Un tributo a Ramsey Clark

Ci ha lasciato un grande americano, un nobile uomo, in lotta  per la pace, per la giustizia e per l’amicizia tra i popoli.

di Enrico Vigna (*)

 

La misura della vostra qualità come persone pubbliche, come cittadini, sta nella differenza tra ciò che fate e ciò che dite”. Ramsey Clark

Il 9 aprile 202, un indomabile e incorruttibile combattente per la pace, la verità, la giustizia e l’amicizia tra i popoli se ne è andato, lasciando un vuoto che non sarà facile colmare per le battaglie dei popoli oppressi, degli umili e degli ultimi nel mondo e negli Stati Uniti.

Ho avuto l’onore di conoscere e collaborare con questo grande uomo dal 1999, come portavoce per il nord Italia del Tribunale Internazionale Indipendente per i crimini della NATO contro la Jugoslavia, promosso e presieduto da Ramsey Clark, la cui sezione italiana fu promossa e sostenuta da un un enorme lavoro della Fondazione Internazionale Nino Pasti per la Pace e l’Indipendenza dei Popoli, insieme ad altre realtà e attivisti per la pace italiani.

Un uomo e un leader semplice, misurato ma profondamente preparato e di grandi capacità, permeato e portatore anche intorno a sé, di una grande moralità ed etica, che trasmetteva a chi gli era accanto.

Passare qualche ora con lui, era come partecipare a una lezione sulle vicende della storia contemporanea e sulla storia dei popoli oppressi e dell’umanità. Un uomo profondamente legato alla sua famiglia. Ricordo che nel marzo 1999, in una conferenza contro l’aggressione NATO, disse che quel giorno era il suo 50° anniversario di matrimonio con sua moglie Georgia e parlò di lei con grande amore e affetto, rammaricandosi e scusandosi con la sua famiglia e lei in particolare, per non essere là con loro, ma disse che lei era comunque al suo fianco, comprendendo che la sua assenza era un atto necessario per difendere coloro che avevano bisogno in quel momento, di una difesa da una spaventosa ingiustizia e che ne era partecipe. Perché la sua Georgia e i suoi figli condividevano la sua fede nella giustizia sociale e nella verità. Dopo queste parole ci fu una ovazione dei presenti.

Chi era e cosa è stato Ramsey Clark.

William Ramsey Clark era nato a Dallas il 18 dicembre1927, svolto il servizio militare nel corpo dei Marines nella II° Guerra mondiale, è poi diventato avvocato e giurista, divenendo tra il 1967 il 1969, Procuratore Generale degli Stati Uniti. Dal 1974 cominciarono le sue battaglie politiche, dapprima a difesa dei diritti civili dei neri, dei pellerossa, degli ispanici negli USA, difendendo gratuitamente centinaia di accusati e prigionieri politici, per poi fondare nel 1992 l’International Action Centre negli USA e porsi un orizzonte internazionale.

Negli ultimi cinquant’anni, Clark ha sfidato e combattuto senza tregua, in prima linea le illegalità e la violenza del potere degli Stati Uniti e sostenuto numerose cause che hanno ferito l’umanità.

Nella sua lunga storia di rappresentante di cause scomode e dure, da infaticabile combattente per la verità e la giustizia, Clark ha difeso dal presidente iracheno Saddam Hussein, al leader libico Muammar Gheddafi, dal presidente dell’OLP Yasser Arafat al presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, da Radovan Karadžić, ex politico serbo-bosniaco accusato di crimini di guerra durante la guerra in Bosnia, al presidente liberiano Charles Taylor, dal presidente venezuelano Chavez a Fidel Castro. Oltre alle centinaia di battaglie per difendere vittime del razzismo, dell’oppressione e delle ingiustizie negli Stati Uniti. Tra queste ci sono state Lori Berenson, una cittadina statunitense accusata e condannata per aver sostenuto la guerriglia in PerùPadre Philip Berrigan, un prete cattolico che aveva protestato contro la guerra, i sopravvissuti e i parenti di coloro che furono assassinati a Waco dopo un assedio del loro complesso, da parte di agenti federali; Lyndon LaRouche il politico statunitense, Camilo Mejía un soldato americano accusato di diserzione, Leonard Peltier, l’attivista pellerossa americano condannato a morte, in una prigione federale da 45 anni. In una manifestazione per la libertà di Peltier a San Francisco, il 16 novembre 1997, egli disse alla folla partecipante: “Tutti sanno, e soprattutto i pubblici ministeri e l’FBI, che Leonard Peltier è innocente del crimine per quale è stato condannato…È essenziale liberare Leonard Peltier e, così facendo, riconoscere le popolazioni indigene e native come le prime, le prime tra pari. Finché Leonard non sarà libero, siamo tutti a rischio. Questo obiettivo starà a significare, se il popolo americano ha la volontà di resistere ai potenti interessi economici che controllano i media e il complesso militare-industriale, che stanno devastando i poveri in tutto il pianeta…”. 

Oltre a Stephen Yagman, un avvocato condannato per aver criticato un giudice federale, Mary Kelly e cinque membri della Pitstop Ploughshares accusati di aver danneggiato un aereo della Marina statunitense in Irlanda, inoltre decine di prigionieri delle Pantere Nere, tra gli altri, erano da lui difesi. 

Così come fu avvocato difensore di Frank Serpico accusatore della NYPD (polizia di New York) di corruzione.

Ha rappresentato o sostenuto queste figure non per simpatie o affinità ideologiche, ma sulla base del suo profondo credo nella giustizia e nello Stato di diritto, come uomo di legge. Sulla base del suo impegno indiscutibile a rispettare il principio che chiunque, indipendentemente da chi sia, possa ricevere un processo equo e che lo Stato di diritto, compreso il Diritto internazionale, deve essere rispettato. Su questi principi è stato irremovibile e di una coerenza rarissime. Indipendentemente dal livello di impopolarità o delle campagne diffamatorie pianificate dai vari dipartimenti di Stato USA e relativi servizi segreti, dei rischi che avrebbe affrontato, non ha mai fatto un passo indietro, né ha mai evitato la possibilità di difendere il principio dello Stato di diritto per ogni essere umano, la battaglia di tutta una vita. 

Si era unito alla squadra di difesa del presidente iracheno Saddam Hussein perché riteneva che gli Stati Uniti avessero invaso l’Iraq in violazione del Diritto internazionale e non fornivano al presidente iracheno un giusto processo, entrambe le convinzioni poi confermate come reali, dai successivi eventi e documentazioni emerse negli anni, anche negli dagli organismi delle Nazioni Unite per i diritti umani. Rimase parte dello staff di difesa, insieme ad Aisha Gheddafi figlia di Muammar Gheddafi, anche quando quattro avvocati furono assassinati, tra cui alcuni suoi consulenti sul posto e gli altri, tra cui lui, minacciati di morte. Emblematica la scena in cui nell’illegittimo Tribunale speciale iracheno creato e diretto dagli Stati Uniti, egli si alzò in piedi e, in faccia al supposto giudice gli ricordò in modo fermo che lo Stato di diritto deve essere sempre rispettato da un uomo che rappresenta la legge e che doveva pronunciarsi sulle mozioni presentate da un avvocato difensore, questo banale concetto causò un tale sommovimento nell’aula, che invece di rispondergli fu ordinato alle guardie di allontanarlo dall’aula con la forza.

Nella sua carica di Procuratore Generale è stato determinante nella stesura di alcune delle principali legislazioni sui diritti civili e ambientali negli Stati Uniti, che qualsiasi generazione prima o dopo ha prodotto. 

La sua figura ha contribuito al Civil Rights Act del 1964, alVoting Rights Act del 1965 e alla legislazione che in seguito ha ispirato la creazione della Environmental Protection Agency o EPA. E’ stato anche candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 1972 e al Senato USA nel 1974 e nel 1977, oltre alla carica di sindaco a New York, arrivando secondo.

Accompagnò personalmente Martin Luther King Jr. e James Meredith a sfidare il terrore razzista dall’Alabama al Mississippi, come convinto oppositore del razzismo. Al Dipartimento di Giustizia, si è spesso opposto alle politiche repressive all’interno del governo, del Congresso dell’FBI, scontrandosi con l’allora capo della CIA J. Edgar Hoover. Mike Wallace, famoso giornalista della CBS TV, in un programma televisivo nazionale, sulle tattiche di ricatto usate da J. Edgar Hoover per intimidire i suoi avversari, dichiarò: “C’era solo un uomo che non aveva paura di resistere e opporsi a Hoover: Ramsey Clark“. 

Una volta esterno al governo, Clark affrontò frontalmente e direttamente la politica estera degli Stati Uniti, viaggiando in dozzine di paesi per incontrare le persone e i popoli che erano state vittime di guerre e sanzioni. Senza timori, sia che si trattasse di sfidare le bombe statunitensi nel Vietnam del Nord nel 1972 o di contare i corpi negli obitori di Panama e nel quartiere bombardato di El Chorrillo per calcolare il vero numero di vittime nell’invasione statunitense del 1989, egli ha rischiato la vita innumerevoli volte per riportare indietro le verità documentate delle aggressioni statunitensi. Viaggiò per migliaia di Km attraverso l’Iraq nel mezzo di intensi bombardamenti durante la Guerra del Golfo degli Stati Uniti del 1991, per riportare l’unico film non censurato della guerra. E per 12 anni fino alla guerra e all’occupazione USA del 2003, ha condotto una campagna internazionale contro il blocco totale statunitense dell’Iraq, le sanzioni più mortali di una guerra di bombardamenti. In ogni continente, Ramsey Clark ha difeso popoli e paesi dall’ingiustizia e dalla povertà. Vedeva la guerra e le sanzioni statunitensi, come la più grande minaccia per l’umanità. Denunciava il governo e il sistema degli Stati Uniti come una “plutocrazia” e ha sempre denunciato la crescente ingiustizia e repressione negli stessi USA. Negli anni ’60, chiese “l’abolizione del sistema carcerario statunitense come lo conosciamo“, anni prima che diventasse uno slogan nelle manifestazione dei movimenti di oggi, ed era fermamente contrario alla pena di morte. Il principio, proprio della difesa per Clark era la sua ferma convinzione che i diritti umani e civili devono significare diritto alla pace, all’uguaglianza e alla giustizia sociale ed economica. Ma egli non ha solo “difeso” ha fatto di più, ha agito e lottato per queste sue convinzioni, al fianco dei resistenti in ogni angolo del mondo. 

Ha scritto o contribuito decine di libri, tra cui The Fire This Time nel 1992 sulla prima guerra del Golfo; Crimini di guerra: un rapporto sui crimini di guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq nel 1992, che ha analizzato la tragedia umanitaria causata dalla guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq e Crime in America: Observations in its Nature, Causes, Prevention and Control nel 1970, dove rivendicava un sistema di giustizia penale che riabiliti invece di limitarsi a punire.

Nel 1992 gli è stato riconosciuto il Gandhi Peace Award e il Premio delle Nazioni Unite nel campo dei diritti umani il 10 dicembre 2008, in occasione del 60° anniversario dell’adozione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. 

Ha sempre accettato di sostenere e difendere le cause di oppressi o sfruttati in qualsiasi parte del mondo. Il suo impegno lo portò in Vietnam, che visitò nel 1972 per protestare contro il bombardamento di Hanoi da parte del governo USA. Fu testimone e difensore in paesi che erano direttamente, o tramite mandato, obiettivi di aggressioni statunitensi illegali, dall’Iran all’Iraq, dalla Palestina alla Libia, alla Corea del Nord, al Sudan. In questi paesi, ha sempre difeso pubblicamente la loro sovranità e indipendenza contro la disumanità e il sopruso delle aggressioni USA.

Nel suo infaticabile impegno si è recato in oltre 120 paesi per esprimere solidarietà ai popoli oppressi, in quattro continenti.

Clark è stato un convinto sostenitore dei diritti del popolo palestinese ed era una figura amata in tutto il mondo arabo. E’ stato per 50 anni l’avvocato dell‘Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli Stati Uniti e in molte arene legali internazionali, quando quasi nessun altro negli USA era disposto a sostenere la giusta causa del popolo palestinese e arabo. Egli ha portato avanti questa solidarietà con il popolo palestinese e arabo durante decenni, contro la grottesca affermazione del governo israeliano e dei suoi paladini in USA, secondo cui fare ciò era antisemita. È stato uno dei critici più eminenti in occidente del regime fantoccio degli Stati Uniti dello Scià in Iran. 

Anche Cuba è stata un tassello importante delle sue battaglie, dove si è recato molte volte, elogiando le realizzazioni sociali del paese. Dette il suo attivo sostegno alla “Carovana dell’Amicizia” dei Pastori per la Pace che si recò attraversando il Messico, nel viaggio verso Cuba nel 1993. Si schierò per l’immediato ritorno a casa del bambino cubano di sei anni Elián González, denunciò pubblicamente e ripetutamente l’ingiusta detenzione dei Cinque cubani negli Stati Uniti, dichiarando che se fosse stato al suo posto di Procuratore generale avrebbe respinto le accuse contro di loro. Per i suoi anni di sostegno a Cuba e la sua opposizione al blocco genocida degli Stati Uniti, nel 2012 è stato insignito della Medaglia della Solidarietà, insieme alle Madri dei Cinque cubani.

Anche la Repubblica Democratica Popolare di Corea è stata una delle sue cause, nel 2001 è stato oratore principale e giurista principale presso il Tribunale internazionale sui crimini di guerra degli Stati Uniti nella guerra di Corea.Il Tribunale ha presentato testimonianze di esperti e ha attirato la partecipazione di personalità di tutto il mondo. L’ultimo suo viaggio in Corea del Nord è stato nel luglio 2013 per celebrare il 60° anniversario dell’accordo di armistizio che pose fine alle ostilità militari in Corea nel 1953. Mentre si trovava a Pyongyang e nei successivi viaggi a Seoul e Tokyo, Clark ha parlato in modo aperto della necessità di porre fine alle sanzioni contro la Corea del Nord e ha chiesto agli Stati Uniti di firmare un trattato di pace con la Corea del Nord per porre fine alla guerra di Corea una volta per tutte.

Era un convinto sostenitore dei diritti sovrani dei nativi in ogni angolo della terra, e il 1 gennaio 1994, quando la ribellione zapatista scoppiò nel Chiapas in Messico, egli, decise che doveva essere lì per indagare e mostrare il suo sostegno. Al termine della sua visita, dichiarò alle centinaia di giornalisti in una conferenza stampa a San Cristóbal de las Casas, che la lotta armata degli indios dell’EZLN, “uno sparo sentito in tutto il mondo” come la definì, era del tutto giustificata.

Il 29 marzo 1999 Ramsey Clark volò da San Francisco alla Repubblica Federale Jugoslava per dimostrare sostegno a quel paese e popolo assediato. La Jugoslavia era in quel momento l’unico governo in Europa che non era stato rovesciato dalle controrivoluzioni a guida NATO, che avevano travolto le aree orientali attraverso le “rivoluzioni colorate” dal 1988 al 1991. Ma gli Stati Uniti erano determinati a distruggere quel governo e quel popolo renitenti e indipendenti, due anni dopo lo fecero. Il 24 marzo 1999, la campagna di bombardamenti USA / NATO di 78 giorni iniziò.

Nonostante una martellante campagna mediatica occidentale di demonizzazione del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, centinaia di migliaia di persone nel mondo scesero in piazza contro l’aggressione e per la pace, anche negli USA, ed egli ne era il portavoce dichiarato. La NATO, sotto la guida del Pentagono e dell’amministrazione Clinton, sganciò 28.000 bombe e missili ( anche all’uranio impoverito) su questo piccolo paese, solo contro l’Alleanza militare più poderosa al mondo. 

Nonostante una situazione internazionale difficile e il ruolo dei media di regime NATO, che influenzavano l’opinione pubblica dei paesi occidentali, Clark, guidato dalla sua bussola etica, vide le menzogne dentro la macchina della propaganda del Pentagono, che conosceva bene anche dall’interno. Non appena le bombe iniziarono a colpire, egli passando dall’Ungheria, arrivò a Belgrado in Jugoslavia, per documentare gli effetti devastanti sulla popolazione civile e sul paese balcanico, ritornandoci una seconda volta il 55° giorno di guerra. 

Per comprovare la tenacia, la coerenza ed il coraggio di questo uomo, va narrato l’episodio drammatico verificatosi dopo il colpo di stato, quando Milosevic fu rovesciato in una “rivoluzione colorata” diretta dalla CIA. Il nuovo governo golpista iniziò rapidamente ad arrestare i socialisti jugoslavi e altri patrioti che avevano guidato la resistenza ai bombardamenti NATO del 1999. Arrivato a Belgrado il 28 giugno, pochi giorni dopo il rapimento e la deportazione all’Aja del presidente Milosevic, mentre era in fila alla dogana dell’aeroporto serbo, i nuovi funzionari jugoslavi gli dissero che doveva lasciare il paese e tornare subito sull’aereo, Clark rispose “ Sono Ramsey Clark e intendo andare a Belgrado…”…”, questi risposero: “Sappiamo chi sei, sali sull’aereo subito e vai via!”. Lui si rifiutò e volle fare una telefonata all’esterno a rappresentanti del Partito Socialista Serbo che lo stavano aspettando fuori. Poi due poliziotti, una donna e un uomo, andarono da lui e la giovane poliziotta gli ridette il passaporto con il visto e la ragazza emozionata disse a Clark “Non dimenticheremo mai quello che hai fatto per il nostro popolo, sostenendoci durante la guerra. Mio fratello era nell’esercito ed è stato ferito combattendo… dopo una pausa, gli disse serenamente: ci vediamo stasera al raduno contro l’arresto illegale di Milosevic e il suo rapimento all’Aia!”.  Alla sera alla manifestazione di massa decine di migliaia di persone acclamarono Ramsey Clark come un fratello del popolo serbo.

Anche al funerale di Milosevic egli non volle mancare per rendere onore a un vero e coerente fino alla morte, difensore e combattente del suo popolo. Dopo che anche presso il Tribunale NATO dell’Aja era stato suo difensore e consulente.

Ramsey Clark ha continuato il suo impegno diventando co-presidente del Comitato Internazionale “Slobodan Milosević” e poi membro cofondatore del Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali.

Tornò a Belgrado per l’ultima volta nel 2009, nel decimo anniversario della aggressione della NATO. Era una fredda sera il 24 marzo 2009 a Belgrado e Clark, all’epoca aveva 82 anni, non aveva portato un cappotto durante il suo viaggio, salì sul palco, indossando due giacche. Profonda modestia umana, semplicità e umanità, di un grande uomo erudito, come avvocato e giurista e oratore di grande efficacia. Fu l’ultima volta che potei applaudirlo con il cuore e la coscienza e che anche in quella gelida sera, per più motivi, potei trarre insegnamento ed esempio di vita e coerenza.

Nel gennaio 2004, Ramsey Clark era al Forum Sociale Mondiale a Mumbai, in India, alla fine di un suo intervento arrivò Winnie Mandela. Sorprendendo tutti, mentre si avvicinava per abbracciarlo disse ad alta voce: “Quando ho saputo che Ramsey Clark era qui, dovevo venire ad abbracciarlo”. Dopo un abbraccio caloroso e gioioso, egli disse: “Ha sofferto tanto quanto Nelson Mandela, se ci pensate. Ha subito la prigionia, gli abusi della polizia, l’esilio, l’isolamento dai suoi figli e dal marito “. Si è saputo poi che una volta, lui era andato in Sud Africa a farle visita, lei era isolata, non poteva nemmeno aprire la porta per farlo entrare e non poteva uscire di casa. Allora Clark posò la sua mano sulla porta a zanzariera, come per toccarsi in una irreale “stretta di mano“, ma per questo gesto di sfiorare la sua mano attraverso la rete, lei poi fu costretta a un isolamento ancora più stretto. Ecco perché quell’abbraccio anni dopo.

In qualità di avvocato civile, rappresentò anche la popolazione indigena dell’Alaska nelle sue rivendicazioni di terre contro il governo federale. 

Il governo federale minacciò di perseguire Clark dopo che si era recato in Iran nel 1980 durante la crisi degli ostaggi per favorire una soluzione pacifica.

Dopo che il 16 aprile 1986, aerei da guerra USA e inglesi attaccarono Tripoli, mentre portaerei statunitensi bombardavano Bengasi, in Libia, Clark intentò azioni legali contro i governi statunitense e britannico. Si oppose anche fermamente al rovesciamento del governo libico sostenuto dagli Stati Uniti e dell’assassinio feroce del suo leader Muammar Gheddafi.

Nel 1990, Clark contribuì a formare la National Coalition to Stop US Intervention in Middle East. Si recò in Iraq con una delegazione insieme con Muhammad Ali e altri, poi tornò in Iraq nel febbraio 1991, mentre gli Stati Uniti stavano conducendo 3.000 bombardamenti al giorno contro quel paese. Nel 1992, Clark convocò una Commissione d’inchiesta per un Tribunale internazionale per i crimini di guerra. Il rapporto risultante richiedeva la formazione di un’organizzazione per impegnarsi nelle campagne contro gli interventi e le aggressioni degli Stati Uniti, questo portò alla fondazione del Centro d’Azione Internazionale ( IAC) nel 1992. Negli anni successivi, Clark guidò tre grandi delegazioni per portare in Iraq medicinali.

Guidò la campagna internazionale dello IAC per vietare l’uso statunitense dell’uranio impoverito, un’arma tossica radioattiva che è causa nella sindrome della guerra del Golfo e nello spaventoso aumento dei tumori in Iraq prima, e in Jugoslavia dopo.

Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, Clark guidò decine manifestazioni per fermare la preparazione della guerra contro l’Afghanistan. Fu determinante nel guidare le massicce proteste organizzate dalla Coalizione ANSWER, di cui lo IAC era un membro fondatore, contro la “guerra al terrore” in corso.

Di volta in volta, Clark è saltato su un aereo per portare solidarietà ai popoli che presi di mira dal Pentagono, a Grenada o in Siria. Ha guidato delegazioni di accertamento dei fatti del IAC in Colombia, in Sudan dopo il bombardamento statunitense di un impianto farmaceutico locale. Durante la guerra di Reagan e CIA contro il governo sandinista, guidò una delegazione in Nicaragua. Lui e Miguel d’Escoto Brockmann, ministro degli Esteri nicaraguense dal 1979 al 1990, divennero collaboratori nella lotta per fermare i Contras anticomunisti, l’esercito per procura, finanziato dagli Stati Uniti e le loro squadre della morte.

Clark ha sostenuto il Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale (FMLN) nella lotta per l’indipendenza di El Salvador contro la giunta militare sostenuta da Washington. 

Si è recato in Venezuela e ha incontrato il presidente Hugo Chávez, ha visitato la Bolivia di Morales e l’Ecuador di Correa.

Ha sostenuto la riunificazione della Corea ed è stato coinvolto nella difesa di Jose Maria Sison, leader in esilio della lotta nelle Filippine, dalle accuse di “terrorismo”.

Negli ultimi anni aveva testimoniato in tre processi contro le guerre dei droni statunitensi.

La sua attenzione era anche per i prigionieri politici statunitensi.

Ha sostenuto l’indipendenza per Porto Rico e la libertà per i suoi numerosi prigionieri politici. 

Ha pubblicamente sostenuto la dottoressa Aafia Siddiqui, la donna pakistana torturata in Afghanistan e che sta scontando una pena di 86 anni in una prigione federale degli Stati Uniti.

Si recò in Nepal quando un’insurrezione popolare portò un nuovo governo rivoluzionario.

Quando l’imperialismo statunitense ha rivolto i suoi sforzi per abbattere il governo siriano, si è recato in Siria diverse volte, nel tentativo di evidenziare nuovamente l’attenzione delle opinioni pubbliche internazionali, sulle tragiche conseguenze sui civili della cospirazione statunitense. Viaggiando a rischio personale, ha rivelato ciò che le sanzioni statunitensi, l’armamento di decine di migliaia di mercenari e il bombardamento di infrastrutture vitali, stavano facendo alla popolazione siriana.

Per un ultimo saluto a Ramsey Clark sono stati migliaia i messaggi e le parole dedicate, da tutto il mondo per questo integerrimo combattente dei popoli

Sara Flounders, co-direttrice dell’International Action Center: “…Salutiamo Ramsey Clark, morto il 9 aprile 2021, autentico difensore di tutte le forme di resistenza popolare all’oppressione, leader sempre pronto a sfidare i crimini del militarismo statunitense e dell’arroganza globale. Sempre fiducioso che il potere dei popoli potesse determinare la storia. Mancherà la sua voce coraggiosa. Ramsey Clark sarà ricordato dai popoli e nelle lotte in tutto il mondo, come una personalità di spicco che ha usato il suo nome, la sua reputazione e le sue capacità legali per difendere i movimenti e i leader dei popoli che i media di regime avevano completamente demonizzato… A differenza di quasi tutti gli altri funzionari di governo, che hanno sfruttato il proprio incarico in una carriera multimilionaria, dopo aver lasciato il governo, Ramsey Clark ha sfruttato il suo ruolo di ex procuratore generale per agire al fianco dei poveri e dei senza voce. Mentre molti abbracciavano il crollo dell’Unione Sovietica, come la fine della Guerra Fredda e l’inizio di un’era di pace e prosperità, Clark riteneva che ciò avrebbe portato a infinite guerre di espansione degli Stati Uniti e a uno sforzo per ricolonizzare molti paesi…E ha avuto ragione lui.

Ramsey Clark è stato uno dei fondatori dell’International Action Center e per decenni ha ispirato gli attivisti politici che hanno usato questa struttura per difendere le lotte di liberazione, opporsi alle guerre di aggressione statunitensi, difendere i prigionieri politici, sia nel complesso industriale carcerario degli Stati Uniti che nelle dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutto il mondo. I militanti del IAC si sono uniti alle delegazioni internazionali che hanno sfidato il blocco di Cuba e le sanzioni contro l’Iraq, hanno avversato la guerra USA-NATO alla Jugoslavia o si sono uniti all’ondata di resistenza che allora ha travolto l’America Latina….”.

Mumia Abu-Jamal, prigioniero politico nelle carceri USA da 42 anni: “…Ramsey Clark, in qualità di ex procuratore generale, figlio di un procuratore generale e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, avrebbe potuto guadagnare milioni. Il fatto che abbia preso alcuni dei casi più difficili della nazione e con lo IAC, abbia combattuto alcune delle battaglie più dure contro la potenza dell’Impero, è un grande contributo alle lotte di liberazione dei popoli….Un ultimo pensiero: se Martin Luther King fosse vivo in questi anni, dove sarebbe stato? In un qualche grande cattedrale multimilionaria o ad Atlanta? Oppure in un luogo dove poteva dire la verità del suo cuore, dove il suo spirito e la sua politica si fondevano in una cosa sola? Sarebbe stato con il popolo! Con Ramsey Clark! Con l’International Action Center! Sarebbe stato con tutti noi nelle strade! Grazie!! Onamove !! Lunga vita alla Giovane Africa !! “.

Miguel Diaz-Canel, Presidente di Cuba:“…Era un uomo onesto e solidale che è stato al nostro fianco durante le battaglie più cruciali e ha denunciato le grandi ingiustizie commesse dal suo paese in tutto il mondo. Cuba e il suo popolo gli rendono un grato tributo”.

Gerardo Hernández, uno dei cinque cubani ingiustamente imprigionati negli Stati Uniti dal 1998 per aver difeso Cuba dai complotti terroristici sostenuti dagli Stati Uniti ha dichiarato: “Ramsey Clark … è stata una voce chiara e coerente per la pace e la giustizia, e questo è qualcosa che i Cinque cubani e tutto il popolo cubano conoscono bene“.

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro: “…A nome del popolo venezuelano, esprimo le mie condoglianze per la morte di Ramsey Clark, ex Procuratore Generale degli Stati Uniti e fervente difensore delle giuste cause e delle lotte rivoluzionarie dei nostri popoli. Le mie condoglianze alla sua famiglia e al popolo degli Stati Uniti”.

Hanan Ashrawi, un ex membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha scritto che Clark: “è stato un difensore instancabile dei diritti umani e dei palestinesi, un avvocato che conosceva e perseguiva una giustizia vera e i diritti degli oppressi“.

Vladimir Krsljanin, ex ambasciatore jugoslavo e Segretario del Comitato Internazionale Slobodan Milosevic“: “ Ramsey Clark, un nobile combattente. Ramsey era uno degli americani più brillanti e onesti del nostro tempo, un uomo che stava salvando la faccia e l’anima degli USA difendendo le vittime delle aggressioni americane in tutto il mondo. Ha dedicato gli ultimi cinque decenni della sua vita a una lotta così nobile. Noi serbi, abbiamo avuto l’onore di sentirlo vicino strettamente e lo ricorderemo per sempre come uno dei nostri più grandi amici. Ramsey Clark aveva ricevuto anche un Dottorato onorario dall’Università di Belgrado e ha ricevuto la più alta medaglia serba al valore, lo “Sretenski Orden”.

È stato un grande piacere e onore essere amici e collaborare con un uomo così indimenticabile, devoto e grande.”. Belgrado, 10 aprile 2021 Vladimir Krsljanin

Per 30 anni ho sostenuto l’idea e ho lavorato, per la creazione di un Tribunale penale internazionale che avesse giurisdizione universale e fosse indipendente da ogni influenza politica, e che avesse il potere e la forza di perseguire gli eminenti e i potenti, e rendere giustizia ai deboli e agli sconfitti. L’uguaglianza è la madre della giustizia. Se non c’è uguaglianza nel diritto, non c’è giustizia“.

Ci saranno molti nei palazzi del potere internazionale, che ricorderanno Ramsey Clark come un perdente. Ma molti altri, certamente molti popoli, lo ricorderanno come un loro compagno per la difesa della giustizia, degli oppressi, degli sfruttati e dello Stato di diritto. Forse lui stesso vorrebbe essere ricordato semplicemente come qualcuno che ha usato la legge per aiutare gli altri. 

Il mio ricordo è racchiuso in una sola parola: GRAZIE per ciò che ho ricevuto, come insegnamenti ed esempio etico, sociale e politico.

(*) Enrico Vigna, ex portavoce del Tribunale Ramsey Clark per i crimini NATO in Jugoslavi, nord Italia e portavoce del Forum Belgrado per l’Italia. – 12 aprile 2021

 

La Bottega del Barbieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *