Presidenziali Cile: i movimenti ecologisti e studenteschi

di David Lifodi

Il Cile che si appresta a votare per le elezioni presidenziali del 17 novembre è attraversato da centinaia di conflitti ambientali e da una protesta studentesca che non accenna a mollare la presa, convinta che un’altra istruzione sia possibile. La prima delle due finestre latinoamericane sulle presidenziali cilene è dedicata ai movimenti ecologisti e studenteschi: quella della settimana successiva avrà come protagonisti gli schieramenti politici e partitici in campo.

La lotta contro le centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria

El Gran Santiago, la cintura urbana che circonda la capitale cilena, da mesi protesta per la costruzione della diga Alto Maipo, imposta dalla municipalizzata Aes Gerner, che eroga l’acqua ai sei milioni di abitanti della principale città del paese e della sua cintura industriale. La gente di San José de Maipo, la piccola città che si trova a non più di quaranta chilometri da Santiago del Cile, dice che il progetto di Aes Gerner non ha ricevuto alcuna licenza di impatto ambientale e che in caso di costruzione della diga l’intera cittadina sarà inondata e inabitabile. Già adesso i lavori di costruzione della centrale idroelettrica hanno causato la contaminazione dell’acqua: numerose famiglie hanno mostrato alle televisioni l’acqua di colore nero scorrere dai rubinetti delle proprie case. L’accordo tra il gruppo Luksic e Aes Gener prevede che la diga serva a trasportare l’energia necessaria per il negocio minero dello stesso potentato economico  Luksic, uno dei conglomerati più potenti del paese. Nel Gran Santiago, una delle zone del paese dove si deciderà probabilmente il destino delle presidenziali, Aes Gener gioca sporco: più volte l’impresa ha modificato il progetto, escludendo in tutte le circostanze gli abitanti da una previa consultazione. Anche questa non è una novità. Il conflitto ambientale della Gran Santiago è solo uno dei tanti: in Cile ci sono oltre duecento miniere dove sono stati seppelliti i rifiuti tossici, con enormi responsabilità del Ministerio de Minería, che non si è mai interessato seriamente del problema: dagli anni Novanta la Ley de Medio Ambiente stabiliva che le imprese che rifiutavano di sottostare al rispetto delle norme ambientali avrebbero dovuto pagare quantomeno una multa, però nessuna è stata mai realmente sanzionata. Ancora più drammatica la situazione nella Patagonia cilena. Nel 1981 Pinochet aveva privatizzato le risorse idriche cedendo per trenta anni i diritti di sfruttamento alle multinazionali tramite il Codigo de Aguas. La regione di Aysén ha assistito, impotente, alla (s)vendita dell’acqua cilena ad Enel. Non solo è impossibile opporsi perché il Codigo de Aguas è ancora in vigore, ma “si vendono le coscienze le persone”, spiegano la campagna “Patagonia senza dighe” e il vescovo di Aysén, monsignor Luis Infanti de la Mora, originario della provincia di Udine. La gente prima era contraria alle dighe e chiedeva un referendum per fermare l’Enel, poi si è cominciato a comprare il consenso delle persone. Ad esempio, la cooperativa di allevatori Rio Baker, che viveva di turismo rurale ed era contraria al progetto idroelettrico, è stata contattata direttamente da Enel, che ha offerto ai soci della cooperativa una somma molto alta per l’acquisto e l’affitto di alcuni terreni. Alcuni municipi hanno respinto le offerte economiche di HidroAysèn (consistenti in programmi di sostegno alle politiche abitative, produttive, sociali e culturali): l’impresa cilena, che lavora alle centrali idroelettriche per conto di Enel, mira a dividere sempre di più il tessuto sociale delle comunità. HidroAysèn intende costruire cinque dighe sui fiumi Baker e Pascua, due tra i corsi d’acqua più importanti della Patagonia cilena. Oppongono resistenza anche le comunità mapuche, che nella regione de Los Rios, nel Sur Chico, municipio di Panguipulli, lottano contro i progetti idroelettrici di Enel e della spagnola Endesa per scongiurare il programma energetico cileno che, se entrerà a regime, metterà seriamente a rischio il loro futuro. La Concertación di Michelle Bachelet fortemente accreditata per la conquista della Moneda, dovrebbe quantomeno rivedere il Codigo de Aguas e bloccare i progetti energetici e minerari in corso, ma in realtà questi temi restano del tutto al di fuori del dibattito politico.  Del resto, proprio il gruppo economico Luksic, proprietario anche del Banco Chile, ha dichiarato apertamente che non c’è niente di preoccupante in caso di un’eventuale vittoria di Michelle Bachelet: come dire, tutto resterà come prima. Anglo-American e Xstrato, le due compagnie minerarie padroni della miniera di rame di Collahuasi, nel nord del paese, oltre a causare inquinamento e danni irrimediabili all’ambiente, si sono sempre prese gioco dei lavoratori, proponendo spesso agli operai incrementi salariali irrisori.  Le rivendicazioni ambientali, al pari di quelle per il diritto al lavoro, alla salute e all’educazione sono fondamentali in un paese come il Cile, ricco di risorse, ma profondamente diseguale: le battaglie contro dighe e miniere sono servite per risvegliare un forte fermento sociale e, al tempo stesso, hanno messo in discussione l’attuale modello di sviluppo neoliberista, peraltro già fortemente contestato, nel corso degli ultimi anni, dal movimento studentesco.

Gli studenti: istruzione bene comune

Il sistema educativo è identificato dallo stato cileno in senso esclusivamente lucrativo: se una scuola è indicata come migliore di altre è autorizzata a chiedere alle famiglie degli studenti una tassa d’iscrizione più alta che in pochi si possono permettere. “Se i lavoratori possono occupare una fabbrica e autogestirla, noi possiamo autogestire la scuola”, sostengono gli studenti cileni, ma anche una parte di docenti e dei genitori dei ragazzi, entusiasti della mobilitazione dei figli. La primavera cilena è emersa con forza grazie alla protesta studentesca: liceali e universitari hanno rappresentato l’avanguardia dei movimenti sociali e anche di una sinistra rivoluzionaria che ormai era ridotta a pura testimonianza. Il Cile neoliberista e post-pinochettista, ma anche la borghesia di centro sinistra, hanno dovuto fare i conti con Camila Vallejo, la leader studentesca che meglio di tutti, nel 2011, ha messo al centro del dibattito politico cileno la  gratuità dell’istruzione, il riconoscimento dell’educazione come diritto e non come bene di consumo,  e infine un sistema di educazione pubblico. Il miracolo economico cileno, quello di una minoranza ricca che trae vantaggio dall’ingresso del paese nel primo mondo a livello di investimenti e andamento del mercato, è stato sbugiardato dagli studenti, che più volte nel corso degli ultimi tre anni hanno messo in difficoltà il governo di Sebastián Piñera: due i ministri dell’istruzione che sono stati costretti a dare le dimissioni. Il sistema educativo cileno, creato dal regime militare di Pinochet e mai più rimesso in discussione, neppure nei venti anni di governo della Concertación, presenta un quadro allarmante: ben più della metà delle università cilene sono private, mentre meno della metà degli studenti cileni frequenta una scuola pubblica. Inoltre, la maggior parte delle spese per l’istruzione deriva dalle tasse. Lo stato investe nell’istruzione superiore non più del 15% delle sue risorse: il restante 85% è a carico degli studenti, costretti a indebitarsi per poter terminare gli studi.  Questo è il Cile del primo mondo, ricco, ma al tempo stesso con forti differenze sociali e con uno squilibrio non colmabile, a livello economico, tra le classi sociali più ricche e più povere del paese. Caratterizzatisi come un movimento di carattere rivoluzionario e antineoliberista, gli studenti hanno risvegliato l’intera società cilena, a partire dagli sfollati del terremoto del febbraio 2010, che ancora vivono in condizioni di estrema precarietà e senza casa. La lotta degli studenti è divenuta quella dei lavoratori impegnati a difendere il loro salario: passa dalla loro unione, i cosiddetti los sin futuro, buona parte delle mobilitazioni urbane che verranno. Peraltro già nel 2006, con la revolución pinguina (dal nome dell’uniforme che devono indossare gli studenti delle scuole superiori), c’era stato un primo sommovimento della gioventù cilena.

Alle domande del movimento ecologista e studentesco la Concertación può scegliere di rispondere oppure far finta di niente: in caso si successo delle destre (più difficile secondo gli ultimi sondaggi) tutto procederà secondo la linea già tracciata dal presidente uscente Sebastián Piñera.

Redazione
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