Serbia, Kosovo, Ue: pugno duro della Germania

di Bozidar Stanisic

E’ arrabbiato Habermas, è arrabbiato il vecchio Schimdt, è arrabbiato anche l’ex guida pluriennale della Nuova Germania (Kohl) e pure Prodi sembra arrabbiato: quo vadis, Germania? Oppure quo vadis, signora Merkel? Forse la domanda suona meglio se pronunciata in modo più personalizzato: hai ancora un po’ di memoria, signora Merkel? Tu e le forze che ti spingono verso un futuro incerto, malgrado le vostre analisi del momento sulla crisi attuale attuale della moneta unica e non solo, avete memoria?

Certo, non è la Germania degli anni trenta del secolo scorso. E il suo cancelliere non ha i baffi. Fra l’altro è una donna che oltre alle evidenti difficoltà in cui (insieme al baciami-sorridimi-Sarkozy) si è buttata alla fondazione dell’autoproclamato e ristrettissimo direttorio della Ue, cioè all’asse politico ed economico dell’Unione che, solo per ricordare, conta altri 25 Stati membri. 

L’8 e il 9 dicembre la riunione dei massimi rappresentanti della Ue è stata segnata dal njet forte e chiaro della Merkel sulla decisione della candidatura della Serbia per l’Unione europea. Tutti i rappresentanti dei Paesi membri pensano che sia arrivato il momento giusto per aprire la porta dell’allargamento della casa europea ai Balcani, ma c’è il njet della Germania di Merkel. Quindi, all’iniziativa forte della politica tedesca sulla questione allargamento della Comunità, si son piegati tutti.

E’ una nuova prova di forza tedesca?

Oppure si tratta di qualcosa che, a questo punto, si associa alla crisi che viene vissuta da milioni di persone della zona euro, incluso – non solo indirettamente – l’intero Vecchio continente? C’è o non c’è un comando netto in tutti i sensi della potenza economica che all’interno del proprio territorio suscita reazioni opposte alle decisioni di corto respiro?

Qual’è la ragione di questo njet della Merkel?

D’aiuto può esserci la notizia dell’Ansa (dell’8 dicembre): l’Italia ritiene che “vada rispettato per la Serbia il ruolino di marcia e che le si debba concedere lo status di Paese candidato” lo ha ribadito il ministro degli esteri Giulio Terzi a Bruxelles. In vista del vertice Ue di domani, che deve assumere la decisione, l’Italia continuerà “a muoversi e ad avere contatti”.

Belgrado sa che può contare sulla nostra amicizia ferma e onesta” ha detto Terzi. L’Italia “è stata negativamente colpita’” dagli incidenti nel nord del Kosovo e ha espresso la propria solidarietà alla Nato e ai soldati della Kfor, “ma non riteniamo – ha chiarito Terzi – che questo episodio sia da collegare alla responsabilità del governo di Belgrado, che ha subito definito inaccettabile quanto successo”. In particolare, la posizione del presidente serbo Boris Tadic “è stata molto convincente”.

Certo Tadic non può intervenire e inviare forze di polizia al sud della Serbia” ha commentato il ministro. Alcuni Paesi della Ue però hanno “trovato in ciò che è successo un elemento di non chiarezza da parte di Belgrado, e di conseguenza – ha rilevato Terzi – è probabile che ci siano resistenze al Consiglio Ue per la ratifica del percorso’” di concessione dello status di candidato. Da parte sua, l’Italia continuerà a impegnarsi per superare queste resistenze.

La sintesi della decisione, inclusi gli “impegni” del neo-ministro Terzi

(solo retorica: poi “alcuni Paesi” vuol dire la Germania) è la seguente: della candidatura serba si riparlerà a marzo 2012.

La cecità di un governo dal pugno di ferro, com’è oggi quello della Merkel (e non solo nei riguardi dell’allargamento e delle possibili conseguenze della decisione, in prossimità delle elezioni in Serbia in cui potrebbero prendere il sopravvento le forze nazionaliste) potrebbe essere descritta attraverso il racconto satirico di uno scrittore serbo, morto già da un secolo, che nel suo “Condottiere” descrisse un non vedente scelto dal popolo per superare le difficoltà in cui si trovava. Dopo un disastro enorme che tutti – guidati da una persona che sembrava saggia – subirono, qualcuno scoprì che il condottiere era cieco.

Questo racconto venne tradotto in tedesco, negli anni sessanta, in una antologia della narrativa jugoslava e non pochi lettori nel condottiere riconobbero Hitler.

Certo c’è una varietà di cecità ma quelle che partono dalla logica del pugno sono lontane dal cervello, quindi anche dalla memoria. Oppure: ciò su cui la Merkel (solo per gli ignoranti non schierata sugli interessi Usa in quella zona dei Balcani) insiste – ovvero che quanto prima avvenga un accordo fra il Kosovo (che per la Serbia e altri 5 Paesi europei ha ottenuto un’indipendenza a senso unico) e la Serbia stessa – appartiene nettamente alle amnesie sul passato della Germania del dopo Hitler. Quanti anni ci vollero per i primi colloqui fra la Germania Ovest e quella dell’Est?

La Merkel vede Belgrado come colpevole per tutto ciò che accade nel sudest dei Balcani. (A questo punto, per non allungare il testo, raccomando gli articoli di Tommaso Di Francesco su “il manifesto”, uno dei rari giornalisti con lo sguardo onesto su quelle zone, poi le pagine internet dell’Osservatorio Balcani).

Ma la Signora chiede tutto e subito. Non pensa (essendo forte non deve pensare, non è una qualità dei forti) che dalla fine degli ultimi scontri bellici serva, a tutti in Europa, una conferenza vera sui Balcani, inclusi i loro rappresentanti politici e non solo le grandi potenze. Tutto ciò con un chiaro scopo: pacificare i territori puntando anche sulla coscienza dei loro abitanti. Solo la pace può offrire una vera prospettiva. La Merkel non la pensa in questo modo, perché è più facile accusare un governo che tuttavia ha fatto enormi passi verso la democratizzazione della Serbia, dopo gli anni bui di Milosevic. Più facile accusare la Serbia che gli Usa, perché nel Kosovo, sotto mandato dell’Onu, hanno costruito la loro base più grande in quelle parti del mondo. Quindi: Usa=Onu. Siamo tutti americani, dov’è il problema?

E’ chiaro, fa bene essere forti con i deboli. E la Merkel è un chiaro esempio. Il nodo da sciogliere resta quello del Nord Kosovo, in cui 60-70 mila serbi si rifiutano a vivere e fanno le barricate (ma in modo pacifico) soprattutto contro il netto allineamento della Nato e dell’Euleks con il governo di Pristina: una questione che non può essere risolta con la forza dei soldati Nato presenti in quella zona. Per ciò un soldato norvegese della Nato alcuni mesi fa si è schierato con i manifestanti, accusando il suo ex esercito di uso sproporzionato della forza. I politici cinici dell’Occidente che conosciamo ci propongono di applaudire tutte le rivolte: dalla Thailandia e Birmania al Tibet, dall’Egitto alla Libia. Solo per caso vengono dimenticati l’Honduras e altri Paesi dell’America Latina in cui si soffre per la non libertà causata anche dall’influenza degli Usa. Nessuno dei politici applaude gli indignados in Spagna o negli Stati Uniti. Pochi mesi fa a Parigi con loro andava meglio il manganello che il dialogo. E, a meno di 500 chilometri dai confini d’Italia, c’è una popolazione disobbediente… ma non contro coloro che portano divise cinesi, birmane o russe. Le divise degli oppressori lì sono occidentali. Penso che sia giusto porre fine a queste righe raccomandando, a chi non l’ha letto, “L’orientalismo” di Edward Said, un’analisi tristemente memore del passato del Mondo Migliore e profetica nei riguardi del futuro.

Redazione
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  • Grazie molto bello. Mi leggerò gli articoli citati e magari pure il libro di Said. Sto lavorando in fabbrica e mi trovo spesso al carico camion e molti camionisti vengono dalla ex Jugoslavia. Con alcuni di loro affronto, per il tempo che ci concede il lavoro, il discorso “guerra che fu”.
    – Cosa pensano? –
    Se parli con i serbi, con i serbi bosniaci intendo, dicono in sintesi: – “… che la guerra è stata sbagliata … ma in fondo siamo diversi, per come la pensiamo e: noi di qua loro di là. Non mi fido, da sempre c’è scontro tra di noi e succederà di nuovo” -.
    Parli poi con i serbi della Serbia e già tornano i matrimoni misti, ortossi con musulmani, con le differenze culturali ci sono! indubbiamente. Allora il giovane marito serbo ortodosso racconta di sua moglie e della famiglia della moglie, che è musulmana. – Ci sono cose che ci “distanziano”.
    Ti guarda e ti parla come per dire: – Ebbè sì, delle cose per me sono incomprensibili e scuote la testa, ma sempre con il sorriso.
    I croati invece sono già più lontani e non parliamo degli sloveni. Sono croati e sono sloveni.
    Mi mancano in queste brevi chiacchierate i bosniaci, ma per motivi linguistici purtroppo. Io, a parte qualche parolaccia e qualche frase simpatica non parlo il serbo-croato o il bosniacco (senza offesa), loro non parlano l’inglese e quindi … restiamo in sospeso … con la voglia di parlare … e ci fumiamo una Drina!.
    p.s.
    C’è un bosniaco che parla italiano … mi hanno detto, magari gli caricherò il camion e riuscirò a scambiare due chiacchiere pure con lui così almeno potrò aggiungere una “intervista” in più a questa mia piccollissima indagine!.
    Laku Noch Boris! (di sicuro non si scrive così!),
    Enrico

  • Bozidar Stanisic

    Da Bozidar Stanisic – risposta per Enrico:
    Ti ringrazio per il contributo, è una testimonianza importante, che viene dal contesto realistico delle cose. Però, se osserviamo i due decenni (guerre fratricide, interventi militari “internazionali” ecc.) credo che un fatto, a mio avviso oscurato in modo polticamente programmato, si riveli: i paesi dell’ex Jugo fanno parte dei territori esposti al neo-neocolonialismo dei più potenti, in realtà un’invasione “pacifica” con tutte le sue componenti, inclusa pure quella che non lascia spazio per le iniziative politiche, economiche e sociali dalla parte dei neocolonizzati. La Germania della Merkel in questo momento è pure interprete della miopia già accennata nel mio articolo. Il non allargamento UE verso i Balcani (non solo della Serbia ma pure della Macedonia, del Montenegro, della Bosnia, dell’Albania…) ancora piazzati nella sala d’attesa ritengo che sia l’espressione pura delle relazioni fra i soggetti (Ue guidata dalla Merkel and comp.) e gli oggetti (stati già nominati). Ogni oggetto ha un compito chiaro: restare muto e sopportare certi predicati. (Per un’illustrazione a noi più vicina: il caso – Marchion e gli operai Fiat.) Da questo contesto politico viene fuori anche il fatto della mancata conferenza per una pace duratura e una via verso riconciliazione post bellica fra le realtà sociali e culturali del Sud-Est europeo. Certo, Enrico, le tue osservazioni sono vere. Delle simili alla tua ne vivo quasi quotidianamente, sia in Italia che durante i miei ritorni al mondo ex Jugo. Le differenze di cui parli una volta facevano parte del mosaico culturale abbastanza ricco e piuttosto interessante. Ora, tutti i miei compaesani che partono solo dalle differenze dimenticando ponti di collegamento ancor oggi necessari per il ritorno alla fiducia reciproca, spesso non sono coscienti del fatto che con la “nostra” guerra abbiamo dato un terribile appoggio a tutte le destre e vari populisti del mondo, che in ogni momento possano dire: guardate a che cosa porta la presenza dell’altro e del diverso allo stesso terrotorio! Peccato che questa Europa è priva dei grandi uomini della politica. Abbiamo quelli che meritiamo con i nostri voti, con la nostra fede ai loro orientamenti mercantili, alle loro indifferenze verso chi sopporta la storia, alla loro cultura falsa in cui Dio euro ci sta pulendo non solo i cervelli ma pure i cuori.

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