Scusi, ha detto afrofuturismo?

Jazz, fantascienza “nera” e oltre: Daniele Barbieri su «L’invasione degli afronauti» di Giorgio Rimondi (*). A seguire una breve noticina di Severo De Pignolis e un’ampia segnalazione di Horny To Rinko

Odio profondamente Giorgio Rimondi perchè ha pubblicato il libro che stavo per scrivere io. Anzi, mentre dormivo mi ha succhiato via tutte le mie idee, iniettandomi (con la complicità del professor Franco Minganti che infatti lui ringrazia alla fine) una dose di tze-tzeina. Non lo dico a vanvera: almeno 42 testimoni – fra cui Marie Laveau e Papa LaBas (**) – possono confermare sotto giuramento che circa il 27 per cento del libro di Rimondi era già nel mio cervellino.

Però sono buono e clemente – oltrechè laureato con lode in verfremdungseffekt (lo “straniamento”) – e dunque la recensione che andate a leggere passerà sopra questo furto.

Magari vi state domandando chi sono gli afronauti invasori. Fatevi aiutare dalle tre righe del sottotitolo: «Astronavi narrative di inizio millennio. Afrofuturismo: dalla musica jazz alla fantascienza nera e oltre». Adesso fatevi confondere dalla quarta di copertina con frasi tipo: «Il giorno dopo le astronavi atterrarono e tutti cercavano i dischi di Art Blakey» oppure «Che il popolo nero possa volare può sembrare una cosa assurda ma è ovunque».

Spero di avervi già convinto che questo è un gran libro per chi non teme il fecondo kaos ma se preferite le 5 w – Who, What, When, Where, Why – e non temete un minimo di spoiler andate pure avanti.

Bisogna arrivare però a pagina 156 per avere una definizione sintetica dell’afro-futurismo: «La finzione speculativa che tratta temi afroamericani e si occupa delle preoccupazioni afroamericane nel contesto della tecnocultura del ventesimo secolo […] volendo individuare il termine più adatto potrebbe essere chiamata afro-futurismo». Wikipedia semplifica (un po’ troppo) così: «L’afrofuturismo è una corrente culturale nata da diversi scrittori, artisti e teorici afroamericani negli anni settanta» e che ora “dilaga” o se preferite ha preso nuovo slancio.

Il libro di Rimondi è prezioso e completo. Se non sempre rispetta le 5 W è perchè il mondo in generale e l’afrofuturismo in particolare non funzionano così. Si salta avanti e indietro fra Usa e Africa (ma sarebbe più corretto dire Afriche), su e giù nel tempo con Ralph Ellison e Octavia Butler, Eschilo e Duke Ellington, la tratta degli schiavi e l’oggi, film e danza, soprattutto jazz (il maestro è Sun Ra, gli apostoli ben più di 12) e fantascienza. Con atteggiamenti molto diversi rispetto alla conquista dello spazio. Da un lato il «Non posso pagare le fatture dei medici / con i bianchi sulla Luna» come ironizzava il poeta e cantante Gil Scott-Heron nel 1970 e dall’altro lato Edward Makuka Nkoloso «già combattente nella guerra di liberazione e insegnante di scienze» che quando lo Zambia nel 1964 diventa indipendente annuncia che è al lavoro per organizzare «il primo equipaggio africano in grado di affrontare un viaggio inter-planetario».

Trovate anche il primo concerto su Marte. Era il 2012: la NASA chiese al rapper afroamericano will.i.am una canzone che celebrasse «la passione per la scienza, la tecnologia e l’esplorazione spaziale». Detto-fatto: venne caricata nella menoria del rover Curiosity (bel nome, vero?) su Marte e «da lì trasmessa alla Terra».

Nelle pagine del libro incrocerete spesso Amiri Baraka e il romanzo «MumboJumbo» di Ishmael Reed: se non li conoscete – l’Italia resta un Paese dove molti si vantano di essere ignoranti ma voi dissociatevi da questa scemenza – questa è l’occasione buona per farveli amare.

Altro? A cascate: l’acronimo IDIC («infinita diversità in infinite combinazioni») della serie «Star Trek» con il primo bacio “inter-razziale” della tv statunitense; Ornette Coleman (che accetta di suonare al manicomio di Trieste) e l’altro grande sassofonista John Coltrane (fatto santo) con altri jazzisti ma anche Jimi Hendrix, l’hip hop, Public Enemy; la meteora Basquiat; Clinton (George non Bill) e Ta-Nehisi Coates; Akomfrah e il recente fantacinema africano; i romanzi del vecchio Samuel Delany e della giovane Nnedi Okorafor; i predicatori radiofonici … recuperando persino pezzi d’Europa come Gilles Deleuze o l’«Angelus Novus» di Walter Benjamin.

Quando leggo libri del genere mi viene in mente Eta Beta – ma il nome completo sarebbe Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide – cioè lo strano amico di Topolino che tira fuori dal “gonnellino” (o qualcosa del genere) ogni tipo di oggetto utile; anche Rimondi estrae dal suo “marsupio” ogni genere di storia e citazione proprio nel momento in cui può servire. Magia purissima.

Se ci tenete a saperlo il libro è diviso in tre parti, ognuna con la sua «appendice biblio-video-discografica». Ma siccome è un «work in progress» (o forse una jam session) a libro concluso arrivano impreviste quattro pagine intitolate «St. Louis Blues». Sospetto che quando fra un mese controllerò … nel libro ci saranno 10 pagine in più. Magia senza fine?

Giorgio Rimondi

«L’invasione degli afronauti»

Shake edizioni 2022

242 pagine (con foto), 18 euri

(*) pubblicata su micromega.net

(**) se non sapete chi sono … cfr Marie Laveau – Wikipedia e Papa LaBas (Ishmael Reed)

Una noticina di Severo De Pignolis e una segnalazione di Horny To Rinko

I miei co-inquilini – cioè Severo e Horny – mi chiedono un pochettino, una ‘nticchia di spazio; potrei negarlo?

Severo ci tiene a scandire con il ditino alzato: «Sì, molto beeeeeello il libro di Rimondi però c’è un errore a pagina 27. Scrive che Fahrenheit 451 di Bradbury ha a che fare con la “conquista comunista”… macchè è una storia senza sovietici o alieni». Torto non ha.

Horny invece segnala che sul numero 856 (marzo 2022) di «Musica Jazz» c’è lo speciale «Black to the Future» di Nicola Gaeta – con foto di Sibylle Zerr – su una nuova ondata di afrofuturismo che si muove fra arti varie, poesia, fantascienza e ovviamente musica; fra i nomi Damon Locks, Moor Mother, Angel Bat Dawid oltrechè i “vecchi” come Sun Ra, Octavia Butler e compagnia. Gaeta consiglia 3 libri: «Stand 4 What. Razza, rap e attivismo nell’America di Trump» (edito da Agenzia X) e scritto da u.net, alias Giuseppe Pipitone; «Il sogno e la ragione. Da Harlem a Black Lives Matter» (Jaca Book editore) di Daniele Biacchessi; «Più brillante del sole» (del 1998 ma appena pubblicato da Nero edizioni) del giornalista ghanese-britannico Kedwo Eshun. Non solo Horny ha ragione ma db aggiunge che sarebbe stato bello riproporre l’articolo di Gaeta … purtroppo «Musica jazz» conserva la cattiva abitudine di non rendere disponibili in rete (neanche dopo anni, lustri, decenni) i materiali che pubblica. «Roba da Medioevo informatico» scandisce Horny. E allora la richiesta è alla direzione di «Musica jazz»: per il prossimo compleanno per favore cominciate a mettere (magari partendo dall’inizio) il meglio della rivista – è un patrimonio pubblico – in rete. “Fantascienza”? Forse no: per iniziative del genere dovrebbero esserci fondi … italiani, europei, magari afrofuturisti, pubblici, privati, angelici o demoniaci. Daje.

 

 

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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