Turing, Socrate, Ia, bigotti e stupidi

IEKYF RQMSI ADXUO KVKZC GUBJ: così si legge sotto la statua di Alan Turing a Manchester. E’ la sequenza del codice Enigma, usato dai nazisti per inviare messaggi segreti, che sembrava indecifrabile e che invece il giovane Turing contribuisce a svelare. Già nel febbraio 1941 alcune navi tedesche vengono catturate al largo delle coste norvegesi grazie a questo sistema di decriptazione.

Il suo ruolo nella sconfitta del nazismo è una delle tre ragioni per scrivere il nome di Turing nella storia con la S maiuscola. Il secondo motivo è che dalle sue intuizioni pochi anni dopo nascerà un calcolatore automatico elettronico con memoria interna, oggi volgarmente detto computer. La terza ragione, celeberrima nel mondo scientifico ma poco nota al grande pubblico, riguarda «il test di Turing» (del 1950) ovvero un criterio per determinare se una macchina sia in grado di pensare; se qualcuno ancora crede che siamo nel campo delle astrazioni o della fantascienza sbaglia: l’intelligenza artificiale è relativamente vicina.

Per saperne di più vale leggere il recente «L’uomo che sapeva troppo: Alan Turing e l’invenzione del computer» di David Leavitt e la monumentale biografia «Alan Turing. Storia di un enigma» (appena ristampata) di Andrew Hodges.

La storia che ama troppo le maiuscole tende purtroppo a dimenticare le tragedie personali. Eppure anche il suicidio di Alan Turing, nel 1954, ha cambiato il futuro se non altro perchè ha impedito a un genio di sviluppare sino in fondo il suo pensiero. I motivi che lo spinsero a mordere una mela intrisa di cianuro non sono strettamente privati. E’ il gesto finale di una persecuzione, infatti nell’Inghilerra di allora l’omosessualità era un reato. Turing fu condannato «per atti osceni». Poteva evitare la prigione sottoponendosi a un trattamento di ormoni, in pratica una castrazione chimica. Ma le conseguenze sul suo fisico furono catastrofiche e Turing si uccise.

Per una incredibile coincidenza lo stesso 23 giugno, ma del lontanissimo 469 avanti Cristo, era nato un altro genio che preferì togliersi la vita (con la cicuta invece della mela) per non rinunciare alla dignità: si chiamava Socrate.

Poco prima di morire Turing scrisse a Norman Routledge, un sillogismo – ecco un altro casuale riferimento all’antica Grecia – che è sarcastico ma anche tragico: «Turing crede che le macchine pensino. Turing giace con gli uomini. Di conseguenza le macchine non sanno pensare». Pensava che l’arresto, la sua “immoralità” avrebbero dato ai bigotti e agli stupidi un pretesto per cancellarlo dalla storia. Per fortuna non è andata così: le sue idee non sono state oscurate, l’Inghilterra ha cancellato le infami leggi contro l’omosessualità e, se pure tardivamente, ha chiesto perdono per la sua persecuzione.

Moli anni fa lessi un racconto di Theodore Sturgeon dove uno dei protagonisti, angosciato per l’idiozia di molti umani, ragiona così: immagina che qualcuno trovi una cura definitiva per il cancro ma i suoi nemici vengono a sapere che vive “more uxorio” senza essere in regola… probabilmente brucerebbero la sua casa, con lui dentro, e direbbero che la sua scoperta era immorale. Allora ero giovane e ignorante, così pensai che fosse la fantasia di uno scrittore. Invece la tragedia di Turing (ma anche di Ipazia o di Giordano Bruno per andare più lontano nel tempo) ci ricorda che questi orrori sono possibili. Così ci sono quattro ottime ragioni per ricordare Turing, il genio e la vittima.

UNA BREVE NOTA

Questo mio articolo è uscito (virgola più, virgola meno) il 27 giugno sulle pagine culturali del quotidiano «L’unione sarda». (db)

 

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