Corso di laurea sul tema politico della Pace. Allora la risposta di un buon numero di professori e la vista di un grandioso arcobaleno mi furono di sostegno. In questi dodici anni la intelligenza, la passione e la freschezza degli studenti sono state per me una spinta continua a compiere questo lavoro appassionatamente, nonostante le difficoltà, piccole e grandi, personali e istituzionali,
    Se fosse solo per voi, tornerei subito. Anzi, vi dico che mi fa piacere cheil contratto già firmato prima delle dimissioni abbia ridotto il vostro danno (ora debbo insegnare uno dei due corsi). Proprio a voi ho pensato scrivendo la mia lettera di dimissioni. Ma un docente deve fare collettivo con altri 30 docenti: “Senatores probi viri, Senatus mala bestia”. Sono le strutture che fanno gli uomini, al di là delle loro buone volontà.

    Sul metodo nei conflitti. Mi si dice: “Ritiri le dimissioni”. Penso che qui c’è un corto circuito. Quando c’è un conflitto non si può chiedere a quello che onestamente più si dispiace della situazione: “Chiudila qui, così torna la pace per tutti”. La pace che ne verrebbe, sarebbe quella negativa, sarebbe l’assenza (o l’occultamento) del conflitto. Bisogna invece costruire una pace positiva, che consideri i motivi del conflitto in modo da trovare un accordo su di essi.
    C’è chi mi invita ad una assemblea al fine di esporre le mie ragioni assieme a quelle di altri. Capisco l’intenzione lodevole: è l’invito ad un dialogo. Ma chi mi invita non mi dice se si è informato sui problemi reali o, dopo mesi di polemiche, pensa che ci siano solo nuvole passeggere che in un pomeriggio di discorsi passeranno?
    Se il il dialogo si è interrotto, è perché nel CCL del 7 febbraio ha incontrato per la seconda volta (dopo il luglio 2012) risposte seccamente negative (così come è avvenuto per le vostre perplessità). Tutta l’impostazione culturale del Corso sarebbe chiara nella vecchia presentazione 2001 del corso di laurea (leggerla su internet per vederne la genericità).
    Se invece si tratta di un dibattito, debbo dire che ne ho fatti a decine in contrasto a quelli delle centrali nucleari. Ma c’è bisogno che uno studente assista al dialogo-scontro verbale di alcune persone per farsi una qualche opinione della situazione? Tra gli studenti non si è trovato un contributo migliore alla risoluzione di un conflitto che organizzare un dibattito generico, che potrebbe ben scivolare in uno di quelli televisivi? Non c’è stata una autonoma elaborazione dei fatti da parte degli studenti?

    Quando c’è un conflitto, un dialogo, che voglia servire la verità che porti alla pace positiva, deve essere preparato. Io l’ho fatto con due scritti: le due paginette allegate al verbale del 7 marzo e le due paginette delle dimissioni. Le potete diffondere. Se le leggete attentamente troverete non solo le ragioni del mio comportamento (meditate per vari anni), ma anche l’analisi delle cause e una proposta di ricostruzione del Corso. Quindi vi prego di impegnarvi nel conflitto con tutto il vostro potenziale di intelligenza e di creatività.

    In merito. Mi viene da pensare che non tutti si rendono conto che il corso è anche in pericolo di sopravvivenza. Non so se per disorganizzazione: nel CCL del nov. scorso il prof. Consorti disse che “50 volte“ ha indicato la giusta via amministrativa, ma che essa non è stata seguita per mesi e mesi, fino al punto da far saltare il primo semestre della triennale. Qualcuno (a parte il Prof. Della Pina, malato) ha forse risposto a questo, assumendosi le responsabilità del salto del semestre? Voi l’avete saputo? Io no. Che assicurazione avete che qualcosa del genere (ad es. i posti di Bernacchi e di Venzi) non si ripeta anche nel futuro?
    Sempre a novembre il prof. Fineschi ammise che qualcuno voleva male al corso della triennale. Dopo mesi e mesi sapete meglio chi era questo qualcuno? Era della amministrazione o tra gli stessi docenti?
    Quanti incardinati e quali hanno deciso la nuova programmazione didattica, dopo aver consultato gli studenti su singole domande? Poi l’hanno presentata per una approvazione urgente, blindata dai bizantinismi dei regolamenti (che nessun altro tra noi conosce, perché bisognerebbe perderci la testa) e dalla volontà decisa degli incardinati, che non hanno accolto le vostre richieste perché (ovviamente) non corrispondono ai regolamenti. Era l’unica soluzione o era anche una scelta culturale?
    Il Prof. Luzzatti più volte ha detto “O si fa così o si chiude questo corso”. Tutto il problema era nell’arrivare al “pareggio del bilancio amministrativo”, o era nella volontà di ricondurlo ad un corso “normale” (come più d’uno ha detto)? Conoscete la risposta voi?
    Recentemente una mail del prof. Tarini del 20 ha espresso scorrettamente in pubblico un giudizio sul Prof. Altieri, considerandone “ideologica” la impostazione culturale; pensate anche voi che la soluzione è solo quella attuata, il suo confinamento a pochi crediti laterali?
    Mantenendo queste nebbie sui fatti decisivi, che valore dare al discutere? Quando si sono precostituite le situazioni con atti decisionali irreversibili, poi non si può invitare colui che denuncia la cosa alla moderazione, al dialogo e alla mediazione. Per chiarire con esempi estremi: Marchionne che toglie l’art. 18 e poi accusa la CGIL di non volere le trattative; Isarele, che mette in una prigione a cielo aperto (striscia di Gaza) un milione di palestinesi e poi dice che loro non vogliono la pace. La pace come soluzione di un conflitto va costruita sulla giustizia. Per prima cosa, per diradare le nebbie, per amore della verità, si mettessero per scritto tutte le situazioni e le posizioni; poi si potrebbe discutere sul chiaro.

    Per oltre dieci anni ho offerto la mia collaborazione senza condizioni (anche gratuita) e senza pretese (benché fosse confinata in insegnamenti tra i tanti a scelta, con pochi frequentanti in orari di risulta). Ora non è che non voglio più collaborare; è che la mia collaborazione potrà avvenire sotto tre condizioni:
    1) che si abolisca il CISP. Che si chiarisca perché nel nov. 2011, dopo che avevo sollevato il problema per sei anni e il prof. Altieri lo ha ripreso, il CCL ha deciso di istituire una Commissione sui rapporti col CISP; ma: 1) questa Commissione non è stata mai convocata; poi, da un giorno all’altro, ci viene detto lo slogan: “Il Cisp non c’entra [più] niente”. Chi ha deciso? Quando? Con quale atto giuridico? E perché questa soluzione rispetto ad altre, indicate più di una volta? Con la frase del vecchio Totò, ma sempre valida in ambiente universitario: “Siamo uomini o caporali?”
    Quello slogan è un paravento, perché un gruppetto di “incardinanti” partecipa sia al CISP sia al Corso e quindi prende le decisioni principali qui e là. Finché ci sarà questo doppio tavolo di gioco (oltre qualche “riunione al bar” (Polsi) tra quelli più importanti), il CISP, che si è reso l’unico organo universitario non democratico, sarà uno strumento incontrollabile (quando mai il direttore del CISP, sempre un docente del CCL, ci ha relazionato sulle loro attività? Per di più il CISP fa politica culturale proprio sulla Pace, ma prendendo forza accademica e politica solo perché di fatto si appoggia sul Corso; infatti, senza di esso, sarebbe come gli organismi analoghi delle Università di Bari, Bologna e Torino, che al massimo fanno un convegno ogni tanto. Da noi il CISP fa di più perché evidentemente alcuni docenti, che ci dedicano lavoro, vedono in esso una buona prospettiva; ma per fare che cosa?
    Oggi nell’università non ci sono più tanti Centri come negli anni ’60, quando ogni professore di medicina si faceva quello che nel gergo universitario si chiamava “il feudo baronale”; ora i Centri sono solo di servizi (biblioteche, musei) o sono interdipartimentali ai fini di ricerca. Il CISP era un centro al fine di preparare il Corso di laurea sulla novità accademica “Pace”; dopo la nascita del Corso, non aveva più ragione d’essere e ora ricorda quelli degli anni ’60; per di più, sulla Pace fa concorrenza culturale al Corso, sia a livello nazionale che cittadino; ad es. fa ulteriori corsi e corsetti (a pagamento) e collabora con la pace della “Folgore” nella manifestazione cittadina, voluta dal Ministero della guerra, de “I bambini in caserma”. E’ questa la Pace per cui si sono iscritti gli studenti? Il prossimo 23 aprile forse anche gli studenti entreranno in caserma per fraternizzare con chi risolve i conflitti usando il kalashnikov contro le persone chiamate “nemiche”, o “terroriste”? Il prof. Consorti, promosso dal prossimo anno a docente dell’insegnamento fondamentale della magistrale “Teoria dei conflitti”, lo fa; perché; come ha scritto sul giornale (Tirreno), vuole trovare un accordo con essi.
    2) Un minimo accordo sul senso della parola “studi per la Pace”:
    a) articolo 11 della Costituzione (con il secondo comma dopo il primo, non viceversa); b) la Agenda per la Pace dell’ONU (la componente civile nelle operazioni nel mondo per risolvere le guerre); c) abolizione della armi di distruzione di massa (Manifesto Einstein-Russell)
    3) Il diritto di cittadinanza della cultura nonviolenta. Che si nomini una commissione rappresentativa dei quattro indirizzi culturali per ripensare la programmazione didattica in modo pluralista sul concetto di Pace, oggi inteso in trenta maniere, tante quanti sono gli insegnamenti.

    In definitiva, per l’esperienza di 52 anni di vita universitaria, nella quale ho visto le più diverse stagioni, vi debbo avvertire che il Corso, se va avanti così, si snatura. Io sono disposto a compromessi ma non a compromissioni, come quella di accettare che alcuni “incardinati” hanno ridotto il Corso ad una “Cosa” informe sulla Pace o addirittura a fiancheggiatore delle “missioni di Pace” dei paracadutisti cella Folgore. Anche perché ormai, a livello internazionale, il tema Pace ha contenuti accademici molto avanzati, che richiederebbero un nuovo, maggiore impegno.
    Purtroppo, per mia esperienza, tutto questo avviene perché finora gli “incardinati” non hanno sviluppato una ricerca scientifica collettiva; che avrebbe favorito molto la reciproca collaborazione e comprensione; forse la novità scientifica ed accademica della Pace non è ancora percepita.
    Scusate la lunghezza, ma di certo vi ho preso meno tempo di un intervento in un dibattito.
    Vi auguro di fare di questa occasione una opportunità per legare prassi e teoria sui conflitti, approfondendo le questioni in modo da essere protagonisti del Corso, non apprendisti di tecniche da esercitare in futuro agli ordini di una qualche istituzione.
    Antonino Drago
    Calci 27 febbraio 2013

  • UN AGGIORNAMENTO (di Tonino Drago)
    Al CCL di Scienze per la Pace
    Debbo una risposta perché ho ricevuto la lettera del 5 marzo 2013 che, su deliberazione del CCL, mi rinnova l’invito a ritirare le dimissioni dagli incarichi di insegnamento e dalla collaborazione con il CCL. Già il Prof. S. Shore, come decano, aveva rivolto lo stesso invito e gli ho essposto le mie ragioni.
    In ambedue i casi l’invito ha elogiato la attività da me svolta finora; il che è gentile e offre una soddisfazione personale (benché sappia che il mondo accademico, diceva Don Milani, è “una società a mutuo incensamento”). Però, purtroppo insiste a: 1) basarsi su un “volemose bene”, facendo conto sulla apertura di credito che suscita sempre la parola “pace”, da chiunque sia pronunciata; 2) ancora una volta non risponde al dialogo da me tentato per dieci anni. Questo non è un bell’esempio per gli studenti di come gli intellettuali si comprendano tra loro.
    Ho già spiegato due volte e per scritto che alla base delle mie dimissioni c’è un conflitto culturale e uno strutturale. Almeno alcuni studenti hanno compreso e se ne fanno portavoce. Allora perché il CCL vuole evitare la discussione sui temi del conflitto?
    Certo, tralasciando i temi del conflitto, il CCL, senza concedere diritti (riconoscere nell’altro un interlocutore, non un esecutore), senza rispetto per l’altro (il rispondere a tono, in merito a quel che si dice), senza fare giustizia (analizzare e rimuovere le cause del conflitto), potrebbe ottenere con una fava (elogio verbale della bontà degli insegnamenti riguardanti la nonviolenza) due piccioni: far contenti gli studenti con gli insegnamenti della nonviolenza e continuare la gestione autoritaria della didattica del Corso mantenendo dei contenuti riduttivi e poco chiari.
    Questo atteggiamento fa pensare a quelle “operazioni di Pace” che i paracadutisti della “Folgore” di Pisa compiono in Afganistan, in Irak e nella Libia (quei paracadutisti con i quali il CISP, autoritariamente chiuso ai soli incardinati, ha avuto un accordo pubblico): “Noi siamo i veri difensori della Pace e dei diritti umani. Dovete fare come diciamo noi, perché se non siete d’accordo con la nostra pace noi andremo avanti in tutti i modi; la colpa dei danni conseguenti è vostra”. Così fa l’operazione “I bambini in caserma” a Pisa, che obbliga i bambini a frequentare le armi e le istituzioni militari, altrimenti si è contro la Patria e contro l’aiuto umanitario portato ai bambini malati irakeni.
    Ma questa Pace di tipo militare ha un difetto: è una pace che schiaccia a priori il conflitto, perché schiaccia l’altro.
    Infatti che può significare questo invito per me? Significherebbe tornare a subire la sordità al dialogo, la autorità delle decisioni già prese fuori del CCL, la svalutazione delle impostazioni culturali diverse da quelle decise da alcuni incardinati.

    Se, davanti a questo conflitto decennale, il CCL vuole uscire da una pacificazione di tipo militare, deve mettere in discussione i temi del conflitto.
    Il CCL vuole respingere le dimissioni? Benissimo; lo faccia ragionando.
    In primo luogo è in questione la QUALITA’ DEL CORSO.
    Il CCL ritiene che il dibattito sia già avvenuto e ci sia già raggiunto un accordo generale? E allora spieghi agli studenti che: 1) nella didattica del Corso la parola “Pace” ha un senso già precisato così tanto da includere il manifesto Einstein-Russell contro le armi di distruzioni di massa, l’Agenda per la Pace dell’ONU, l’art. 11 della nostra Costituzione e le dieci sentenze della Corte Costituzionale sulla difesa alternativa nonviolenta; 2) le componenti culturali del Corso sono tutte ampiamente rappresentate: ad es. la concezione politica nonviolenta avrebbe già dei ruoli cruciali nel curriculum, senza commistioni con le equivoche “operazioni di Pace” militari.
    Ma ormai è diventata palese la critica di alcuni incardinati: la componente culturale nonviolenta “comprometterebbe” la qualità del Corso, mentre invece per altri (e per molti studenti) essa è essenziale per dare una direzione cruciale al Corso. C’è quindi un conflitto culturale e sono dieci anni che dentro il CCL ho chiesto con caparbietà di aprire un dibattito su questo conflitto culturale, per giungere a chiarire la questione. Che ci vorrebbe a realizzare dei seminari appositi per arrivare a delle conclusioni (scritte) che siano di guida per tutti i docenti? Senza questa chiarificazione i docenti esterni, non capendo la attuale formula del Corso, se ne scandalizzano e lo svalutano. Ma questa chiarificazione finora è stata negata anche al prof. Gallo, che l’anno scorso ha organizzato un seminario residenziale (discutibile ma non per questo ignorabile), che proponeva di superare la indeterminazione della “ricerca per la pace”. Ma questo sforzo non è stato preso in considerazione dal CCL, che non ne ha voluto discutere. Non c’è da meravigliarsi se poi il CCL non voole la chiarificazione centrale: che cosa è lo “studio per la Pace”, il tema che, superando la fase della ricerca, precisa gli argomenti di studio.
    Questo anno infatti si è voluto decidere il conflitto imponendo una soluzione dall’alto (nei crediti ai vari corsi e nella introduzione di nuove docenze), che premia alcuni indirizzi culturali e penalizza altri, senza discussione previa e senza spiegazioni accettabili; come se il Corso servisse a prendere un pezzo di carta per la gestione dei soli microconflitti (lasciando ai militari i macroconflitti), al fine di diventare degli esecutori delle direttive di istituzioni potenti e rassicuranti.
    Occorre allora avvertire gli studenti che la maniera con cui il CCL risolve i suoi conflitti interni è quella che propone-impone nella didattica, mantenendo un livello culturale che per me è molto poco soddisfacente rispetto a quello che si aspettano gli studenti e rispetto a 50 anni di esperienze accademiche internazionali, che il CCL sembra voler ignorare. Il rischio di procedere così non è semplicemente quello di, al meglio, riscoprire l’acqua calda; lo era fino all’anno scorso; e, malgrado tutto, l’ho sopportato sperando in meglio, pro bono pacis. Ma poi si è dimostrato che si vuole una Pace che può andare bene anche ai militari in tuta mimetica e kalashnikov; perché il CISP ha dichiarato (sul Tirreno) e preso iniziative con i militari che, secondo me, non possono rappresentare quel Corso di laurea che le matricole cercano quando si iscrivono.

    Infatti, c’è anche la questione del RAPPORTO DEL CCL COL CISP. Su cui nel nov. 2011 il CCL prese la decisione di istituire una commissione; che però non è stata mai convocata. Perché?
    Oggi invece ci si dice: “Il CISP non c’entra nulla col CCL”. Ma allora si spieghi agli studenti che: 1) il CCL, dopo 12 anni di attività del Corso, non ha diritto ad avere una propria sede, delle aule, una sala ricevimento studenti, una biblioteca, gli amministrativi Bernacchi e Venzi, perché tutto questo già appartiene al CISP e quindi l’amministrazione universitaria non può raddoppiare le risorse (logistiche e finanziarie) per il tema Pace; e 2) i professori incardinati (in particolare, il Direttore) non hanno conflitti di interessi (in particolare, con i militari), benché giochino contemporaneamente su due tavoli diversi: un organismo universitario democratico (il CCL) e l’altro no (il CISP; il che ricorda l’università degli anni ’50; quando potranno gli studenti vedere i bilanci del CISP?). Anche perché, in una Toscana che è attraversata da scandali di tutti i tipi (anche universitari), questa struttura, a dir poco “straordinaria”, non è un bell’esempio, sia per gli studenti che per la cittadinanza, di gestione della vita universitaria (oltre che dei conflitti).
    Si parva licet, nel 1921 quando una parte del movimento scelse la violenza scontrandosi con la polizia, Gandhi se ne separò pubblicamente, benché molti indiani ritenessero che quella violenza aveva dato grandi chances agli obiettivi politici del movimento.
    Chiarisco. Se l’Accademia di Livorno mi chiedesse di tenere ai militari un corso sulla difesa nonviolenta, non esiterei ad accettare; perché sarebbero chiare le autonomie culturali; e il dialogo si farebbe allo scoperto. Invece per il metodo nonviolento nulla c’è di peggio delle situazioni in cui una struttura appare in un modo e poi, di fatto, è altro. In tal caso, il metodo nonviolento suggerisce di sollevare il problema anche a costo di un sacrificio personale; in modo da far assumere alla parti in conflitto i veri ruoli che esse hanno.
    Perciò c’è una pre-condizione ad una ripresa del dialogo: che gli incardinati, che ora possono giocare su due tavoli, tornino a rapportarsi con noi in maniera franca e diretta; cioè, loro che possono farlo, pongano fine al CISP, un organismo suppletivo di cui ogni altro corso di laurea all’Università non sente assolutamente il bisogno di avere, tanto meno quando il CISP assorbe le risorse dell’Università che potrebbero essere destinate al CCL; e quando, con le sue iniziative di Pace (?), cerca accordi con i militari delle attuali “operazioni di Pace”. Ripeto: Senatores probi viri, Senatus mala bestia. Antonino Drago Pisa, lì 13 marzo 2013

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