Romano Mazzon: droga, che farsi?

Per rispondere a questa domanda è innanzitutto utile chiedersi cosa sia la droga. Scientificamente è una categoria che non esiste, comprende un po’ di tutto infrangendo tutte le regole della logica. Allora con droga, più che una sostanza, si definisce l’uso di una sostanza. Per questo, anche se suona male, sarebbe corretto parlare di sostanze drogastiche, ossia sostanze usate come droga.

Recuperiamo il concetto di valore d’uso? Secondo me sì, ci aiuta a chiarirci le idee e il demone, il drago, in questo modo non sta più nella sostanza (nemmeno nell’eroina o nella ketamina) ma nel significato che questa assume qui e ora.

Nel qui e ora, nel consumo di massa, allora, queste sostanze divengono una semplice merce fra le merci, come la Coca Cola o la Play Station. Si tratta di un prodotto di multinazionali che sfruttano territori e lavoratori, ridotti in schiavitù. Si tratta di sostanze adulterate, piene di porcherie che una legge porcata ci impedisce di conoscere (è vietato in Italia farsi analizzare una sostanza e i risultati delle analisi della polizia sono segreti).

Perché nessuna campagna di boicottaggio verso la cocaina? Forse che il narcotraffico non fa tanti danni quanto la Coca Cola in latinoamerica?

Perché non una campagna di boicottaggio contro l’hashish? Non sta forse creando un pericoloso processo di monocultura no-food in Nord Africa?

Perché non una campagna di boicottaggio della marijuana olandese o svizzera? Non è forse una coltivazione ogm (fuori da qualunque controllo)?

Sino ad ora la loro illegalità le ha trasformate nella merce con il maggiore valore aggiunto, nessun altro prodotto permette guadagni simili, con una rete di distribuzione capillare in cui i consumatori stessi divengono promoter/rappresentanti del prodotto, distribuendolo fra amici.

Questa illegalità rappresenta una buona fetta del nostro pil, non solo per la parte illegale ma anche per quella legale: medici, sbirri, avvocati, operatori, giudici, psicologi, farmacisti… se domattina la droga scomparisse altro che bolla finanziaria! Ci troveremmo con il culo per terra!

Mi è capitato di vedere un manifesto che diceva: «Non esiste liberazione della donna senza rivoluzione e non esiste rivoluzione senza liberazione della donna». Ora abbiamo la Carfagna alle pari opportunità: una libertà costruita sull’auto-accettazione della donna come oggetto sessuale che giunta al potere reitera quel sistema che schiaccia i diritti.

Il termine libertà, negli ultimi trent’anni almeno, è stato un bell’ abbagliante che ha distolto l’attenzione da veri processi di cambiamento. Penso, ad esempio, alla libertà di informazione e alla nascita delle radio e delle tv libere, ma libere da cosa? Quella libertà ha significato libertà per il capitale di sfondare, di passare la propria ideologia attraverso campagne di marketing. Non ha certo significato democratizzazione dell’informazione!

Questa vuole essere una breve suggestione su cui confrontarsi, fermo restando la totale avversità alla legge Fini-Giovanardi e alle sue paurose conseguenze.

Il confronto, a mio parere, deve riguardare i processi di produzione e di consumo, trattando queste sostanze come merce fra le merci. In questa ottica anche la benevolenza olandese potrebbe assumere un altro punto di vista: non è forse l’Olanda la patria di molte multinazionali, eredità di un colonialismo che fa rima con genocidio? Dove viene prodotta tutta quella maria che fa andare in brodo di giuggiole noi europei? Forse che non viene prodotta in quegli stessi Paesi che l’Olanda ha distrutto e continuano a essere schiacciati per soddisfare i nostri bisogni crescenti di consumo?

DUE PICCOLE NOTE

1 – Mi pare una intelligente provocazione, la pubblico volentieri per tenere aperta la discussione. Nel tempo dell’ipocrisia e nel regno degli sciocchi, ogni pensiero controcorrente è prezioso. In pochi osano ammettere che le droghe fanno girare l’economia. Solo a Vasco (non Errani, l’altro) è concesso dire: «Se tutti quanti smettessero… altro che crisi del dollaro». Anni prima Manfredi (Gianfranco non Nino) cantava: «E se insieme a un amico di fumare mi va / butto fumo su fumo in questa città / Però occhio in vacanza in Marocco e in Turchia / a chi vive di fumo e non vede la Cia». Altri tempi dove appunto la parola libertà aveva un senso per il singolo ma era anche un progetto collettivo.

2 – Se chi legge è curioso di sapere chi sia Romano Mazzon posso dire che è un amico: dopo aver letto i vari post sugli spinelli in questo blog gli è venuta voglia di scrivere la sua. «Vuoi presentarti?» gli ho chiesto. E lui mi ha risposto: «E’ sempre un casino presentarsi, forse puoi mettere così: con figlio, convivente, precario. Mi diletto di ricerca sociale a contratti alterni. Per circa dieci anni ho trasmesso da una radio popolare con un gruppo di folli entusiasti, ora ci studio sopra».

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