Roma che sfratta: il palazzo pagato 2 volte e…

… e il diritto all’abitare tradito –  di Mario Sommella (*)

All’Esquilino quattrocento persone dormono per strada mentre un fondo rifiuta di rivendere al Comune l’immobile che lo Stato gli cedette nel 2004. La contabilità rimossa di una dismissione che è già costata al bilancio pubblico, per quel solo edificio, più di quanto l’edificio valga.

1. Undici giorni sull’asfalto

Nella notte fra il 29 e il 30 luglio 2026 un principio d’incendio si sviluppa in un locale tecnico dell’edificio di via di Santa Croce in Gerusalemme 55, all’Esquilino. Gli abitanti scendono, organizzano una catena di secchi, recuperano un idrante al primo piano e spengono il fuoco prima che arrivino i vigili del fuoco. Il racconto lo ha raccolto Annalisa Camilli per Internazionale dalla voce di Luis Rodriguez López, muratore colombiano che in quel palazzo vive da tredici anni con la sua famiglia in trenta metri quadrati al sesto piano.

Ai residenti viene chiesto di restare in strada un’ora, forse un’ora e mezza, il tempo di verificare l’impianto elettrico. Poi la polizia entra nell’edificio e nessuno rientra più. Il 31 luglio lo stabile viene dichiarato inagibile e posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria. Un’evacuazione tecnica si trasforma in uno sgombero definitivo. Quattrocento persone di ventisette nazionalità, che quel palazzo abitavano dall’ottobre 2013, restano fuori senza documenti, senza vestiti, senza medicine. La prima notte, secondo il racconto degli abitanti, centocinquanta bambini dormono sui cartoni.

Seguono giorni in cui la temperatura tocca i quaranta gradi e sull’asfalto sale ancora. Una tenda funziona da pronto soccorso, con turni garantiti da centoventi medici volontari. Compaiono infezioni cutanee, bronchiti, episodi di disidratazione. Il 4 agosto un bambino viene portato in ospedale per difficoltà respiratorie, il giorno dopo un adulto accusa problemi cardiaci. È il tipo di emergenza che i medici presenti definiscono indotta, e quindi evitabile.

Il 7 agosto il sindaco Roberto Gualtieri firma un’ordinanza: le trecentocinquantasei persone censite dalla polizia locale saranno collocate progressivamente in strutture ricettive convenzionate, anche religiose, per un massimo di due mesi, con priorità alle famiglie con minori e alle persone malate; dall’8 agosto apre uno sportello di accoglienza aperto tutti i giorni dalle dieci alle venti; le spese sono a carico di Roma Capitale; poi dovrebbero arrivare le assegnazioni negli alloggi popolari. Due mesi di albergo non sono una politica abitativa. Sono una sospensione.

La domanda che quasi nessuno pone, mentre il dibattito pubblico si organizza intorno alla parola legalità, è come si sia arrivati fin qui. La risposta non sta nel 2013, quando l’occupazione cominciò. Sta nel dicembre del 2004.

2. Che cosa fu venduto, e come

Il 16 dicembre 2004 la Banca d’Italia approva il regolamento del Fondo Immobili Pubblici, gestito da InvestiRE Sgr. In otto giorni vengono trasferiti al Fondo trecentonovantasei immobili strumentali, per il settanta per cento dello Stato e per il trenta per cento di enti previdenziali, fra cui l’Inpdap che di quell’edificio romano era titolare. Il valore complessivo dell’operazione è di 3.322 milioni di euro, già scontati del dieci per cento rispetto alla stima di mercato indipendente. Al ministero dell’Economia siede Giulio Tremonti, il governo è il secondo esecutivo Berlusconi, mancano pochi mesi alle regionali del 2005 e un anno alle politiche del 2006.

La struttura finanziaria dell’operazione merita attenzione più della sua retorica. Il settanta per cento della provvista, 1.395,5 milioni, arriva da un prestito di Cassa depositi e prestiti, cioè da denaro pubblico. Il resto proviene da banche arranger che incassano commissioni per circa novantanove milioni. Il capitale privato effettivamente a rischio è minoritario; quello pubblico a credito è maggioritario. Il comunicato del ministero dell’Economia, all’epoca, presenta il tutto come valorizzazione del patrimonio, razionalizzazione degli spazi e contenimento dei costi operativi, e dichiara che il ricavato contribuirà alla riduzione dell’indebitamento per l’anno 2004. La riduzione dell’indebitamento per un solo esercizio: è già scritto lì, il criterio.

Contestualmente gli stessi immobili vengono concessi in locazione all’Agenzia del Demanio, con un contratto di nove anni rinnovabile per altri nove. Lo Stato vende e resta dentro da inquilino. È il modello, non l’incidente.

C’è poi un dettaglio tecnico che è in realtà il cuore politico della vicenda: gli atti pubblici non disaggregano il valore per singolo immobile. La criticità è stata segnalata dalla Corte dei conti. Significa che nessuno, oggi, può verificare se lo Stato abbia incassato un prezzo congruo per il cespite di via di Santa Croce in Gerusalemme, perché quel prezzo non è mai stato reso pubblico separatamente. Un patrimonio costruito con le imposte dei cittadini è stato ceduto in blocco, in otto giorni, senza che il singolo bene avesse un prezzo verificabile.

3. La contabilità che nessuno cita

Da quel momento lo Stato prende in locazione ciò che ha appena venduto, con canone indicizzato al settantacinque per cento dell’inflazione. Il totale versato fra il 2005 e il 2026 è compreso, secondo la ricostruzione di Luigi Corvo, professore associato di Economia aziendale all’Università di Milano-Bicocca, fra 6,06 e 6,71 miliardi di euro. Più del doppio di quanto incassato con la cessione. Non è una stima ideologica: è il rapporto fra due grandezze certificate, il valore di conferimento e i canoni cumulati.

Applicata al singolo immobile, la proporzione restituisce numeri che dovrebbero occupare le prime pagine. Il contratto fra Agenzia del Demanio e Inps del 29 dicembre 2004 fissava per quell’edificio un canone annuo di 2.890.000 euro. Rivalutato con lo stesso meccanismo fino al 2026, senza l’interruzione dovuta all’occupazione, avrebbe totalizzato circa settantatré milioni di euro. Il valore implicito di acquisto dell’immobile, ricavato dalla stessa proporzione, si colloca fra 36,1 e 40 milioni.

Ora la somma. Lo Stato ha effettivamente corrisposto canoni fra il 2005 e il 2013 per circa 27,7 milioni di euro, e ha continuato a pagarli anche dopo aver lasciato materialmente l’edificio, intorno al 2010. A questa cifra si aggiungono i 21,1 milioni riconosciuti dal Tribunale di Roma con la sentenza del 18 dicembre 2025. Per questo solo immobile la spesa pubblica ha già superato i quarantotto milioni di euro. Contro un valore implicito che, secondo la logica con cui il Fondo è stato costruito, oscilla fra i trentasei e i quaranta milioni. Lo Stato ha pagato più di quanto quel bene valga, e non ne è proprietario.

Vale la pena affiancare a questa contabilità un’altra misura. Uno studio condotto nel 2022 da Open Impact, che svolge ricerche per l’Università Bicocca, ha stimato in 71,5 milioni di euro il valore sociale generato dentro quell’edificio in termini di servizi e benessere collettivo. Le metodologie di valutazione dell’impatto sociale hanno margini di discrezionalità e vanno maneggiate con prudenza. Ma l’esistenza stessa di quella stima segnala un vuoto: nel bilancio dello Stato figura il costo dell’occupazione, non figura il valore prodotto da ciò che vi è cresciuto dentro.

4. La sentenza che rovescia il problema

Il 18 dicembre 2025 la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, con la giudice Assunta Canonaco, decide la causa promossa da InvestiRE Sgr in qualità di gestore del Fondo Immobili Pubblici. Il ministero dell’Interno è condannato a versare 21.182.118,50 euro, oltre a un’indennità di occupazione di 206.932,53 euro al mese a partire dal primo gennaio 2026 e fino alla liberazione dell’immobile, oltre alle spese di giudizio liquidate in 108.394 euro. Le diverse ricostruzioni giornalistiche riportano in modo non uniforme l’importo aggiuntivo riconosciuto per il mancato guadagno relativo alle annualità successive al 2025: su quel punto la prudenza è d’obbligo.

Il ragionamento del giudice è lineare e va riportato con precisione, perché è stato ampiamente usato e altrettanto ampiamente frainteso. L’occupazione illecita, e dunque il reato, è stata posta in essere da terzi. Ma il danno economico conseguente è imputabile al ministero dell’Interno, che a fronte del sequestro preventivo disposto dal gip di Roma il 31 marzo 2020 aveva, secondo il Tribunale, «uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito». Un obbligo vincolato, non discrezionale. Non è un caso isolato: a Roma è il terzo episodio analogo in nove anni.

La sentenza è stata immediatamente arruolata nella campagna per lo sgombero. Vale allora la pena registrare due fatti. Il primo è cronologico: il provvedimento riguarda un’inerzia amministrativa protrattasi anche negli anni in cui il Viminale è stato guidato da Matteo Piantedosi, ministro dal 2022 e prima ancora prefetto di Roma, dunque titolare in prima persona di quell’obbligo di esecuzione.

Il secondo è strutturale, e conta di più. L’indennità di occupazione esiste perché l’immobile è privato. Se quel palazzo fosse rimasto pubblico non ci sarebbe alcun danno erariale da risarcire, per la semplice ragione che non esisterebbe un soggetto terzo a cui versarlo. Il costo che oggi viene esibito come argomento decisivo per lo sgombero è un costo generato dalla dismissione, non dall’occupazione. È il conto di una scelta politica del 2004 presentato come il conto di un movimento sociale del 2013.

5. Una trattativa, un rifiuto, una rivendicazione

Fra il 31 luglio e il 6 agosto si apre un tavolo in prefettura, con il questore, il prefetto, l’assessore alle Politiche abitative Tobia Zevi, il vicario generale della diocesi e i rappresentanti della proprietà. Roma Capitale ha un problema procedurale reale: l’acquisto di un immobile da parte di un’amministrazione pubblica richiede tempi lunghi e mancano le valutazioni dell’Agenzia del Demanio e dell’Agenzia delle Entrate, essendo l’unica stima disponibile ferma al 2013.

Il Comune propone allora un accordo ponte. Prendere l’edificio in locazione, investire circa ottocentomila euro per metterne in sicurezza almeno una parte, far rientrare entro tre mesi circa centoventi persone dando la precedenza ai bambini iscritti alle scuole del quartiere per garantire la continuità didattica, e assumersi integralmente le responsabilità giuridiche connesse all’utilizzo, sollevando la proprietà da ogni conseguenza. Nel frattempo si sarebbero completate le verifiche per l’acquisto vero e proprio, su cui la cifra ipotizzata si aggira intorno ai trentasette milioni.

Il 6 agosto InvestiRE respinge. La motivazione ufficiale è che consentire l’utilizzo dell’immobile prima della vendita esporrebbe «la società e i suoi amministratori a rilevanti responsabilità civili e penali», e che non sussisterebbero le condizioni di legalità e sicurezza per un uso anche solo temporaneo. Gualtieri, al termine del terzo incontro, parla di un no irrevocabile e osserva che dalla proprietà non è arrivata nemmeno una controproposta: «Non hanno fatto neanche una controproposta». Entrambe le parti si dichiarano disponibili a proseguire sull’acquisto, ma venuta meno l’urgenza l’operazione perde la sola leva che la rendeva rapida.

Qui la vicenda si biforca in due versioni incompatibili. La proprietà sostiene di aver rifiutato per ragioni tecniche. Il deputato Marco Perissa, presidente della federazione romana di Fratelli d’Italia, rivendica pubblicamente il contrario, affermando che il Viminale e il governo avevano fatto sapere che «non c’erano i presupposti di legalità e sicurezza». Il 9 agosto Spin Time Labs pone in un comunicato la domanda che nessuna istituzione ha finora raccolto: se il proprietario dice che il no è tecnico e il partito di governo rivendica che è politico, chi dei due sta mentendo? Non è una provocazione retorica. Le due versioni non possono essere entrambe vere, e solo una delle due parti ha interesse a essere creduta su entrambe.

Il contesto politico era già stato costruito. Il 4 agosto il gruppo capitolino di Fratelli d’Italia aveva formalmente diffidato il sindaco dal procedere all’acquisto, minacciando azioni presso la Corte dei conti e richiamando il precedente dell’immobile di via Bibulo, circa venti milioni di euro. Il capogruppo della Lega in Campidoglio, Fabrizio Santori, ha salutato l’esito parlando di ricatto politico fallito e affermando che «la legalità non si compra». Una formula efficace, che però lascia aperta una domanda: nel 2004 la legalità si vendeva.

6. La legalità come dispositivo selettivo

Il quadro normativo è cambiato di recente e conviene leggerlo con esattezza. Il decreto legge 11 aprile 2025, numero 48, convertito senza modifiche dalla legge 9 giugno 2025, numero 80, ha introdotto l’articolo 634-bis del codice penale, che punisce con la reclusione da due a sette anni chi, mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui, e l’articolo 321-bis del codice di procedura penale, che consente la reintegrazione immediata nel possesso. Prima esisteva già l’articolo 633, invasione di terreni o edifici, con pene più contenute.

La fattispecie nuova protegge il domicilio, cioè il luogo in cui una persona vive, e richiede violenza o minaccia. L’edificio di via di Santa Croce in Gerusalemme era abbandonato da anni quando fu occupato nell’ottobre 2013. Questo non rende lecita l’occupazione, che resta un’occupazione senza titolo: lo dicono gli atti giudiziari e lo riconoscono gli stessi abitanti. Ma segnala la distanza fra la retorica con cui la norma è stata venduta all’opinione pubblica, l’appartamento occupato mentre il proprietario è in vacanza, e il caso concreto. Qui il domicilio da difendere è un asset finanziario, e chi il domicilio non ce l’ha sono i quattrocento in strada.

C’è poi una asimmetria che non richiede dietrologie per essere constatata. Spin Time figura nell’elenco prefettizio degli immobili da sgomberare da quando Piantedosi era prefetto di Roma, elenco mantenuto una volta divenuto ministro. Nel 2025 sono stati sgomberati il Leoncavallo a Milano, l’Askatasuna a Torino, il Laurentino 38 a Roma. Nello stesso elenco figura da anni anche la sede romana di CasaPound, che è ancora al suo posto. Si può discutere se sia una scelta o un ritardo. Non si può sostenere che l’ordine delle priorità sia neutro.

Non è neutro nemmeno il fronte opposto. Nel maggio 2019 il cardinale Konrad Krajewski, allora elemosiniere pontificio, si calò nella centralina per riattivare la corrente staccata per morosità: un gesto che fece scandalo e che indicava una gerarchia fra il debito e i bambini al buio. Nell’agosto 2026 il cardinale Baldassare Reina, vicario per la diocesi di Roma, ha ribadito che «lo sgombero non può archiviare Spin Time». Dall’altra parte, il vicepresidente della Camera Ramelli ha invitato Caritas, associazioni confessionali e sacerdoti a distinguere il dovere pastorale dalla pretesa di agire al di sopra della legge. Il conflitto attraversa anche il mondo cattolico, e non da oggi.

7. La città che si svuota

Nulla di tutto questo si comprende senza guardare al mercato abitativo della capitale. A luglio 2025 risultavano 16.346 nuclei familiari iscritti alla graduatoria per un alloggio di edilizia residenziale pubblica a Roma, di cui circa cinquemila in condizione di grave emergenza abitativa. Roma Capitale ha avviato, all’interno del Piano strategico per il diritto all’abitare 2023-2026, l’acquisto di 1.040 alloggi: 336 rogitati il 30 dicembre 2025 per circa 53 milioni di euro, i restanti 702 previsti nel corso del 2026 per circa 201,5 milioni. È un’inversione di tendenza reale rispetto ai comuni che hanno continuato a cedere patrimonio per fare cassa. Anche se andasse interamente a buon fine, coprirebbe circa il sei per cento della coda.

Sull’altro versante, a giugno 2026 si contavano a Roma circa trentatremila annunci attivi di locazione breve, di cui quasi tredicimila concentrati nei rioni del centro storico. Airbnb ha replicato di avere oltre ventimila host nella capitale, che l’ottantadue per cento affitta un solo appartamento, di aver versato cinquanta milioni di imposta di soggiorno per il 2025 e che il problema vero sarebbero i centocinquantamila alloggi vuoti. Un’indagine della Sapienza presentata nel marzo 2026 ha rilevato che nel Tridente e a Monti la pressione ricettiva ha superato quella residenziale: più posti letto per turisti che case per chi ci vive e ci lavora.

In questo mercato, il progetto della proprietà per l’immobile occupato è noto almeno dal 2023, quando lo sgombero sembrò imminente: trasformarlo in albergo, in vista del Giubileo. Il cerchio si chiude con una geometria che non ha bisogno di commento. Un bene pubblico diventa asset privato, l’asset privato diventa struttura ricettiva, i residenti diventano un ostacolo, l’ostacolo diventa una questione di ordine pubblico.

Luis Rodriguez López ha riassunto la faccenda in una frase che vale più di un rapporto: prima di trovare quei trenta metri quadrati aveva cercato per tre anni un appartamento in affitto, senza risultato, perché «ci sono solo affittacamere e airbnb». È il mercato immobiliare di una capitale europea detto da chi lo subisce.

8. La funzione sociale, quella dimenticata

L’articolo 42 della Costituzione riconosce e garantisce la proprietà privata, e stabilisce che la legge ne determina i modi di acquisto e di godimento e i limiti «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Non è una clausola ornamentale: è la ragione per cui il legislatore può limitare la proprietà. L’articolo 47, secondo comma, aggiunge che la Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione.

Su queste basi la Corte costituzionale ha costruito, con le sentenze 217 e 404 del 1988, il riconoscimento del diritto all’abitazione come diritto sociale fondamentale, compreso fra i requisiti essenziali della socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione, e ha affermato che creare le condizioni minime di uno Stato sociale è un compito «cui lo Stato non può abdicare in nessun caso». La stessa giurisprudenza precisa che la realizzazione di quel diritto richiede il concorso di tutti i livelli di governo.

Nessuna di queste norme rende lecita un’occupazione, e sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo. Ma tutte insieme rendono costituzionalmente insostenibile la riduzione della proprietà a prerogativa puramente dominicale e della questione abitativa a problema di sicurezza. La speculazione immobiliare non è una funzione sociale. Trasformare in albergo un edificio nato con il risparmio previdenziale di lavoratori pubblici non è una funzione sociale. Vendere un patrimonio collettivo per abbattere l’indebitamento di un singolo esercizio e poi riaffittarlo per vent’anni al doppio del prezzo non è una funzione sociale.

La domanda che l’articolo 42 pone al legislatore da settantotto anni è semplice: a che cosa serve la proprietà. Da almeno un quarto di secolo, in Italia, la risposta pratica è stata che serve a produrre rendita, e che quando la rendita confligge con l’abitare vince la rendita. Questo non è un esito naturale del mercato. È il prodotto di decisioni identificabili, con date, firme e numeri di protocollo.

9. Che cosa resta in piedi

Mentre l’edificio è chiuso, quello che vi era dentro si è spostato fuori. Al presidio hanno risposto oltre duecento associazioni, i circoli Arci, la Cgil, organizzazioni come Medu, Lav e Nonna Roma, i centri sociali storici della città. Le casse arrivano dal Forte Prenestino, lo schermo dal Brancaleone, i microfoni dall’Angelo Mai. Una raccolta fondi ha superato i novantamila euro in tre giorni. Sono passati Matteo Garrone, Roberto Saviano, Ascanio Celestini, Zerocalcare, Diego Bianchi, gli Assalti Frontali. È la stessa rete solidale che fu sgomberata a Ponte Mammolo nel 2015, al Baobab nel 2016, a via Curtatone nel 2017.

Sarebbe consolatorio, e sbagliato, leggere questa mobilitazione come una vittoria. Quella rete riappare ogni volta perché il vuoto che riempie non è accidentale: è ciò che resta dove la politica pubblica si è ritirata. La solidarietà civile non è un supplemento del welfare, ne è il calco negativo. Misura esattamente ciò che manca.

Restano allora i fatti, nell’ordine in cui si sono prodotti. La Repubblica ha ceduto in otto giorni, nel dicembre 2004, un patrimonio costruito con i contributi e le imposte dei cittadini, senza rendere pubblico il prezzo dei singoli beni. Se lo è riaffittato pagando, in ventidue anni, più del doppio del valore di cessione. Ha perso la proprietà. È stata condannata a risarcire il compratore per non aver eseguito uno sgombero. E oggi non riesce a ricomprare ciò che ha venduto, perché il compratore non vende. Alla fine di questa sequenza ci sono quattrocento persone che dormono sull’asfalto dell’Esquilino: l’unico anello della catena a essere stato ufficialmente qualificato come illegale.

A Roma si voterà nella primavera del 2027, e il tema è già entrato nel calcolo elettorale di entrambi gli schieramenti. Sarebbe il peggiore degli esiti. Perché la posta non è chi governa il Campidoglio, ma se esista ancora un’idea di bene pubblico capace di resistere a una contabilità che ha trasformato un edificio di ventunomila metri quadrati in una rendita, e la vita di quattrocento persone in una variabile di bilancio. La Costituzione, su questo, non è ambigua. È solo inapplicata.

FONTI

Luigi Corvo, «Svendere per poi pagare il doppio. Chi ha occupato davvero i beni comuni», il manifesto, 2 agosto 2026. Vai alla fonte

Luigi Corvo, testo integrale ripubblicato, Contropiano, 3 agosto 2026. Vai alla fonte

Annalisa Camilli, «Nessuna soluzione per Spin Time», Internazionale, 7 agosto 2026. Vai alla fonte

Il Post, «Lo Spin Time di Roma è stato evacuato e sequestrato per un incendio», 31 luglio 2026. Vai alla fonte

Il Post, «I proprietari del palazzo di Spin Time hanno rifiutato una proposta di acquisto del comune di Roma», 7 agosto 2026. Vai alla fonte

Il Post, «Il piano del comune di Roma per gli abitanti dello Spin Time», 8 agosto 2026. Vai alla fonte

Roma Capitale, Ordinanza del Sindaco su Spin Time, 7 agosto 2026. Vai alla fonte

ANSA, «Spin Time, dal governo pressioni per far fallire la trattativa», 9 agosto 2026. Vai alla fonte

Il Post, «Il ministero dell’Interno dovrà pagare più di 21 milioni di euro per il mancato sgombero dello Spin Time di Roma», 20 febbraio 2026. Vai alla fonte

RomaToday, «Occupazione Spin Time, condanna di oltre 21 milioni di euro per il Viminale», 20 febbraio 2026. Vai alla fonte

RomaToday, «Da Caravaggio a Metropoliz, quando le condanne per mancato sgombero portano a una soluzione», 21 febbraio 2026. Vai alla fonte

Avvenire, «Non ha sgomberato palazzo occupato, il Viminale dovrà risarcire 21 milioni di euro», 21 febbraio 2026. Vai alla fonte

Il Fatto Quotidiano, «Incendio nell’edificio occupato di Spin Time Labs a Roma», 30 luglio 2026. Vai alla fonte

Editoriale Domani, «Spin Time, allarme per la salute degli abitanti in strada», agosto 2026. Vai alla fonte

Abitare a Roma, «Compravendita Spin Time, diffida di FdI a Gualtieri», 5 agosto 2026. Vai alla fonte

Radio Roma, «Spin Time, la Lega: ricatto fallito, la legalità non si compra», 7 agosto 2026. Vai alla fonte

il manifesto, «Il cardinale Reina: lo sgombero non può archiviare Spin Time», agosto 2026. Vai alla fonte

Ministero dell’Economia e delle Finanze, comunicato «Immobili: costituito il Fondo immobili pubblici», 2004. Vai alla fonte

Camera dei deputati, «L’alienazione di immobili pubblici», rapporto sull’attività delle commissioni, XIV legislatura. Vai alla fonte

Decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito dalla legge 9 giugno 2025, n. 80, art. 10; art. 634-bis del codice penale. Vai alla fonte

Corte costituzionale, sentenza n. 404 del 1988, che richiama la sentenza n. 217 del 1988 sul diritto all’abitazione. Vai alla fonte

Open Impact, studio 2022 sul valore sociale generato da Spin Time Labs, Periferia Capitale. Vai alla fonte

RomaToday, «A Roma assegnati 1234 alloggi popolari in quattro anni», 5 dicembre 2025. Vai alla fonte

Idealista, «Case popolari a Roma, 1040 nuovi alloggi Erp nel 2026», 7 gennaio 2026. Vai alla fonte

Abitare a Roma, «Affitti brevi, Airbnb si difende: non siamo noi a svuotare il centro storico», 18 giugno 2026. Vai alla fonte

Abitare a Roma, «Roma, emergenza affitti brevi: subito una moratoria», 1 marzo 2026. Vai alla fonte

RomaToday, «Elezioni Roma 2027, quando si vota», 27 gennaio 2026. Vai alla fonte

Questo testo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione, Non commerciale, Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0)

ARTICOLI CONNESSI

Questi “facinorosi” siamo noiDisabili alla sbarra per aver chiesto diritti, non privilegi dicembre 12, 2025 In “Giustizia, Costituzione e diritti”

Il diritto sotto sfratto giugno 27, 2026 In “Critica del capitalismo e teoria politica”

L’IMMAGINE, scelta dalla “bottega” è di Anarkikka.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

L’IMMAGINE, scelta dalla “bottega” è di Anarkikka.

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *