Partorire in sicurezza. Col Decreto, sicurezza.
Le conseguenze del Decreto sicurezza sulle detenute incinte, con l’ilarità del solito Salvini*
Carcere di Venezia e carcere di Cagliari/Uta. Riprendiamo da Fanpage.it (segnalato da Lunina Casarotti sulla pagina FB “Popolazione carceraria/patrie galere”) un’intervista a Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone; e dalla pagina FB di Irene Testa, Garante delle persone private della libertà personale della Sardegna, le notizie su due donne detenute prossime a partorire alle quali, grazie al Decreto Sicurezza, non viene concesso di farlo in un luogo sicuro e senza sbarre.
VENEZIA
Una ragazza di 24 anni è detenuta in carcere, a Venezia, anche se è incinta. È in custodia cautelare, dopo essere stata sorpresa nel presunto furto di un borsello, perché era già finita al centro di indagini della Procura per altri furti. A permetterlo è il decreto Sicurezza, varato dal governo Meloni, che ha cambiato il Codice penale per togliere tutele alle donne incinte e a quelle con figli piccoli. Una battaglia portata avanti soprattutto dalla Lega. Matteo Salvini, vedendo la notizia della detenzione di una giovane che presto sarà madre, ha esultato sui social: “Bene così!”, ha scritto, rivendicando la misura.
Parole che hanno sollevato proteste dall’opposizione. “Che Stato è quello che si vanta di togliere la libertà a una donna incinta invece di aiutarla, accompagnarla, reinserirla?”, ha chiesto Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd.
Fanpage.it ha contattato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, associazione che si impegna per tutelare i diritti umani nelle carceri italiane. Marietti non si è limitata a commentare le parole del vicepresidente del Consiglio, ma ha spiegato cosa significa, davvero, per una donna vivere l’esperienza del carcere quando è incinta o quando ha un figlio di meno di un anno.
Cosa pensa delle dichiarazioni di Matteo Salvini sul caso di Venezia?
Si commenta da sola una persona che esulta sempre e solo quando i più fragili e i più deboli vengono gestiti con la repressione e il pugno duro, invece che attraverso gli strumenti delle politiche sociali. La gioia di chi è contento di vedere un feto svilupparsi dentro una galera, con tutti tutti i rischi che questo comporta, e con la possibilità che poi la stessa donna si ritrovi a partorire in carcere, come già altre volte è successo.
Questa evidentemente è l’idea del ministro di essere ‘pro vita’. Negli anni ci ha abituati, e d’altra parte questa è una norma che ha voluto in prima persona, non potevamo aspettarci nulla di diverso.
Al di là della situazione giudiziaria che si è verificata con la 24enne di Venezia, Antigone ha comunicato che negli ultimi mesi è tornato a salire. Sono gli effetti del decreto Sicurezza?
È presto per dirlo, bisogna valutare la situazione specifica di ciascuna detenuta e vedere se la tendenza continuerà anche in futuro. Ma mi sembra verosimile che le due cose siano collegate. Certamente questa è la direzione in cui va la norma.
Quando si parla di carcere, spesso lo si fa in maniera vaga e un po’ astratta. Ma cosa significa concretamente, per una donna incinta, ritrovarsi detenuta invece di poter usufruire di misure alternative?
Una donna incinta in carcere, nella gran parte dei casi, vive continuamente nella paura. Come tutte noi donne che abbiamo partorito sappiamo, durante una gravidanza sei seguita costantemente, e da vicino. Ci sono medici che monitorano la situazione, e questo ti dà tranquillità. In carcere tutto questo è molto più difficile.
Il nostro sistema penitenziario è a macchia di leopardo, il sistema sanitario è regionalizzato, sono le Asl che entrano negli istituti, quindi le condizioni possono cambiare molto da un carcere all’altro. Ma in generale non si riesce ad avere le attenzioni specifiche di cui avrebbe bisogno la donna che aspetta un figlio. E in una gravidanza l’inaspettato può sempre succedere. Per una perdita di sangue, ad esempio, chiunque correrebbe subito dal ginecologo o al Pronto soccorso. Ma nelle carceri è tutto molto rallentato.
Senza parlare di quando poi si arriva al parto. La situazione si complica soprattutto se è un parto prematuro, ma non solo. Pochi anni fa, a Roma, una donna partorì da sola, aiutata solo dalla compagna di cella, perché il medico non arrivò in tempo. La compagna era un’altra donna incinta, e senza nessuna competenza.
Il decreto Sicurezza colpisce non solo le donne incinta, ma anche quelle con figli piccoli, fino a un anno. Per loro la vita in carcere è ancora più difficile?
Abbiamo parlato con molte di loro. Una cosa che ritorna spesso è il senso di colpa che provano per l’esperienza che loro figlio sta vivendo, un’esperienza che rischia di segnarlo per tutta la vita. Tutti gli psicologi dell’età evolutiva ce lo dicono: in quella fase, i bambini sono delle ‘spugne’, assorbono sensazioni ed emozioni che hanno un forte impatto nel loro sviluppo cognitivo verso l’età adulta. Molte detenute sono frustrate all’idea che i loro bambini si porteranno strascichi di questa esperienza in futuro. Detto questo, non dipende tutto dalle norme.
In che senso?
Mi piacerebbe vedere un’amministrazione penitenziaria e una magistratura di sorveglianza più reattive. Sono certa che se si lavorasse caso per caso, si riuscirebbe anche con le norme attuali a trovare alternative per tutte, o quasi, le donne che si trovano in carcere. Non parliamo mai di grandi criminali, ma di piccoli reati di strada.
E anche quando una donna è in carcere con il bambino, l’amministrazione penitenziaria potrebbe intervenire per migliorarne la vita. Il bambino non è detenuto, non c’è motivo per cui non possa allontanarsi dalla struttura. Servirebbero delle figure apposite che lo portino all’esterno – all’asilo, al parco, in piscina, come tutti i bambini – e la sera lo riportino in carcere dalla mamma. Questa cosa si fa, oggi, solo dove ci sono associazioni di volontariato che se ne fanno carico. Perché non intervengono le istituzioni a riempire questo vuoto?
Perché non lo si fa?
Probabilmente, perché queste donne vengono prese come simbolo di qualcosa da colpire, da punire. Lo dimostra anche l’esultanza di Salvini.
La legge prevede che le donne in questa situazione siano detenute nei cosiddetti Icam, Istituti a custodia attenuata per detenute madri. Ma i posti a disposizione sono pochi, gli Icam sono solo quattro in Italia. Bisognerebbe espanderli?
In realtà, l’Icam non è poi così diverso da un carcere. È una struttura detentiva chiusa, gestita dal ministero della Giustizia, da cui la madre non può allontanarsi. Concretamente, hanno degli spazi un po’ più adeguati. Ma, per fare un esempio a Roma, l’asilo nido di Rebibbia non è così lontano dall’Icam di Lauro.
Su cosa bisogna puntare, allora?
Le case famiglia. Quelle sì, sono un’altra cosa. Sono una misura alternativa, principalmente le si usa per la detenzione domiciliare speciale introdotta nel 2001 proprio per le madri, fino ai dieci anni di età. L’idea è di ripristinare la convivenza con il figlio. Sono piccole strutture a vocazione familiare, un po’ come un appartamento d’accoglienza, dove la mamma può stare col figlio e il figlio esce tranquillamente. Servirebbero i soldi per espanderle: all’epoca, la legge fu fatta scaricando tutte le responsabilità sugli enti locali, che però nel tempo non vi hanno dedicato molte risorse.
da qui salvini-esulta-per-una-ragazza-incinta-detenuta-in-carcere
Uta. Gestante tossicodipendente rischia di partorire in carcere.
È urgente trovare una #comunità che possa accogliere una giovane detenuta tossicodipendente che rischia un parto #prematuro nel carcere di Uta. Gli spazi del carcere non sono assolutamente idonei a un evento di questo tipo. Nell’impraticabilità dell’unica Icam regionale, mai utilizzata, faccio #appello perché si possa individuare con urgenza una #comunità o una struttura e che possa prendere in carico questa ragazza con il suo nascituro.
Irene Testa, da qui https://www.facebook.com/irene.testa.984
https://cagliarinews.it/uta-mamma-tossicodipendente-parto-cella-10-novembre-2025/
tgr/sardegna-partorire-in-carcerecarcere-uta
Aggiornamenti da Cagliari, dovee sembra si trovi una soluzione per evitare almeno che la detenuta partorisca in carcere. Poi…
per approfondire:
Donne incinte e madri di neonati: irretroattiva l’abolizione del rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena: www.sistemapenale.it
Sicurezza vs. maternità e infanzia www.lecostituzionaliste.it
https://www.questionegiustizia.it/articolo/maternita-e-carcere
Le vignette sono di B. Moi
*c’è chi partorisce, con inutili e indotte difficoltà, bimbe e bimbi, e chi continua a “partorire” nefandezze e stupida cattiveria. BM


Sono un educatore.
Sono stato in carcere a Uta, Cagliari, per tre mesi per aver minacciato un pedofilo che abusava di un bambino di 12 anni.
Sono affetto da disturbo bipolare e in quel periodo non prendevo farmaci. Soffro anche di bronchite asmatica e in piena crisi l’infermiere si rifiutava di darmi il Clenil, farmaco salvavita. Ho dovuto richiedere l’intervento dagli agenti di polizia penitenziaria e farmi accompagnare in infermeria con il broncospasmo attivo.
Ho segnalato l’episodio al direttore, ma non ho avuto risposta.
Quelle donne incinte rinchiuse in cella col decreto sicurezza. Damiano Aliprandi, su Il Dubbio
“C’è una giovane donna nel carcere di Uta, in Sardegna, tossicodipendente e incinta. Rischia di partorire in una cella. Gli spazi della casa circondariale non sono attrezzati per un evento del genere, eppure lei è lì, con il pancione che cresce e nessuna soluzione all’orizzonte.”
https://www.ildubbio.news/carcere/quelle-donne-incinte-rinchiuse-in-cella-con-il-decreto-sicurezza-y1foj93m
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