Se ammazzo mio nonno prima che nasca mio padre…

I paradossi dello spaziotempo districati da Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia: prima parte


Molto spesso ci si chiede quali siano i paletti che determinano la definizione di fantascienza. Giuseppe Lippi parlava di confini aperti, ormai soltanto una convenzione fino alla prossima trovata geniale.
I generi sono convenzioni (paradigmi… avrebbe detto Thomas Kuhn a proposito della fisica) dove ci si muove all’interno di regole stabilite da altri: quando arriva un sovvertimento, di solito non molto ben accetto, il genere assume altri aspetti e risvolti inattesi che, con il tempo, diventano essi stessi cornici o gabbie.
Dal canto mio, ritengo che la fantascienza sia un modo di espressione della filosofia, la quale così rende corporee le proprie speculazioni e indagini.
Un filo conduttore molto forte, che permea gran parte della fantascienza, è quello del viaggio nel tempo e dei paradossi a esso collegati, che andrò brevemente (o forse no) a illustrare.
Il «paradosso del nonno» è uno dei più noti e tematizzati, teorizzato per la prima volta dallo scrittore di fantascienza francese René Barjavel nel romanzo «Il viaggiatore imprudente» (1943): cosa accadrebbe se un crono-viaggiatore ben poco attento, tornando indietro nel passato, uccidesse per sbaglio suo nonno e sposasse sua nonna?
Secondo la teoria del multiverso, tale atto non sarebbe una contraddizione soggetta a censura cosmica, in quanto gli effetti di tale cambiamento avrebbero esito solo in un universo parallelo generato da questo cambiamento. Il problema è che esso, quantisticamente parlando, genera una serie di infiniti universi a sua volta, per ogni possibile variazione contenuta in questa nuova linea temporale.
Se invece si assume per assodato che l’universo è unico, ecco che il viaggio nel tempo semplicemente non è mai avvenuto, come arriva a teorizzare il fisico Stephen Hawking con la congettura della protezione cronologica: essa impedirebbe la nascita di curve temporali chiuse verso il passato, escluso forse a livello microscopico, quindi l’impossibilità logica dei viaggi nel tempo è pressoché totale.
«È come se ci fosse una Agenzia per il Controllo Cronologico che impedisca la comparsa di curve temporali chiuse, così da rendere l’universo un luogo sicuro per gli storici» commentava argutamente Stephen Hawking in una intervista rilasciata nel 1992.
Gli “storici” come me ringraziano di cuore, visto che già gli archeologi si prodigano a demolire teorie alquanto consolidate, come l’ultimo ritrovamento della casa di Romolo, che retrodaterebbe la fondazione di Roma almeno di un secolo, rendendo plausibile l’attestazione di Tacito intorno all’ 824 avanti Cristo. Anche se qui un’indagine temporale poco invasiva sarebbe davvero molto utile per verificare la bontà del ritrovamento.
Secondo il fisico russo Igor Dmitriyevich Novikov, i viaggi nel tempo sarebbero possibili anche in un universo unico e chiuso ma con una ben precisa limitazione: non si può interagire nella maniera più assoluta nel passato per cambiare il futuro, poiché la causa che ha generato il viaggio nel tempo è già accaduta in precedenza e non può in alcun modo essere modificata. Tale congettura viene denominata «Principio di auto consistenza».
Codesto principio è anche alla base del film «Timecrimes» (2007) del regista spagnolo Nacho Vigalondo (di cui ho parlato qui in blog nel mio diario al Festival della Fantascienza di Trieste) oltreché del celebre e adrenalinico «Terminator», in cui un cyborg invincibile viene mandato indietro nel tempo per uccidere la madre di colui che guiderà la rivolta contro le macchine senzienti. Per quanto il cyborg ci provi, se quell’universo è unico: lui non riuscirà mai a cambiare il futuro nemmeno se dovesse massacrare la poveretta; alla fine sarebbe il corso del tempo a cambiare e assorbire proprio lui.

E allora il buon Marty McFly potrà anche salvare suo padre e far innamorare la madre di se stesso, ma niente potrà in alcun modo impedire ai due di andare al ballo di fine anno e d’innamorarsi, quindi Marty può dormire beatamente, la sua presenza nel passato non può produrre alcun danno.

Se invece l’universo dovesse essere molteplice, con universi che si generano dalle infinite varianti, il problema sarebbe l’inverso, poiché il Terminator, per quanto riesca a eliminare Sarah Connor, non potrà ugualmente cambiare la sua realtà di provenienza, ma solo creare un nuovo asse temporale dove le macchine senzienti regnano incontrastate.
Altra tipologia di paradosso è quella teorizzata da Michael Dummett, professore di logica filosofica e logica matematica a Oxford, filosofo del linguaggio ispirato dal pensiero di Wittgenstein e Frege, oltre che massimo esperto mondiale del gioco dei tarocchi, dei quali studia attentamente la logica combinatoria.
Tale paradosso è definito «di conoscenza». Torniamo al nostro Marty McFly, il quale, in una scena memorabile del film – voi sapete di cosa sto parlando vero? – suona una strepitosa versione della canzone «Johnny B. Goode» di Chuck Berry, non sapendo che in sala c’è un cugino del suddetto Chuck, il quale telefona al musicista facendogli ascoltare uno dei pezzi che lo renderà famoso e immortale nell’empireo del rock.
Tornando a «Terminator» e relativi seguiti, nel secondo film della serie si viene a sapere che i Terminators (e l’intelligenza artificiale Skynet che li ha creati) sono in realtà dovuti agli studi eseguiti sul chip del primo Terminator arrivato nel passato per uccidere Sarah Connor e da quest’ultima schiacciato in una pressa idraulica.
In uno strepitoso episodio del «Doctor Who», il suddetto Dottore accompagna Vincent Van Gogh nel futuro, mostrandogli tutti i suoi dipinti conservati al Louvre. Al suo ritorno nel presente, la compagna del Dottore troverà un quadro dei girasoli con la dedica a suo nome.
Michael Dummett la formulava cosi: «Un critico d’arte torna nel passato per conoscere quello che diventerà il più famoso pittore del futuro. Ebbene, questo pittore quando incontra il critico dipinge quadri in verità molto mediocri, ben lontani dai capolavori che il futuro potrebbe conoscere. Ed ecco quindi che il critico d’arte gli mostra delle stampe dei futuri capolavori. Il pittore ne è talmente entusiasta che glieli sottrae e li va a ricopiare. Nel frattempo, il critico d’arte si deve reimbarcare nella macchina del tempo per tornare alla sua epoca e lascia quindi le copie nel passato. La domanda è questa: considerando l’intera vicenda globalmente, da dove arriva, in definitiva, la conoscenza necessaria a creare i capolavori? Non può venire dal pittore perché la conoscenza non è stata elaborata dal pittore stesso ma appresa dal critico d’arte piovuto dal futuro. Ma non può venire neppure dal critico d’arte perché egli a sua volta l’aveva semplicemente appresa dalle opere che il pittore avrebbe esternato nel futuro ma come conseguenza di quanto appreso dal critico. La profondità del paradosso è che a tutti gli effetti questa conoscenza sembra nascere dal nulla e senza reale causa».
Il paradosso consiste proprio in questo ovvero che la conoscenza sembra generarsi dal nulla e senza alcuna causa. Questo renderebbe ancora più impossibili i viaggi nel tempo, poiché ogni cosa deve essere per forza di cose concatenata all’altra in uno strettissimo rapporto di causa-effetto.
Il principio di causa-effetto sembra costituire la vera problematica fondamentale, in quanto in un insieme chiuso esso non può in alcun modo venire alterato.


E questo introduce il terzo paradosso legato proprio alla fisica. Riprendiamo il buon vecchio Marty McFly, questa volta nel secondo e spassoso capitolo: il 12 novembre 1955 si trovano contemporaneamente quattro macchine del tempo: la DeLorean al plutonio che riporta Marty nel 1985; la DeLorean volante guidata da Doc che, colpita da un fulmine, lo porta nel 1885, durante il vecchio West; la DeLorean danneggiata che Doc del 1985 (intrappolato nel 1885) ha lasciato nel vecchio cimitero abbandonato dei pistoleri, la quale apparirà solo dopo che la DeLorean volante verrà colpita dal fulmine e quindi mandata nel 1885 a causa di un errore nei circuiti spaziotemporali; e infine la DeLorean volante guidata dal Biff del futuro che è tornato indietro nel tempo per dare al “se stesso” del 1955 un almanacco.
Una bella confusione? Decisamente sì. La massa della DeLorean con i suoi occupanti letteralmente scompare in una dimensione temporale e ne ricompare nell’altra, contravvenendo completamente ai princìpi della conservazione dell’energia e della massa.
Tale paradosso è ancora più chiaro se si pensa alle persone nella “macchina” … del tempo. Nel primo film, Marty torna indietro dieci minuti prima della sua partenza per avvertire Doc del pericolo riguardo ai suoi assassini, vedendo poi se stesso entrare nella DeLorean e sparire indietro nel passato. Se per assurdo, egli avesse ostacolato tale partenza, la linea temporale in questione sarebbe semplicemente scomparsa e tutte le modifiche annullate.
Per non parlare del viaggio nel futuro. Se per ipotesi volessimo vedere noi stessi nel futuro e ci imbarcassimo sulla macchina del tempo, non arriveremo mai a vederci, poiché la nostra massa scomparirebbe semplicemente dall’esistenza.
Tale paradosso è ben esplicitato nel film «L’uomo che visse nel futuro» (1960) di George Pal, ispirato alla celeberrima opera di Herbert George Wells «La macchina del tempo» (1895).
George, il crononauta, torna per un breve periodo di tempo nella sua vecchia casa che egli aveva lasciato una decina di anni prima, trovando il figlio del suo vecchio vicino di casa, il quale gli racconta della triste scomparsa del più caro amico del padre, partito tanti anni prima e mai più tornato. La linea temporale è andata avanti senza il viaggiatore, rimanendo solo uno sbiadito ricordo.
Altra applicazione di questo paradosso è rappresentato dal bel film «Navigator» (1986) diretto da Randall Kleiser e prodotto dalla Disney. Siamo nel 1978 e un ragazzino si ritrova improvvisamente catapultato nel 1978 dopo essere caduto in un fosso e aver perduto conoscenza. Dopo varie analisi da parte dei medici, si scopre che in realtà il ragazzino è stato rapito dagli alieni, i quali hanno implementato nella sua memoria le mappe stellari per un viaggio di contatto. A causa del viaggio a velocità luce, il ragazzino è stato via solo per 4 ore mentre sulla Terra sono passati 8 anni.
Questa situazione è ricordata come «il paradosso dei gemelli», una falla – apparente? – nel pensiero della relatività ristretta di Albert Einstein. Ma se ne parlerà un’altra volta…
Sembra proprio che gli scrittori di fantascienza siano condannati a dover rinunciare a un filone interessante e profondo, ma tutto può essere risolto glissando con eleganza o trovando ulteriori sfide partendo proprio dai paradossi.
Citando il buon vecchio Doc Brown – alla fine del primo film della saga di «Ritorno al futuro» (ecco ve l’ho detto) – rispondendo a un Marty in lacrime, vedendo che Doc aveva conservato la lettera in cui lo aveva avvertito del pericolo, facendogli notare tutte le implicazioni e i paradossi, Doc risponde sornione: «Ho pensato… chi se ne frega!».
Per approfondire:
– Paul Davies, «Come costruire una macchina del tempo» (How to Build a Time Machine)”, Mondadori, Milano, 2003.
– David Deutsch, Franck Lockwood, «La fisica quantistica del viaggio nel tempo» in «Le Scienze» 309, maggio 1994.
– Renato Giovannoli, «La scienza della fantascienza», Bompiani, 1991, cap. VI-VII.

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Mi è rimasto qualche dubbio se realmente la censura cosmica possa funzionare. Vi sono parecchi indizi che farebbero presumere il contrario.
    Ovvero, vi sarebbero le tracce storiche della presenza di cronoviaggiatori a spasso per il tempo. E non parlo solo da scrittore, ma a livello oggettivo.
    Come si potrebbe spiegare altrimenti il teschio di Mammuth ritrovato in Siberia, con un bellissimo foro di proiettile in fronte e le tracce di limatura di ferro e legno di quello che potrebbe essere un fucile?
    Ok, ok, scherzavo. Ma sapete che a me manca anche qualche Marte-di… oltre al Venerdi… il sabato poi lo prendo di ferie…
    P.s. questo costituisce un primo approccio alla tematica dei viaggi del tempo, un tema che amo molto e che prima o poi affronterò anche dal punto di vista narrativo.
    Nei prossimi articoli, salvo miei scivoloni nell’orizzonte degli eventi, continuerò parlando dei viaggi nel tempo in Star Trek (una vera e propria enciclopedia dei paradossi temporali) e in altri.
    E benvenuto al nuovo blog. Lunga vita e prosperità alla Bottega del Barbieri e ai suoi valorosi barbieri.

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