Latinoamerica: le donne danno i numeri

di Maria Teresa Messidoro (*)

All’università, il mio professore di Laboratorio di fisica ci diceva sempre che, data l’incertezza di ciascuna misurazione, “per due punti sufficientemente larghi passano infinite rette”.

E così veniva distrutto uno dei postulati di Euclide, per cui “tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una sola retta”.

Non mi addentro in una discussione filosofica sul superamento della geometria euclidea, anche se sarebbe un bell’argomento, ora che … abbiamo più tempo per meditare.

La riflessione del professore mi torna invece in mente tutte le volte in cui analizzo i dati, cercando di leggerli nel mondo più corretto possibile, senza stiracchiarli troppo.

Per questo articolo ho utilizzato innanzitutto l’Informe Especial COVID-19, “América Latina y el Caribe ante la pandemia del COVID-19, della CEPAL, Comisión Economica para América Latina y el Caribe 1 (in inglese ECLAC, ma io preferisco sempre la dicitura in spagnolo per affinità, non solo linguistica) datato 3 aprile 2020; in secondo luogo, ho scovato sul sito della organizzazione spagnola Fundación Carolina, il contributo di Rosa Cañete Alonso “Las desigualdades de género en el centro de la solución a la pandemia de la COVID-19 y sus crisis en América Latina” del 20 aprile 2020.

Gli effetti sull’area latinoamericana della pandemia del COVID-19 non sono incoraggianti; secondo la CEPAL, gli impatti economici principali saranno la diminuzione delle attività da parte dei tradizionali partners o soci commerciali, la caduta dei prezzi dei prodotti primari, l’interruzione delle catene globali, in particolare nel settore manifatturiero di Messico e Brasile, dipendenti dalla Cina, Stati Uniti ed Unione Europea, ed infine la minor domanda di servizi nell’area del turismo.

Da punto di vista del commercio internazionale, si stima che il valore delle esportazioni della regione latinoamericana cadrà per lo meno del 10,7% nel 2020, con una punta di – 16% per le esportazioni del petrolio, il cui prezzo subirà una diminuzione del 14,1%. L’esportazione di beni, in particolare i prodotti agricoli da Argentina e Brasile, i minerali da Cile e Perù, diretti prevalentemente in Cina, subiranno un ribasso di – 21,7%.

Le donne latinoamericane, nonostante siano più formate sul piano educativo rispetto agli uomini, normalmente occupano posti di lavoro più precari, spesso al di sotto delle proprie capacità e competenze; si stima che il 52% delle donne sia inserito proprio in quei settori lavorativi che sono stati e saranno ancora per un po’ di tempo colpiti dalla chiusura di attività produttive. Un settore particolarmente in crisi risulta essere quello delle collaboratrici domestiche, che rappresentano l’11% dell’impiego femminile nell’area latinoamericana; secondo i dati dell’OIL, un 75% delle persone impegnate nei lavori domestici non hanno contratti e vivono nella precarietà e informalità: sono e saranno quindi le prime ad essere lasciate a casa.

Occorre inoltre ricordare che il 29% delle donne con più di 15 anni, già ora, non godono di una indipendenza economica; questo elemento, unito all’incremento della povertà, aumenta la probabilità di una crescita della violenza, già preoccupante così, visto che i dati ufficiali parlano di 3250 femminicidi solamente nel 2018. Lo slogan “Quedate en tu casa” può dunque trasformarsi in un incubo per molte giovani e donne.

Un elemento su cui inoltre riflettere è l’accesso e l’uso di internet. Anche se quasi il 70% degli abitanti della regione latinoamericana ha usato nel 2019 internet, l’aumento dell’uso delle tecnologie può esacerbare le disuguaglianze; ad esempio, se nel 2017 più dell’80% della popolazione di Cile, Brasile, Costa Rica e Uruguay, era connessa a internet, questa cifra si riduceva nello stesso periodo al 30% in Guatemala, Honduras, Haiti e Nicaragua.

Da un punto di vista sociale, già prima del COVID-19, l’America Latina attraversava un momento non facile: su una popolazione complessiva di quasi 700 milioni di persone, 186 milioni vivono in povertà, quasi un terzo, con un incremento di 3 milioni di individui rispetto all’anno precedente; prevedendo una diminuzione delle entrate della popolazione economicamente attiva, causa pandemia, del 5%, nel 2020 le persone in povertà aumenterebbero di 23 mila unità, incrementando di tre punti la percentuale corrispondente rispetto al totale della popolazione. Analogamente, ovviamente, le persone in povertà estrema passerebbero da 67 milioni a 82 milioni, cioè dal 11% al 13,3% del totale.

Utilizzando un’ottica di genere, la povertà femminile è aumentata negli ultimi anni, passando da una proporzione di 105 donne povere rispetto a 100 uomini poveri nel 2002 a 113 su 100 nel 2018; nel campo della povertà estrema, l’indice è passato da 105 su 100 a 117 su 100. Ciò significa che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, le politiche per una reale uguaglianza di genere non hanno avuto gli effetti sperati.

Nel campo della sanità, occorre ricordare che la maggioranza dei paesi latinoamericani ha un sistema sanitario debole e frammentato, già messo sotto pressione dall’epidemia di dengue, di cui, nel 2018, si ammalarono più di 3 milioni di persone e quasi 1600 persone sono purtroppo morte.

Lo scorso 31 marzo, a Santo Domingo, capitale della Repubblica Domenicana, è morta in ambulanza una paziente, colpita dal coronavirus, dopo che le era stata negato l’accesso ad una clinica privata: un episodio, una piccola storia, ma significativa della situazione generalizzata.

E’ risaputo, inoltre, che soltanto le Barbados, Cuba, la Repubblica Domenicana e Argentina hanno un valore dignitoso di letti di ospedale ogni 1000 abitanti; la maglia nera, in questa classifica, spetta al Guatemala, Haiti, Honduras e Nicaragua, che non raggiungono nemmeno 1 letto ogni 1000 abitanti.

Se i sistemi di salute europei sono collassati, la situazione in America Latina non può che essere peggiore, e non solo per ciò che concerne l’attenzione medica ai pazienti ma anche nella protezione del personale medico sanitario; il 73% del personale medico della regione è composto da donne, che sono quindi in prima linea nella battaglia contro il COVID-19, oltre ad avere uno stipendio in media del 25% inferiore a quello dei corrispondenti uomini.

La necessità di rimodellare l’assistenza medica causa COVID, fa sì, inoltre, che non si consideri più prioritaria la salute sessuale e riproduttiva: le stime dicono che una riduzione del 10% dell’attenzione medica inerente alle gravidanze e alla cura dei bambini appena nati, potrebbe provocare nel mondo un aumento di almeno 28 mila morti materne e 168 mila morti di nascituri.

Per ciò che concerne il contesto educativo, al 20 marzo 2020, praticamente tutti gli stati latinoamericani hanno sospeso le lezioni nelle differenti istituzioni scolastiche, dagli asili all’università; soltanto in Brasile ci sono state delle chiusure differenziate e non omogenee, e le conseguenze si sono viste; è importante ricordare che, oltre alle evidenti difficoltà di gestione dell’istruzione a distanza, la sospensione delle lezioni ha avuto delle ripercussioni anche sulla nutrizione dei bambini più piccoli, dato che almeno 85 milioni di scolari latinoamericani ricevono a scuola una colazione o una merenda, indispensabile per la loro crescita, soprattutto nelle situazioni di povertà o estrema povertà. CEPAL ha calcolato che circa 154 milioni di ragazze e ragazzi sono stati costretti a rimanere a casa per il COVID-19, ricadendo in gran parte sulle donne. Le inchieste dicono che le donne latinoamericane dedicano tra 22 e 42 ore settimanali al lavoro domestico e alla cura dei figli, tre volte più degli uomini; in Guatemala, ad esempio, le donne coprono l’86% della cura dei bambini, in Ecuador e Honduras il 79%.

Lo slogan “Lávate las manos”, importantissima ovunque, non è una misura praticabile per il 21% della popolazione latinoamericana, soprattutto quella urbana che vive in quartieri periferici, sistemazioni informali e case inadeguate; il 13 % delle case non ha accesso all’acqua potabile, percentuale che sale al 25% nelle zone rurali; ebbene, secondo la CEPAL, le donne che vivono in case senza disponibilità di acqua potabile, dedicano al lavoro domestico e alla cura dei bambini tra le 5 e le 12 ore in più  settimanali rispetto alle donne più fortunate che ne dispongono.

Riflettendo su questi dati, ci si può far prendere dallo sconforto, pensare che non ci sia soluzione, che la disuguaglianza di genere diventerà una aggravante in più della crisi provocata dal COVID- 19.

Ma, come scrive Rosa Cañete “la pandemia ha messo sul tavolo l’urgente necessità di dare priorità al pubblico ed al politico, perché il privato, il mercato e l’individualismo non sono soluzioni né giuste né efficienti per affrontare questa crisi. I principi dell’economia femminista devono assumere una rilevanza fondamentale nel trovare le risposte, … risposte collettive che individuino nuove strategie… Occorrerà dunque operare una trasformazione che valorizzi e ridistribuisca ad esempio i lavori domestici e la cura dei più deboli, affinché, quando la pandemia cesserà, non si ritorni ad una normalità disuguale come quella che viviamo ora, ma ci si avventuri verso una società più giusta e felice”.

Sottoscrivo e rilancio.

 

 NOTE

  1. https://www.fundacioncarolina.es/wp-content/uploads/2020/04/AC-20.-2020.pdf
  2. https://www.cepal.org/es/publicaciones/45337-america-latina-caribe-la-pandemia-covid-19-efectos-economicos-sociales

 

(*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

Teresa Messidoro

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