Tre sconfitte per Shell: due in tribunale e…

… una nelle strade olandesi

articoli di Amnesty, Luca Manes (Re:Common) e Maurizio Bongioanni. A seguire una breve nota della “bottega”

Nigeria, tre agricoltori sconfiggono Shell in tribunale: “Ha inquinato, dovrà risarcire”

Il 29 gennaio la Corte d’Appello dell’Aja, nei Paesi Bassi, ha giudicato il gigante petrolifero Shell responsabile dell’inquinamento da idrocarburi causato dalla sua sussidiaria Shell Nigeria nella regione del delta del fiume Niger.

La causa era stata intentata 13 anni fa da tre agricoltori che avevano accusato Shell di aver reso sterili i loro terreni e avvelenato le vasche per gli allevamenti del pesce.

In primo grado, la giustizia olandese (la multinazionale del petrolio ha sede nei Paesi Bassi) aveva dato loro torto, sostenendo che la casa madre non poteva essere ritenuta responsabile dell’operato di una sua sussidiaria.

In appello questa posizione è stata ribaltata e per questo si deve parlare di una sentenza storica.

L’entità del risarcimento sarà resa nota tra qualche mese, probabilmente a maggio e si spera sarà adeguata alla gravità dei danni procurati da Shell all’ambiente del delta del fiume Niger.

Le buone notizie di Amnesty International Italia sono anche su Pressenza.

La Corte suprema di Londra dà torto a Shell: «Deve risarcire le comunità danneggiate nel Delta del Niger»

Nigeria/Regno Unito. Ribaltata la sentenza d’appello, la compagnia petrolifera anglo-olandese aveva l’obbligo di assistere le persone che avevano subìto gravi danni per le sistematiche carenze in tema di salute, sicurezza e ambiente di una delle sue filiali all’estero

di LUCA MANES (*)

Una pipeline in fiamme nei pressi del villaggio di Goi, in Nigeria

La Corte suprema del Regno Unito ha stabilito che le comunità nigeriane che hanno subito danni derivanti dall’attività della multinazionale petrolifera Shell a causa della sua attività possono adire a una corte britannica per rivendicare i loro diritti. In un’udienza trasmessa in diretta streaming nella tarda mattinata di ieri, il massimo organo giudiziario con sede a Londra ha capovolto un pronunciamento emesso nel 2020 da una corte d’appello che aveva dato torto ai ricorrenti, le comunità di Bille e di Ogale, nel Delta del Niger.

La compagnia anglo-olandese Shell non aveva contestato l’accusa di essere responsabile dell’inquinamento dell’area, dovuto a sversamenti di petrolio negli specchi d’acqua e alle emissioni nocive collegate al fenomeno del gas flaring, sostenendo però che a dover rispondere di quanto accaduto fosse solo la sua filiale nigeriana e in base alle normative del Paese africano.

LA BATTAGLIA LEGALE è durata cinque anni e si è conclusa con una squillante vittoria delle comunità, circa 40mila persone, per lo più pescatori e contadini, le quali denunciano come decenni di inquinamento abbiano gravemente compromesso le loro vite, la loro salute e l’ambiente locale.

Le comunità, rappresentate dallo studio legale Leigh Day, hanno sostenuto che la Shell, in base alla Common Law britannica, aveva l’obbligo di assistere le persone che avevano subito gravi danni a causa delle sistematiche carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente di una delle sue filiali all’estero.

Daniel Leader, partner di Leigh Day, ha affermato che la sentenza è uno «spartiacque» per «le comunità impoverite che cercano di chiedere conto alle grandi corporation». Lo studio legale ha reso noto che l’importo del risarcimento richiesto deve ancora essere determinato. La Shell si è detta «molto delusa» dal pronunciamento dell’Alta corte.

Per la più ricca multinazionale europea è un altro duro colpo dopo quello patito in Olanda due settimane fa, quando all’Aja due contadini nigeriani avevano vinto la loro causa per le conseguenze patite da vari sversamenti di petrolio occorsi nei pressi dei villaggi di Goi e Oruma, sempre nel Delta. In quel caso a essere dichiarata colpevole era la filiale nigeriana della Shell, per questo il caso londinese crea un precedente molto rilevante a livello internazionale.

VAL LA PENA RICORDARE che i nove stati che compongono le regione del Delta del Niger, nel sud della Nigeria, sono i più ricchi di petrolio del Paese, ma anche quelli dove a causa dell’inquinamento l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore rispetto alla media nazionale. La Shell detiene le licenze per circa il 50% della produzione di petrolio del Delta, seguita in ordine di importanza dall’italiana Eni, anch’essa attiva nell’area fin dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Re:Common

(*) testo e foto ripresa dal quotidiano «il manifesto»

Quando l’arte ripulisce il petrolio.La strategia di Shell e chi la …

. contesta – di Maurizio Bongioanni (da «AltrEconomia» 223, gennaio 2021). In Olanda la multinazionale fossile finanzia musei e istituzioni culturali per presentarsi socialmente responsabilie. Il collettivo Fossil Free Culture si mobilita con performance artistiche. E nel Paese è riuscito a creare un effetto domino…

UNA NOTA DELLA BOTTEGA

Qui spesso scrivendo Shell togliamo la “s” iniziale come fanno in Nigeria: e diventa «hell» cioè inferno in inglese. Qui ogni volta che nominiamo le politiche dell’ENI (in Italia e nel mondo) scriviamo «vel-ENI» per ricordare di che lacrime grondi e di che sangue il suo potere. Diamo molto spazio a chi racconta cosa davvero accade e viene invece taciuto dai “grandi” media (servi nell’anima e ulteriormente corrotti a suon di pubblicità milionarie) perchè la «dittatura del petrolierato» è ben più lunga e tragica di quella che fu detta «dittatura del proletariato» e da tempo finita… eppure i media presunti e autoproclsamati “grandi” continuano a tormentarci con i crimini veri (o presunti) del proletariato senza paerlare mai del petrolierato che ogni giorno avvelena i popoli e la Terra. Lo ricordiamo – a chi magari passa in “bottega” di rado – e chiediamo un aiuto in questa lotta per diffondere notizie, appelli e iniziative dal basso contro uno dei più temibili nemici dell’intera umanità.

La Bottega del Barbieri

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