The Sound of Silence in Nicaragua / 1

Ovvero, cosa hanno a che vedere il paese della Rivoluzione sandinista, Ghino di Tacco e alcuni misteri italiani?

di Bái Qiú’ēn

Hello darkness, my old friend, / I’ve come to talk with you again (Simon & Garfunkel, 1969).

Ricoverato in condizioni assai gravi a causa del diabete di cui soffre da tempo, nell’ormai lontano marzo del 1996 per la quarta volta un latitante eccellente è operato al piede sinistro. Con ben quattro ordini di custodia cautelare nei suoi confronti, sta seriamente pensando di lasciare quell’ospitale Paese nel quale trova un comodo rifugio, poiché l’Unione Europea sta discutendo con il governo locale una serie di trattati commerciali e nuovi accordi in tema di criminalità organizzata. Il Buen retiro sta diventando sempre più scomodo per quel sessantenne contumace fuggiasco dalla giustizia italiana.

I lettori avranno capito che stiamo parlando di Ghino di Tacco e si chiederanno che cosa c’entri l’ex segretario del PSI ed ex primo ministro italiano con il Nicaragua. Presto detto: è proprio questo il Paese, il cui trattato di estradizione con l’Italia non è quasi mai applicato, dove pensa di trasferirsi per evitare il rientro in Patria e l’inevitabile carcerazione dopo le condanne definitive a scontare. Del resto, negli anni della lotta antisomozista aiuta in vari modi la guerriglia sandinista, per cui un po’ di ospitalità sarebbe un equo e giusto compenso. Un do ut des al quale quel lontano Paese tropicale non può dirgli di no.

È pur vero che ormai da sei anni alla presidenza della Repubblica del Nicaragua c’è Violeta Barrios de Chamorro, ma Ghino di Tacco sa perfettamente che Daniel sta in buona sostanza co-governando, in accordo con Antonio Lacayo Oyanguren, genero di Violeta Barrios e ministro della Presidenza, a tutti gli effetti Primo ministro (carica che ufficialmente non esiste in Nicaragua). Oltre a ciò, vari amici e sodali socialisti italiani che in quel periodo vivono proprio là, possono certamente fare qualcosa per aiutarlo a trasferirsi in quel Paese tropicale. Per non parlare delle importanti amicizie con alcuni altolocati personaggi nicaraguensi, poco raccomandabili in quanto a onestà ma assai influenti. Del resto, il rapporto non ufficiale tra l’Italia e il Nicaragua è da tempo basato su traffici illeciti, sulle banche fondate probabilmente con i fondi di Tangentopoli, sul riciclaggio e sulle facili immunità diplomatiche. E, pure questo, Ghino di Tacco lo sa perfettamente.

La storia che precede e segue queste voci (perché di semplici voci si tratta, per quanto circolanti con insistenza nel suo entourage) è assai complicata, ma sappiamo che nel nostro Bel Paese le trame hanno un’infinità di fili che si intrecciano e che non sempre è possibile districarli con precisione, poiché, come scrisse il giudice Carlo Palermo si tratta della «rete occulta della massoneria, e cioè di quella organizzazione segreta trasversale garantita dalla massima segretezza e omertà, che tutela la sua stessa sicurezza e libertà d’azione, non consentendo nemmeno ai propri associati – a livello orizzontale –, di conoscersi direttamente» (Il Papa nel mirino, 1998, p. 158). Essendo assai difficile seguire con precisione tanti e tali intrecci complicati e non essendo nostra intenzione trovare il bandolo della matassa (ammesso che ciò sia possibile), ci limiteremo a indicare qualche filo che si collega ad alcune note trame storiche italiane con il Nicaragua di ieri e di oggi, cercando al contempo di non cadere nella facile trappola del cospirazionismo a tutti i costi, tanto caro ai sostenitori dell’attuale sistema familista per giustificarlo in ogni sua azione. Poi, ogni lettore, tragga le conclusioni che preferisce.

All’inizio degli anni Settanta, dopo varie peripezie, il figlio del direttore delle Poste di Trapani, Francesco Giuseppe Alberto Cardella, detto amichevolmente Cicci, è a Milano dove abita per parecchio tempo nella zona di piazza Cordusio. Ben presto la sua abitazione diviene uno dei tanti salotti della Milano da bere, frequentato da scrittori e giornalisti, pittori e intellettuali. Tutti o quasi tutti di assai dubbia integrità morale, ma poco importa. Tra loro un certo Luigi Bisignani (tessera P2 n. 203), ex giornalista e faccendiere coinvolto in varie inchieste tra le più scottanti della storia giudiziaria italiana, come la «madre di tutte le tangenti» (Enimont) per la quale nel 1998 la Cassazione conferma la condanna a oltre due anni. Tra gli assidui, non mancano alcuni politici e tra più intimi compare una certa Margherita Boniver, che negli anni seguenti entra nella direzione nazionale del PSI, assumendo la responsabilità dell’Ufficio esteri e nel 1991 è nominata ministro per gli italiani all’estero nell’ennesimo governo presieduto da Giulio Andreotti.

Sempre negli anni Settanta, l’ormai ricco Cicci, editore di riviste di vario genere, sfreccia veloce per le strade e i viali milanesi a bordo di una Giulietta rossa, prima di passare a una più comoda e vistosa Rolls Royce bianca, rigorosamente con autista. Nel frattempo è sempre più inserito nell’entourage di Ghino di Tacco e suo ottimo amico personale, tanto da prestargli il proprio aereo personale per vari spostamenti, pure nel corso della latitanza. Tralasciamo alcuni particolari irrilevanti, per quanto interessanti per chi ama i pettegolezzi, ma per problemi familiari con la moglie Raffaella Savinelli, un bel giorno del 1979 Cicci Carella si reca in India e resta letteralmente affascinato dagli “arancioni” di Bagwan Shree Rajneesh. Per meglio dire, è folgorato sulla via di Damasco poiché intuisce che grazie a quello strano movimento mistico il business è assicurato. Comincia a vestirsi come Rajneesh, a mangiare come lui, a muoversi come lui: «Specchio, specchio delle mie brame, chi è il vero Rajneesh del reame?». E si fa chiamare Prem Francesco. In quei giorni incontra il torinese Mauro Rostagno, pure lui a Poona con la relativa moglie e la figlia Maddalena. Ma quando, nel 1981, Rajneesh si trasferisce in Oregon e la sua segretaria, Shila, fugge con la cassa, Cardella rientra in Italia, trascorrendo buona parte del proprio tempo a bordo di Le pauvre vieux, la sua misera barchetta di sedici metri registrata in uno dei tanti paradisi fiscali in giro per il mondo: le Channel Islands, nel Canale della Manica. In questo periodo, non disdegna di trafficare e intrallazzare con alcuni Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Egitto e il Marocco. A un certo punto, dichiarandosi “illuminato”, inizia a vestirsi di bianco e nel 1981, in una sua proprietà a Lenzi (a pochi chilometri da Trapani) assieme a Rostagno e alla moglie di Mauro, Elisabetta Chicca Roveri, fonda la comunità terapeutica Saman per il recupero dei tossicodipendenti, che ben presto avrà 23 sedi in giro per l’Europa, ma pure a Malta e in Tunisia. Sempre più legato a Craxi e a Martelli, sui quali si dice che influisca nella svolta iper-proibizionista e nella relativa legge del 1990 che fa le fortune di cosche e consorterie varie, nelle casse inizia ad arrivare una valanga di soldi con i quali acquista di tutto: aerei, navi, castelli sulla Loira, palazzi a Malta, a Milano e a Budapest.

Fin qui, tutto procede per il meglio, ma dietro l’angolo qualcuno inizia a indagare sui suoi traffici poco chiari (che giungono a una condanna per truffa aggravata ai danni dello Stato e falso in bilancio da parte del tribunale di Trapani) e, assieme alla moglie di Rostagno (pure lei condannata per gli stessi reati), è costretto a fare una vacanza forzata nelle patrie galere, in specifico in quella cosentina di Paola.

Alla fine della primavera del 1988 Rostagno chiede a Falcone un incontro che avviene nei mesi successivi, stando alla testimonianza dell’ex segretaria del magistrato, Barbara Sanzo. Non è dato sapere esattamente di cosa discutano, sebbene alcune testimonianze parlino del «Centro Scorpione». In ogni caso il magistrato antimafia da tempo sospetta che negli anni Ottanta Trapani sia un importante crocevia tra Cosa Nostra, massoneria e Stato (egregiamente rappresentato dai servizi segreti deviati per definizione), oltreché un centro di convergenze e traffici occulti: armi, droga, rifiuti tossici, terroristi internazionali. Del resto, fin dal rapporto che il 2 dicembre 1976 redige Giuseppe Peri, il capo della Squadra Mobile della città siciliana, si evidenzia che la mafia e l’eversione di destra sono associate ed entrambe responsabili di numerosi crimini effettuati nel periodo precedente (compreso l’assassinio di Peppino Impastato).

Dopo l’assassinio di Rostagno in un agguato il 26 settembre 1988, del quale è sospettato, Cardella fugge a gambe levate dall’Italia e si rifugia da latitante prima ad Hammamet e poi in Nicaragua, dove decide di restare anche dopo il proscioglimento dall’accusa di complicità in omicidio (nell’inchiesta «Codice rosso») e, secondo i giornali locali, investe ben un milione di dollari in varie imprese e acquista numerose azioni della «Euroamericana de Inversiones S.A.». In quel periodo lo incontrammo del tutto casualmente a Managua, presso comuni amici nicaraguensi, dove si faceva passare per un rivoluzionario pappa e ciccia con Daniel che, però, non sapeva come sbarcare il lunario. Estremamente logorroico e con una lunga barba da Guru, tanto che i bambini lo chiamavano scherzosamente Santa Claus. In realtà, scoprimmo in seguito, aveva acquistato terreni nel piccolo Paradiso terrestre di Corn Island, era il proprietario al 51% di un night-casinò (il Josephin’s) ubicato nel Costado Sur del nuovo Hotel Intercontinental, della società Masapa Beach Resort SA proprietaria di un terreno a Pochomil di mq. 12mila (il cui socio era Néstor Moncada Lau, consigliere di Daniel per la sicurezza) e della compagnia Bielonic che, con aliscafi acquistati in Russia, trasportava in circa tre ore i passeggeri da Granada a San Carlos, solcando le onde del Lago Cocibolca. Tra i soci di questa compagnia ormai non più esistente spunta il nome di Gabriele Pillitteri, fratello del più noto craxiano di ferro Gianpaolo, cognato di Craxi, dal 1983 deputato e dal 1986 sindaco della Milano da trangugiare (nell’ambito di Tangentopoli il 7 maggio 1992 alla Camera arriva la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti e in seguito è condannato per ricettazione, pur continuando a percepire un vitalizio di 3.000 euri mensili). Il personale di bordo utilizzato dalla Bielonic, il cui presidente era il multimilionario álvaro José Robelo Gonzáles, nulla aveva di nicaraguense: capelli biondi e occhi chiarissimi, altezza decisamente fuori dalla norma locale, stazza assai robusta e un accento chiaramente russo. Qualcuno, in seguito, ci informò che Don Francisco viveva nel lusso più sfrenato, in una villa in stile coloniale con piscina, ben nascosta dalla vegetazione lussureggiante di una zona snob di Managua (Villa Fontana) e andava in giro con un cucciolo di giaguaro al guinzaglio, mentre i suoi guardaspalle erano armati con Ak47. Verità o leggenda, non lo sappiamo (non lo abbiamo visto con giaguari o guardaspalle): ai lettori la scelta. In ogni caso è certo che possedesse un veliero a tre alberi di 38 metri denominato «Hello Beta» e, come affermò il sostituto procuratore di Trapani, Gianfranco Garofalo, nel suo atto di accusa: «Tocca a questo Ufficio accertare […] se la comunità Saman sia servita a Francesco Cardella solamente per il proprio arricchimento personale ovvero sia stata pensata, creata e utilizzata sin dal suo nascere quale tramite per il confluire di somme di denaro di provenienza illecita e per il loro riciclaggio ai fini di investimenti del pari illeciti».

Nello stesso periodo aveva dichiarato a un giornalista italiano che «Oggi mi sento più garantito da Berlusconi che da Rutelli».

Nel provvedimento giudiziario del luglio 1996 i magistrati di Trapani analizzano la holding facente capo a Cardella: Saman International con sede a Malta, Saman Italia, Saman France, Saman srl, GIE Solidarieté, Oiasa, Cigarettes Brokers, Il Mattone e Saman Quadrifoglio. Secondo gli investigatori, Cardella è l’intestatario del palazzo nobiliare al numero 61 di Archybishop Gonzi Squadre de La Valletta.

In quel periodo il palmado Cardella diventa socio del carismatico avvocato massone álvaro José Robelo Gonzáles, nato a León, Gran Maestro della loggia del proprio Paese, ma laureato in Giurisprudenza all’università di Roma, ed ex ambasciatore a Roma dal 1990 al 1993 per conto di Violeta Barrios de Chamorro, e nel 1994 a Managua è il leader di Arriba Nicaragua (traducibile con Forza Nicaragua e fotocopia del partito fondato da Berlusconi (tessera P2 n. 1816), con il quale Cardella è in ottimi rapporti, tanto da dargli del tu) che ha nel suo programma la costruzione di un nuovo canale interoceanico e aspira alla Presidenza della Repubblica, ma non può candidarsi nelle elezioni del 1996 ufficialmente perché di nazionalità italiana, acquisita dopo il matrimonio con Lucia Raffone in base all’art. 4 della Legge n. 555 del 13 giugno 1912. La campagna elettorale, secondo alcuni organi di stampa, è finanziata con un milione di dollari proveniente dal tesoro di Craxi (che Pino Arlacchi stima in 750 miliardi). Il buon Robelo, che alla fine degli anni Ottanta si autonomina rappresentante della Contra in Italia, vive per 30 anni nel Bel Paese ed è assai attivo in tutta la penisola, stabilendo stretti e duraturi legami con la classe economica e con quella politica, non nasconde la propria stretta amicizia con il segretario del garofano. Essendo Gabriele Pillitteri il proprietario dell’agenzia pubblicitaria «Más Comunicación» lo stesso Cardella (che ne è casualmente il vicepresidente) è scelto dall’ex ambasciatore per curarne l’inutile campagna elettorale alla quale non può partecipare, in realtà per aver fatto da garante allo stesso Cardella per l’ottenimento di un falso passaporto nicaraguense intestato al fantomatico commerciante Francisco Josè Palumbo Ramirez. Scoperto al confine con l’Honduras, la stampa inizia a parlare di «escándalo del pasaportazo», nel quale pare coinvolto pure l’ingegnere Antonio Lacayo Oyanguren. Muore nel novembre del 2015 in uno strano incidente dell’elicottero sul quale sta volando verso Río San Juan.

Poco male questo inconveniente del passaporto, per Cardella, visto che gli affari procedono tranquillamente e già il 17 luglio 1998 gli viene concessa la residenza a Managua (cédula n. 011233, registro n. 060296022): Robelo, ufficialmente banchiere al quale piace paragonarsi a Silvio Berlusconi e ad Alberto Fujimori, con parecchio denaro proveniente dall’Italia nel settembre del 1994 fonda il BECA (Banco Europeo del Centro América), alla cui presidenza installa l’ingegnere romano di provata fede craxiana Gianfranco Saraca (poi deputato di Forza Italia dal 1996). È lo stesso anno in cui Berlusconi è nominato presidente del Consiglio, dopo gli attentati di mafia del 1993-1994, e Cardella apre ben quattro conti presso il BECA (uno è il n. 101 01 002 000956), il quale concede interessi a dir poco stratosferici (l’11%, il doppio di qualsiasi altra banca), come di solito fa chi deve riciclare e ha bisogno di denaro contante pulito. Indagando proprio sul riciclaggio di denaro da parte di Cosa Nostra, già nel 1987 Giovanni Falcone si interessa di questo personaggio italo-nicaraguense con immunità diplomatica che è “fratello” nella loggia «Andorra» di Roberto Calvi (tessera P2 n. 1624), che in accodo con Licio Gelli (deceduto nel 2015 nella sua villa Wanda) versa 10 miliardi di lire sul famoso Conto Protezione. In un’intervista rilasciata da Fabrizio Cicchitto ad Augusto Minzolini e pubblicata il 19 novembre 1993 su La Stampa, l’allora rappresentante della sinistra socialista affermò: «Ho vcapito che Bettino Craxi e Claudio Martelli c’erano dentro fino al collo con Gelli e Ortolani. La storia dei 30 milioni di dollari del Conto Protezione non è mica uno scherzo. C’è da credere davvero che in quegli anni, con tutti quei soldi, si siano comperati il PSI» («Io, il PSI e i soldi della P2»). Ovviamente, in seguito, scorda queste sue parole, trasformandosi nell’allegro trombettiere del berlusconismo.

Il massone presidente del Banco Ambrosiano nel 1977, mentre in Italia iniziano i suoi guai giudiziari, arriva in Nicaragua accompagnato proprio da Robelo, Somoza gli concede il passaporto nicaraguense, apre e controlla una consociata dell’Ambrosiano a Managua, nella zona di Ciudad Jardín, denominata Banco Comercial (alla cui vicepresidenza, dal 13 aprile 1982 lo stesso Calvi insedia Ivan Alavarez Baltodano, un uomo di fiducia di Anastasio Somoza Debayle). Nelle casse del Banco Comercial arriva un miliardo di dollari in buona sostanza sottratto segretamente all’Ambrosiano. L’unica non nazionalizzata immediatamente con il trionfo della Rivoluzione Popolare Sandinista: ciò avviene solo dopo il misterioso suicidio dello stesso Calvi il 18 giugno 1982 (nel quale pare implicata la banda della Magliana, legata alla criminalità organizzata, alla massoneria e ai servizi segreti, della quale fanno parte alcuni fascisti tra i quali Massimo Carminati).#373737;"> Proprio a Managua fa transitare le sue più grosse operazioni di riciclaggio, arrivando a controllare interi pezzi del sistema bancario nazionale. All’inizio degli anni Ottanta, secondo le indagini della Guardia di Finanza in collaborazione con la DEA, riportate negli atti del processo per il crack dell’Ambrosiano (operazione «Greenback»), finché è operante, ossia fino al 1985 (Acuerdo n. 39 del 20 agosto 1985 sottoscritto da Daniel Ortega), il Banco Comercial, tramite il faccendiere Flavio Carboni che fa parte del Consiglio di amministrazione della banca, mantiene strette relazioni con un certo Cándido Rodríguez, uomo di fiducia del boss colombiano della cocaina Gabriel Abuchaibe. Nel corso di una perquisizione a Villa Altachiara, la residenza di Portofino della contessa Francesca Vacca Agusta Graffagni, nell’ambito dell’inchiesta «Portofino connection», nel febbraio del 2002 si scoprono alcuni fax nei quali si parla del vecchio Banco Ambrosiano e si suggerisce di rivolgersi ad alcuni uomini d’affari del Nicaragua: persone fidate che in precedenza aiutano Roberto Calvi nelle situazioni più difficili. Quali siano le loro generalità non è dato saperlo, ma lo possiamo ipotizzare. Sia la contessa, che muore annegata in uno strano incidente a Portofino all’inizio del gennaio 2001, sia il suo compagno Maurizio Raggio sono in stretti rapporti con Craxi, tanto che la magistratura sospetta che lo stesso Raggio sia il custode del tesoro del segretario socialista e lo condanna con sentenza definitiva per ricettazione e riciclaggio nel marzo del 2019. Tanto per cambiare, pure lei trascorre un periodo in Nicaragua nel periodo in cui è ricercata dalla magistratura italiana.

Forse qualcuno ricorda ancora che proprio Craxi fa di tutto per silurare il secondo governo Spadolini, che si dimette il 13 novembre 1982 e sostituire il repubblicano con se stesso, dopo un brevissimo interregno a guida Fanfani. Non a caso, quello diretto dal leader repubblicano è il governo che emana il provvedimento di scioglimento della loggia Propaganda 2, ovvero la P2, con la Legge 25 gennaio 1982, n. 17.

Le operazioni di riciclaggio sulle quali indaga Giovanni Falcone si svolgono tramite ambasciatori, sedi diplomatiche, passaporti e indennità di valigetta. Il tutto protetto dall’immunità diplomatica. Il magistrato antimafia indica Robelo come terminal per il riciclaggio di denaro e in rapporti d’affari con i corleonesi e lo accusa di contiguità con la malavita organizzata. Negli ultimi anni, essendo stata rifiutata da vari Paesi la sede diplomatica (compreso il Vaticano di Benedetto XVI, nonostante gli stretti rapporti con l’allora Segretario di Stato Agostino Casaroli e con l’ex nunzio apostolico in Argentina, strettamente legato ai locali golpisti, Pio Laghi), attualmente Robelo è «ambasciatore itinerante per missioni speciali» in Cielo, in Terra e in ogni luogo, per volere personale e diretto del comandante Daniel. Non sappiamo di quali «missioni speciali» si possa trattare, ma pure in questo caso lo possiamo immaginare.

Alla loggia «Andorra» partecipano personaggi come il faccendiere e agente del SISMI Francesco Pazienza e il venerabile maestro della loggia palermitana coperta «Armando Diaz» di via Roma 391 (mascherata da «Centro sociologico italiano»), tra i suoi membri spiccano personaggi come Salvatore Greco, fratello di Michele, e Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade. Il solito Robelo, secondo la magistratura palermitana, ha stretti legami con questa loggia.

Quando nel febbraio del 1991 è trasferito a Roma per volere di Claudio Martelli, Falcone porta con sé un faldone sulla Stay Behind italiana (Gladio), ma in precedenza scopre che in terra siciliana Robelo è strettamente collegato anche a Víctor Busà (presidente del Parlamento mondiale per la sicurezza e la pace), Salvatore Bellassai (capogruppo siciliano della loggia P2, tessera n. 0289), Carmelo Cortese (tessera P2 n. 20 ed elemento di collegamento tra la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra) e Giuseppe Mandalari, commercialista di Salvatore Totò Riina, fondatore della loggia segreta «Iside 2» (collegata con la «Armando Diaz») e sostenitore sia di Alleanza Nazionale sia di Forza Italia (e già candidato non eletto nel 1972 nella lista del MSI). Secondo il magistrato palermitano Antonio Ingroia il boss Riina è il mandante dell’omicidio di Rostagno e qualcuno afferma che nel periodo della lunga e dorata latitanza, per i suoi spostamenti, utilizzi un’auto con targa diplomatica nicaraguense.

Dall’agosto all’ottobre del 1979, nel periodo del finto rapimento del bancarottiere Michele Sindona in Sicilia (tessera P2 n. 501), nell’isola è presente pure Licio Gelli, membro dei Cavalieri di Malta, secondo alcuni magistrati a capo del tentato golpe di Junio Valerio Borghese (dicembre 1970), collegato con la banda della Magliana e impegnato a tessere le trame tra la massoneria deviata e le cosche mafiose sicule. Nell’estate del 1980, la stessa della strage alla stazione di Bologna, con le uccisioni del commissario Boris Giuliano e del giudice Cesare Terranova, si apre la stagione dei cosiddetti delitti “eccellenti”, che culminano due anni dopo con l’attentato al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.

(fine I parte)

Redazione
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