Scor-data: 6 luglio 1415

Jan Hus, uno dei più grandi intellettuali d’Europa

di Bozidar Stanisic (*)  

Al quarto Congresso degli scrittori cecoslovacchi1 , alla vigilia della Primavera di nel Praga, nel suo breve discorso «Ragione e coscienza»2 Karel Kosik non ha pronunciato il nome di Jan Hus (1369?-6 Luglio 1415).  Questa mente brillante della Primavera allora ha usato il sinonimo ma chiaro a tutti – il grande intellettuale boemo. E ha citato una sua lettera3 – secondo Kosik, unica nella letteratura mondiale – cui l’immortalità esprime alcune verità fondamentali sull’uomo e sul mondo: «Un teologo mi disse che tutto andrà bene e tutto mi sarà permesso se obbedisco al Concilio e aggiunse: “Se il Concilio proclama che tu abbia un occhio solo, anche se ne hai due, il tuo dovere è andare d’accordo con il Concilio”. Gli ho risposto: Anche se lo sostiene l’intero mondo, io, possedendo la ragione, ciò non potrei permettermi senza obiezione di coscienza»4. La verità fondamentale, secondo Kosik, non riguarda un oggetto ma l’uomo e ogni cosa senza fondamenta è di basso fondo, anzi è vuota. E l’uomo che esiste senza questa verità è uomo senza fondamenta.

Chi è uomo senza questa radice?

Nel suo discorso Kosik ricorda la risposta di Jan Hus: è colui che ha perso ragione e coscienza. Su questo argomento è basata la sua forte critica dei tempi moderni (Kosik5, quindi, non osservava solo il periodo del comunismo in piena crisi degli anni sessanta) in cui ragione e coscienza figurano come due unità separate e indipendenti, spesso nemiche. E per i tempi moderni ogni legame fra ragione e coscienza suscita  dubbi.

Kosik ricorda pure come era finito lo scontro fra Concilio (di Costanza) e il grande intellettuale boemo, che non voleva perdere ragione, né coscienza, ma sottolinea la fuga sia della variante potenziale che di quella immaginaria delle conseguenze già annunciate nella lettera scritta da Hus in prigione. La prima promette all’uomo di raggiungere tutto a patto che rinunci a qualcosa. Chi non avrebbe scelto tutto in nome della rinuncia di quel qualcosa? Kosik non si ferma, va avanti con le domande: Chi non darebbe vantaggio alla prima variante? Chi non criticherebbe quella scelta diversa e non direbbe che un intellettuale che l’abbraccia non è altro che un eccentrico, un estremista vanitoso, un radicale perverso?

Kosik conclude il suo discorso con la riflessione sull’uomo realista (dei tempi moderni) che respinge la coscienza per ottenere tutto, però non sapendo di aver perso ragione e coscienza. Ed è colui che sta dalla parte contraria al grande intellettuale boemo, alla sua difesa dell’unità di ragione e coscienza.

Anche questo anniversario della morte di Jan Hus6 (Giovanni Hussita), predicatore ribelle, pensatore, ideologo  della Riforma boema, rettore dell’Università di Praga, martire per la verità  potrebbe essere un’occasione per riflettere il pensiero, l’opera e la vita di uno dei più grandi personaggi della storia d’Europa. Quindi, che non sia rammentato in maniera formale. Il ricordo attivo di Kosik rimanda all’analisi della sostanza della riflessione di Hus su ragione e coscienza: uno dei punti – non l’unico – del pensiero europeo in cui è presente l’influenza di quest’uomo che, vigliaccamente ingannato dal potere ecclesiastico, era finito nella prigione di Costanza e condannato al rogo.

Se torniamo (e non solo) alla sua profezia, scritta in prigione: «Ora state preparando un’oca al forno, ma fra cento anni sentirete la voce di un cigno e sarete costretti a sopportarlo», troviamo in questo gioco di allusioni (hus in lingua boema significa oca) l’annuncio dell’arrivo di Martin Lutero, che si era riconosciuto in queste parole. Anche se indistricabilmente legati al suo vissuto di Dio, la ricerca e l’amore per la verità di Hus – insieme al suo predecessore Wiclif – si collegano alle radici dell’illuminismo, l’eco del suo pensiero ci arriva anche da Kant (mentre definiva l’immaturità come nemica della ragione) e dai padri della rivoluzione americana, poi da molti pensatori moderni in cerca delle fondamenta della verità.

Soggettivamente vedo il periodo della sua vita a Costanza, cioè quell’ultimo, più denso e più ricco per i messaggi su ragione, coscienza, verità, uomo e Dio. Che forza spirituale interna e la volontà di giustizia ci voleva per opporsi alla Chiesa Romana corrotta, venditrice di indulgenze, immersa nel lusso, lontana dall’insegnamento di Vangeli e dire ad alta voce che un predicatore non deve chiedere nessun permesso da vescovo per predicare. Secondo Hus, in riferimento a San Agostino, solo Cristo è il capo della Chiesa universale, solo egli è la pietra, quindi non l’apostolo Pietro. La fede – diceva Hus – deve essere rivelata nella lingua del popolo. 

Oltre al dettaglio attualizzato da Kosik, ve ne sono altri, molto significativi, accaduti a Costanza in quell’estate lontana ma memorabile. Fra questi si distingue proprio il giorno in cui viene portato al Concilio, stando solo davanti all’imperatore Sigismundo, ai rappresentanti di vari Stati e ducati e al potere ecclesiastico. All’imperatore Hus ha detto in faccia che era venuto a Costanza di propria volontà per essere poi vergognosamente tradito malgrado la parola d’onore. Pronunciata la pena di morte, era incominciata la cerimonia di degradazione dell’accusato per eresia. I vescovi l’hanno vestito da prete e Hus ha detto ad alta voce che Gesù era vestito di bianco quando fu portato da Ponzio Pilato. All’ultima proposta di rinunciare all’eresia si era rivolto a tutti con queste parole: «Con quale volto potrei osservare il cielo? Con quale occhio potrei guardare il popolo a cui predicavo il puro Vangelo? No, io penso che la loro salvezza sia più preziosa di questo misero corpo, ora condannato a morte». In seguito, mentre gli toglievano i vestiti e mettevano un cappello su cui erano disegnati diavoli e la scritta arci-eretico, ogni  vescovo diceva una maledizione. E lui rispose «Ora consegniamo al diavolo la tua anima, hanno detto i vescovi. Per te, Gesù, che portavi la corona di spine, con gioia porterò questa corona». L’ultima occasione per  rinunciare al suo pensiero l’ho avuta prima di essere messo al rogo. L’ha respinta incominciando a cantare: «Gesù, figlio di David, abbia pietà».  

Le ceneri di Hus furono buttate nel fiume Reno. Per i suoi seguaci, puritani ma libertari tolleranti verso chi pensava diversamente di loro, era un atto simbolico: le ceneri portate dalle acque passarono per buona parte d’Europa e divennero semi per un’altra epoca.

Il 18 dicembre 1999 papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per quella morte al rogo. Quindi, con un po’ di ritardo.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

1 Praga, 27-29 giugno 1967

2 Allora pubblicato nei documenti del Congresso e come prefazione alla nuova serie della rivista Literární listy

3 Del 18 giugno 1415

4 In Karel Kosik «Dijalektika krize», Beograd 1983, pag. 5

5 Peccato che anche il pensiero sociale attuale e la ricerca sulla storia della Primavera di Praga si siano maggiormente limitati a osservare Kosik (e non solo lui) solo nella luce di quel periodo, senza approfondimenti e legami più che evidenti fra la crisi del comunismo e questa dei nostri tempi, a partire da Dopo il Muro.

  • 6 La sua biografia e la sua opera sono talmente ricche e drammaticamente intrecciate con la storia dell’Europa e della Chiesa, che al lettore di questo articolo si propone la lettura di alcune ricerche (J. Puyo, «Jan Hus. Un drame au cœur de l’Eglise», Paris; A. Comi, «Verità e anticristo: l’eresia di Jan Hus», Pendragon, Bologna, 2007) oppure, a chi almeno si chiede chi era Jan Hus, la lettura dei materiali presenti sulla rete, a partire da Wikipedia. La complessità dei legami con la storia del suo tempo, con personaggi di spicco (re Venzeslao, re Sigismundo, i papi dello Scisma ecc.), della sua lotta contro una Chiesa corrotta  e del suo martirio assomiglia a un film pieno di episodi intensi anche post mortem di questo grande boemo.  Non per caso la cinematografia boema in più occasioni ha realizzato tali
    progetti; in alcuni, il ruolo fondamentale per il popolo boemo, ribelle alla Chiesa, è dato a Jan Žižka, condottiero delle guerre hussite contro cinque crociate alle quali hanno preso parte 33 Paesi europei.
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