Turchia e Kurdistan: le armi, la politica e le storie

Un report sui bombardamenti turchi, un articolo di Michele Giorgio e la recensione di Laura Burocco a «Undici Storie di Resistenza» di Murat Cinar; a seguire la scheda del libro e alcuni link.

Una ricerca condotta dalla Coalizione internazionale della società civile “End Cross Border Bombing Campaign (ECBBC)” espone in dettaglio e per la prima volta l’impatto sulla popolazione civile di un’aggressione spesso dimenticata.

Il 19 luglio 2022 è stato registrato un grave attacco nel villaggio di Parakhe, nei pressi di Zakho (nella provincia curda di Duhok); l’attacco ha provocato 9 morti e 24 feriti.

Da sette anni a questa parte la Turchia si è resa responsabile di attacchi di questo tipo, che mirano direttamente ai civili: ad oggi hanno causato un totale di almeno 98 vittime civili, oltre a costringere migliaia di persone a sfollare.

Una ricerca condotta dalla Coalizione internazionale della società civile “End Cross Border Bombing Campaign (ECBBC)” espone in dettaglio e per la prima volta l’impatto civile di un’aggressione spesso dimenticata.

Dal 2015, le forze armate della Turchia hanno lanciato più di 4.000 azioni militari sul territorio iracheno (sommando gli attacchi aerei, terrestri e d’artiglieria); di questi, secondo il report, 1.600 sono stati registrati solo nel corso del 2021.

Il report dimostra che queste operazioni non hanno solo alimentato le condizioni di insicurezza e instabilità nell’area, ma hanno anche e soprattutto impattato in maniera sproporzionata sulle vite dei civili che la abitano.

Alcune delle osservazioni di maggior rilievo ed interesse contenute nel report:

  • Le azioni militari turche hanno ucciso tra i 98 e i 123 civili, nel corso di almeno 88 attacchi.
  • Gli attacchi a danno dei civili sono in crescita costante: almeno 40 incidenti sono avvenuti nel solo periodo 2020-2021.
  • Più di 55 agricoltori ed allevatori sono rimasti feriti o uccisi dalle forze turche mentre stavano lavorando la terra o badando al bestiame.
  • Il 13% delle vittime erano donne, l’87% erano uomini. Sono stati coinvolti anche bambini, per un totale di 6 bambini morti e 14 feriti.
  • Nel periodo in esame si stima siano stati abbandonati circa 500 villaggi.

Ogni storia pubblicata nel report è importante, e non possiamo aspettare oltre per raccogliere e documentare altre storie come queste. Anzi, come esseri umani dobbiamo collettivamente lavorare per la pace del popolo iracheno. Uniti possiamo agire perché le tragedie della Storia non si ripetano”, ha dichiarato Mohammed Salah del Community Peacemakers Teams, organizzazione membro di ECBBC.

La disastrosa invasione dell’Iraq a guida statunitense è stata discussa ampiamente, ma sotto diversi aspetti questa è l’invasione dimenticata dell’Iraq”, ha aggiunto.

Un mosaico diversificato

Un ricco mosaico di comunità popola la regione del Kurdistan iracheno ed il governatorato di Niniveh; la maggior parte di queste vive in villaggi montani, dove si dedicano ad attività agro-pastorali. Per molti, gli attacchi aerei costituiscono un rischio tangibile e fin troppo frequente al proprio sostentamento e alla propria vita. Un numero imprecisato ma consistente di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case come conseguenza della devastazione causata dai bombardamenti, o temendo per le proprie vite, e a spostarsi nelle città vicine o nei campi per sfollati interni, dove non sono presenti servizi di base o infrastrutture.

Da più di trent’anni, con il pretesto di combattere i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le forze aeree turche conducono operazioni militari transfrontaliere all’interno dei confini dell’Iraq. Ad oggi Ankara ha affrontato ben poche conseguenze per queste aggressioni. Secondo fonti locali, nel corso degli ultimi anni sono state costruite più di 60 basi militari turche sul territorio iracheno – dalle quali spesso queste operazioni sono state lanciate.

Dal 2015 l’esercito turco ha lanciato diverse campagne militari, addentrandosi sempre più in profondità nel territorio iracheno. L’operazione più recente, denominata “Claw Lock”, è stata avviata all’inizio del 2022, e ad oggi ha visto le forze armate turche stabilirsi a soli 40 chilometri da alcune delle più importanti città del Kurdistan iracheno, inclusa Erbil – la capitale de-facto della regione semiautonoma.

Il report di ECBBC espone in dettaglio gli incidenti e fornisce i numeri di morti e feriti civili, ma ha anche il merito di analizzare le circostanze di ciascun incidente e presentare l’identità di 155 delle vittime.

I dati sono stati raccolti principalmente attraverso interviste con sopravvissuti agli attacchi, con le loro famiglie e membri delle comunità di riferimento, con rappresentanti del governo locale, e attraverso analisi precise; le informazioni ottenute sono state consolidate attraverso la ricerca incrociata di informazioni sui social media e media ampiamente accessibili.

I database su incidenti e vittime, prodotti insieme al report, rappresentano un archivio prezioso ed unico dei danni ai civili causati dall’incursione dell’esercito turco entro i confini dell’Iraq, e rivela la portata e gravità dei crimini prodotti da tali operazioni.

Vi è un divario enorme tra l’entità delle operazioni turche e i loro danni alla popolazione civile, che va ben oltre morti e feriti, e la documentazione delle stesse. L’impatto delle operazioni della Turchia sui civili è ancora scarsamente documentato. La popolazione civile non dispone di canali per denunciare i danni subiti e ricevere il supporto necessario. È nostra convinzione che questo report contribuirà a colmare questo preoccupante divario.

La Campagna si rivolge alla società civile internazionale e alle organizzazioni perché aiutino a sollecitare le parti coinvolte nel conflitto a trovare una soluzione pacifica alla situazione attuale, nell’interesse della popolazione civile, costretta a pagare il prezzo più alto per le politiche belligeranti adottate dagli attori statali coinvolti.

End Cross Border Bombing” è una campagna nata due anni fa, ed è una coalizione di attori locali ed internazionali che si propongono di condurre azioni di advocacy e sensibilizzare sui bombardamenti in Iraq.

La Coalizione è composta da: Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, Community Peacemaker Teams, Iraq Body Count, CODEPINK, NOVACT, Un Ponte Per, Solidarity with Kurdistan/Solkurd.

Ufficio stampa Un Ponte Per

 

foto di Gezi Park tratta dal Fb di Terra nuova

 

Viaggi di resistenza

Laura Burocco (*)

Undici Storie di Resistenza” è un libro che si inizia a leggere e si smette solo quando si chiude la quarta di copertina. Un testo pieno di informazioni, di emozioni, e di vita. Della vita di chi l’ha scritto e di chi ha voluto condividere la sua storia con lui. Murat Cinar, l’autore, è nato a Istanbul il 30 aprile del 1981, ‘evitando così che suo padre prendesse parte alle manifestazioni clandestine del 1 maggio’.

Murat vive in Italia, a Torino, dalla fine dell’università. Le storie che ha scelto di raccontare parlano di altre persone che hanno dovuto abbandonare casa loro, le famiglie, gli amici, i quartieri, le abitudini, il cibo, e poi le loro lingue, i film, i libri, le preoccupazioni e perfino il loro senso dell’umorismo. Insomma, quello che, malgrado tutto, ci crea un senso di appartenenza, soprattutto quando siamo più giovani.

Nulla che non possa essere ricostruito, per molti aspetti anche rimpiazzato, come dimostrano le storie racchiuse in questo libro, ma che inevitabilmente ci sdoppia. Ci fa diventare una convivenza con quello da cui siamo venuti e quello in cui siamo andati.

C`è chi se ne va per scelta e chi da quella scelta non riesce più a tornare indietro. E c’è chi, invece, se ne va perché non può più rimanere.

Delle 11 storie di ‘viaggio’, alcune sono state determinate da scelte, più o meno forzate, da valutazioni familiari o professionali, altre da posizionamenti politico- identitari, come il riconoscersi gay o antimilitaristi, e quindi essere condannati a morte civile o fisica, addirittura dai propri famigliari.

Molti degli intervistati sono stati ripetutamente incarcerati e hanno visto la propria vita messa a rischio. Vivono tra Parigi, Berlino, Roma, Basilea, Milano, non nascondono le difficoltà dell’essere migranti, anche quando la condizione di rifugiato si pensa che potrebbe, per logica, dare delle garanzie in più. Spesso sommano alle loro lotte quelle legate alla condizione che condividono con molti altri migranti di altri paesi del mondo.

Il libro è un compendio di fonti di ricerca sulla situazione socio-politica turca. Numerosi sono i dati numerici, le date, le indicazioni di rapporti di violazioni di diritti umani, di leggi, di fatti storici e avvenimenti politici, i nomi di persone ingiustamente detenute nelle carceri turche, ma anche libri e film a cui un lettore interessato a fare ricerca può fare riferimento, per intraprendere il proprio viaggio dentro alla realtà turca.

Evidenzia la pratica giornalistica dell’autore. Molti degli intervistati, accomunati da un’attività da attivista, sono anch’essi giornalisti, voci dissidenti, oppure persone attive in ambito culturale, che siano teatranti, attori, registi cinematografici, insegnanti.

Grande attenzione viene data, infatti, al sistema educativo turco, dalle scuole elementari, responsabili della formazione del cittadino, al sistema universitario con metodi di selezione estremamente competitivi.

L’Opera Gülen o Cemaat di per sé rappresenta un tema di ricerca interessantissimo per chi, come me, ne è estraneo e ha una naturale propensione alla ricerca.

Scrive Murat Cinar: “In questo libro racconto gli ultimi 11 anni attraverso le storie di 11 persone. 11 storie umane di grande determinazione, forza e convinzione.  11 storie di persone che dopo il loro approdo in Europa non si sono fermate ma hanno continuato a lavorare per creare un’alternativa al regime al potere in Turchia. 11 storie di immigrazione, piene di difficoltà, ostacoli, discriminazioni, ma anche fatte di accoglienza, empatia ed affetto”.

La questione di genere, trattata sia dal punto di vista di un padre preoccupato della educazione delle figlie, che da quello di una madre che si rallegra di mutande e reggiseni venuti dalla Germania ma tenuti nascosti agli occhi dei due figli maschi, si accompagna alle rivendicazioni lgbtqi di molti degli intervistati. Le loro molteplici militanze, di genere ed “etnia”, si scontrano con una società ‘patriarcale, conservatrice e eteronormata’, ma affrontano anche conflitti interni in ambienti di lotte condivise.

La cultura militarista – la lezione di sicurezza nazionale –  e l’iniezione nazionalista – la turchizzazione – a cui non si può non aggiungere una ‘sana iniezione di religiosità’  – la sunnitizzazione – viene raccontata da Murat attraverso le memorie di un bambino che ci riportano alla eterogeneità del paese. Dove se i turchi prevalgono, esistono molti altri, armeni, ebrei, curdi, aleviti, sunniti. Numerose le riflessioni legate alle molteplici convivenze, tra queste l’imposizione della lingua turca e il divieto di parlare curdo, a riprova di come la lingua sia da sempre la forma con cui creiamo il mondo, e quindi, una questione politica.

Fa da sfondo la profonda conoscenza di una città, Istanbul, ‘spettacolare, unica, ricca, ma contemporaneamente povera, brutta, triste e solitaria’, oggetto di una brutale speculazione immobiliare, che come spesso accade, va di pari passo con interessi finanziari e politici dei governanti contro cui le proteste a Taksim Gezi Park sono state per molti una memoria condivisa di un certo momento storico.

Era il 2013, erano anni in cui sembrava che un’onda in piena attraversasse il mondo, dall’Arab Spring, all’M15 spagnolo, da Occupy Wall Street alle Jornadas de Junho brasiliane, ogni luogo è stato ed ‘è Taskim’.

È bello, mette un po’ di nostalgia, ma anche trasmette gioia e voglia di fare, leggere questo libro edito dalla casa Editrice Etabeta (si può ordinare cliccando qui). Perché c`è un sacco di gente che continua a fare tanto.

(*) ripreso da comune-info.net

SCHEDA DEL LIBRO

«11 storie di resistenza, 11 anni della Turchia»

di Murat Cinar
Edizioni EBS
 

Dal 2011 ad oggi, numerose persone hanno lasciato la Turchia per motivi politici oppure non si sentivano in sicurezza. Professori universitari, studenti, parlamentari, sindaci, avvocati, giudici, alti ufficiali dell’esercito, giornalisti, sindacalisti, attivisti del mondo dell’associazionismo e persino medici. Così è nata e cresciuta una nuova diaspora in Europa. 

Nel mio nuovo libro racconto questi ultimi 11 anni tramite le storie di 11 persone.

11 storie umane di grande determinazione, forza e convinzione. 11 persone che dopo il loro approdo in Europa non si sono fermate ma hanno continuato a lavorare per creare un’alternativa al regime al potere in Turchia.

11 storie d’immigrazione piene di difficoltà, barriere, discriminazioni ma anche accoglienza, empatia e affetto.

Questo libro è il frutto di un lavoro che durò 3 anni: ricerche, documentazione, contatti, viaggi, interviste e crowdfunding. Si tratta di un libro di comunità perché negli ultimi 6 mesi del 2021 ho impostato e avviato una campagna di produzione dal basso. In totale 150 copie sono state vendute e 144 persone hanno deciso di sostenere economicamente e politicamente questa proposta editoriale.

In questo nuovo viaggio non ero da solo a navigare. Sono salite con me, al bordo della barca, 3 persone preziose: Chiara Biano e Adriano Boano, redattrice e redattore editoriali e Bruno Consani illustratore. Mentre Chiara e Adriano mi davano una mano nella correzione e revisione delle bozze, impostando i capitoli e impaginando tutto, Bruno creava la copertina del libro e le immagini autentiche di ogni singolo capitolo. 

Questo libro è composto da 11 capitoli, ogni capitolo è dedicato a una persona e attraverso la storia di quella persona cerco di raccontare alcuni dettagli importanti legati alla storia degli ultimi 11 anni della Turchia. Un periodo determinante per comprendere ciò ch’è successo e sta succedendo in Turchia ma non solo anche dintorni. Infine ogni capitolo viene preceduto da un’introduzione che racconta alcuni episodi della mia vita. Questo aiuta a chi legge di avere una conoscenza sulla Turchia degli anni 80 e 90 ma anche permette a chi legge di avviare delle riflessioni su se alcuni passaggi della storia siano cambiati oppure si ripetano tutt oggi.

Un libro che racconta la storia di Omur, un conservatore oppositore, la storia di Serdar che ha deciso di crescere le sue figlie in un paese democratico e libero per le donne, la storia di Bawer che ha vissuto sulla sua pelle cosa vuol dire gay e curdo in Turchia ma anche nella grande metropoli di Istanbul. In questo libro troverete la storia di Ceren che ci racconta cosa vuol dire essere un’avvocata che difende i diritti degli ultimi in Turchia oppure la storia di Rosida che ci fa capire molto bene quanto sia difficile vivere nel sud est del paese da persona trans curda che ha provato anche la lotta armata, c’è anche la storia di Hayko che da giornalista armeno di sinistra va sulla strada illuminata da Hrant Dink. Infine in questo libro incontrerete delle persone che hanno deciso di disobbedire contro il servizio militare oppure contro la trasformazione militarista delle università. Un libro pieno di storie di persone che hanno scritto una parte della storia contemporanea della Turchia e oggi nella nuova diaspora, in Europa, cercano di resistere e lottano per costruire l’alternativa. 

Questo libro ha ricevuto il patrocinio dei Giuristi Democratici Italia, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Amnesty International Italia e Arcigay Italia.

Erdogan pronto a riconciliarsi con Assad. Damasco alza l’asticella

di Michele Giorgio (*)

Pagine Esteri, 22 agosto 2022 – La protesta ad Al Bab e nel resto dei territori siriani occupati dalla Turchia va avanti  già da un po’. Da quando il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha parlato della necessità che Damasco e l’opposizione raggiungano una soluzione politica e scrivano una nuova costituzione. Parole nuove per Ankara che, dopo il 2011, ha fatto di tutto abbattere il presidente Bashar Assad. Ha accolto tre milioni di profughi della guerra in Siria, ha finanziato e addestrato una milizia mercenaria siriana impiegandola anche in Libia e contro le popolazioni curde. Ha fatto della provincia siriana di Idlib una sorta di protettorato a disposizione di milizie anti-Assad di ogni tipo, anche jihadiste e qaediste. Ora, per la prima volta, teorizza una soluzione che lasci al potere il presidente siriano.

Erdogan sta mollando i «ribelli» siriani che per dieci anni lo hanno servito puntualmente ricevendo in cambio promesse di ogni tipo, a cominciare dall’abbattimento del «regime». Bashar Assad però ha resistito, grazie all’appoggio militare e politico di Vladimir Putin, alleato/avversario di Erdogan. È rimasto al potere e ha ripreso gran parte del territorio siriano. Ankara ha capito di aver perduto la battaglia. Così, imitando la politica estera di Putin prima della guerra contro l’Ucraina – amici di tutti, nemici di nessuno (ad eccezione di Kiev) –, Erdogan ora stringe la mano a tutti: agli ex rivali sauditi, agli influenti emiratini, ai monarchi del Golfo. E ha riallacciato pieni rapporti con Israele, per anni bersaglio dei suoi attacchi. Non è un mistero che il presidente turco, alle prese con una pesante crisi economica e il declino del suo partito Akp, spera di recuperare consensi grazie ai ricavi derivanti da possibili intese con Israele per portare gas all’Europa.

Che Ankara abbia passato il Rubicone è stato chiaro quando Bulent Orakoglu, editorialista del giornale Yeni Safak, molto vicino a Erdogan, ha descritto i siriani che protestano ad Azaz, Jarablus e Tal Abyad, non più come degli alleati, bensì come degli «individui con le mani sporche…provocatori espulsi a causa dei crimini che avevano commesso in Turchia e infiltrati del regime e del Pkk». La scorsa settimana lo stesso Erdogan rispondendo a una domanda sul dialogo con la Siria al ritorno dal vertice a Leopoli, ha affermato che «il dialogo politico e la diplomazia tra Stati non possono mai essere interrotti …Dobbiamo fare ulteriori passi con la Siria. Facendoli romperemo molti giochi nell’intera regione».

Si è riferito non solo all’aiuto Usa ai curdi siriani ma anche al coordinamento tra Damasco e i vertici delle Sdf curde avviato dopo la minaccia di un’altra offensiva turca nel Rojava. Da parte sua Bashar Assad alza l’asticella, vuole il ritiro totale delle forze turche di occupazione in Siria e non si sente obbligato a riconciliarsi con l’opposizione che per dieci hanno ha trovato ospitalità in Turchia e con le milizie armate e finanziate da Ankara. Putin, dopo il summit di Sochi del 5 agosto con Erdogan, gli ha chiesto di non opporsi a un possibile vertice con il leader turco. In una intervista, il presidente siriano ha replicato «Dico che non sarei onorato di farlo…Tuttavia se incontrarlo porterebbe risultati favorevoli alla Siria, allora va fatto». Assad in realtà il summit con Erdogan lo vuole, sa bene che la riconciliazione con la Turchia significherebbe per lui la vittoria definitiva.

Erdogan punta a demolire l’autogoverno curdo nel nord-est della Siria e ad avviare il rimpatrio dei rifugiati siriani che sono considerati un peso da molti turchi e che potrebbero pesare sul risultato del partito Akp alle elezioni del 18 giugno 2023. Vuole inoltre lungo il confine con la Siria un’ampia “zona di sicurezza” – così la chiamano in Turchia – sgomberata dalle Sdf. In gioco c’è la sopravvivenza politica di Erdogan. L’economia turca, il cui successo per lunghi anni ha favorito quello personale del presidente, è in caduta libera. Il risentimento contro i profughi è alle stelle e le aggressioni ai siriani sono sempre più frequenti. L’opposizione da tempo sostiene che non appena salirà al potere, “manderà a casa i siriani”, quindi, la normalizzazione con Assad è diventata quasi obbligata per Erdogan, se vuole alimentare di sue speranze di riconferma al potere. Pagine Esteri

(*) da pagineesteri.it/

ALCUNI LINK

Due notizie riprese da Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo, 27 agosto.

Turchia

La cantante Gülşen Bayraktar è stata arrestata per una frase sulle scuole coraniche. Un giudice ha accolto il rapporto della polizia e ha confermato il suo arresto in attesa di giudizio, “per istigazione all’odio”. La cantante durante un suo spettacolo di alcuni mesi fa, dal palco ha interloquito scherzosamente con un fan, sostenendo che la propria “devianza” sarebbe stata causata dalle sue frequentazioni da piccola delle scuole coraniche. Il video dello scambio di battute è girato nei social ed ha attirato le proteste del partito islamista di Erdogan.

Siria

Le forze democratiche siriane a guida curda hanno arrestato 27 elementi di Daiesh (Isis) all’interno del campo di El Hol, nella provincia di Deir Azzour, vicino al confine con l’Iraq. Sono tutti famigliari di miliziani jihadisti, detenuti o morti, e risiedevano nel campo in condizioni di relativa libertà. Dopo una serie di attacchi e attentati, le autorità curde hanno provveduto ad operazioni di controllo nelle tende e di operare censimenti con la raccolta delle impronte digitali. Secondo quanto affermato dai capi curdi sono stati scoperti 4 tunnel scavati sotto il pavimento delle tende e sequestrate armi e documenti. Il campo profughi di El Hol contiene 56 mila persone, con 10 mila stranieri provenienti da Paesi non arabi, in prevalenza donne e bambini.

Redazione
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