Ripensando (e ri-ascoltando) «Atse Tewodros Project»

#222222;">Una delizia per le orecchie (e la testa) con Gabriella Ghermandi, regina di canti e di suoni: due vecchi testi di db   

#222222;">Il meglio (FORSE) del blog-bottega /269…. andando a ritroso nel tempo (*)

«Se volete suonare con i vecchi musicisti etiopi non potete fare come in Europa, cioè entrare in sala di registrazione, fare qualche prova e poi via, si incide. L’unico modo di stabilire una fiducia, musicale e umana, è fare un po’ di apprendistato: cioè suonare a matrimoni, bettole, funerali». Forse queste frasi non sono mai state dette (Gabriella Ghermandi nega con quasi tutte le sue forze) eppure erano nell’aria. Così il pianista Michele Giuliani, il bassista Marcello Piarulli e il percussionista Cesare Pastanella arrivati ad Addis Abeba si devono rassegnare: prima di incontrare in sala di registrazione Yohanes Afework (che suona il washint, una sorta di flauto), Endris Hasan (virtuoso di masinqo, un violino con una sola corda), il kirar (una sorta di lira) di Fasika Hailu e i tamburi kebero di Mesale Legese andranno in mezzo alla gente per un po’ di giorni. Non se ne pentiranno, anzi si entusiasmeranno. Anche “l’anziano” che li accompagna conferma: «ora siete pronti». Tre giorni di prove e quattro di registrazioni. Il risultato musicale è possibile ascoltarlo in «Atse Tewodros Project», fortemente voluto da Gabriella Ghermandi che lo ha presentato il 9 dicembre a Bologna con Wu Ming 2, Marco Tamarri, Carlo Maver.

Gabriella Ghermandi è scrittrice, narratrice e cantante con radici familiari che si intrecciano fra Italia, Eritrea ed Etiopia, Ne ha raccontato nel romanzo «Regina di fiori e di perle» (vedi il box QUI SOTTO), in racconti e spettacoli. Da tempo sognava di far incontrare musicisti etiopi e italiani. Ha bussato a molte porte per trovare i soldi necessari a costruire questo evento. Visto che le strade tradizionali erano chiuse, si è lanciata nella raccolta fondi nota come crowdfunding, insomma il sistema «Produzioni dal basso» che sono appunto finanziate da chi ci crede: 18 mila euri raccolti (hanno contribuito in 150 fra privati e associazioni #000000;">che risultano anche nella copertina del cd) in questo modo non sono davvero pochi.

«Atse Tewodros Project» offre 9 brani in cui i moduli e le scale pentatoniche della musica tradizionale etiope si mescolano a strumenti europei suonati in chiave jazz. Intrigante non solo dal punto di vista sonoro ma anche storico-politico visto che recupera i canti dei partigiani etiopi che combattevano il regime fascista. Canzoni a lungo vietate (dal regime di Menghistu, «il Negus rosso») e oggi dimenticate da quasi tutti. E’ dunque un «percorso di memoria pubblica oltre che personale, e un modo per parlare di percorsi umani e migranti, di identità plurali». Con una dedica particolare di Gabriella: «a Teodoro, l’unico imperatore dell’Etiopia che non discendeva dal famoso Salomone; anzi era figlio di un militare e di una erborista, dunque una intoccabile». Fu lui a sconfiggere la regina Vittoria e a salvare l’Etiopia che rimase l’unico brandello libero dell’Africa fino a che Mussolini non pensò di partire da lì per costruire un impero che doveva durare secoli e invece resse solo per 5 anni, dal 1936 al ’41.

Se vi assale il dubbio… sì Teodoro è Atse Tewodros e nel cd vi è un lungo brano, diviso in due parti, a lui dedicato, che appunto ha dato il titolo a tutto il progetto.

Come spiega Marco Tamarri qui «il meticciato non è solo fra zone diverse del mondo ma anche fra strumenti moderni e antichissimi». E poi «la voce di Gabriella davvero è magica»: impossibile dargli torto. Musica che stordisce ma bene come «un buon Cannonau» (per chi non lo sapesse un vino sardo). La presentazione più politica è ovviamente quella di Wu Ming 2: racconta fra l’altro di Ilio Barontini, livornese ma partigiano in Emilia Romagna che combattè in Etopia contro i fascisti. Non per caso «il generale Graziani minacciò i cantastorie che, come gli indovini, profetizzavano la sua sconfitta». E, per fortuna, avevano ragione loro: la storia del mondo è stata migliore senza i nazifascismi anche se qualche imbecille di recente ha speso denaro pubblico per un sacrario (ad Affile) dedicato appunto a Rodolfo Graziani.

Tutti d’accordo che la vera word music non è affiancare due musicisti “esotici” all’artista famoso. «Speriamo di ascoltare questi brani dal vivo, a Bologna», l’augurio: «magari nell’anniversario dell’attentato a Graziani» aggiunge Wu Ming 2. A maggio quasi certamente torneranno tutti ad Adis Abeba stavolta per suonare dal vivo il loro cd e beh, certo anche per bere un altro po’ di «talla», la birra artigianale di laggiù.

Un bel po’ commossa Gabriella racconta dei suoi incontri in Etiopia, della donna che le ha regalato le sue poesie. Sono diventate amiche e ha scritto il testo di «Be Keber», il brano che racconta di migrazioni fra paure e desideri.

L’immagine di copertina è stata realizzata in sabbia da Licio Esposito

Per acquistare il cd o per saperne di più: #000080;">www.atsetewodros.org oppure al #000080;">3479499657 e scrivendo ad #000080;">atsetewodrosproject@gmail.com#000080;">.

#000000;">BOX: DUE CHIACCHIERE CON GABRIELLA GHERMANDI (**)

«Per i bianchi non ero bianca e per i neri non ero nera. La nostra era una vita mista, fatta di 4 lingue: amarico e italiano tutti i giorni, bolognese e tigrino nei giorni di festa». Gabriella Ghermandi è nata ad Addis Abeba nel ’65, è in Italia dal ’79 e vive a Bologna, città d’origine del padre. Da anni scrive e interpreta spettacoli, anima laboratori e festival alla ricerca della «identità unica di ciascun individuo». Il suo primo romanzo «Regina di fiori e di perle» (Donzelli) ha venduto oltre tremila copie ed è diventato uno spettacolo. Da piccola le avevano predetto che sarebbe stata «una cantora».

«Motore della mia narrazione è l’emozione». Gabriella Ghermandi lo ripete spesso ma quel che è più importante lo fa capire attraverso le pagine scritte, il raccontare, il canto. «Non si parla più del colonialismo italiano, è un pezzo di storia scolorita sino a diventare invisibile. Di quel periodo restano due concetti. Il primo sostiene “noi italiani colonialisti? Ma va là…” e il secondo “siamo stati bestie, abbiamo usato i gas nervini”. Ma questi concetti non sono la “storia” del colonialismo italiano perché quella storia è costituita dalle tante, infinite storie personali che l’hanno plasmata». Una è la sua. «Imprevedibile come la vita» affonda le radici in un piccolo villaggio dell’Eritrea che gli italiani occupano da 35 anni, strategicamente importante perché vicino all’Etiopia. Così arrivano i militari e… nasce un amore. Le leggi razziali ancora non sono varate ma comunque non è buona cosa per un italico ufficiale “elevare” un’africana al rango di sposa. E così il nonno di Gabriella viene cacciato. E sparisce. La figlia di quell’amore faticherà a trovare un’identità: crescerà fra gli italiani senza essere mai pienamente accettata.

Lo spettacolo racconta anche della piccola Gabriella che, tanti anni dopo, sbarcherà nella Bologna del padre: «una città dove gli alberi non devono avere radici troppo grandi, se no rovinano l’asfalto» annota con ironia e dove le case sono così vicine che tutti sanno quel che accade di fronte ma poi, in strada, fanno finta di non conoscerti. «Qui ho capito che non ero italiana». Ricorda che la madre, quando venne in Italia, si stupì che i fiumi non fossero di latte (come le avevano raccontato le suore della scuola in cui era cresciuta) proprio la stessa illusione dei poveri migranti siciliani sulla ricca «Ammmerica» raccontata da Emanuele Crialese nel film «Il mondo nuovo». Anche la madre in Italia rischia di perdersi ed è solo tornando in Africa, dopo tanti anni, che si sente di nuovo nascere e finalmente scioglie il dolore di un incerto collocarsi fra due mondi. «Ora finalmente posso narrare la sua storia, che è la mia e anche la vostra» dice Gabriella Ghermandi.

Nella sua famiglia ancora sanguinavano vecchie ferite, per questo il suo primo libro non poteva essere una biografia. Quando il dolore si è trasformato in desiderio di comunicare e lei ha potuto scrivere con serenità?

«Solo quando mia madre è tornata in Eritrea e ha trovato pace con se stessa, io ho potuto pensare di scrivere della mia famiglia e dunque del colonialismo. Per molti eritrei come per tanti italiani, ancora oggi la sofferenza è così grande da paralizzare. Poco tempo fa ero negli Stati Uniti per una conferenza e un vecchio italiano, credo fosse il rappresentante locale dell’Udc, mi ha contestato dicendo “noi non siamo stati colonizzatori ma amici”. Ovviamente io sono un’artista non una studiosa di storia e dunque non saprei raccontare quel periodo che attraverso il racconto, lo spettacolo; ma in ogni caso il blocco è così potente che credo lavorare sulle emozioni personali sia davvero l’unica strada per uscirne».

Il nonno italiano di cui lei racconta aveva «un pezzo di cielo negli occhi», era «troppo diverso» per molti eritrei. Oggi l’esotico è anche erotico, dice un gioco di parole. In una società sempre più meticcia a far prevalere desiderio o paura è la scelta personale o invece … il clima che creano i media?

«Io sono ottimista, credo che i desideri prevalgano sulle pure; forse è l’istinto di sopravvivenza che ci porta a mescolarci senza timore. Vedo che accade ovunque. Sono stata da poco in Etiopia e ho trovato cinesi e indiani dappertutto. Il mondo si muove, sarebbe ora che tanti italiani capissero che è un fenomeno mondiale non un problema del loro quartiere. Per sopravvivere dobbiamo contaminarci. Di solito sulla scelta personale prevale l’ambiente o la comunità di appartenenza. In Italia più che altrove: conosco una cosiddetta “coppia mista” italiana e so che pensano di andare negli Usa per stare più tranquilli perché, come dice, un mio amico etiope “nel Wisconsin nessuno si gira a guardarmi come fossi una bestia rara”. Per tanti versi l’Italia è più indietro, peccato perché di razzismo ce n’era poco; è il coro dei media e la speculazione politica che ci portano indietro. Tanti eritrei hanno amato Bologna perché, quando eravamo in esilio, qui si faceva la nostra festa ed eravamo accolti come fossimo una brigata internazionale, tutti compagni. Oggi a Bologna si fa quasi la guerra ai lavavetri, che tristezza».

Nel suo spettacolo lei racconta delle stragi seguite all’attentato a Graziani, poi intona una canzone. Cos’è?

«Un canto tradizionale etiope, secondo la scala pentatonica si chiama Bati. E’ una metafora in cui si chiede alla coscienza di svegliare gli animi dormienti. Non è usata solo in situazioni tragiche ma è un modulo su cui spesso si improvvisa; in questo caso io ho aggiunto pochissimo. Per esempio dice: “Chi sei tu che vieni a svegliare il cuore della gente che dorme? A te piace stare sopra le colline con i nostri figli…”. Spesso la voce del popolo arriva attraverso i più giovani che ci svegliano dal torpore o ci raccontano, attraverso il loro modo di fare, ciò che stiamo trasmettendo loro».

Lei spiega di non aver scritto un romanzo, il giardino è fiorito da solo… e la protagonista viene come «sommersa». Ora stanno fiorendo altre perle? C’è chi racconta a lei storie perché poi possa scriverle o cantarle?

«Vorrei scrivere un altro romanzo, l’ho in mente ma … ho un po’ paura. Forse ho bisogno ancora di tempo. Però nell’ultimo viaggio in Etiopia sono stata riempita, infarcita addirittura, di storie: le nostre donne sono toste. Scriverò ancora perché lo devo a loro e saranno ancora storie dentro storie perché questo è il nostro modo di raccontare, in ogni vicenda ne spuntano sempre altre».

Ha scritto: «solitudine e individualismo sono le malattie dell’Occidente». Ne aggiungiamo altre? Rassegnazione e paura? Oppure ignoranza e autismo? Oppure schizofrenia e l’essere «posseduti» dal denaro, dalle merci?

«Quest’ultimo è sicuramente un morbo terribile, sempre più diffuso. Tutte quelle citate ci fanno vivere male ma fra le peggiori malattie c’è la mancanza di memoria, nessuno ricorda più chi era a livello di singoli e di popoli. Così si diventa presuntuosi proprio mentre servirebbe avere i piedi per terra. Per esempio in Italia ricordando che, non molti anni fa, tante persone sono morte in piazza per ottenere i diritti minimi. Non penso solo alla Resistenza ma agli operai che lottavano per rendere migliore tutta la società».

(*) Anche quest’anno la “bottega” recupera – nel pieno dell’estate – alcuni vecchi articoli che a rileggerli, anni dopo, ci sembrano interessanti. Il motivo? Un po’ perché 20 mila articoli (appena superati) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché d’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che – il maledetto Covid permettendo – dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda (ma un po’ alla volta siamo arrivati alla fine del 2013) valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto ritrovare semi, ponti, pensieri, ornitorinchi (cioè stranezze eppur vere) perduti; ove possibile accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente. Con le firme più varie, con stili assai differenti e con quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. Al solito verso l’inizio di settembre termineremo questo (forse) “meglio”. Per rivederci presumibilmente la prossima estate. O chissà. [db]

(**) La mia recensione uscì, in prima battuta, su «Corriere delle migrazioni»; il box invece recuperò stralci di un’intervista che feci per il quotidiano «Liberazione» nel 2008. Da allora «Regina di fiori e di perle» è stato ristampato. Qui in blog troverete altre cose di e su Gabriella Ghermandi. (db)

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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