Social network che odiano le donne

di Maria G. Di Rienzo

(Visto che ogni tanto qualcuno me lo chiede… ecco il motivo per cui non avrò mai una pagina su Facebook.)

Hildur Lilliendahl Viggósdóttir, islandese, è una nota attivista per i diritti umani delle donne. Perciò, come a tutte le femministe del nostro pianeta, le viene propinata ogni giorno una dose variabile di odio e minacce. Di recente, aveva usato Facebook per comporre una pagina chiamata “Uomini che odiano le donne”, su cui ripostava articoli, commenti e immagini sessiste accessibili a chiunque sul web. I curatori di Facebook non hanno alzato un sopracciglio per la foto di una donna in mutande, portata in giro da un gruppo di uomini appesa a due pali e con una mela in bocca, postata sul loro favoloso social network. La didascalia, tra l’altro, spiegava: “Abbiamo scovato una femminista in città stamattina: catturata e messa alla griglia”. Ma quando Hildur ha ripreso questa e altre espressioni di violenza e sessismo e le ha messe tutte insieme, le “segnalazioni” contro la sua pagina sono fioccate. Agli idioti non piace guardarsi allo specchio e scoprire che sì, sono proprio idioti.

Il mese scorso, uno di essi ha postato un commento sul sito web di un quotidiano islandese e lo ha poi ripostato sulla propria pagina Facebook. Il commento diceva: “Se “accidentalmente” dovessi investire Hildur con l’automobile, probabilmente sarebbe l’unica persona sulla Terra su cui farei anche marcia indietro e poi le lascerei l’auto addosso con il freno a mano tirato. Metti questo nella tua raccolta “Uomini che odiano Hildur”, Hildur Lilliendahl”. Ed è esattamente quel che lei ha fatto.

Risultato? Facebook ha bandito Hildur per 30 giorni (è la quarta volta che la pagina in questione viene chiusa, e Hildur l’ha spostata su Tumblr). La ragione addotta da un portavoce di Facebook è che loro sono “contro il bullismo” e che il ripostare segmenti di un’altra pagina “è uno dei modi in cui i bulli violano la privacy altrui”. Lo stesso giorno in cui punivano la “bulla” Hildur (31enne, madre di due figli, funzionaria pubblica al municipio di Reykjavík, collaboratrice di diverse testate giornalistiche online) costei riceveva una telefonata anonima, a cui rispose il marito: “Se non dici a quella cagna puttana con cui vivi di smetterla vengo di persona a sfasciarti la macchina”. Ma in precedenza era stata deliziata da cortesie via mail, del tipo: “Voglio vederti morta. Voglio vederti bruciare viva”.

Hildur resta impassibile, al proposito: “La questione non è se mi disturbano o no. La questione è che nessuno dovrebbe maneggiare roba del genere. La gente non si rende conto del responso che una femminista ha quando solo si permette di parlare. Volevo far luce su quanto basso e vigliacco tale responso è. Comunque, quando le minacce e gli insulti mi fanno sentire a disagio o in pericolo non ho nessun problema a contattare la polizia e a fare denuncia. La pagina Uomini che odiano le donne – aggiunge – non ha niente di radicale: sto ripostando su internet cose che sono già su internet. Non le sto prendendo da nessuno spazio privato. Non saprei dire se Facebook sia volontariamente sessista. Credo però che non analizzi le segnalazioni in modo appropriato, che non faccia alcuna ricerca su di esse. Quando ho segnalato io una pagina con foto pornografiche ho ottenuto una replica automatica in cui mi dicevano di non aver trovato in essa nulla che non andava. Il loro standard sembra essere: se non ci sono seni nudi o genitali esposti, tutto il resto va bene”.

E infatti che si provi una mamma a mettere sulla propria pagina Facebook un’immagine di lei stessa che allatta il marmocchietto di casa. A volte non occorre nemmeno che sia visibile un lembo di seno perché gli etici amministratori dell’intelligentissimo social network la cancellino a tutta velocità. Appendere una donna seminuda a dei pali è ironico, suvvia. Vedere un infante che succhia latte è sommamente volgare. Ecco perché posso ampiamente fare a meno di questa roba. E credo che Hildur finirà per pensarla come me: “All’inizio trovavo frustrante l’essere stata bloccata. Poi mi sono resa conto che ciò mi permetteva di concentrarmi su altre cose. Sono passate due settimane dal bando e mi sento fantasticamente bene”.

Redazione
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