Restavék

di Helia Lajeunesse (traduzione di Maria G. Di Rienzo)

Attualmente vi sono circa 27 milioni di schiavi, nel mondo, la cifra più alta della storia umana (sì, sono di più persino rispetto al periodo in cui gli africani sono stati trafficati in Europa). Qualche anno orsono (2008) un giornalista decise di fare da sé la prova: era vero che si poteva comprare bambini con facilità assurda? Così si imbarcò su un volo per Haiti e per avere una bimba di 10 anni ci mise 150 dollari di denaro e dieci ore di tempo. Haiti è la sede di una forma di schiavitù che nasce dalla disperazione a livello economico. Non riuscendo a dar da mangiare ai propri figli, i genitori li danno ad altre famiglie, sperando che esse offriranno ai piccoli più di quanto loro possano. Ma nelle nuove famiglie i bambini sono schiavi, o restavèk (letteralmente “stare-con”): lavorano come domestici dall’alba al tramonto, non vanno a scuola, non vengono nutriti adeguatamente e troppo spesso si abusa di loro a botte o stupri. I restavèk haitiani sono circa 300.000: la maggioranza sono bambine e a volte non hanno più di quattro o cinque anni. Quella che segue è la storia di una di loro, Helia Lajeunesse. (nota dells traduttrice)

Mia madre morì quando avevo sette mesi, così fu mia nonna a prendersi cura di me, ma morì anche lei quando avevo cinque anni. I miei parenti non avevano i mezzi per mantenermi e mi diedero via come restavèk. In quella famiglia io ero la prima ad alzarmi e l’ultima ad andare a dormire. Qualsiasi lavoro ci fosse da fare, dovevo farlo io. Alle 4 mi alzavo per accendere il fuoco e cucinare il cibo, ma non mangiavo nulla di quel che cucinavo, ai miei pasti dovevo provvedere da me elemosinando per strada. Andavo a prendere l’acqua e la portavo per chilometri sulla testa venendo giù dalla montagna. Sulla testa portavo anche il cibo alla loro figlia, a scuola. Loro mi picchiavano spesso sulla testa.

Un giorno, tornando dalla commissione per la figlia, vidi una nuova capanna di paglia lungo la strada, e là c’era un uomo che insegnava gratuitamente ai bambini. “Vieni anche tu” mi disse. E io risposi: “Non posso, la zia (termine usuale per indicare la padrona) mi picchierà se lo faccio”. L’uomo insisteva, così andai. Arrivata a casa dissi: “C’era un uomo che insegnava, sono andata a imparare anch’io”.  E la zia disse: “Cosa? Sei andata a scuola?.  Io risposi: “Sì, e potrei avere una piccola matita e un blocco note, per favore?” .Lei mi picchiò tanto che non tornai più alla capanna. Non ho imparato a leggere e scrivere sino a che non sono diventata adulta.

Quando avevo nove anni la figlia si fece male a scuola, cadendo, e si ferì a un ginocchio. Io dissi a sua madre cos’era accaduto, e lei chiamò la polizia. Passai tutto il giorno nella prigione della stazione di polizia. I vicini di casa però continuavano a dire alla zia: “Perché fai questo? Tua figlia è semplicemente caduta. Non dovresti rovinare quella bambina.” Così venne a liberarmi. Sono scappata tre volte, da bambina, e per due volte ho cambiato padroni, ma le mie condizioni non sono migliorate. Ero sempre meno di un animale, per loro.

Fu un giovanotto a portarmi via, una brava persona, l’uomo che ho sposato. Mi portò a Port-au-Prince dove avevamo una piccola stanza in cui stare insieme. Ma poi arrivarono i bambini, cinque, ed eravamo molto poveri. Nel 2004 una banda di delinquenti fece irruzione in casa nostra. Stuprarono me e la mia figlia più grande. Mio marito tentò di difenderci e loro lo portarono via. Non so che fine abbia fatto. Non l’abbiamo più visto da allora, crediamo che lo abbiano ucciso. Mia figlia restò incinta a causa dello stupro, così alla fine dovevo provvedere da sola a cinque figli e al nipote. Non ce l’ho fatta. Ho dato via come restavèk quattro di loro, anche se la più piccola aveva solo tre anni. Ho tenuto l’ultimo nato, perché allora non aveva neppure un anno. Non sono ancora riuscita a riaverli tutti con me. Un figlio e una figlia non vogliono vivere con me perché uno degli assassini del loro padre risiede tranquillamente nel mio stesso quartiere e loro hanno paura che cercherà di ucciderli se li vede. E ho una figlia, oggi diciottenne, che è ancora restavèk. Il cuore mi si spezza ogni volta che penso a lei. So che non la trattano bene. So che non è mai andata a scuola.

E’ stato in uno di questi momenti di disperazione che ho incontrato KOFAVIV (Commissione delle donne – Vittime per le Vittime). E’ un gruppo composto da donne che sono state violentate e che erano restavèk. Mi hanno sostenuta, mi hanno abbracciata e non mi hanno più lasciata andare. Grazie a loro ho ottenuto assistenza medica e psicologica. Grazie a loro ho capito che non potevo arrendermi, che non era tutto finito.

Per la mia intera vita mi sono detta: “Le cose cambieranno, devono pur cambiare”. Oggiaggiungo: “La schiavitù deve finire, deve essere fuorilegge, e io devo riportare a casa tutti i miei figli”.  Faccio un mucchio di cose con KOFAVIV. Lavoriamo con le vittime per aiutarle a ricostruirsi una vita. Cerchiamo di aiutare i bambini restavèk affinché non si lascino andare. Abbiamo aperto una scuola a Martissant dove i bimbi che non hanno padre o madre, o che sono cresciuti come schiavi, possono studiare. Addestriamo i più grandi con corsi professionali.

Un’altra cosa che facciamo è cercare di aumentare il livello di consapevolezza di chi ha bambini restavèk in casa (ma spesso, ve lo dico io, chi maltratta i bambini schiavi maltratta anche i propri). Creiamo un’atmosfera rilassata, raccontiamo storie buffe, improvvisiamo una sorta di teatro… tutto per aiutarli a capire questo: la bambina o il bambino che ti sei portato in casa è un essere umano. Andiamo a parlare anche con le famiglie povere, a spiegare che non faranno un favore ai loro figli dandoli via come schiavi. Cerchiamo di aiutare le famiglie a tenere i loro bambini. E diciamo ai vicini di casa che hanno delle responsabilità: “Se sapete che una famiglia sta abusando di un bambino” spieghiamo loro “bussate alla porta e parlate con quelle persone. Dite loro di non picchiarlo. Dite loro che è un essere umano e che devono trattarlo da tale. E se dopo due o tre volte non capiscono, allora andate a parlarne con la polizia”.

Abbiamo tenuto una marcia contro la schiavitù a Port-au-Prince e sono venute migliaia di persone. Portavamo magliette con su scritto: “Io sono contraria al sistema restavèk. E tu, cosa stai aspettando?”. Stiamo vedendo grandi risposte al nostro lavoro. Non voglio dire che al 100% tutti ora siano consapevoli di quanto sbagliata sia la schiavitù, ma almeno il modo in cui trattano i bambini cambia. Per esempio, c’era questa zia che picchiava la piccola restavék a sangue. L’abbiamo incontrata, abbiamo parlato, l’abbiamo invitata alla marcia. E lei è venuta, ha portato il marito e la piccola schiava. La bambina dormiva di solito in cucina, su un pezzo di cartone. Non le hanno ancora dato un letto, ma almeno coperte pulite in cui può avvolgersi. La lasciano andare ogni tanto a casa dai suoi genitori. La mandano a scuola. Noi abbiamo chiesto alla piccola: “Come va con la zia, adesso?” Lei ha risposto: “Non mi picchia più. A volte gioca con me.”

Finirà. E’ una lotta enorme, ma la schiavitù finirà. Come io ho imparato a parlare e a lottare, altre stanno imparando. E anche voi, dall’estero, dateci una mano. Aiutateci con il vostro coraggio e le vostre idee. Aiutateci a restare ferme e forti nei nostri propositi.

Per saperne di più: www.kofaviv.org

UNA BREVE NOTA

Le traduzioni di Maria G. Di Rienzo sono riprese – come i suoi aricoli – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/  – e già che ci sono ricotdo il suo ultimo libro, “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo” (una recensione è qui alla data del 2 luglio 2011).

Redazione
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  • Che storia terribile!!! Perchè non si sa di più sulla condizione in cui vivono queste persone ancora nel 2012?? Mai che sia un servizio al telegiornale su queste cose… E comunque vorrei fare un’osservazione: cinque figli pur essendo in estrema povertà, la figlia che partorisce il bambino frutto di uno stupro… Forse incoraggiare la contraccezione e permettere aborti legali e in condizioni sanitarie adeguate potrebbe essere una soluzione, visto il ruolo che ha la Chiesa cattolica ad Haiti due conti potrebbero ben farseli!!!

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