Rossella di luglio

di Savina Dolores Massa

Si dice: Parliamone per non dimenticare.

Si dice: Teniamo viva la speranza.

Si dice: Tacete per il buon esito delle trattative.

Si dice, ma si dice in sordina. A che serva parlare in sordina io non lo so, forse soltanto a dimostrare amore verso persone che più di tutti noi l’aspettano, Rossella Urru, volontaria italiana rapita con altri colleghi nel deserto d’Algeria, quando? La notte tra il 22 e il 23 di ottobre 2011. È lungo, questo tempo, da ottobre a luglio. Contatelo voi. Non sarà mai uguale a come lo conta lei.

Sentii una dichiarazione del capo dello Stato, in tv, altro tempo fa. Forse era stanco, il nostro presidente, nervosetto, pressato da innumerevoli rogne (mica gliel’ha ordinato il dottore di fare il Babbo Grande d’Italia); ebbene a una domandina azzardata «Ma Rossella Urru?» il Babbo Grande si stizzì e disse con tono che poco si addiceva al ruolo di Babbo «Ci stiamo lavorando, voi proseguite ad attaccare i vostri striscioni».

Ci restai abbastanza male, anche se la domanda non era la mia. Ingoiai, altro non potevo.

Gli striscioni per Rossella, in questo luglio, sono scoloriti per il caldo. Le fiaccolate, i cortei, hanno perduto le gambe. Sappiamo tutti che il loro senso sta soltanto nel dimostrare che l’aspettiamo. Delle cose importanti: le trattative, gli scambi, i risparmi, la politica, meglio non dire. E che dire? Quando fu sequestrata la Savina Caylyn, nave italiana con 22 uomini a bordo, ci si mobilitò in tanti. Io fra questi, povera me. Un sequestro di quasi un anno, se non ricordo male, perché la mia memoria si impegna costantemente a scordare quel massacro di menti umane (di sequestrati e di chi li voleva in casa). Qualcuno ci disse «È colpa della vostra lingua se non sono ancora liberi».

Poi tornarono. Come loro stiano io non lo so, e se lo so tutto deve andare nel contenitore destinato a triturare la memoria.

Rossella è una donna di Sardegna. Mi è sorella per tanti versi. La sola manifestazione alla quale ho partecipato per lei è un reading di poesia che mi si domandò di organizzare. Giuro che non lo volevo fare, ma lo feci, certa dell’inutilità del gesto, se non sentirsi la coscienza un poco in pace.

L’impotenza è una bestia cattiva, e nel caso di Rossella, è la sola compagnia che ci è concessa. Come il Babbo Grande ci ha consigliato, non perdiamo tempo a ridipingere striscioni, a sprecare candele di devozione: la Solidarietà, anche stavolta, ci è stato ordinato di tenercela in gola. Obbedisco, dopo questo mezzo sospiro di ribellione.

Una breve nota su Rossella, deingapadistuig e noi

Il rapimento è avvenuto nel campo profughi saharawi di Hassi Raduni, nel deserto algerino; dieci le persone rapite fra cui la cooperante italiana e i volontari spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons. Su codesto blog Savina ne aveva già scritto: Rossella Urrù: possiamo solo sussurrare? il 27 febbraio 2012.

Forse qualcuna/o di voi noterà che questo piccolo promemoria viene postato in un’ora “impossibile”: alle ore 20,46 del primo luglio quando italiane/i sono “comandati” (ma mi pare che tante/i obbediscono volentieri) davanti alla tv o ai maxi-schermi per la finale di calcio contro la Spagna. Esiste un legame fra l’apatia generalizzata nella difesa dei nostri diritti (e l’attenzione quasi nulla verso persone come Rossella Urrù) da una parte e dall’altra l’entusiasmo “sportivo”? Io credo di sì. Non so trovare la parola giusta ma forse suona deingapadistuiga. Non è qualche strana lingua ma solo un vocabolo che nasce all’incrocio di altri 6: demagogia, inganno, passività, divismo, stupidità, ignoranza, alienazione. E ovviamente la bellezza dello sport proprio non c’entra con questa sua caricatura mercificata. (db)

Redazione
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  • Per fortuna Il volto di Rossella libera oggi si sovrappone a quello del nostro “babbo Grande” sempre più scorbutico. BENTORNATA ROSSELLA IN TERRA SARDA.

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