La «non scuola», i classici, l’incazzatura e l’amore

  Recensione, in ritardo, per «Aristofane a Scampia», un libro di Marco Martinelli che mi sento di consigliare a tutte/i

Due giorni fa qui in “bottega” Vito Totire, ricordando la strage alla nave Mecnavi di Ravenna, accennava a «La ballata dei picchettini» e scriveva: «grazie al teatro delle Albe per il loro contributo alla memoria […] è un dono che questo eroico gruppo – sempre presente contro le ingiustizie e la violenza del nostro sistema sociale – dà alla lotta contro l’oblio».

Verissimo ma per le Albe teatro c’è molto di più. Per raccontarvelo ho ripreso in mano un libro dove si racconta come/perché dalle Albe di Ravenna abbiano preso vita non solo centinaia di spettacoli importanti ma anche la «non scuola»: questa pratica da 25 anni mette in contatto ragazze e ragazzi – spesso di luoghi “difficili” – con i grandi classici del teatro.

Se adesso state pensando parole come miracolo, impossibile, fiiiiiiiiiiiguriamoci, eccezioni vi consiglio di investire 14 euri per comprare un libro emozionante e spiazzante: «Aristofane a Scampia» – sottotitolo appunto «Come far amare i classici agli adolescenti con la non-scuola» – di Marco Martinelli è uscito nel settembre scorso (*) da Ponte alle grazie. Sono 160 pagine che si gustano una per una: sapori perduti e nuovi, bei racconti di vita, lentezza e velocità, idee e passione, niente retorica, dubbi qb, zero noia.

L’ho letto una prima volta di getto, poi sono tornato indietro per capire meglio. Il prologo si intitola «Gli adolescenti non sono come li pensate» ed è un breve discorso rivolto ai grandi – «parlo a voi genitori e insegnanti» – per abbandonarli poi e raccontare quasi soltanto di ragazze e ragazzi: della Napoli “bene” messa assieme a quella “male”, di Ravenna, di Mazara del Vallo, delle periferie di Milano, di Seneghe, di Venezia, di Lamezia Terme, dell’Emilia terremotata ma anche di Pons in Belgio, dei villaggi in Senegal, di Rio De Janeiro, del Bronx e di Chicago… insomma dei luoghi dove Marco Martinelli, a volte con le Albe ma talora con altri complici, ha portato gli antichi ma sempre contemporanei Eschilo, Shakespeare, Aristofane, Moliére, Plauto assieme a “moderni eterni” come Brecht o Jarry.

Così persone in carne e ossa – che la scuola “normale” rifiuta o non vede – si incrociano con Dioniso, con l’imprevisto, con la vertigine, con lo straniero. Con la necessità di «guide». Col capire come si rovescia il mondo. E ovviamente come si sta «capusutta», a testa in giù. Con il chiedersi, di nuovo e sempre, «cosa può l’arte contro i massacri?». Con il tradurre i classici, quando serve, in dialetto. Con l’usare il wrestling o i cori degli ultras del Napoli Calcio… per meglio capire Aristofane. Con un lavoro duro eppure divertente. In definitiva con l’amore.

Non riassumerò (male) quel che Martinelli racconta così bene. Mi limito ad annotare alcune delle molte frasi che mi hanno folgorato o inquietato.

«Far capire loro che importante era divertirsi […] Cominciarono le improvvisazioni legate ai temi di fondo dei temi proposti: la guerra in Brecht, l’ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze in Aristofane, la stupidità di certi pedanti in Campanile».

Ed ecco Ubu di Jarry. «Lo scopo? Far capire ai “grandi” quanto sia arrogante e ottuso e “ubuuniversale” l’esercizio del potere, se indagato dallo sguardo attento di un adolescente».

«Da oggi vi prenderò sul serio […] Starò attento a tutto quello che mi racconterete […] non farò finta di ascoltarvi, come fanno tante volte gli adulti con voi, come fate tante volte anche voi con gli adulti: non faro finta, vi ascolterò veramente. Ce la metterò tutta».

«Come giocano i bambini su un campetto di calcio senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco».

«Il primo incontro con tutti. “Tutti è una parola sacra” diceva Aldo Capitini».

A Chicago dove «l’amministrazione della città aveva vietato la vendita di armi giocattolo, non delle armi vere» si parte da Jarry e… dall’hip hop.

Siamo spesso dalle parti dell’incredibile. Come quando Martinelli racconta «saltando in 200 con Majakovkij» al festival di Sant’arcangelo: lavorando senza rete, con prove pubbliche, pensando di non farcela – lui, unico adulto – e poi facendosi trasportare dal vento.

A proposito di quei cartelli che tutto maiuscolo urlano “VIETATO IL PALCO AI NON AUTORIZZATI» molte domande: «non è un nostro naturale diritto?» e «chi autorizza chi?». Anche in teatro «il rischio è iniziare adolescenti desiderando le stelle e finire in fretta come servi invecchiati». Fortuna che Martinelli è rimasto bambino, forse a volte invece di crescere torna indietro, in un tempo che chiamerei – con Dick – «fuor di sesto». Sì, «il problema non è innamorarsi, è come restare sempre innamorati».

Mi fermo… a malincuore.

Ci tengo a dire che non sono oggettivo: condivido con Marco Martinelli molte passioni (Philip Dick, per dirne una) e persino un atteggiamento eretico, assai minoritario, verso il dio incarnato dei nostri tempi (Henry Ford) visto che anch’io non ho la patente. Ed è giusto così: non essendo un sasso o una sedia non posso in alcun modo essere oggettivo. Sono parziale dunque ma cerco sempre di essere onesto e così ci penso tre volte prima di scrivere una frase finale impegnativa… e dopo averci benbenpensato, pureripensato e ponzato però la scrivo: «vi prego, se vi volete un po’ bene, leggete questo libro». Commovente, necessario, divertente, ottimista e terapeutico.

(*) Il libro è uscito a settembre e io l’ho letto a novembre, dunque questa recensione è in gran ritardo, così va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia»: ho già scritto che mi è capitato, mi capita e continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri letti e apprezzati. Perché? I motivi sono tanti, sia seri che banali: a volte – come in questo caso – inizialmente è la ricerca del momento giusto per rendere la grande emozione ricevuta in regalo da quel testo, poi invece si viene “soffocati” dal quotidiano o dalle stanchezze. Dunque chiedo venia. [db]

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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