Scor-data: 21 ottobre 1950

La riforma agraria in Italia e l’epopea delle lotte per la terra e la libertà

di Domenico Stimolo (*)

Riportare alla memoria la «Riforma agraria» del 21 ottobre 1950 è un’azione non facile. Per i molti anni trascorsi – oggi ci ritroviamo in una condizione socioeconomica completamente mutata – e per la comune capacità e voglia di soffermarsi in maniera diffusa su atti ed eventi che, specie per i giovani, possono sembrare “preistoria”. Eppure, sul piano temporale non si è affatto così lontani. Da parte mia ero bimbetto, meno di due anni. Non poche persone che furono impegnate nel contesto – e in prima fila nella “epopea” del prima e del dopo la Riforma – sono ancora in vita.

Testimoni diretti di una lunga fase storica di riscatto civile e sociale che iniziata alla fine dell’Ottocento attraversò gran parte del Novecento. Caratterizzata da un imponente movimento popolare organizzato. Il più grande e partecipato che ha riguardato il nostro Paese nel corso dei secoli, in particolare nel Sud Italia.

Protagonisti furono i braccianti e i contadini senza terra, milioni e milioni di persone, uomini e donne, pacificamente “armati” solo della propria povertà e disperazione contro i grandi proprietari terrieri. I feudatari di antico e storico “lignaggio” sfruttatore che spadroneggiavano in molte regioni d’Italia, in gran parte stanziati nel Meridione.

Fu una lunga, travagliata ed eroica “epopea” che cercava di cancellare il servaggio plurisecolare di stampo medioevale che ancora caratterizzava molte aree territoriali.

Il quadro economico-sociale era molto diverso da oggi. Alla fine degli anni quaranta (del ‘900) braccianti e contadini costituivano, con il 40%, la prevalente parte del mondo del lavoro attivo che caratterizzava l’Italia.

Oggi tutto è impetuosamente cambiato. Nell’agricoltura gli addetti diretti sono poco più del 3% degli occupati complessivi, circa 900.000. Di questi molti sono gli immigrati “stranieri” regolari e i tanti altri detti “irregolari” che sfuggono alle fredde statistiche. Sono i nuovi sfruttati che in parte rilevante costruiscono e garantiscono la nostra alimentazione. Sul piano economico generale l’apporto è del tutto residuale, attorno al 2%.

La legge varata il 21 ottobre 1950 dal Parlamento (governo De Gasperi) non fu una normativa strutturale che interessava l’intera penisola italiana. Fu chiamata «legge stralcio» (numero 841): «Norme per la espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini». Il nominale obiettivo era rivolto a espropriare i terreni abbandonati o scarsamente produttivi. Riguardò in maniera mirata una serie di aree circoscritte, sparse a “macchie di leopardo” nell’ambito del territorio nazionale: Delta padano, Maremma toscana, bacini del Fucino e Flumendosa (centro-sud Sardegna), alcune zone di Puglia, Campania, Lucania, diverse aree della Calabria (altopiano silano e zone ioniche con la «Legge Sila» del 12 maggio 1950); infine la Sicilia fu regolamentata dall’apposita «Legge di Riforma agraria regionale» il 27 dicembre dello stesso anno.

Venne decisa la formazione degli Enti di riforma, strutture operative per la realizzazione delle decisioni assunte: strumenti di accentramento che calavano le risoluzioni dall’alto ingabbiando gli intenti partecipativi e associativi.

Nell’agosto 1950 fu varata la Cassa per il Mezzogiorno. Tre anni dopo vennero creati istituti speciali per il credito agevolato.

I numeri della Riforma: espropriati terreni per 760.000 ettari (il 60% nel sud Italia); la grandezza del lotto medio era 7 ettari; le famiglie contadine interessate all’assegnazione 113.000. In Sicilia, epicentro della ribellione contadina, dei nominali 114mila ettari messi a disposizione dall’Eras (l’Ente per la riforma agraria) ne furono assegnati 74.290, divisi in 17.157 lotti. Solo l’11% dei richiedenti – cioè 154.000 – riuscì ad avere un lotto di terreno. Le terre messe a disposizione diventarono 99.000 ettari con la successiva legge del 27 dicembre 1950.

Quella Riforma ebbe luci e ombre. Per la prima volta nella storia italiana vennero espropriati terreni ai latifondisti, assegnando terre agli affamati braccianti agricoli. Il progetto era di incentivare la nascita di nuova imprenditorialità. La suddivisione in piccoli lotti però non permise la nascita di attività produttive significative. Questo significativo inconveniente in parte fu rimediato dalla formazione di consistenti cooperative che svilupparono una migliore e funzionale dinamica nei sistemi di coltura, nei costi e nella distribuzione di vendita.

Bastò questo, con le contraddizioni che si innescarono con l’applicazione della Riforma agraria, a dare risposta al grido di dolore e di lotta – la terra a chi la lavora – che partiva da lontano?

Lo sviluppo delle successive vicende ci hanno insegnato che le questioni da rimediare sull’atavica povertà (che attraversava gran parte del nostro Paese) erano molto più articolate e complesse, specie se misurate con i processi che si innescarono nel corso del decennio successivo.

In quella fase temporale le condizioni produttive, economiche e sociali dell’Italia stavano iniziando un lento cambiamento strutturale. Cominciava, a passi sempre più crescenti, lo sviluppo industriale nelle aree del nord. Quasi completata la ricostruzione post-bellica, si cominciavano a pensare e progettare gli sviluppo urbanistici delle grandi città. Le campagne erano il luogo dell’isolamento e della sofferenza storica. Iniziarono in maniera sempre più massiccia (ma erano sempre stati in corso) quei processi di emigrazione che caratterizzarono molte aree geografiche dell’Italia, specie dal sud, da dove ci fu una vera e propria fuga verso il resto d’Italia e il mondo intero. Molte aree territoriali furono interessaste da forti dinamiche di migrazioni interne. Dalle aree interne, cosiddette di campagna verso i capoluogo di provincia. Iniziava il grande processo, via via sempre più massiccio, di decremento residenziale di tanti paesi.

La Riforma agraria del 1950 venne preceduta dai decreti di Fausto Gullo – che fu ministro dell’Agricoltura, calabrese, comunista – emanati, con Decreto legislativo luogotenenziale, già il 19 ottobre 1944 dal governo provvisorio di unità nazionale di Badoglio (la guerra era ancora in corso nel Nord Italia): «Concessioni ai contadini delle terre incolte», da attuare nel Mezzogiorno. L’obiettivo del decreto era spezzare il latifondismo concedendo in affitto a cooperative agricole (e leghe) – si intende cooperative di concessionarie delle terre incolte, essenzialmente costituite da contadini poveri e braccianti – con l’impegno vincolante della forma cooperativistica; e non più solo su richiesta, come previsto dal decreto 1920-1921 sulle terre incolte e malcoltivate. Inoltre fu prevista la riforma dei patti agrari per garantire ai fittavoli il 50% della produzione. Le conseguenze furono rilevanti. Nel Mezzogiorno vennero dati in concessione oltre 300.000 ettari (80.000 in Sicilia). Successivamente una serie di modifiche furono introdotte nel 1946 dal “Decreto Segni” e in Sicilia con decreti legislativi regionali.

Il percorso di liberazione del movimento contadino – per il conseguimento delle elementari condizioni necessarie alla sopravvivenza, di dignità umana e diritti materiali e sociali – nel suo cammino storico (moderno), cioè dall’Unità nazionale ai tragici fatti di Avola (Siracusa) del 2 dicembre 1968, è stato contrassegnato da inaudite sofferenze, eroiche lotte scandite da innumerevoli eccidi e persecuzioni di massa. Milioni di uomini, donne e giovani che vivevano in condizioni di incredibili povertà e sfruttamento ne sono stati direttamente protagonisti.

Questi avvenimenti – i più grandi e duraturi che hanno caratterizzato le lotte e le rivendicazioni nel mondo del lavoro – con i valori portanti di riscatto sociale, giustizia, libertà e democrazia, hanno forgiato, pur nelle tante contraddizioni, la nuova Italia. Cancellando definitivamente dalla storia nazionale il feudalesimo come “ideologia” di possesso e violenza verso i subalterni, il latifondismo e il servaggio della “plebe”. Abbagliati dalle nostre attualità sembrano trascorsi anni luce eppure in molti la memoria è sempre viva.

Sarebbe lungo e complesso ricordare gli innumerevoli accadimenti, le persone e le organizzazioni sindacali e politiche che sostennero e incentivarono le lotte nel corso di oltre 100 anni, in lungo e in largo per l’Italia. Tante le stragi, innumerevoli gli incarceramenti.

A partire dal dopo l’Unità nazionale molti furono i sommovimenti di ribellione contadina nelle varie aree del Mezzogiorno, estinti nel sangue. Non mi soffermo, per non appesantire troppo questo scritto.

Bisogna però necessariamente evidenziare i fatti, le ribellioni e le tragedie che si consumarono in Sicilia negli anni del movimento dei “Fasci siciliani”. Un’esperienza grandiosa di partecipazione e di solidarietà attiva (si formarono, fra l’altro, tante Società di Mutuo Soccorso) che coinvolse centinaia di migliaia di cittadini, nelle città e nelle campagne, per lo più appartenenti ai ceti poveri e interessò tutte le province siciliane, dal primo maggio 1891 al gennaio del 1894, quando fu emanato il decreto militare di scioglimento. Al centro delle rivendicazioni il trittico: pane (cioè lavoro), giustizia e libertà. I contadini, i braccianti, i senza terra – quelli “storici” del pane e cipolla che si rivolgevano al padrone con il “Suo Signoria” – furono il nerbo costitutivo e rivendicativo della rivolta. Si aggiunsero zolfatari e tanti sfruttati delle principali zone urbane. Fu un vero e grandioso processo di democratizzazione sociale e politica. Grande rilevanza assunse lo sciopero agrario che durò dall’agosto al novembre del 1893, coinvolgendo decine di paesi con oltre 100.000 contadini e braccianti aderenti. Lo sciopero fu preceduto dalla stipula dei “Patti di Corleone” del 31 luglio, definiti nell’ambito del congresso socialista. Nasce, di fatto, il moderno movimento sindacale contadino che ebbe grandi influenze sul movimento sindacale nazionale.

In questo quadro un massacro grande fu perpetrato a Caltavuturo (Palermo) il 20 gennaio 1893. Soldati e carabinieri spararono su oltre 500 contadini che tornavano in paese dopo un’occupazione simbolica di terre “latifondiste” appartenenti al demanio comunale. Tredici cadaveri furono lasciati sulla strada. Molti i feriti.

Nella breve fase che va dalla fine del 1893 all’inizio dell’anno seguente le stragi furono tante. In Sicilia rimasero uccise 108 persone. All’eccidio di Caltavuturo si aggiunsero altri massacri, quasi tutti nelle aree del palermitano e dell’ennese: Giardinello, Lercara, Pietraperzia, Gibellina (Agrigeto), Marineo, S. Caterina di Villarmosa e altre. Migliaia i perseguiti, condannati e incarcerati.

Una riflessione a parte dovrebbe concentrarsi sui tanti movimenti di rivendicazione contadina che si svilupparono in molte regioni d’Italia (epicentro, come sempre, nel Mezzogiorno) immediatamente dopo l’enorme carneficina della prima guerra mondiale. Con la guerra ancora in corso il governo (guidato da Antonio Salandra) – riprendendo l’obiettivo «la terra ai contadini», lanciato dal partito socialista e dalla Federazione dei lavoratori della terra – solennemente dichiarò: «dopo la fine vittoriosa della guerra, l’Italia darà la terra ai contadini con tutto il necessario, perché ogni eroe del fronte, dopo avere valorosamente combattuto in trincea, possa costituirsi una situazione di indipendenza. Sarà questa la ricompensa offerta dalla Patria ai suoi valorosi figli». Parole al vento. Una riforma agraria complessiva non avvenne. Furono attuati alcuni provvedimenti sparsi. Dopo la costituzione dell’Opera nazionale combattenti (dicembre 1917) che poteva nominalmente procedere ad espropri di terreni, il 2 settembre 1919 fu emanato il decreto Visocchi, poi il 22 aprile 1930 intervenne il decreto Falcioni. Furono assegnati provvisoriamente circa 90.000 ettari. Nel corso di 11 anni, dal 1919 al 1930, vennero complessivamente quotizzati meno di 140.000 ettari riguardanti 341 latifondi.

Fin dal dopoguerra ripresero intense le lotte contadine, specie nel Sud ed in particolare in Sicilia. Ma in quest’ultima regione si iniziò a saldare la perversa connessione tra mafiosi-latifondisti-fascisti. Vennero altre uccisioni di contadini, sindacalisti e socialisti, e ulteriori stragi. A Riesi (Caltanissetta) l’8 ottobre 1919 le forze dell’ordine spararono sui contadini: quindici gli uccisi, cinquanta i feriti. Poi, ancora spari e uccisioni a Gela il 9 ottobre; il 27 luglio a Randazzo (Catania) con 9 morti; altri nove morti a Catania il giorno dopo; l’8 novembre a Comiso (Ragusa) ancora 4 morti.

Grande fu il contributo dato dai contadini nella gran parte delle regioni italiane nel periodo che va dal 1920 al 1922 nel cercare di contrastare le migliaia di operazioni di enorme violenza organizzata messa in opera dalle bande fasciste nei paesi e nelle zone rurali. Moltissimi i morti, i feriti, gli incarcerati, gli esiliati all’estero (a questo riguardo servirebbe una riflessione a parte).

Poi i fascisti conquistarono il potere. Repressero brutalmente la libertà, la democrazia, le rivendicazioni sociali. Una lugubre cappa di continua violenza dittatoriale calò su contadini, lavoratori e cittadini tutti; culminante, poi, con gli orrori della seconda guerra mondiale, deliberatamente scatenata in combutta con la Germania nazista.

Ed è importante ricordare il fondamentale contributo dato dai contadini durante la lotta di Liberazione, specie nelle aree del centro-nord, per la partecipazione diretta nelle formazioni partigiane e il largo sostegno in assistenza e solidarietà attiva dato ai gruppi combattenti contro il nazifascismo. Fra tutte le regioni spicca in particolare l’Emilia Romagna.

Poi, con il 25 aprile, sconfitti definitivamente fascisti e nazisti, liberata l’Italia, iniziò la lunga e travagliata fase della ricostruzione (l’Italia era devastata), della partecipazione di massa alla nuova vita democratica con la guida delle forze politiche del Cln e del rinato movimento sindacale.

Iniziarono con grande forza le rivendicazioni di quella gran parte di popolo che era stato lungamente represso nelle più elementari aspirazioni di crescita (e persino per la sopravvivenza) e di giustizia sociale. Enormi erano le diseguaglianze, dilanianti le povertà, umilianti le servitù ancora in atto. Il movimento contadino fu in testa alle lotte; in tutto il Mezzogiorno, in molte aree del centro, in Emilia, nelle zone della pianura padana e altre ancora. Il grande mondo degli agrari e latifondisti, assieme alle articolate rappresentazioni del padronato e delle variegate destre, si riorganizzarono, per cercare di mantenere la stato in essere.

Il vento era cambiato, pur nelle grandi lacerazioni e contrapposizioni che subentrarono con la codificazione nello scenario internazionale dei due blocchi contrapposti e della guerra fredda. Nacque la Costituzione. In maniera forte si estese la presenza e l’organizzazione dei partiti della sinistra e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori della terra. Contadini e braccianti rialzarono finalmente la testa. Per uscire dallo stato millenario (specie nel Sud) di schiavitù, chiedevano terre e condizioni di lavoro adeguate. Un grande strumento utilizzato fu “lo sciopero alla rovescia”. Si occupavano le immense estensioni di terre incolte. Uomini, donne e ragazzi iniziavano a lavorarle.

Una vera epopea. Di lotte ma anche di eccidi e violente repressioni che attraversarono l’Italia intera, colpendo in particolare nelle zone del Sud dove più gigantesche erano le diseguaglianze con disperate condizioni di vita nelle campagne e nei paesi. In moltissime occasioni spararono le forze dell’ordine. In tante altre intervennero le organizzazioni mafiose di vario stampo, seminando uccisioni ed efferatezze.

L’elenco è molto,troppo lungo.

In questo scritto, semplificando, si ricordano quelle più notevoli e cruenti, nell’ordine cronologico:

  • 5/6 agosto 1946, Caccamo ( Palermo): grande manifestazione contadina contro la requisizione del grano, con migliaia di partecipanti, in testa le donne. A “fronteggiare” circa 600 fra poliziotti e carabinieri. 12 braccianti rimangono uccisi, un centinaio i feriti. Muoiono anche 4 militari.
  • 1 maggio 1947, Portella della Ginestra (Palermo): fra i tanti luoghi delle lotte è diventato simbolo. Quella mattina migliaia di contadini – molte le donne e i bambini – e lavoratori si radunano nella grande vallata vicino a Piano degli Albanesi per celebrare la ricorrenza della “festa dei lavoratori”. Appena iniziato l’intervento (l’oratore è salito sul grande masso che caratterizza la valle) dal vicino monte Pizzuto inizia il fuoco dei fucili mitragliatori. Una strage: sette contadini rimangono uccisi, trentatré i feriti. Era la banda Giuliano, separatista, “amico” dei tanti che si opponevano alla riforma agraria.
  • 15 novembre 1947, Cerignola (Foggia): durante lo sciopero generale rimangono uccisi due contadini. Morti anche due agenti di polizia.
  • 18 novembre, Corato (Bari): mentre è in corso lo sciopero generale dei contadini la polizia spara. Uccisi due uomini e una donna.
  • 22 dicembre 1947, Canicattì (Agrigento): manifestazione dei braccianti disoccupati, tre contadini uccisi dal fuoco delle forze dell’ordine.
  • 11 febbraio 1948, S. Ferdinando di Puglia (Foggia): cinque contadini uccisi nel corso di una manifestazione di mezzadri.
  • 20 maggio 1948, Trecenta ( Rovigo): un contadino rimane ucciso durante lo sciopero bracciantile.
  • 4 giugno 1948, Spino d’Adda (Cremona): durante una manifestazione di protesta contro gli agrari i carabinieri sparano, ucciso un contadino.
  • 2 luglio 1948, S. Martino in Rio (Reggio Emilia): nel corso di uno sciopero muore un contadino, schiacciato da una autoblinda.
  • 17 maggio 1949, Molinella (Bologna): mentre è in corso lo sciopero nazionale dei braccianti, una giovane mondina è uccisa dal fuoco di un mitra.
  • 20 maggio 1949, Mediglia (Milano): durante lo sciopero bracciantile della Valle Padana un giovane contadino viene ucciso.
  • 4 giugno 1949, Campagna ferrare (Ferrara): manifestazione contadina, tre braccianti rimangono uccisi.
  • 31 ottobre 1949, Melissa (Catanzaro): un eccidio. All’alba migliaia di contadini assieme alle famiglie partono dal paese per occupare un grande feudo di 21.000 ettari, detto “Fragalà”, abbandonato e incolto. Lavorano, dissodando, per parecchie ore. Arriva la polizia e spara. Uccisi tre contadini (due uomini e una donna), 15 i feriti. Un grande sciopero di protesta e sdegno viene effettuato a livello nazionale, richiedendo le dimissioni del ministro degli interni Mario Scelba.
  • 29 novembre 1949, Torremaggiore (Foggia): due braccianti e una donna vengono uccisi.
  • 14 dicembre 1949, Montescaglioso e Bernalda (Matera): durante il giorno c’è stata un’occupazione di terre. Di notte arrivano nei due paesi carabinieri e polizia. Due braccianti vengono uccisi dai colpi di mitra; feriti altri cinque braccianti.
  • 1 maggio 1950, Celano (L’Aquila): durante una manifestazione di braccianti davanti al Municipio le forze dell’ordine sparanio. Uccisi due contadini, 12 i feriti.
  • 18 gennaio 1951, Comacchio (Ferrara): grande manifestazione di protesta dei braccianti. Sulla strada è ucciso un contadino, altri due restano gravemente feriti.
  • 19 marzo 1952, Villa Literno (Caserta): un contadino è ucciso nel corso di una manifestazione.
  • 20 febbraio 1956, Comiso (Ragusa): durante una manifestazione di braccianti due contadini sono uccisi.
  • 14 marzo 1956, Barletta (Bari): migliaia di braccianti e donne manifestano per il lavoro. Sotto il fuoco delle forze dell’ordine cadono uccisi tre braccianti, sei i feriti.

Infine, l’ultimo eccidio di contadini in lotta:

  • 2 dicembre 1968, Avola (Siracusa): mentre è in corso in Sicilia lo sciopero dei braccianti per il rinnovo contrattuale, ad Avola la situazione assume un carattere drammatico. I braccianti, stanchi delle tante lotte che non hanno portato risultati, innalzano barriere con blocchi stradali agli ingressi del paese. Arriva la Celere da Catania. Si spara. Due contadini – Salvatore Scibilia (48 anni) e Angelo Sigona (25 anni) – restano uccisi. Enorme lo sdegno in tutt’Italia. Grandi manifestazioni di protesta si svolgono in moltissime città.

Anche dopo la riforma agraria dell’ottobre 1950 il movimento contadino continuò con l’occupazione delle terre incolte. Altre lotte, dure e dolorose, furono condotte in molte zone, in particolare nel Mezzogiorno. Altri ammazzati. Durissime le repressioni e le condanne. In Sicilia, la mafia – vero e proprio braccio armato del potere agrario e dei suoi alleati che voleva mantenete inalterati gli incredibili privilegi – colpì duramente i dirigenti politici e sindacali, i contadini militanti. Solo nella fase delle lotte che va dal varo dei decreti Gullo alla riforma agraria, rimasero uccisi negli agguati più di quaranta. La strage degli eroi continuò anche dopo. Fra i tanti, Placido Rizzotto che venne ucciso a Corleone nel marzo 1948, Salvatore Carnevale (reso “immortale” dalla poesia di Ignazio Buttitta a lui dedicata) a Sciara nel marzo 1955.

Come ricordato prima, la situazione complessiva economica-sociale stava mutando e nel corso degli anni 50 iniziarono i grandi processi di emigrazione. Solo dalla Sicilia, nel ventennio che va da 1951 al 71, su una popolazione complessiva di 4,5 milioni, più di un milione di persone abbandonò l’isola e in gran parte veniva dalle zone rurali. Si era concluso il lungo ciclo scandito dal grido «terra e libertà».

(*) Ricordo – per chi si trova a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 21 ottobre avevo, fra l’altro, queste ipotesi:
la strana storia di Sant’Orsola; 1096: crociati massacrati a Nicea; 1520: Magellano scopre il famoso stretto; 1805: battaglia di Trafalgar; 1833: nasce Alfredo Nobel; 1929: nasce Ursula Le Guin; 1941; stragi a Kragujevac; 1956: golpe in Honduras; 1974: i fascisti uccidono Adelchi Argada; 1993: Burundi, ucciso presidente Ndadaye; 2010: Alik Gershon gioca in contemporanea 523 partite di scacchi.. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.
Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info .
Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… è un’impresa più complicata del previsto, vi aggiorneremo. (db)

 

Redazione
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