Terremoti: imparare dal Giappone?

Ho letto, in bozze, «Quando la terra trema«» di Franco Gambale e Maria M. Spertino e poi intervistato – per il quotidiano «L’unione sarda» – Gambale proprio mentre i giornali riportano due notizie significative. Su «il manifesto» (del 24 ottobre) Giorgia Fletcher riprende un allarme di Greenpeace sulla sottovalutazione dei rischi di radiazioni in Giappone; c’è anche un trucchetto interessante: «“Le stazioni di monitoraggio ufficiali sono collocate in aree che le autorità hanno già decontaminato ma dal nostro monitoraggio risulta che a pochi passi di distanza i livelli della radioattività crescono in modo significativo” afferma Rianne Teule, esperto di radiazioni di Greenpeace International». La seconda notizia degna di nota (e invece poco “illuminata” dai media) è che dal 31 dicembre l’italiano Ingv – cioè Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia – licenzierà 250 precari (190 dei quali definiti «stabilizzandi») il che vuol dire mandare in tilt i servizio di monitoraggio: alla faccia della prevenzione sismica.

«Quando la terra trema» è uscito proprio in questi giorni da Scienza Express, con la prefazione di Mario Tozzi, nella collana Presa Diretta dove sono già apparsi, fra gli altri, due bei volumi: «Manuale di sopravvivenza energetica» di Andrea Mameli (che ogni tanto incontrate qui in blog, anche fuori dal regolare link con il suo «Linguaggio macchina») e «Se fossi una pecora verrei abbattuta?» di Liliana Cori che avrebbe meritato ben maggiore visibilità.

Gambale è direttore dell’Istituto di Biofisica del Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche. L’ho intervistato su skipe poco dopo il suo ritorno in Giappone (mancava dal 2011, cioè proprio da quel terremoto nel quale lui e Spertino – che è sua moglie – rimasero coinvolti nella città di Sendai. Adesso Gambale consegnerà copie del volume ad amiche e amici giapponesi – una sorta di ringraziamento per il conforto e l’aiuto ricevuto in quei giorni tremendi – e all’ambasciatore italiano.

«Quando la terra trema» è un libro che si legge a molti livelli: il dettagliato racconto del dramma personale e collettivo, le emozioni, le informazioni tecniche e la riflessione scientifica, il confronto con una cultura così diversa da quella italiana, gli inevitabili paragoni con l’eterna emergenza italiana dove si finge di non sapere che i terremoti non si possono evitare o prevedere ma di certo è possibile – con organizzazione e pianificazione – salvare molte vite umane e limitare al minimo i danni.

Gambale e Spertino sono da un’ora a Sendai quando alle 14,46 dell’11 marzo 2011 arriva un terremoto (e poi il maremoto che farà strage) di magnitudo 12mila volte maggiore dell’Aquila e 1000 quella dell’Irpinia. Fu il più potente sisma misurato in Giappone e il quarto a livello mondiale. I due italiani sapranno quasi subito che due centrali nucleari a Fukushima, a un centinaio di chilometri da Sendai, sono seriamente danneggiate: solo un po’ per volta si renderanno conto della «enormità dalla quale siamo scampati». Gambale scrive che Fukushima è come Chernobyl: «la dimostrazione di come la ricerca del profitto a tutti i costi possa mettere a rischio la vita di milioni di persone»

Quella che segue è la mia intervista, uscita su «L’unione sarda» con l’aggiunta di un’ultima domanda-risposta che lì, per ragioni di spazio, era saltata (db)

Intervista a Franco Gambale

 

Sia lei che Marilena Spertino riservate elogi ai giapponesi per la pianificazione e prevenzione. Efficienza che rende più amare le bugie su Fukushima: quella sua amara frase («la dimostrazione di come la ricerca del profitto a tutti i costi possa mettere a rischio la vita di milioni di persone») spiega tutto?

«Volutamente abbiamo parlato poco di Fukushima per concentrarci sulla nostra esperienza, quella diretta del terremoto. Senza dubbio il giudizio su come il Giappone ha progettato e poi gestito le centrali nucleari è negativo. Per profitto vengono tenute in vita centrali obsolete costruite vicino al mare, mai più pensando che uno tsunami avrebbe superato le barriere protettive, diventando così causa piuttosto che soluzione del problema. Vecchie e insicure dunque, per colpa del profitto. Bravissimi su tutto il resto, su questo no».

 

Pianificazione e prevenzione in Italia mancano: i perché sono molti o una ragione emerge su tutto?

«Nella cultura giapponese lo spirito di programmazione è fortissimo come il senso dello Stato. Sapendo che il loro è territorio sismico hanno fatto di tutto per metterlo in sicurezza, ancor più dagli anni ’80. Il nostro albergo, di 20 piani, ha retto benissimo a uno dei terremoti più forti della storia. Morti e danni ci sono stati, soprattutto per lo tsunami ma i morti causati direttamente dal terremoto, anche nell’area di Sendai, una delle più colpite, sono stati pochissimi. La differenza con l’Italia è questa: mancano strategie e la preparazione all’emergenza giorno per giorno».

Premettendo che siamo in attesa del dispositivo della sentenza, ha voglia di entrare nel merito della recente sentenza dell’Aquila a proposito delle rassicurazioni date a suo tempo dalla Commissione Grandi rischi?

«La mia prima reazione è stata “sono matti”. Poi ho ragionato. Se il giudice è serio si è trovato di fronte un tipico caos all’italiana. In Italia c’è confusione di ruoli e talvolta inadempienze, come mostra il caso Ilva; la magistratura occasionalmente si sostituisce alla politica e supplisce alle carenze. Un problema enorme. Come ricercatore sono “senza se e senza ma” solidale con la Commissione Grandi Rischi ma come uomo della strada ho l’impressione che i giudici stanno mettendo in evidenza possibili carenze nella catena di comando della Protezione civile, più che della Commissione».

Lei ricorda che in Italia bisognerebbe «avere una rete di allerta», aggiornare le mappe sismiche, far diventare le esercitazioni una buona abitudine. Si può? Lo chiedo al Gambale italiano ma anche alla quasi omonima parola giapponese che, come lei ricorda, suona come «dai, possiamo farcela».

«Possiamo riuscirci solo se cambiamo passo. Per ora perdiamo tempo e non facciamo nulla di concreto. Nonostante il trauma, io e mia moglie abbiamo reagito bene, anche grazie all’organizzazione giapponese ma questa esperienza ci insegna l’importanza di essere preparati. Da noi in Italia, solo per citare un nome, c’è il Vesuvio che è una bomba innescata: qualcuno se ne preoccupa? Temo non a sufficienza. Servono più programmazione, più tecnologia e maggiore educazione della popolazione».

Colpiscono nel vostro libro i rimandi alle grandi diversità culturali fra occidentali e giapponesi. Insormontabili?

«Domanda difficile. Gli atteggiamenti per noi incomprensibili sono tanti: dalla contraddizione fra un grande amore per la natura e una tecnologia così spinta, che a volte soverchia la natura, da una gentilezza a volte esasperata per paura di dire un “no” chiaro fino alle difficoltà di comunicazione soprattutto con gli occidentali per le diversità di lingua e di alfabeto. Noi conosciamo diversi giapponesi e abbiamo vissuto in Giappone complessivamente per diversi mesi, eppure non ci sentiamo conoscitori della loro mentalità e della loro cultura. Però le differenze sono eclatanti, per esempio nella pazienza e nella disciplina: ieri, dopo il decollo, il nostro aereo è dovuto rientrare a Fiumicino per un problema tecnico e abbiamo perso 6 ore. Eppure i passeggeri, in massima parte giapponesi, non hanno emesso un lamento».

Redazione
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Un commento

  • Fukushima: “un terremoto di magnitudo 12 mila volte maggiore dell’Aquila e 1000 quella dell’Irpinia” : nonostante la mia lunga storia di lettore di temi geo-sismici ero …scosso al solo leggere una tale misura. E aggiungo di aver recentemente letto che, secondo uno studio in corso (Enzo Mantovani /Univ.Siena) recensito il 16.11.2012 su “Il Venerdì” di Repubblica, i terremoti sono “contagiosi”, come dire che “dialogano” fra loro e si propagano nello spazio e nel tempo.
    Cita a questo proposito un sisma del 1979 in Montenegro che avrebbe innescato geo-connessi tali da attivare il terremoto dell’Irpinia del 1980.
    Da cosa può essere stato attivato lo sciame sismico emiliano? Da quello della Valpolicella del 25 gennaio 2012 (4.2) o da quello reggiano (4.9) dello stesso giorno? E, se avrà un seguito, dove potrà essere? Se avete notizie e contatti competenti in questo settore …. battete un colpo!
    Giorgio

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