Guida per decolonizzare il linguaggio ecologico

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

di Luca Martinelli (*)

© Survival

“Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

(*) Link all’articolo originale: https://altreconomia.it/una-guida-per-decolonizzare-il-linguaggio-nella-conservazione

 

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