Pena di morte: pessime notizie anche da Irak, Pakistan e Arabia Saudita

Tre testi ripresi dal «Foglio di collegamento» del Comitato Paul Rougeau; a seguire la presentazione e l’indice del numero 248

CONDANNE A MORTE IN PROCESSI DI 10 MINUTI IN IRAQ

L’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e sella Siria) è ormai sconfitto e smembrato, dall’ottobre dello scorso anno non ha più una collocazione territoriale e si limita a fare sporadici attentati qua e là. Ora è il momento della vendetta contro l’ISIS. Terribile è la vendetta contro sospetti appartenenti all’ISIS in Iraq. Riportiamo – in una nostra traduzione – un articolo del New York Times in merito. L’articolo originale, scritto da Margaret Coker e Falih Hassan e datato 17 aprile, ha il titolo “A 10-Minute Trial, a Death Sentence: Iraqi Justice for ISIS Suspects” (Un processo di 10 minuti, una sentenza di morte: la giustizia irachena per i sospetti appartenenti all’ISIS)

La casalinga di 42 anni ha avuto due minuti per difendersi dalle accuse di sostegno allo Stato Islamico.

Amina Hassan, una donna turca in un morbido abaya nero, ha detto al giudice iracheno che lei e la sua famiglia erano entrati illegalmente in Siria e in Iraq e hanno vissuto nel territorio dello Stato Islamico per più di due anni. Ma, ha aggiunto: “Non ho mai preso soldi dallo Stato islamico. Ho portato i miei soldi dalla Turchia”.

L’intero processo è durato 10 minuti prima che il giudice la condannasse a morte per impiccagione.

Un’altra donna turca accusata è entrata in aula. Poi un’altra e un’altra. Entro 2 ore, 14 donne sono state processate e condannate a morte.

La corte irachena ha incessantemente sfornato condanne per terrorismo da quando dopo la vittoria sul campo di battaglia contro lo Stato Islamico l’anno scorso, ha catturato migliaia di combattenti e burocrati e i loro familiari. Le autorità li accusano di aver contribuito a sostenere il feroce governo del gruppo che ha dominato per tre anni quasi un terzo del paese.

Visto che milioni di iracheni lottano per riprendersi dallo spargimento di sangue e dalle distruzioni di quel periodo, il primo ministro Haider al-Abadi ha trovato ampio sostegno nel pubblico per accelerare il ritmo dei procedimenti giudiziari e per punire col massimo rigore della legge, il ché in Iraq significa esecuzione. «Questi criminali dello Stato Islamico hanno commesso crimini contro l’umanità e contro il nostro popolo in Iraq, a Mosul, a Salahuddin e ad Anbar, ovunque» ha detto il generale Yahya Rasool, il portavoce del comando iracheno per le operazioni congiunte. «Per essere fedeli al sangue delle vittime e per essere fedeli al popolo iracheno, i criminali devono ricevere la pena di morte, una punizione che sconforti loro e scoraggi coloro che simpatizzano con loro».

Ma i critici sostengono che i processi frettolosi nelle corti speciali antiterrorismo stanno colpendo indiscriminatamente spettatori dei fatti, parenti e combattenti, e che per lo più producono condanne a morte per vendetta e non per fare giustizia.

L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha avvertito che gli errori nei processi giudiziari portano probabilmente a “errori irreversibili” nella giustizia.

Human Rights Watch ha criticato l’Iraq per essersi basato su una legge eccessivamente generica per ottenere rapidamente la massima punizione per la maggior parte delle persone «che commettono, incitano, pianificano, finanziano o facilitano atti di terrorismo».

Così i tribunali iracheni stanno infliggendo la stessa pena sia all’autore di crimini contro l’umanità che alla moglie di un combattente dello Stato Islamico che potrebbe aver avuto poca voce in capitolo nelle attività del marito.

«Le circostanze individuali non contano» ha detto Belkis Wille, ricercatore senior per l’Iraq per Human Rights Watch. «Cuochi, operatori sanitari, a tutti viene data la pena di morte». L’inadeguato limite posto dalla legge alla condanna significa anche che i tribunali non si preoccupano di indagare su alcuni dei peggiori crimini che si ritiene siano stati commessi da membri dello Stato Islamico, come l’induzione in schiavitù, lo stupro o l’uccisione extragiudiziale.

Il Ministero della Giustizia iracheno respinge tali critiche e sostiene l’integrità dei suoi giudici e i suoi standard di giusto processo. «Se ci sono prove, i sospetti vengono processati e se non ci sono prove vengono rilasciati» ha detto Abdul-Sattar al-Birqdar, un giudice portavoce del Ministero della Giustizia.

Il governo non ha rilasciato statistiche sui terroristi suoi detenuti, ma due persone che hanno familiarità con la corte, che non erano autorizzate a parlare con i giornalisti, hanno riferito che circa 13.000 persone sono state detenute con l’accusa di legami con lo Stato Islamico dal 2017, quando è stata fatta la stragrande maggioranza degli arresti.

Secondo Human Rights Watch, a dicembre almeno 20.000 persone accusate di legami con lo Stato Islamico erano trattenute dalle autorità irachene. Il mese scorso, l’Associated Press ha riferito che l’Iraq ha detenuto o imprigionato almeno 19.000 persone dal 2014 per accuse di complicità con lo Stato Islamico o altri reati legati al terrorismo. Molti di questi detenuti sono stati arrestati sul campo di battaglia. Alcuni sono stati arrestati lontano dai combattimenti, sulla base di informazioni raccolte dagli informatori e dagli interrogatori in prigione. Funzionari dell’intelligence irachena affermano che i detenuti di alto valore accusati di coinvolgimento in specifici attacchi terroristici, sono tenuti separati dalla maggioranza dei prigionieri sospettati di essere stati degli ingranaggi di basso livello nella burocrazia dello Stato Islamico.

Persone che hanno familiarità con la corte hanno riferito che dall’estate del 2017, più di 10.000 casi sono stati deferiti ai tribunali, Ad oggi, sono stati portati a termine circa 2.900 processi, con un tasso di condanne di circa il 98%. Non si sa quanti hanno ricevuto la pena di morte, né quante esecuzioni siano state portate a termine.

Il governo iracheno ha detto che 11 persone sono state messe a morte lunedì per “crimini terroristici”, adempiendo «la promessa di uccidere i responsabili dello spargimento di sangue iracheno» ha fatto sapere il Ministero della Giustizia in una dichiarazione.

La maggior parte dei detenuti si è arresa alle forze di sicurezza irachene lo scorso agosto durante le operazioni militari per liberare la città di Tal Afar. La stragrande maggioranza di questi detenuti sono turchi, russi e centroasiatici. Fra loro, tenuti in disparte dalla popolazione carceraria generale, ci sono circa 1.350 donne straniere e 580 bambini

L’Iraq dice che è determinato a processare costoro se le prove li collegano allo Stato Islamico, ma alcuni dei Paesi d’origine, compresa l’Arabia Saudita, hanno chiesto l’estradizione di loro cittadini. Altri Paesi, come la Gran Bretagna e la Francia, sono riluttanti a riprendersi i loro cittadini, hanno detto funzionari di entrambi i Paesi.

In casi rari, individui sono stati rimandati nei loro Paesi d’origine, come un gruppo di quattro donne russe e 27 bambini a febbraio, dopo che le autorità irachene hanno concluso che erano stati ingannati nell’entrare nel territorio dello Stato Islamico. La Turchia ha lavorato per rimpatriare i minori i cui genitori li avevano portati nell’ISIS, così come quelli che sono stati trovati innocenti.

In una nazione che per oltre 15 anni è stata un’incubatrice per estremisti islamici ed è stata fatta a pezzi dagli attentati terroristici, gli iracheni sono poco inclini alla clemenza o ad interessarsi delle circostanze attenuanti che in altre nazioni potrebbero essere motivo di clemenza. In particolare, si ritiene che gli stranieri siano stati i più ferventi sostenitori dello Stato Islamico da quando si sono trasferiti per unirsi al medesimo.

«Quello che mi preoccupa di più in questi processi è che il sistema è fondamentalmente prevenuto contro gli stranieri» ha detto la signora Wille, che ha osservato dozzine di processi terroristici. «La presunzione è che se sei straniero ed eri nel territorio dell’ISIS non è necessario fornire ulteriori prove».

Le 14 donne condannate in un pomeriggio di questo mese, 12 turche e due azere di età compresa tra i 20 e i 44 anni, avevano vissuto a Raqqa, l’ex capitale dell’ISIS in Siria. Quando i raid aerei internazionali si erano intensificati e alcuni dei loro mariti erano stati uccisi, si erano trasferite in Iraq e furono tra coloro che si arresero fuori da Tal Afar.

Emaciate, chiuse in sé stesse e circondate da guardie in borghese, hanno atteso nei corridoi illuminati dalla luce fluorescente del Tribunale Antiterrorismo di Baghdad, che iniziassero i processi. Undici bambini che avevano trascorso gli ultimi otto mesi in detenzione con le loro madri le hanno accompagnate in tribunale.

Quando la signora Hassan è stata chiamata, ha consegnato il suo bambino ad un’altra detenuta. Le altre donne mormoravano e canticchiavano per cercare di calmare il bambino dai capelli ricci. Alcuni sembravano sussurrare preghiere.

L’avvocato difensore d’ufficio Ali Sultan ha detto che non era pronto ad affrontare i processi. Ha detto di non avere accesso alle prove contro le sue clienti perché le informazioni relative alle indagini sul terrorismo sono secretate.

Ha aggiunto che la sua paga – 25 dollari indipendentemente dal fatto che il caso vada in appello – difficilmente incoraggia molti sforzi. Il compenso viene pagato solo dopo che l’appello finale è stato completato o il cliente è stato giustiziato, il che, nonostante la spinta per accelerare i processi, può richiedere mesi se non anni.

Dopo che la signora Hassan è stata condannata dal giudice Ahmed al-Ameri, quest’ultimo l’ha prontamente cancellata dall’elenco delle cause da discutere.

Negar Mohammed dice di essere innocente di tutti i crimini di Stato Islamico, ma il giudice decide diversamente.

Nazli Ismail dice al giudice che suo marito ha spinto la sua famiglia ad andare in Siria. Tre dei suoi figli sono stati uccisi in un attacco aereo. L’unico sopravvissuto è il più giovane, un bambino di 2 anni di nome Yahya, che sta aspettando fuori in corridoio.

Il giudice Ameri chiede: «Sei innocente o colpevole?».

«Sono innocente» risponde la signora Ismail.

Il giudice la condanna a morte.

La signora Ismail accetta il suo destino con un sorriso. «Questo significa che finalmente andrò in paradiso» dice.

La madre e il bambino lasciano il tribunale sotto scorta armata. Non è chiaro che cosa succederà al bambino.

IN PAKISTAN RIGETTATE 513 DOMANDE DI GRAZIA IN 5 ANNI (*)

Un rapporto diffuso mercoledì 11 aprile ha evidenziato che il Pakistan è uno dei cinque Paesi del mondo in cui si compiono più esecuzioni, con 487 esecuzioni negli ultimi 3 anni, mentre il Presidente ha respinto 513 domande di grazia negli ultimi 5 anni.

Un rapporto dell’11 aprile intitolato No Mercy: A Report on Clemency for Death Row Prisoners in Pakistan (Nessuna Pietà: Un Rapporto sulla Clemenza per i Prigionieri del Braccio della Morte del Pakistan) è stato diffuso da Justice Project Pakistan.

Tale rapporto afferma che il governo pakistano ha giustiziato circa 500 persone da quando, nel 2014, è stata revocata la moratoria sulla pena di morte.

Anche se il Presidente, ai sensi dell’Articolo 45 della Costituzione del Paese, ha la facoltà di concedere la grazia ai condannati a morte, in pratica la grazia è stata costantemente negata dal dicembre 2014 […].

Il Ministero dell’Interno ammette che l’ufficio del Presidente ha respinto 513 domande di grazia di condannati a morte – 444 delle quali in 15 mesi dopo la ripresa delle esecuzioni nel dicembre 2014.

Il Ministero dell’Interno ha anche ammesso che il governo ha in effetti adottato la prassi di respingere sommariamente tutte le domande di grazia.

Il rapporto include uno studio specifico su alcuni prigionieri nel braccio della morte: Abdul Basit, Imdad Ali, Mohammad Iqbal, un delinquente minorenne, e Zulfiqar Ali, un cittadino pakistano detenuto nel braccio della morte in Indonesia. Tali casi illustrano i cronici problemi del sistema penale del Pakistan.

Il rapporto sostiene che, date le carenze dell’iter processuale, le persone nel braccio della morte dovrebbero avere una buona possibilità di ottenere clemenza e addurre nuove prove potenzialmente capaci di discolparle.

Intervenendo durante la presentazione del rapporto, Nusrat Bibi, madre di Abdul Basit un paralitico condannato a morte, la cui richiesta di grazia è in sospeso, è scoppiata in lacrime e ha chiesto al Presidente: «Come puoi impiccare un uomo che non può nemmeno stare in piedi?».

Ha affermato che suo figlio è stato condannato a morte nel 2009 e ha contratto la meningite tubercolare nel carcere centrale di Faisalabad a causa delle pessime condizioni di detenzione.

La Bibi ha dichiarato: «A causa della mancanza di cure appropriate da parte delle autorità carcerarie, le sue condizioni si sono deteriorate e, dopo essere rimasto privo di sensi per una settimana, è stato trasferito al DHQ (Ospedale Distrettuale di Bahawalnagar). Nonostante vi abbia trascorso 13 mesi, è rimasto paralizzato dalla vita in giù».

Una domanda di grazia presentata per Basit nel 2013 era stata respinta nel 2015 senza addurre alcuna motivazione per iscritto.

Al momento del lancio del rapporto erano presenti anche i parenti di altri detenuti nel braccio della morte, che hanno fatto appello alle alte sfere di esaminare le domande di grazia per motivi umanitari. Il commissario della Commissione Nazionale per i Diritti Umani (NCHR), Chaudhry Shafique, ha dichiarato che la procedura per la clemenza del Pakistan è carente e che dovrebbero essere apportati miglioramenti per allinearla agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di diritti umani. Ha aggiunto che «il potere di grazia del presidente è fondamentale per garantire giustizia nel sistema di diritto penale del Pakistan».

(*) Riportiamo, in una nostra traduzione, l’articolo di Asma Kundi comparso sul quotidiano on line pakistano dawn.com il 12 aprile. V. #0563c1;">https://www.dawn.com/news/1401046

GIÀ 48 ESECUZIONI IN ARABIA SAUDITA NEL 2018

Altissimo è il numero delle esecuzioni capitali che avvengono in Arabia Saudita, in seguito a processi iniqui ed anche per reati non di sangue. Molti vengono uccisi per reati di droga ma si registrano anche decapitazioni di rei di apostasia, violenza carnale, incesto, terrorismo o stregoneria.

L’Arabia Saudita è il paese in cui si compiono più esecuzioni capitali dopo la Cina e l’Iran. Il 25 aprile Human Rights Watch (HRW) ha denunciato l’esecuzione di 48 persone dall’inizio dell’anno in quel paese, la metà delle quali per reati di droga.

«È già molto grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno neanche commesso un crimine violento» ha dichiarato Sarah Leah Whitson responsabile di Human Rights Watch per il Medio Oriente, la quale ha aggiunto che vi è la necessità di migliorare notevolmente il sistema giudiziario saudita per assicurare equità nei processi.

Human Rights Watch ha documentato numerosi casi in cui le corti dell’Arabia Saudita hanno condannato a morte in processi ingiusti. Tipico è il caso di Waleed al-Saqqar che fu condannato a morte nel dicembre 2014 per aver passato la frontiera saudita con un camioncino provenendo dalla Giordania portando droga. Una fonte conosciuta da HRW ha riferito che l’intero processo a carico di costui durò circa 5 minuti: il giudice domandò a al-Saqqar di confermare la sua identità e di dire se il furgone apparteneva o no a lui e poi emise la sentenza di morte. Waleed al-Saqqar al processo non aveva un avvocato difensore. Ora è detenuto nel carcere di Al-Qarrayat nel nord del paese. Prima che venga decapitato si devono esprimere sul suo caso la Corte d’Appello, la Corte Suprema e la Corte della Monarchia.

Dall’inizio del 2014 l’Arabia Saudita ha compiuto circa 600 esecuzioni, più di 200 delle quali per reati di droga. La grande maggioranza delle rimanenti esecuzioni hanno inteso punire omicidi, ma anche rei di apostasia, violenza carnale, incesto, terrorismo o “stregoneria”.

I trattati internazionali sui diritti umani, tra cui la Carta Araba sui Diritti Umani ratificata dall’Arabia Saudita, richiedono che la pena capitale sia inflitta soltanto per i “più gravi crimini” ed in circostanze eccezionali. Nel 2012 il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie ha affermato che, ove sia applicata, la pena di morte deve essere inflitta solo nei casi di omicidio intenzionale e non per reati di droga.

Il principe saudita Mohammad bin Salman in un’intervista del 5 aprile al settimanale Time ha dichiarato che le autorità saudite hanno intenzione di diminuire il numero delle esecuzioni ma non intendono limitarle ai casi di omicidio.

PRESENTAZIONE DEL FOGLIO DI COLLEGAMENTO (numero 248, aprile 2018) DEL COMITATO PAUL ROUGEAU: il sommario è riportato qui sotto.

Questo numero contiene qualche notizia positiva e molte notizie negative: leggete quello che succede riguardo alla pena capitale negli Stati Uniti di Donald Trump e in tre Paesi asiatici: l’Iraq, il Pakistan e l’Arabia Saudita.

Ma non dobbiamo mai scoraggiarci: tutto ciò avviene sulla strada dell’abolizione universale della pena di morte che avverrà certamente, prima o poi. Una zoomata sul processo in divenire la trovate nel «Rapporto annuale» di Amnesty International sulla pena di morte appena uscito.

Non ci sono novità riguardo ai casi dei condannati a morte che seguiamo con particolare attenzione in Florida (Tommy Zeigler) e in Texas (Larry Swearingen). Ma potrebbero essercene all’improvviso, sia di buone che di cattive. In tale evenienza vi scriveremo messaggi appositi chiedendovi eventualmente di mobilitarvi di nuovo su questi casi.

Vi invito ancora una volta a sostenere finanziariamente il Comito Paul Rougeau con la vostra quota sociale e/o con donazioni varie! Andate nel nostro sito  #0563c1;">http://www.comitatopaulrougeau.org  per acquistare quadri e libri!

Cordiali saluti, Giuseppe Lodoli per il Comitato Paul Rougeau

P. S. Cominciate a pensare a una vostra partecipazione alla prossima “Assemblea Ordinaria” della nostra associazione che si terrà nella seconda metà di giugno

SOMMARIO

USA: Trump e Sessions fermeranno il declino della pena capitale ?               

Nero omicida, vittima della cultura in cui viveva, ucciso in Texas                      

Alabama: ucciso 83-enne che inviò ad un giudice un pacco bomba                     

L’abolizione in New Hampshire rischia il veto governatoriale                            

Il Nebraska avanza faticosamente verso la prima esecuzione                            

Orribile sopravvivenza nel braccio della morte del Texas                                   

Il braccio della morte americano di Claudio Giusti           

Condanne a morte in processi di 10 minuti in Iraq                                               

In Pakistan rigettate 513 domande di grazia in 5 anni                                         

Già 48 esecuzioni in Arabia Saudita nel 2018                                                       

È uscito il rapporto annuale di Amnesty sulla pena di morte                               

Paesi abolizionisti e mantenitori al 31 dicembre 2017                                          

Notiziario: Alabama, Algeria                                                                                  

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 maggio

Sito Web del Comitato Paul Rougeau: www.comitatopaulrougeau.org

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Cercate soci disposti anche soltanto a versare la quota sociale.

Cercate soci attivi. Chiunque può diventare un socio ATTIVO facente parte dello staff del Comitato Paul Rougeau.

Cercate volontari disposti ad andare a parlare nelle scuole dopo un periodo di formazione al se­guito di soci già esperti.

Cercate amici con cui lavorare per il nostro sito Web, per le tradu­zioni. Occorre qualcuno che mandi avanti i libri in corso di pubblicazione, produca magliette e mate­riale promozionale, orga­nizzi campagne e azioni urgenti, si occupi della gestione dei soci, della raccolta fondi ecc.

Se ogni socio riuscisse ad ottenere l’iscrizione di un’altra persona, l’efficacia della nostra azione aumenterebbe enormemente !

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LE IMMAGINI – scelte dalla “bottega” – sono prese dalla rete o “rubate” al bravissimo Mauro Biani il quale fra l’altro ci ricorda che c’è anche una pena di morte silenziosa e quasi invisibile, quella che l’Occidente impone agli impoveriti del mondo che cercano vie di fuga.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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