Ron Hubbard: «Ritorno al domani» e…

e il suo messaggio occulto

di Mauro Antonio Miglieruolo

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Hubbard, autore di un romanzo memorabile che non c’è chi non abbia letto (personalmente diverse volte), ha saputo meglio di altri sfruttare il fascino dell’infinito, dei paradossi einsteiniani e delle praterie galattiche per costruire un testo che è nello stesso tempo un ottimo romanzo di avventure e un inno alla cieca obbedienza; ma soprattutto meglio di altri ha saputo nascondere, dietro il messaggio apparente, quello più vero e conseguente che costituisce lo scopo ultimo del libro.

Gli uomini parlano ed esprimono le loro speranze, le paure, le visioni del mondo. Lo stesso fanno i poeti, i romanzieri, gli autori di teatro, i compositori, i pittori e i registi. Parlano attraverso le opere per esprimere le loro angosce e le loro aspettative. Parlano per convincere il prossimo che essi hanno ragione, che se il mondo va come va è perché non si acconcia a mettersi d’accordo con i loro credi. E infine – per fortuna solo alcuni – che il migliore dei mondi possibili è quello in cui sono intese le ragioni dei Capitani Jocelyn, poiché loro sanno e noi molto imperfettamente. È indubbio che questi Capitani Jocelyn abbiano ragione da vendere; quel che è dubbio se sia opportuno far loro propaganda.

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Anche Hubbard parla. Come tutti legittimato a trasmettere un suo messaggio. Quello esplicito deducibile a una prima lettura; e un secondo, invisibile forse a lui medesimo, che appare dopo svariate letture.

Quel che è rilevabile in «Ritorno al Domani» è un discorso sul dovere. Sui doveri ai quali siamo obbligati e ai quali non dovremmo saggiamente rifiutare di ottemperare. I condizionamenti sociali, la pressione dei gestori del potere (innumerevoli Jocelyn), gli ideali indotti dai mass media ci spingono a procedere in direzioni che mai avremmo preso se fossimo stati liberi di scegliere. È bene comunque assecondarli. Anche se da questi condizionamenti derivano alienazione, dolore, l’interminabile rimpianto per il diverso cammino sul quale avremmo voluto instradare la nostra vita. Hubbard non nasconde tutto questo, il dolore. Anzi, lo sottolinea. Si limita a considerarlo inevitabile, il prezzo da pagare perché il tutto – il suo personale tutto, il tutto dei Capitani d’Industria e degli Gnomi della Finanza – possa continuare. Un “premio” ci aspetta al punto di approdo di questa navigazione forzata, sia stellare che terrena. Può essere, nell’ordinario dei più fortunati, una pensione, una casa, un viaggio premio, il dono di un orologio; oppure, caso eccezionale e maggiormente funesto, una promozione. E’ il caso di Alan Corday, «Ingegnere di Decima Classe», che ha l’onore di diventare, costretto verso quella meta, un dispotico ubriacone quale era colui che l’aveva comandato e preceduto. Si diventa Capi, dunque, a prezzo dell’infelicità propria e seminandola a piene mani.

Essì, bisogna pagare un prezzo per ottenere quel “premio”. Non esistono pasti gratis nell’universo. Si va nello spazio utilizzando fiumi d’energia. Riscaldarsi all’aperto o al chiuso comporta bruciare legna (o carbone, o gas, o energia elettrica). La vita stessa per poter continuare esige siano ingerite determinate quantità di cibo, che la chimica del corpo trasformerà in energia.

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Il prezzo richiesto a tutti noi piccoli Alan Corday, noi legati a doppio filo al carro del capitale, è il più grande. L’infelicità, la tristezza, la pazzia. I cui contraccolpi tenteremo di contenere, dimenticando. Annegando il ricordo nell’alcool, fuggendo nei sogni e negli incubi della droga, sotterrandoci sotto una quantità di beni che la nostra avidità, lasciata libera di pascolare, ci indurrà ad accumulare. L’alienazione combattuta con altra alienazione, in un circolo vizioso che raramente viene interrotto prima della morte.

Ignoro se Hubbard in quanto persona, consapevolmente o meno, sia caduto in questa trappola. So che l’ha tesa a tutti noi. Non per cattiveria o in quanto Chierico del Capitale. Perché intimamente convinto, come tante persone, che proprio così debba andare. Che essere eroi significa apprendere a credere, obbedire, combattere. È quel che fa il povero Alan, non per trovare alla fine della strada un arco di trionfo ma la constatazione di un inevitabile fallimento. Obbedisce prima, crede e combatte poi per acquisire un destino di infelicità. Ultimo flagellante prende la corona di spine di Cristo e si fa Re con quella.

Proprio perché accetta di portare quella croce, ha tutta la simpatia di Hubbard. Da Hubbard – per merito di questa sua simpatia e della ottima storia che ha costruito – fino a quella di tutti noi.

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Per non cadere nella trappola abilmente costruita da Hubbard – cosa che non vogliamo o almeno io non voglio – dobbiamo fare quel che troppo spesso non facciamo: porre attenzione. Se godere il romanzo è ammesso, guardarsi dall’ideologia che nasconde è addirittura doveroso. Hubbard in effetti non ha ragione, è nel torto di una funesta visione del mondo dentro la quale vorrebbe trascinarci, dopo avervi trascinato l’Alan infelice e aleatorio della sua storia. In questa trappola ognuno che abbia avvicinato «Ritorno al Domani» è caduto inevitabilmente. Io stesso vi sono caduto. Questo la dice lunga sulle condizioni in cui viviamo, valutiamo e accettiamo l’esistente.

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Qualche domanda ulteriore occorre comunque porsela. La più importante: arrivare a comprendere – se si può – come abbia potuto Hubbard costruire una tale impostura su un personaggio nefasto qual è il Capitano Jocelyn, “nobile e glorioso eroe”. Nulla di nuovo in fondo: la via praticata in diecimila anni di storia della sopraffazione. Alla quale viene sovrapposta una meta nuova e seducente: la conquista dello spazio. Conquistare “il cielo” per educare gli uomini alle necessità della società del comando e dell’obbedienza. Capitano Jocelyn – personaggio tormentato come mai fu, schiavo della propria ideologia – si impadronisce delle vite altrui, ne plasma le menti, le inchioda a responsabilità che non le riguardano; con determinazione e inganni tali da rendere impossibile la comprensione della manipolazione della quale sono oggetto; e perciò impossibilitando a sottarsi. Un attimo di riflessione basterà comunque a vedere dietro la presunta nobiltà degli intenti, l’impostura dei comportamenti, il crimine, il furto, l’assassino di esistenze. Che per altro non sono nascosti, anzi sono esplicitati. Coperti costantemente dalla nobiltà delle motivazioni. La grande impresa nella quale ci coinvolge, l’esplorazione dello spazio, che giustifica ogni nefandezza. Così come secoli fa (ma ancora oggi) si copre con il bisogno di esportare civiltà e democrazia la politica delle cannoniere.

Un attimo ancora di ulteriore attenzione e scopriremo che non si tratta d’altro che della pratica perenne con la quale vengono nobilitati i servitori dello Stato. Un paio di secolo fa non si davano forse patenti di corsa (da cui il nome “corsari”) a serial killer autorizzati al ladrocinio e alla devastazione? Non accadeva spesso che al termine della “carriera” il monarca concedesse loro titoli nobiliari?

Hubbard allora non farebbe altro che utilizzare il punto di vista dominante, la morale borghese di sempre (erede di quella medievale), il cinismo del fine che giustifica i mezzi, contro l’etica umanistica della quale è ancora possibile trovare traccia nel sentire delle masse (con il rispetto al primo posto).

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Tuttavia credo che per comprendere in profondità le finalità ideologiche spontanee di Hubbard occorra andare un poco oltre. Ritengo che Hubbard intenda affermare un messaggio più sottile del mero invito ad assoggettarsi. Sembra volerci suggerire che non dobbiamo guardare a come siamo trattati, ma al fine ultimo e superiore che coloro che si sono proclamati nostre guide hanno stabilito per noi e contro di noi. Voi – suggerisce Hubbard – siete ingannati, derisi, maltrattati, circondati da bugie e trappole; siete disprezzati e puniti, che lo meritiate o meno. Questo però non deve indurre a diffidenza o esitazioni rispetto al proprio dovere. C’è una ragione in tutto questo assurdo che vi circonda, una ragione che se non vi viene detta, pieni come siete di false credenze (le credenze nelle quali noi vi avviluppiamo) mai la capirete. Colui che vi vessa (vi sfrutta, vi usa e vi getta) è della vostra parte, non contro. Non vi sta utilizzando, non vi sta sfruttando. Non vi sta ingannando. Vi sta guidando incontro al vostro giusto destino. Il Potere ha ragioni che la nostra ragione non riesce a intendere. Hubbard sì.

Milioni di Capitano Jocelyn obbligano l’umanità a aggiogarsi a ideali estranei a loro. Lo fanno “consapevoli” che i piccoli interessi di ognuno nulla contano contro gli interessi generali delle Banche, dei Rockfeller, della Patria. Purtroppo per loro (e quanto si dolgono di questo i Capitano Jocelyn!) molti di noi recalcitrano, avanzano dubbi, restano perplessi; oggi ancora pochi, domani la maggioranza; e chissà non si arrivi a che nessuno intenda fornire la medesima risposta di finale acquiescenza di Alain Corday, Ingegnere di Decima Classe. A noi, a me almeno, non interessa guidare gli altri dove non vogliono andare per una causa “superiore” che non approviamo. Anzi, che neppure conosciamo. A noi interessa vivere a modo nostro, vicino ai nostri cari, nel luogo che abbiamo scelto. E se la patria chiama, lasciamola chiamare, di là dei monti e il mare un’altra patria c’è. La terra che ognuno sceglie dove piantare la propria tenda, per allevare mucche e cavalli, per potersi infine costruire una capanna di tronchi e magari persino in muratura.

Comunque sia, una splendida dimora. La dimora degli dèi. Quella degli uomini che hanno scelto e deciso per sé, non per Capitano Jocelyn.

In “bottega” cfr Ron Hubbard: fantascienza e scientologia (di Gian Filippo Pizzo)

 

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

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