Italia & Nato: pronti a combattere ovunque

Comunicato della Rete italiana pace e disarmo. A seguire articoli di Gregorio Piccin e Antonio Mazzeo con altri link

Siamo di fronte ad un’azione concentrica per smantellare le norme nazionali e le procedure che regolamentano le esportazioni di armi e di sistemi militari. Le nostre Organizzazioni – da sempre impegnate nella promozione della pace, del disarmo, della protezione umanitaria e del rispetto dei diritti umani – fanno perciò appello al Governo per ribadire la necessità di applicare in modo rigoroso e trasparente la Legge 185/90 e le norme internazionali che la rafforzano. Invitano inoltre il Parlamento a controllare in modo puntuale e approfondito le operazioni che riguardano l’export di armamenti: sono regole e controlli preposti alla salvaguardia della pace e della sicurezza comune, al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle popolazioni e per dare attuazione al ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” sancito dalla nostra Costituzione (art.11).

In queste settimane diversi “think tank” e opinionisti del settore della difesa, insieme ad alcuni parlamentari ed esponenti militari, stanno facendo pressioni per rivedere le norme in vigore allo scopo di facilitare le esportazioni di armamenti e la competitività dell’industria militare, la cui funzione viene enfatizzata come “strategica” per la bilancia commerciale del Paese, per i livelli occupazionali e finanche per il “rilancio” dell’economia nazionale nell’attuale fase recessiva dovuta alla pandemia.

Sono argomentazioni pretestuose che non trovano fondamento nella realtà dei fatti. I dati ufficiali, diffusi proprio dal settore industriale, evidenziano come il comparto armiero valga meno dell’1 per cento sia del prodotto interno lordo (Pil) sia delle esportazioni nazionali così come per tasso occupazionale. Si tratta dunque in realtà di un settore marginale per l’economia italiana. Un settore però che assorbe tuttora un flusso sovradimensionato di fondi pubblici grazie a un diffuso e acritico sostegno politico.

Riteniamo soprattutto inaccettabile che esponenti delle Istituzioni si facciano promotori di istanze per modificare le leggi e ridurre i controlli invece di impiegare le proprie competenze per valutare in modo accurato il rispetto delle norme (nazionali ed internazionali) nelle esportazioni militari e il loro impatto, spesso devastante, sulle popolazioni e nelle zone di maggior tensione del mondo.

L’azione di opinionisti ed esponenti del comparto militare-industriale ha trovato pretesto nella revoca di sei licenze per forniture di bombe e missili all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi decisa dal Governo Conte II. Si tratta di un atto deciso dall’esecutivo, per la prima volta nei trent’anni dall’entrata in vigore della Legge 185/90, a seguito di una deliberazione del Parlamento e dopo un’attenta analisi di tutte le implicazioni del caso ed in particolare delle numerose risoluzioni votate ad ampia maggioranza dal Parlamento europeo. Già dal 2016 l’Europarlamento ha infatti esplicitato che “gli esportatori di armi aventi sede nell’Ue alimentano il conflitto nello Yemen” e “non rispettano i criteri stabiliti dalla Posizione Comune del Consiglio sulle esportazioni di armi che è giuridicamente vincolante” e ha chiesto un embargo di armi nei confronti di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

Per la prima volta in trent’anni il complesso militare-industriale ha dovuto registrare la revoca di un’autorizzazione all’export armato vedendo così messa a rischio la propria posizione privilegiata: da qui l’azione congiunta volta ad ingigantire l’importanza economica del settore e la sua presunta rilevanza per la “penetrazione strategica” dei mercati esteri e per salvaguardare un cosiddetto “interesse nazionale”, concetto che viene puntualmente utilizzato solo per mascherare interessi privatistici e di parte.

A tutti coloro che hanno competenze e funzioni specifiche nel settore delle esportazioni di armamenti ricordiamo le recenti sentenze e decisioni della magistratura. Innanzitutto la sentenza del TAR del Lazio che, rigettando il ricorso dell’azienda RWM Italia contro la revoca delle licenze stabilita dal Governo, ha ribadito che “risultano ampiamente circostanziati e seri i rischi che gli ordigni oggetto delle autorizzazioni rilasciate da UAMA (Autorità nazionale per le esportazioni di armamenti) possano colpire la popolazione civile yemenita, in contrasto con i chiari principi della disciplina nazionale e internazionale”.

Similmente, il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma – che ha confermato la continuazione dell’indagine penale sulle licenze concesse a guerra iniziata – ha evidenziato che “il pur doveroso, imprescindibile impegno dello Stato per salvaguardare i livelli occupazionali non può, nemmeno in astratto, giustificare una consapevole, deliberata violazione di norme che vietano l’esportazione di armi verso Paesi responsabili di gravi crimini di guerra e contro popolazioni civili”.

Per tutti questi motivi le nostre Organizzazioni fanno appello innanzitutto al Governo per ribadire l’importanza di osservare le norme stabilite dalla Legge 185/90 e dai Trattati internazionali, tra cui soprattutto il Trattato sul commercio delle armi (ATT) ratificato dal nostro Paese dopo l’approvazione all’unanimità nelle due Camere. Invitano inoltre il Parlamento ad analizzare con attenzione le Relazioni governative sulle esportazioni di sistemi militari aprendo un confronto ampio ed approfondito con tutte le parti, comprese le associazioni della società civile, sulla Legge e sui suoi possibili miglioramenti anche a partire da elementi positivi presenti in proposte già all’attenzione del Parlamento. Si sottolinea in particolare come sia ormai urgente e necessario predisporre “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie del settore della difesa” come richiesto dalla normativa vigente.


ADESIONI AL 14 maggio 2021

  • Amnesty International Italia
  • ARCI
  • Associazione per la Pace
  • AssoPace Palestina
  • Beati i costruttori di Pace
  • Campagna di pressione alle “banche armate”
  • Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale – CDMPI
  • Centro Studi Sereno Regis
  • CGIL
  • CIPAX
  • Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile
  • Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI
  • Emmaus Italia Onlus
  • Fondazione Finanza Etica
  • Greenpeace Italia
  • Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo
  • Lega diritti dei popoli
  • Movimento dei Focolari
  • MIR Movimento Internazionale della Riconciliazione
  • Movimento Nonviolento
  • Noi Siamo Chiesa
  • Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa
  • Oxfam Italia
  • Pax Christi Italia
  • Rete Italiana Pace e Disarmo
  • Save the Children Italia
  • Un Ponte Per
  • US Acli
  • Accademia Apuana della Pace
  • Associazione per la Pace Modena
  • Assopace per la Pace Padova
  • CGIL Padova
  • Tam-Tam di Pace Modena
  • Casa per la Pace di Modena

Sbarca la NATO

di Gregorio Piccin

Defender Europe 2021 (DE 21) è la più grande esercitazione militare a guida statunitense dalla “fine” della guerra fredda. Ha visto la partecipazione di 28 mila effettivi di 26 Paesi (non solo membri della Nato) con un costo annunciato di mezzo miliardo di dollari. Costo ampiamente sottostimato se si considera che l’esercitazione, che proseguirà fino a giugno, prevede operazioni simultanee in 30 diverse località di 12 Paesi coinvolgendo una vasta area geografica dai Balcani al Baltico, dal Mar Nero al Nord Africa, il trasferimento di migliaia di soldati dagli Stati Uniti e lo spostamento di mezzi militari pesanti da Italia, Germania e Olanda verso i teatri operativi.

L’edizione dello scorso anno, che di effettivi ne prevedeva 37.000, è stata fortemente ridimensionata dallo scoppio della pandemia lasciando praticamente a “bocca asciutta” gli alti comandi Usa-Nato che intendevano testare in maniera massiccia tutte le capacità operative nel quadro di una “Shengen militare” in fase di costruzione e perfezionamento anche attraverso il Military Mobility Project, uno dei 47 progetti europei in ambito Pesco (Permanent Structured Cooperation) a cui gli Stati uniti hanno chiesto espressamente di partecipare.

Non si capisce cosa sia cambiato rispetto allo scorso anno rispetto alla situazione pandemica ma tant’è. Verranno finalmente testate le capacità logistiche dell’alleanza ma soprattutto le capacità dei Paesi ospitanti di sostenere la pressione esercitata da una enorme movimentazione di mezzi militari, materiali e uomini attraverso strade, autostrade, ferrovie, aeroporti ma soprattutto porti.

Il generale americano Tod Walters, alla guida del comando Usa in Europa, nel suo intervento alla cerimonia inaugurale di DE 21 al porto albanese di Durazzo non a caso ha tirato in ballo proprio lo sbarco alleato in Normadia nel giugno 1944: “Il D-Day ci fa ricordare quanto sia difficile questo test” sottolineando come “l’obiettivo è dimostrare la nostra capacità in contemporanee operazioni in differenti paesi, sfruttando tutte le nostre forze contro un rivale in un simulato conflitto di alto interesse”.

Walters si trovava a Durazzo perché l’Albania ospiterà il comando dell’esercitazione ed è proprio sulle sue coste che è previsto il maggiore sbarco militare avvenuto in Europa dalla Seconda Guerra mondiale.

Il premier albanese Rami, gongolante per la “prestigiosa” ribalta atlantica, ha voluto spavaldamente sottolineare come oltre all’obiettivo indicato da Walters, DE 21 servirà “anche a dare a tutta la regione, e persino oltre, un messaggio molto chiaro a chi ha bisogno di risposte dirette sulla nostra ferma posizione all’interno dell’Alleanza”.

La Nato è all’attacco: non da ieri ovviamente ma mettendo a sistema gli ultimi decenni di espansione verso est (arrivando a bussare direttamente alle porte della Russia) e la relazione molto speciale con la “grande Albania” conquistata bombardando la Jugoslavia e staccandone un pezzo, il Kosovo, che infatti parteciperà all’esercitazione sia con propri effettivi che mettendo a disposizione il suo territorio per le operazioni.

DE 21 fa parte di quelle grandi e costosissime esercitazioni di “alto profilo” che la Nato ha deciso di mettere in campo in Europa per contenere la presunta aggressività della Russia come la Trident Juncture in Norvegia e nel Mar Baltico e la Dynamic Manta nel Mediterraneo. Gli Stati Uniti, tra l’altro, imbastiscono analoghe esercitazioni anche nel Pacifico in funzione anti-cinese, con altri partner e una declinazione meno terrestre.

Come avviene per qualsiasi cosa faccia la Nato anche la scelta di cimentarsi in manovre continentali di questo tipo risponde alle esigenze strategiche degli Stati Uniti che, nel caso specifico, hanno da tempo sostituito il nemico di turno: se prima eravamo tutti coinvolti nella guerra permanente contro il terrorismo oggi dobbiamo tutti fronteggiare la grande minaccia russa e cinese. Eppure, secondo il Sipri, chi tira la carretta della corsa agli armamenti è proprio il blocco euro-atlantico che con le sue multinazionali di bandiera controlla l’80,4% del mercato mondiale delle armi e dei sistemi d’arma. Chi minaccia chi?

Secondo Chomsky gli Stati Uniti sono il più pericoloso Stato canaglia e la più grave minaccia alla pace e alla distensione…E così l’Europa nella Nato.

Prima base interamente italiana nell’Africa occidentale. Mai discussa in Parlamento

di Antonio Mazzeo (*)

L’Italia avrà il suo posto al sole nel deserto del Sahara. A margine dell’incontro con l’omologa francese Florence Parly, il 13 aprile a Roma il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha reso noto che, nel quadro della missione bilaterale MISIN in Niger, le forze armate italiane realizzeranno una propria base militare “a partire dal mese di luglio”.

Lo ritengo un passo molto importante per il rafforzamento della nostra azione nella regione, che in prospettiva andrà a confluire in una sempre maggiore capacità dell’Europa in Sahel e nell’intera fascia sub-sahariana, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, mettendola a sistema con il contributo alla stabilizzazione della Libia” ha dichiarato Guerini.

L’annuncio-scoop sulla prima base interamente italiana in Africa occidentale (mai discussa né approvata in Parlamento) giunge un mese dopo l’arrivo in Mali del primo contingente delle forze armate italiane da impiegare nella controversa missione internazionale “Takuba” in Sahel, sotto il comando dello stato maggiore di Parigi.

Una pericolosa escalation nella penetrazione militare in una delle aree più conflittuali del continente nero, in nome della lotta al terrorismo e al contrasto dei flussi migratori “illegali”, ma più probabilmente subalterna agli interessi economici delle transnazionali energetiche, francesi in testa, in una regione ricchissima di idrocarburi e uranio.

Partita in sordina dopo gli accordi stipulati il 26 settembre 2017 tra i ministeri della difesa di Italia e Niger, la missione MISIN fornisce assistenza militare alle forze di sicurezza nigerine per accrescerne le funzioni tecnico-logistiche ed operative.

Il Governo ha autorizzato la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, NdA)”, spiega lo Stato maggiore della difesa.

Le attività di assistenza e formazione nella Repubblica africana da parte dei militari italiani sono indirizzate alle forze armate e alle task force “speciali”, alla Gendarmeria e alla Guardia nazionale. “Esse concorrono pure alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger”, spiega ancora la Difesa italiana.

Rilevante il numero degli uomini e dei mezzi impiegati: secondo la legge di bilancio 2021, MISIN prevede infatti una presenza in Niger e presso il Defence College in Mauritania “fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei”.

Si tratta in particolare di team specializzati in operazioni di ricognizione, comando e controllo; personale per l’addestramento; team sanitari e del genio per lavori infrastrutturali; una squadra per le rilevazioni contro le minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN); unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e la sorveglianza.

Sino ad oggi quasi tutto il personale italiano è ospitato nella base aerea 101 realizzata e controllata dalle forze armate francesi accanto all’aeroporto internazionale “Diori Hamani” della capitale Niamey. Lo scalo è messo a disposizione pure delle unità aviotrasportate di US Africom, il comando statunitense per le operazioni nel continente africano.

I corsi addestrativi e di assistenza delle unità nigerine da parte italiana sono cresciuti progressivamente negli anni in quantità e qualità. In particolare al personale della Brigata “Folgore” sono attribuiti i compiti di formazione del neocostituito battaglione paracadutisti nigerino (programmi di fanteria di base, aviolanci, pianificazione e realizzazione completa di una operazione militare; pattugliamento motorizzato; organizzazione/gestione di check point e combattimento nei centri abitati).

Ancora i parà della Folgore hanno realizzato all’interno di un’installazione di Niamey un’area addestrativa “nella quale sono stati dislocati numerosi artifizi allo scopo di sviluppare le capacità di exploitation e sviluppo dei movimenti sul terreno dei militari nigerini”, come riporta il comunicato emesso dal Comando MISIN in occasione della sua inaugurazione, il 26 gennaio 2021.

Agli addestratori dell’Esercito e dell’Aeronautica militare sono affidati le attività di formazione e consulenza a favore del Groupe d’intervention spécial (GIS), il gruppo di intervento speciale del ministero degli interni nigerino, mentre a una task force del 7º Reggimento Carabinieri “Trentino-Alto Adige” (di stanza a Laives, Bolzano) è assegnato l’addestramento e il monitoring del nuovo reparto d’élite nigerino, il Groupes d’Action Rapides – Surveillance et Intervention au Sahel (GARSI) della Guardia nazionale, impiegato in funzioni di controllo dell’ordine pubblico e anti-terrorismo.

Oltre che in Niger, le unità di pronto intervento GARSI sono state istituite anche in altri paesi del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Senegal) grazie ad un generoso contributo dell’Unione europea attraverso il Fondo d’emergenza per l’Africa (66 milioni e 600 mila euro).

Mentre la parte meramente addestrativa e di fornitura delle attrezzature militari è affidata alle forze armate dei paesi Ue presenti in Africa occidentale, la programmazione e la gestione del progetto GARSI è di competenza della Fundaciòn Internacional y para Iberoaméricana de Administraciòn y Polìticas Publicas, cioè la fondazione per la cooperazione allo sviluppo del governo spagnolo.

Il compito istituzionale del GARSI è quello di prevenire e lottare contro il terrorismo internazionale, l’immigrazione illegale, la criminalità transazionale organizzata”, spiega la Commissione Ue.Il programma contribuisce al rafforzamento delle capacità operative nazionali per assicurare un controllo effettivo del territorio e delle frontiere e lo stato di diritto in tutto il Sahel, grazie a unità di polizia robuste, flessibili, mobili, multidisciplinari e autosufficienti”.

Ancora una volta, replicando le narrazioni main stream delle cancellerie europee e d’oltreoceano, lotta al terrorismo, alla criminalità e al traffico di migranti sono gli obiettivi chiave e unitari del progetto GARSI, implementato dalle unità militari d’eccellenza e dalla moderna “cooperazione allo sviluppo” di casa Ue.

L’ambiguissimo modello di supporto e cooperazione CIMIC (cioè civile-militare) è stato assunto in proprio anche dal Comando operativo di MISIN. Sempre più spesso, infatti, le forze armate italiane sono impegnate nella contestuale consegna di “aiuti”, beni e materiali vari (dai sistemi d’arma ai farmaci, alle attrezzature sanitarie e finanche giocattoli e materiale scolastico e sportivo) alla controparte militare nigerina e alle autorità locali.

Lo scorso anno l’Aeronautica ha ceduto alle forze aeree nigerine “dotazioni” non meglio specificate per la “protezione e la difesa delle istallazioni e del proprio personale nei principali aeroporti attivi del Paese”. Materiale sanitario “a favore della popolazione nigerina” è stato consegnato alle forze armate di Niamey dalle unità del Policlinico Militare “Celio” di Roma e della Scuola di Sanità e Veterinaria Militare dell’Esercito in missione in Niger.

Sempre lo Stato maggiore della difesa fa sapere che lo scorso 25 marzo, il contingente MISIN ha concluso un altro progetto CIMICa favore del villaggio di Dara”. Nessun dubbio per i contribuenti italiani sulla sua rilevanza “civile”.

Si è trattato della donazione di derrate alimentari e dispositivi sanitari che serviranno al personale paracadutista nigerino quale contingenza nel contrastare la pandemia da Sars-CoV2”, spiega la Difesa. “Il supporto alla popolazione è una delle attività MISIN che si affianca a quella principale di assistenza alle Forze di Difesa e Sicurezza, focus primario della missione che viene realizzato sia in maniera diretta, sia facilitando la distribuzione di aiuti umanitari provenienti dalla cooperazione internazionale del Ministero degli Affari esteri”.

(*) ripreso da Pagine Esteri

VEDI ANCHE

https://www.internazionale.it/opinione/zuhair-al-jezairy/2021/04/06/armi-commercio-illegale-milizie 

https://jacobinitalia.it/autore/andrea-pili/

Fermiamo la vendita di armi alla Coalizione Saudita : https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=+petizione+di+Save+the+Children+per+fermare+la+vendita+di+armi+italiane+alla+Coalizione+Saudita%2C

LA VIGNETTA E’ DI MAURO BIANI

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Alberto Campedelli

    Occorre dare il via agli “Stati uniti d’Europa” con un unico ministero degli esteri che faccia vendere armi solo a paesi che si devono difendere dalle aggressioni imperialiste USA e amici degli amici. Per il resto vanno smantellate le aziende produttrici di armi e i dipendenti vanno assunti dalla forestale per la salvaguardia dei suoli dalle alluvioni

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