Caszely, l’attaccante che non strinse la mano a Pinochet

Il calciatore era inviso alla dittatura cilena per la sua militanza con l’Unidad Popular

di David Lifodi

 

Ci corrono oltre 50 anni tra la carriera sportiva di Bruno Neri, il mediano partigiano caduto in battaglia sull’Appennino tosco-emiliano per mano dei nazisti e Carlos Caszely, el rey del metro quadrato, figlio di ferrovieri di origini ungheresi emigrati in Cile, eppure sono accomunati da una traiettoria simile, a livello sportivo, ma, soprattutto di ideali e coerenza. Entrambi hanno indossato la maglia delle rispettive nazionali, ma soprattutto sono uniti da un gesto di rifiuto verso i regimi dei loro paesi. Bruno Neri eviterà di fare il saluto romano in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio della Fiorentina, la cui proprietà era apertamente fascista, nel 1931, mentre Caszely, alla vigilia dei mondiali del 1982, non  stringerà la mano al dittatore Pinochet quando passa in rassegna i giocatori della nazionale cilena in partenza per la Spagna.

Bruno Neri, dopo l’8 settembre 1943, aveva scelto di aderire alla lotta partigiana, diventando vicecomandante del battaglione “Ravenna”con il nome di battaglia “Berni”, mentre Caszely aderì con convinzione alla campagna che avrebbe condotto Salvador Allende a vincere le elezioni e a conquistare finalmente la Moneda nel 1970. Non solo. Caszely era divenuto amico del presidente Allende e partecipava alle attività del Partito comunista, tanto da essere elogiato, in qualità di sportivo militante, anche dal dirigente del partito Gladys Marín. Quando Pinochet giungerà al potere, l’attaccante della Roja e del Colo Colo pagherà tutto questo: la madre, Olga Garrido, sarà sequestrata dalla Dina mentre il calciatore era passato a giocare in Spagna, prima al Levante e poi all’Espanyol.

Quell’11 settembre 1973, quando la Moneda era sotto attacco e Pinochet prese il potere, la nazionale cilena si stava recando a Mosca per disputare lo spareggio con l’Urss valevole per la qualificazione ai mondiali del 1974 in Germania. La partita d’andata termina sullo 0-0, quindi il ritorno, che avrebbe dovuto disputarsi a Santiago del Cile il 21 novembre 1973, diviene decisivo, ma l’Estadio Nacional, nel frattempo, è divenuto un luogo di tortura per sindacalisti, militanti di sinistra, studenti e, più in generale, per tutti gli oppositori politici. Passerà di lì anche Victor Jara. I calciatori russi, sostenuti dal Cremlino, si rifiutano di giocare in quello stadio, quindi Carlos Caszely e i suoi compagni si trovano a disputare una partita surreale contro un avversario inesistente. Caszely e il suo compagno di reparto, il Chamaco Valdes, sono fortemente intenzionati a calciare fuori quel pallone che ha bisogno soltanto di essere spinto in rete, ma all’ultimo momento non se la sentono. Entrambi giurano però che sarebbe stata l’ultima volta in cui si avrebbero piegato la testa di fronte al regime. La Fifa avalla la farsa e la Roja si qualifica per i mondiali di Germania, dove Caszely si guadagna un’espulsione, proprio contro i tedeschi dell’ovest, che gli preclude le porte della nazionale fino al 1979. In questo modo il regime pensa di averlo estromesso e mette in giro anche la diceria che il calciatore si fosse fatto espellere per non giocare la partita successiva, in programma contro i “comunisti” della Ddr, la Germania orientale. Il suo tormentato rapporto con la nazionale, a cui invece Caszely teneva tantissimo, finisce nel peggiore dei modi ai mondiali di Spagna, nel 1982, quando fallisce un penalty decisivo per pareggiare contro l’Austria che estromette il Cile dalla competizione fin dalla fase a gironi, dove si giocava il passaggio agli ottavi con Germania Ovest, Algeria e la stessa Austria. Anche in quel caso si dirà che aveva commesso questo errore di proposito per danneggiare la dittatura, che utilizzava la Roja come strumento di propaganda politica e aveva già imposto la convocazione di calciatori simpatizzanti per il regime.

Nonostante l’odio di Pinochet per Caszely (peraltro ricambiato), la dittatura non riesce ad avere ragione dell’attaccante ribelle. Nel 1988 Carlos, che si è ritirato da tre anni, partecipa attivamente alla campagna per il referendum che avrebbe potuto sancire la fine della dittatura. Pur in mezzo a mille difficoltà e alle manipolazioni della destra golpista, i cileni votano contro la permanenza di Pinochet al potere. Tra gli spot di pochi minuti al giorno che la dittatura concede sulla tv di stato al comitato per il no c’è anche Caszely che, insieme alla madre, sopravvissuta miracolosamente alle torture della Dina, invita la popolazione a votare contro la dittatura.

Oggi, quello che allora era il “bomber socialista”, fa il commentatore sportivo delle partite della sua nazionale con la stessa passione e lo stesso ardore che metteva nella sua militanza politica.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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