Una linea rossa contro il capitalismo fossile

di Francesco Martone (*)

“Una linea rossa contro il capitalismo fossile”, questa la scritta lasciata su un pilone di una infrastruttura del terminal del carbone del porto di Amsterdam, immortalata in una opera dell’artista austriaco Oliver Resssler. Nei suoi lavori, in particolare quelli della rassegna “Everybody’s getting together before everyting’s falling apart” (“ognuno si riunisca prima che tutto crolli) Ressler documenta varie

mobilitazioni per la giustizia climatica e contro l’estrattivismo, dal Climate Camp di Venezia, alla Code Rood di Amsterdam, alla ZAD in Francia ad Ende Gelaende in Germania. O i presidi permanenti costruiti sugli alberi secolari della foresta di Hambach per bloccarne la distruzione che deriverebbe dall’allargamento di una mega-miniera di carbone. O le mobilitazioni dei movimenti per a giustizia climatica e indigeni in occasione della Conferenza delle Parti ONU sui Cambiamenti Climatici di Parigi, che nel 2015 lanciarono una campagna globale per bloccare l’estrazione di combustibili fossili, tenerli sottoterra, e decolonizzare l’approccio alla crisi climatica. Proprio da Parigi è partita una linea rossa che attraversa il pianeta, una linea invalicabile tracciata da movimenti e comunità in resistenza. E’stata ribattezzata “Blockadia”, ovvero una miriade di presidi, iniziative, campi, azioni dirette che in ogni parte del mondo rappresentano la linea di trincea per la difesa della Madre Terra.

Dall’Amazzonia ecuadoriana, a Standing Rock, dalle tundre scandinave alle miniere di carbone in Australia o Germania, alle foreste africane o del Borneo, agli uliveti del Salento. Di recente gli autori dell’Atlante dei Confitti Ambientali hanno prodotto uno studio su “Blockadia”, che fornisce un quadro di insieme delle iniziative che a livello globale provano a contrastare l’espansione dell’estrazione dei combustibili fossili e reagire alle conseguenze socio-ambientali di progetti di energia rinnovabile, che spesso, secondo i dati analizzati, presentano rischi eguali a quelli di estrazione dei combustibili fossili per quanto riguarda ambiente e diritti umani. Per non parlare dei biocombustibili quali olio di palma, che hanno un grave impatto non solo sull’ambiente ma sui diritti umani delle comunità locali e indigene e sono tra i settori maggiormente a “rischio” per gli attivisti e le attiviste.  Cifre che sono un monito a chi è convinto fideisticamente nelle virtù salvifiche di possibili Green New Deal.

Ad oggi sono stati registrati 649 casi di movimenti o attività di resistenza e protesta che, soprattutto nei casi di iniziative di resistenza comunitarie e collettive, hanno portato alla cancellazione di 1/4 dei progetti programmati. In generale l’estensione dei conflitti ambientali registrati va letta in parallelo con la capacità di resistenza e reazione di movimenti e comunità.  Il totale di conflitti ambientali al settembre dello scorso anno ammontava a 901 se si includono 272 casi relativi all’estrazione di petrolio, 252 all’estrazione di oro, 210 a quella di carbone, 155 di rame, 150 di gas naturale, 119 di legname, 115 di argento, 93 per la produzione di olio di palma, 45 di soia. La linea rossa è rossa del sangue di decine di attivisti e leader, uomini e donne, indigeni e rurali, uccisi per essersi schierati a difesa dei loro territori e della Madre Terra. Secondo l’ONG inglese Global Witness nel 2019 sono stati registrati 212 casi di omicidi di difensori dell’ambiente con una media di 4 difensori uccisi ogni settimana dal 2015. Oltre la metà degli omicidi sono avvenuti in Colombia (64) e nelle Filippine, (da 30 nel 2018 a 43 nel 2019) seguiti da Brasile, Messico, Honduras e Guatemala. 50 gli attivisti ed attiviste che hanno perso la vita nel 2019 per resistere alle attività minerarie. 34 omicidi erano connessi a iniziative di resistenza all’agribusiness con un aumento del 60% dal 2018.

E poi estrazione di legname, infrastrutture. I più recenti dati prodotti da FrontLine Defenders nella sua analisi globale della situazione dei difensori dei diritti umani nel mondo nel 2020 confermano questa tendenza, anzi registrano un aggravamento: del 331 difensori e difensore uccise nello scorso anno, il 69% erano attivi nella protezione dell’ambiente, la difesa della terra e dei diritti dei popoli indigeni.

Paradossalmente, sono proprio i popoli indigeni che con le loro conoscenze ancestrali e modelli di gestione delle risorse naturali e dei loro territori offrono un contributo fondamentale alla tutela degli ecosistemi, della biodiversità ed alla mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici. Si calcola ad esempio che popoli indigeni assicurano la tutela dell’80% della biodiversità nel pianeta. Tutelando il patrimonio forestale dei loro territori attraverso la resistenza alla loro distruzione e applicando i propri modelli tradizionali di gestione olistica delle risorse, i popoli indigeni e le comunità locali contribuiscono alla mitigazione dei cambiamenti climatici in maniera considerevole. Si calcola che nelle terre indigene o abitate da comunità locali nei Tropici sia immagazzinato un totale di circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio pari a 33 volte le emissioni di carbonio nel settore energetico nel 2017. Ciononostante, oggi a soffrire principalmente dell’intreccio tra “ecofagia” e “necrocapitalismo” sono proprio loro.

Altri dati autoprodotti da organizzazioni indigene danno un quadro ancor più completo ed allarmante rispetto alle cifre prodotte dalle ONG. Secondo la “Global Initiative to Address and Prevent the Criminalisation and Impunity against indigenous peoples” nel periodo 2017-2019 sono stati uccisi 472 leader indigeni (uomini e donne), 423 soggetti a detenzione arbitraria, 237 a arresti illegali, e 1630 hanno sofferto minacce ed intimidazioni in 19 paesi.  Sono dati che confermano come la lettura delle crisi ambientale in chiave di “Antropocene” non regge all’evidenza dei fatti. Non è tutta l’umanità indistintamente a contribuire alla trasformazione predatoria degli ecosistemi, anzi una gran parte di essa ne soffre direttamente le conseguenze o proprio per provare a resistere proteggerli viene uccisa, perseguitata, criminalizzata.
Ora come nel corso della storia.
Ci troviamo forse allora nell’era del Capitalocene come descritta da Jason Moore?
In gran parte i dati sui volumi di estrazione di materie prime attuali e futuri sembrano confermarlo: dal 1970 la velocità di estrazione di risorse naturali dal pianeta è triplicata. Oggi si estraggono 92 miliardi di tonnellate di materiali l’anno con una crescita del 3,2% annuo. Dal 1970 l’estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate, quella di altri minerali da 9 a 44 miliardi, la rimozione di biomassa da 9 a 24 miliardi di tonnellate. UN Environment stima che entro il 2050 il volume di risorse estratte sul pianeta potrebbe raddoppiare entro il 2050.

E’ evidente che l’estrattivismo – o forse meglio la fase attuale di capitalismo estrattivo – è tra le cause principali della distruzione degli ecosistemi, ossia della “ecofagia”, ed anche di conseguenza della repressione e dell’attacco violento a chi li difende, ossia del “necrocapitalismo”. Allo stesso tempo però il concetto di Capitalocene, pur identificando la causa centrale della crisi ambientale, rischia di invisibilizzare le vittime del modello di sviluppo, e  chi ad esso resiste. Ed i crimini di “pace” (per dirla con Franco Basaglia) o di sistema ai quali essi sono sottoposti. Perché di crimini di sistema si tratta quando tale sistema da una parte è tale da proteggersi da ogni assunzione di responsabilità, e dall’altra implica la distruzione del vivente, sia esso umano o non umano, come condizione necessaria ed essenziale alla propria riproducibilità. Sono crimini di sistema quelli che permettono l’uso indiscriminato del diritto penale per reprimere dissenso e resistenza, o che avallano la delegittimazione di chi difende diritti umani e la terra, gli arresti arbitrari, le minacce, gli omicidi in un crescendo spesso inarrestabile.  Sono crimini di sistema quelli che permettono di ridisegnare geografie di sfruttamento ed esclusione, zone e vite di scarto, trasformando territori ricchi di risorse scarse e strategiche in nuove zone di sacrificio, dove i buchi neri dell’estrazione di materiali sono accompagnati alle zone rosse di sospensione o violazione dei diritti contro chi non è più disposto al sacrificio. Ad oggi sono decine e decine le iniziative ufficiali, governative, del settore privato e delle organizzazioni della società civile e dei movimenti volte a riconoscere – proteggendoli – il ruolo dei difensori dei diritti umani e della terra nella protezione dell’ambiente.

Prese di posizione, manifesti, linee guida, protocolli regionali quali il Protocollo di Escazù su accesso all’informazione, partecipazione accesso ala giustizia ambientale e protezione dei difensori dell’ambiente in America Latina. O iniziative quali quelle lanciate dal Consiglio ONU sui Diritti Umani o dall’Agenzia ONU per l’Ambiente, Il ruolo dei difensori dell’ambiente e della terra è ormai riconosciuto a livello formale, ma alle parole non seguono i fatti, ed i dati sono lì a dimostrarlo. Come sarà possibile confidare in governi che sono in prima linea nella repressione? O imprese che prosperano sullo sfruttamento a basso costo di materie prime? Come uscirne?  Certamente chiedere giustizia e riparazioni per le violenze subite da attivisti, leader comunitari, movimenti e comunità indigene è passo essenziale, come la richiesta pressante di obblighi verificabili per le attività delle imprese e delle multinazionali, quali il Trattato Vincolante per le Imprese e i Diritti Umani in discussione alle Nazioni Unite.  Assolutamente andranno sostenute le rivendicazioni per il diritto alla terra, ed all’autodeterminazione dei popoli indigeni che possano così finalmente avere il diritto loro riconosciuto dal diritto internazionale di consenso previo libero ed informato, decisamente andrà chiesto che i governi vincolino ogni attività d’ impresa nei settori impattanti su ambiente e diritti umani a norme stringenti volte a minimizzare o prevenire effetti negativi su ambiente, diritti umani e sui difensori dell’ambiente ed i conflitti che da essi possano derivare. Importante sarà aggredire le cause che sono alla radice del problema: relazioni commerciali e di investimento improntate sull’esportazione di materie prime e sull’accaparramento di acqua e terra, impunità, ineguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali, da quelli politici a quelli economici e sociali, collusione tra poteri pubblici e privati, la cosiddetta “cattura corporativa dello stato”.

Fondamentale sarà però rafforzare alleanze e patti tra comunità e movimenti in resistenza, le capacità di protezione collettiva e prevenzione degli attacchi e delle violazioni, di monitoraggio attivo dei territori, la capacità di denuncia (così fortemente pregiudicata dall’inizio dell’emergenza COVID). Ed accanto alla resistenza praticare e sostenere modalità radicalmente alternative di autogoverno e gestione delle risorse e dei territori da parte di chi li vive e li abita. Insomma, ampliando “Blockadia” e reti di zone da difendere (le ZAD – Zones à Defendre) dove la difesa è accompagnata a pratiche radicali di democrazia e gestione delle risorse e del territorio. Centrale sarà poi riconoscere il carattere intersezionale della sfida. Giacché spesso sono le donne ad essere in prima linea per proteggere il vivente ed a soffrire maggiormente le ricadute del modello estrattivista, già dovendo fare i conti con gli effetti nefasti del patriarcato. Andranno riconosciute e contrastate nuove forme di “colonialità del potere” che da tempo immemorabile considerano i popoli indigeni e le loro terre come vite e territori di scarto. E che se dapprima usavano manodopera schiava per estrarre risorse, da decenni usano e sfruttano non solo “combustibile umano”, ossia soggetti razzializzati come manodopera a basso costo, ma anche “combustibile fossile” per assicurare la sopravvivenza del modello capitalista dominante. Non a caso come ci ricorda Malcom Ferdinand nel suo splendido “Pour une ecologie decoloniale” gli schiavisti spesso associavano il colore della pelle degli schiavi al carbone.
Tuttavia, decriminalizzare e rendere possibili e praticabili dissenso e difesa della Madre Terra e di produzione di alternative, pur essendo elementi determinanti non potranno essere decisivi. Il vero elefante nella stanza riguarda il superamento del modello, la crisi civilizzatoria nella quale l’attacco ai difensori ed alle difensore della terra si verifica. Una crisi che è tutta nelle proiezioni relative all’aumento dell’estrazione di materie prime, nel peggioramento degli indicatori di salute del pianeta, nell’allargamento della forbice delle diseguaglianze, e nella restrizione progressiva degli spazi di agibilità civica e democratica a livello globale. Una sfida senza precedenti che richiede un radicale cambiamento di paradigma, e riconosca i diritti della natura accanto ai diritti delle comunità e dei difensori della terra. Che coltivi il “pluriverso” di zapatista memoria, ossia la miriade di alternative possibili, e che accanto alle violazioni dei diritti umani persegua anche le “co-violazioni” dei diritti della natura. Giacché in ultima istanza il primo difensore della terra è la terra stessa, con i suoi cicli naturali, di generazione e rigenerazione.

Sarà necessario, nelle parole con le quali Achille Mbembe chiude il suo recente “Brutalisme”: …negoziare e risolvere i conflitti che suscitano modalità differenti ed antagoniste di abitare il mondo, verso una ristrutturazione ampia delle relazioni. La riparazione esige di rinunciare a forme di appropriazione esclusiva, di riconoscere l’esistenza dell’incalcolabile e dell’inappropriabile, e che di conseguenza non ci dovranno essere possesso o occupazione esclusiva della Terra. Istanza sovrana lei non appartiene se non a sé stessa, e la sua riserva di materia germinale non potrà essere oggetto di appropriazione né ora né per l’eternità” (T.d.A).  Riconoscere ed applicare i diritti della natura oggi rappresenta non solo una sfida culturale e politica ma anche una strategia di contrasto all’avanzata del modello estrattivista, che soprattutto in America Latina inizia a dare importanti risultati.

E’ da un nuovo patto con il vivente e tra forme del vivente, (“making kin” come lo descrive Donna Haraway) innervato nelle iniziative di resistenza locale e globale, ed in pratiche radicali di cura e riparazione dei danni arrecati alla Madre Terra, ed alle popolazioni vittime del modello estrattivo, che potrà essere possibile proteggerla e proteggerci creando le premesse per la fine della guerra sporca contro i suoi difensori.

 

(*) Tratto da ecor.network.

 

alexik

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *