Perù: la sterilizzazione forzata delle donne

di David Lifodi

È il 25 luglio 2002 quando l’ex presidente peruviano Alberto Fujimori e tre ministri della Sanità sotto il suo mandato sono denunciati per genocidio dal Congresso. L’accusa è pesante: sono responsabili di aver diretto un piano organizzato di sterilizzazioni forzate, rivolto soprattutto alle donne indigene quechua e aymara. Furono sterilizzate circa 300mila donne e oltre 20mila uomini nell’ambito del cosiddetto programma governativo di Salute riproduttiva e pianificazione familiare.

La maggior parte delle sterilizzazioni, che avvenne tra il 1996 e il 2000, causò la morte di 18 donne: lo scopo non era quello di prevenire le epidemie, come intendeva far credere Fujimori, ma imporre un rigido controllo delle nascite nelle fasce sociali più povere della popolazione peruviana. Uno dei ministri della Sanità durante la presidenza fujimorista, Marino Costa Bauer, informava personalmente el Chino sul numero delle cosiddette anticoncepciones quirúrgicas voluntarias (Aqv). In cambio della sterilizzazione alle donne veniva promessa la distribuzione gratuita del cibo, mentre coloro che rifiutavano di sottoporsi ad una simile operazione venivano minacciate di non ricevere alcuna forma di assistenza sanitaria negli ospedali. Eppure, nonostante l’evidenza, un altro ministro della Sanità all’epoca di Fujimori, Alejandro Aguinaga, definì le accuse nei confronti suoi e dei colleghi come tendenziose, mentre Luz Salgado, una delle congresistas più fedeli al presidente, ammise che si erano verificate alcune “irregolarità” e che il piano di Salute riproduttiva era stato mal applicato, respingendo però l’accusa di genocidio ed, anzi, sostenendo che non si poteva affermare a priori il malcontento di tutte le donne sterilizzate. Attualmente la Commissione interamericana per i diritti umani ha chiesto che le indagini sul Programa de Salud Reproductiva y Planificación Familiar non siano chiuse, sebbene il giudice Marco Guzmán Baca si sia pronunciato contro l’incriminazione penale di Fujimori e dei suoi ministri. Tuttavia il caso sembra andare verso un’archiviazione e l’oblio e solo in un caso, quello relativo alla morte di María Mamérita, deceduta a seguito di una sterilizzazione forzata, lo stato è stato costretto a riconoscere un indennizzo alla famiglia della donna. Gúzman Baca sostiene che il programma di Salute riproduttiva non può rappresentare una politica sistematica di genocidio di stato perché l’intento non era quello di mutilare gli organi delle donne o causare loro lesioni gravi, ma le contraddizioni del magistrato sono evidenti, affermano la Asociación Pro Derechos Humanos (Aprodeh) e il Centro de Derechos Reproductivos. Secondo Gúzman Baca la anticoncepción quirúrgica voluntaria rappresentava soltanto un piano di controllo della natalità, contravvenendo alle indicazioni della Commissione interamericana dei diritti umani, che già nel 2010 ricordò allo stato peruviano l’obbligo di investigare sul caso e punire i responsabili. Se è vero che Alberto Fujimori è stato condannato a 25 anni di carcere per crimini di lesa umanità, è altrettanto innegabile che da questa brutta storia esce immacolato, al pari dei suoi ministri e dei direttori dei programmi sanitari del ministero della Salute durante la sua presidenza: furono questi ultimi a pianificare materialmente il numero delle sterilizzazioni, che riguardarono anche donne incinte. Fujimori paga per le torture e le persecuzioni inflitte agli oppositori politici, ma non per le sue responsabilità emerse nell’ambito delle anticoncepciones quirúrgicas voluntarias. Del resto, lo stesso indennizzo a María Mamérita, morta a causa di un’infezione dovuta alla sterilizzazione, fu accettato dallo stato soltanto a seguito del cosiddetto Acuerdo de Solución Amistosa tra il governo peruviano e la Commissione interamericana dei diritti umani. L’ineffabile giudice Gúzman Baca ebbe il coraggio di sostenere la non imputabilità di Fujimori evidenziando come il presidente non fosse a conoscenza dei fatti, sebbene esistano prove che accusano il direttore dei programmi del ministero della Sanità, Jorge Parra, di annotare, su una lavagna, il numero delle donne da sterilizzare tra il 1997 e il 2000.

Avvocati specializzati nelle tematiche dei diritti umani e di quelli di genere hanno denunciato la mancanza di volontà da parte dello stato e della magistratura peruviana di fare luce sul caso: per le donne sterilizzate ottenere giustizia resta un’utopia e difficilmente il Congresso peruviano si impegnerà ad identificare tutte le donne che hanno subito l’intervento con la forza per rendere loro giustizia.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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