Spagna 1936 – Cile 1973: il «Lungo petalo di mare»

Victor e Roser, la nave dei profughi, Salvador Allende, Pablo Neruda e il golpe: Domenico Stimolo ricorda i passaggi storici dietro il romanzo di Isabel Allende

Per non dimenticare gli orrori subiti dal popolo spagnolo e cileno.

Alle richieste di chiarimenti fatte a Pablo Neruda dagli esuli spagnoli – in procinto di imbarcarsi nell’agosto 1936 verso un lontano e sconosciuto Paese sudamericano – su dove fosse dislocato e cosa rappresentasse il Cile, il sommo poeta così sintetizzò: «un lungo petalo di mare e vino e neve».

Non è facile riassumere in poche parole il senso del romanzo storico di Isabel Allende, «Lungo petale di mare» – pubblicato da Feltrinelli – che racchiude sessant’anni di narrazioni, con al centro i due protagonisti principali, Victor e Roser, originari della Catalogna.

Intendo privilegiare – approfondendoli – gli aspetti storici e i contenuti del contesto sociale e politico che “avvolgono” i due protagonisti.

Una storia intensa e drammatica. Inizia in Spagna, durante la fase tragica della guerra contro quella gran parte del popolo spagnolo, da sempre tenuto in stato di oppressione da parte dei poteri che esercitavano il comando plurisecolare. Artefici i golpisti militari del generale Franco che rappresentavano la mano armata delle strutture sociali estromesse dal voto popolare (nobiltà-monarchia, latifondisti, militari, ecclesiastici) sostenuti con grande forza e dispendio di energie militari da nazisti tedeschi e fascisti italiani.

Poi la vicenda si dipana in Cile, dove a trentasette anni di distanza si riproduce la stessa tragica situazione del 1936 in Spagna, un golpe militare guidato dai poteri reazionari. Per arrivare fino agli inizi degli anni novanta.

La nave Winnipeg salpò il 4 agosto 1939 dal porto francese di Trompeloup-Pauillac (regione della Nuova Aquitania) con 2200 profughi che avevano lasciato la Spagna, dopo avere subìto le nefaste conseguenze della guerra contro la Repubblica  e le grandi tribolazioni nell’attraversamento dei Pirenei, per sfuggire alle violente azioni dei fascisti del generale Franco.

La guerra civile, iniziata nel luglio 1936, si era definitivamente conclusa il 1 aprile del 1939, con la sconfitta della Repubblica e del nuovo governo del Fronte Popolare che aveva vinto le elezioni del 16 febbraio 1936. Partendo, sulla nave in molti cantarono in catalano la canzone dell’emigrante: Dolca Catalunya / pàtria del meu cor / quan de tu s’allunya / d’enyoranca es mor” (Dolce Catalogna, madre patria del mio cuore, quando ti allontani dal desiderio muori).

Prima era iniziata la tragica epopea de “La Retirada”. Cinquecentomila repubblicani spagnoli, combattenti antifascisti e civili – circa 200.000: uomini, donne e bambini – a partire dalla parte finale del 1938 e con un forte incremento nei primi mesi del 1939 (dopo la caduta di Barcellona avvenuta il 26 gennaio 1939 e della Catalogna il 12 febbraio; nel mese di marzo Madrid fu occupata dai nazionalisti) abbandonarono la Spagna. I profughi passarono tutti dalle tre regioni confinanti, Catalogna, Navarra e Aragona, scavalcando i Pirenei nel pieno della stagione invernale, verso il territorio francese. Una partenza drammatica: molti rimasero uccisi durante il percorso verso la Francia, inseguiti tra le montagne dalle truppe nazionaliste che già avevano iniziato una repressione violentissima contro i repubblicani nelle aree territoriali conquistate.

Con grande senso di solidarietà le frontiere furono aperte dal governo francese.

La vendetta franchista fu terrorizzante. Volevano cancellare, con un’enorme pozza di sangue, l’ impronta sociale che i rivoluzionari repubblicani avevano impressa nella Spagna feudale e padronale nel corso del triennio precedente. Le ritorsioni assunsero caratteri efferati dopo l’emanazione del 13 febbraio 1939 della legge “sulle responsabilità politiche” con l’istituzione dei tribunali speciali, a partire dalla rivolta avvenuta in Asturia nell’ottobre del 1934. Oltre 800.000 soldati repubblicani furono internati in circa 50 campi di concentramento, sottoposti a continue vessazioni e con condizioni di sopravvivenza di grandissima precarietà. Da aprile 1939 al giugno 1944 furono uccise 192.684 persone, per lo più fucilati o strangolati con la garrota, poi sepolte in grandi fosse comuni: le esecuzioni principali a Madrid, Barcellona, Siviglia – dati del ministero della Giustizia – mentre molte altre, vittime delle rappresaglie, furono incarcerate per lunghi anni.

Le stime sulle vittime della guerra civile spagnola sono controverse: si va da 500.000 a un milione di uccisi. Nel 1935 la popolazione spagnola era costituita da 24.578.000 persone.

Grande fu il contributo dei volontari delle Brigate internazionali. In 59.380 – uomini e donne (circa 40.000 i combattenti, 20mila nei servizi sanitari e ausiliari) – provenienti da 50 Paesi combatterono a sostegno della Repubblica. In 9934, rimasero uccisi. I volontari rimasti feriti gravemente o dispersi furono 7686. Di grande rilievo il contributo dei volontari italiani antifascisti, in 3400 – in particolare nella Brigata Garibaldi – combatterono sino alla fine del 1938, quando il governo repubblicano decise il ritiro delle Brigate Internazionali. In 600 rimasero uccisi nei combattimenti. In molti casi i volontari italiani si trovarono di fronte gli altri italiani (e i tedeschi nazisti) inviati dal regime di Mussolini a sostegno dei fascisti spagnoli. Un ausilio di grandissimo rilievo: oltre ai considerevoli mezzi militari, aerei e navi, la dittatura fascista inviò un contingente militare costituito da 79.000 effettivi con 6000 caduti e 15mila feriti.

Le condizioni di vita nei campi di accoglienza allestiti in Francia in una quindicina di siti – i più grandi Les Barcarès con 70.000 presenze e Argelès sur Mer con 43mila – e le vicissitudini subite dalle centinaia di migliaia di profughi, civili e militari repubblicani nel corso degli anni della seconda guerra mondiale furono di grandissima drammaticità. Nei primi mesi gli esuli furono abbandonati in “lande” deserte recintate, prive delle più elementari strutture di supporto: morirono in decine di migliaia. Con molta gradualità la situazione iniziò a mutare, con la creazione di ulteriori altri grandi sette campi con caratteristiche “selettive” (in relazione all’appartenenza politica) e grazie all’intensa attività di diverse associazioni internazionali e francesi che svolsero un’azione di supporto molto intensa. Con l’intento di separare le varie componenti politiche dei profughi a Le Vernet d’Ariège furono collocati gli anarchici della 26° Divisione Durruti e molti componenti delle Brigate Internazionali. Diversi altri campi di accoglienza furono installati in Tunisia e Algeria. Date le indegne condizioni di vita morirono negli stenti più orrendi fra le 35.000 e le 50.000 persone.

Nei tanti e articolati “percorsi” che videro i profughi impegnati nella lotta per la sopravvivenza, in circa 50.000 furono accolti in sud America: in Messico (il 60%), Cile e altri Paesi. Altri si arruolarono nel corpo militare francese della Legione Straniera. In oltre 9000, dopo l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi, finirono deportati nei lager. In diverse decine di migliaia continuarono in vari modi la lotta al nazifascismo, con un particolare contributo nella Resistenza francese. Altri andarono in Unione Sovietica, in parecchi subirono le repressioni staliniane. Una parte consistente dei profughi, a partire dalla fine del 1939, ritornò in Spagna. A questo riguardo le varie fonti divergono sulle quantità dei rimpatri: si oscilla tra le 75.000 e le 250.000 persone. Molti dei ritornati furono facile preda della repressione franchista.

E’ questa una storia tragica, di grande sofferenza e impegno democratico che merita in altra sede un approfondimento appropriato. Molte ricerche e bibliografie sono facilmente reperibili.

Il poeta e politico cileno Pablo Neruda (pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes, 1904-1973) fu il protagonista centrale delle intense attività che furono necessarie per l’organizzazione del viaggio della nave Winnipeg. Per prima cosa sensibilizzò e convinse il presidente cileno Aguirre Cerda – eletto nell’ottobre del 1938 in rappresentanza della coalizione di sinistra del Fronte Popolare – ad accogliere in Cile un numero considerevole dei profughi spagnoli che si trovavano nei campi di accoglienza in Francia. Neruda conosceva bene la Spagna e moli intellettuali: come i poeti, Garcia Lorca – assassinato dai franchisti nell’agosto del 1936 – e Antonio Machado (morto nel febbraio 1939, dopo avere abbandonato Barcellona con la sua famiglia verso la Francia) ma anche Rafael Alberti… Era stato console onorario a Barcellona nel 1934 e l’anno dopo a Madrid. Per la copertura dei considerevoli costi che comprendevano l’affitto e la trasformazione della nave mercantile in nave passeggeri (i lavori furono effettuati dai volontari del Partito comunista francese) ma anche il vettovagliamento dei profughi durante il viaggio e la permanenza dei primi sei mesi nel Paese sudamericano, Neruda avviò – con proficuo riscontro – una grande campagna internazionale di raccolta fondi.

Direttamente incaricato dal governo cileno, Pablo Neruda, per parecchie settimane in una stanza dell’ambasciata del Cile a Parigi, esaminò direttamente le richieste che pervenivano dai vari campi profughi. Un criterio importante fu rappresentato dalla “quota”, in riferimento all’appartenenza politica che era stata assunta in Spagna nella fase della Repubblica: socialisti, comunisti, anarchici, liberali.

Nel celebre “Spagna nel cuore” il poeta evocò le vicende della guerra civile spagnola, elevando l’eroismo del popolo che tra immani sacrifici contrastò i fascisti tra le distruzioni più immani, resistendo con grande coraggio per tre anni. Ecco i versi di “Madrid 1936”:

Madrid sola e solenne, Luglio t’ha sorpresa 

nel pieno della tua allegria di povero alveare:

chiara era la tua strada,

chiaro il tuo sogno.

 

Un nero rancore

di generali, un’onda

di rabbiose sottane

ha franto alle tue ginocchia

le sue acque pantanose, i suoi fiumi di spurgo.

 

Con gli occhi feriti ancora di sogno,

con fucili e pietre, Madrid, con piaga aperta,

ti sei difesa. Correvi

per le vie

posando scie del tuo santo sangue,

chiamando a raccolta con una voce d’oceano,

con un viso per sempre mutato

dalla luce del sangue, come una montagna

vendicatrice, come una sibilante

stella di coltelli.

 

Quando nelle tenebrose caserme, quando nelle sacrestie

del tradimento penetrò la tua spada in fiamme,

non ci fu che silenzio d’aurora, non ci fu

che il tuo passo di bandiere,
e una gloriosa goccia di sangue sul tuo sorriso.

 

Sconfitta la Repubblica spagnola, Neruda così si espresse: «Giuro di difendere fino alla morte quello che hanno assassinato in Spagna: il diritto alla felicità». 

Sulla nave Winnipeg si trovavano Victor e Roser, i due protagonisti principali del libro «Lungo petalo di mare».

Victor Dalmau è un giovane studente in medicina, milita nel Fronte repubblicano, impegnato da oltre due anni in un ospedale di Madrid ad assistere e curare i feriti provenienti da vari fronti di guerra attorno alla capitale spagnola. Siamo nel 1938, Madrid è da tempo duramente assediata dalle truppe franchiste.

Roser Bruguera è una giovane pianista; aspetta un figlio da Guillem (morto in battaglia), il fratello di Victor.

Quando la situazione militare precipitò ed iniziò la Retirada, Victor rimase in ospedale per assistere i feriti che sempre più numerosi arrivavano dai fronti della battaglia. Roser e la suocera Carme, a fine gennaio 1939 si misero in marcia in una lunga colonna di profughi, cercando di attraversare a piedi i Pirenei nel gelido freddo invernale. Nelle tragiche peripezie del viaggio verso la salvezza, Carme si disperse mentre imperversava una bufera (si rivedranno molto tempo dopo) mentre Roser, accompagnata da un fidato amico di Guillem, dopo tre giorni e notti, arrivò in Francia e fu portata nel campo di Argelès sur Mer, dove già stanziavano decine di migliaia di spagnoli (dai dati ufficiali emerge che nel marzo del 1939 si trovavano accampati 43.000 esuli).

«Era una spiaggia recintata e sorvegliata da gendarmi e truppe senegalesi ……i rifugiati venivano lasciati alle intemperie, esposti al freddo e alla pioggia, senza il rispetto delle minime condizioni igieniche, non avevano a disposizione né latrine, né acqua potabile. Dai pozzi che scavavano usciva acqua salmastra, torpida e contaminata da feci, urina e dai cadaveri che non venivano tempestivamente rimossi» (pag. 83).

Quando la vittoria franchista sopravvenne, anche Victor si rifugiò in Francia, nel campo di Argelès sur Mer. Rincontrò Roser, che aveva già partorito il figlio Marcel.

La nave Winnipeg arrivò in Cile, attraccando nel porto di Valparaiso il 3 settembre, dopo ventinove giorni di navigazione. Furono accolti con grande entusiasmo.

«Una folla assiepata dietro cordoli di contenimento, con striscioni e bandiere della Spagna, della Repubblica, dei Paesi Baschi e della Catalogna, li acclamava in ub unico rauco grido di benvenuto. Una banda suonava gli inni del Cile e della Spagna repubblicana, oltre all’Internazionale, accompagnata da centinaia di voci» (pag. 143).

Fra i rappresentanti del governo c’era un giovane dirigente socialista, medico chirurgo, nominato (trentunenne) pochi giorni dopo ministro della Sanità: era Salvador Allende che nel 1973, diventato capo del governo, morirà assassinato l’11 settembre nel Palazzo governativo attaccato dai golpisti, sostenuti dal governo statunitense.

Alla fine degli anni ’30 il Cile era un Paese caratterizzato da enormi contraddizioni sociali e da consistenti sacche di povertà; fra l’altro l’area centromeridionale del Paese nel gennaio 1939 era stato devastato da un violentissimo terremoto che aveva provocato 28.000 morti. L’anima generosa e solidale era espressa dal Fronte Popolare (una coalizione dei socialisti, comunisti, democratici, radicali e della Confederazione sindacale dei lavoratori) che nel 1938 aveva vinto le elezioni presidenziali, eleggendo Pedro Aguirre Cerda, un avvocato figlio di contadini. Da presidente dette una spinta impetuosa per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, con numerose iniziative a sostegno dei poveri e incrementando in maniera importante le strutture scolastiche.

Poi la vita di Victor e Roser, i due protagonisti del libro di Isabel Allende, in questa nuova realtà iniziò a scorrere, in un contesto di pace e riconquistata serenità, con la ferrea volontà di ricostruire il percorso delle loro giovani esistenze. Lontano dagli orrori che si erano consumati in Spagna (con le repressioni in atto, ancora per diversi anni) che era diventata un “piccolo” campo di sperimentazione di ciò che il nazifascismo avrebbe provocato in Europa con una sequenza impressionante di morti e distruzioni molto più grande, nel corso della guerra dal 1939 al 1945.

Il tempo ineluttabile scorre, guardando al domani: tutto si stempera e si acquieta. Così rinasce in Victor e Roser la voglia di vivere, nei sentimenti personali e nella collaborazione solidale con i nodi della società. Il matrimonio contratto in Francia prima della partenza sulla nave – vincolante per partire – per anni rimase puramente formale ma nel corso del tempo si trasformò in amore condiviso.

Negli anni che passano due eventi in particolare scompigliano la vita dei protagonisti. Il primo, di grande positività. Infatti, dopo circa dieci anni venne rintracciata Carme, la mamma di Victor. E’ ritrovata in Andorra, il piccolo Stato sui Pirenei, tra Spagna e Francia. Si era dispersa nella tormenta, fra le montagne, in quella notte del fine gennaio del 1939 mentre con Roser, dentro una lunga colonna di profughi, cercava di raggiungere la Francia. Fu salvata da una famiglia di contadini, viveva ancora con loro. Vanno a riprenderla il figlio e Roser. Anche lei diventa cilena di “adozione”.

L’altro evento è il golpe militare in Cile. E si mantiene acuto negli animi di coloro che, ancora viventi, ne portano indelebili i tragici segni.

La memoria degli orrori eseguiti dai golpisti del generale Pinochet scorre con i torturati sopravvissuti e con il ricordo indelebile dei familiari che videro i loro cari trucidati. In Cile ci fu – nel metodo e nell’essenza della tragedia perpetrata – una ripetizione di quello che avvenne in Spagna nel ’36. Solo i numeri sono sostanzialmente diversi. La Resistenza, progettata ed attuata, fu diversa. Ma non fu predisposto, per quanto i segnali fossero rilevanti, un piano organico preventivo per contrastare con le armi in maniera diffusa un probabile colpo di stato.

Nelle elezioni presidenziali del 4 settembre 1970 il rappresentante di Unità Popolare (costituita dalle forze principali dei partiti comunista, socialista, radicali e Mapu, con il sostegno esterno del Mir, il Movimento della sinistra rivoluzionaria) cioè Salvador Allende vinse con il 36,3%. Divenne presidente il 4 novembre nel Congresso nazionale (come il nostro Parlamento).

Il programma politico di Unità Popolare nelle priorità prevedeva: forte ridimensionamento delle diseguaglianze sociali e sviluppo del Paese, lotta al latifondo delle grandi proprietà terriere e il contrasto ai capitali ingenti concentrati in poche mani, rottura dei legami e dei condizionamenti delle strutture finanziarie internazionali, quindi contrapposizione all’imperialismo. Era la “via cilena al socialismo”. Fu attuato il piano graduale delle nazionalizzazioni che riguardarono in particolare i settori delle risorse naturali e minerarie (il rame, principale bene del Cile), le aziende dominanti comprese quelle statunitensi, i settori finanziari, assicurativi e dei servizi principali. Vi fu una lotta al latifondo che caratterizzava la gran parte del territorio e delle produzioni agricole cilene. Quindi una serie di misure sul piano sociale: contrasto della disoccupazione, aumento dei salari, blocco dei prezzi dei beni principali, notevole impegno della spesa pubblica per sanità, istruzione, edilizia popolare e blocco degli affitti; fu introdotto il divorzio e rese operative varie misure a sostegno delle donne.

Ma iniziò la fase della destabilizzazione: le forze interne contrarie al cambiamento e in difesa dei loro interessi, guidate dagli Stati Uniti, agirono con grande determinazione. Si fece crollare il prezzo del rame, si bloccarono i sostegni finanziari degli organismi internazionali. Iniziò da parte delle imprese il blocco produttivo e poi l’interruzione dei trasporti. I partiti della destra – come sempre avvenuto nei momenti di cambiamento a favore dei ceti poveri e sfruttati – cercarono di strumentalizzare il malcontento presente. Il 1973 fu l’anno cruciale. Nel marzo fu rigettata in sede parlamentare (per mancanza dei 2/3 di voti) la richiesta di sfiducia ad Allende, crebbero gli attentati terroristici, a giugno ci fu un tentativo di colpo di stato. Quindi la formazione di un nuovo governo e la sostituzione del ministro della Difesa e capo di stato maggiore; il 22 agosto il ruolo fu assunto dal generale Augusto Pinochet. L’11 settembre scattò il golpe.

Alle 9.10, mentre il Allende rivolgeva l’ultimo discorso ai cileni, l’attacco dei militari golpisti al Palazzo presidenziale La Moneda era già nella fase avanzata, anche con bombardamenti aerei. E il presidente cadde ucciso (forse suicida).

La cattura, l’imprigionamento e l’assassinio dei militanti di sinistra, già predisposti, scattarono immediatamente, gestiti dalla Giunta militare che assunse il potere, imponendo uno Stato di terrore.

In quell’anno il Cile aveva poco più di dieci milioni di abitanti.

Non è facile riassumere sinteticamente la drammatica situazione di persecuzione messa in atto nella fase iniziale del golpe e negli anni successivi, fino alla caduta della dittatura. In quasi 4000 rimasero uccisi, in decine di migliaia furono perseguiti, torturati e incarcerati. Già immediatamente dopo l’11 settembre lo stadio di Santiago fu utilizzato per rinchiudere migliaia di persone. Molti abbandonarono il Cile o si rifugiarono nelle ambasciate (quella italiana accolse il numero più alto dei rifugiati). Molti altri furono fatti sparire, certamente uccisi.

Furono rimossi i diritti civili e politici; soppressi i partiti politici che facevano parte di Unità Popolare e anche la Democrazia Cristiana; abrogata la funzione del Parlamento; eliminata la libertà di stampa; vietate le organizzazioni sindacali. Fu imposto un modello di liberismo totalmente privo di vincoli con una drastica rivisitazione in negativo dei servizi sociali, l’abbassamento di salari e stipendi dei lavoratori, la drastica flessibilizzazione del mercato del lavoro, un forte ridimensionamento del ruolo pubblico a partire dalla sanità… Venne smantellata tutta l’impalcatura degli indirizzi economici e sociali che erano stati assunti dal governo Allende.

Dodici giorni dopo il golpe, il 23 settembre, morì Pablo Neruda. Da sempre impegnato politicamente, grande amico e sostenitore di Salvatore Allende. Nel 1971 aveva avuto il premio Nobel per la letteratura. Fu una morte misteriosa. Poiché era affetto di un cancro alla prostrata, quattro giorni prima della morte era stato ricoverato in una clinica di Santiago. Sembrava fosse uscito dalla fase acuta, ma improvvisamente spirò. Resta forte il dubbio che sia stato assassinato con un’iniezione venefica, su comando dei golpisti.

La dittatura si protrasse in Cile per diciassette anni. Nella fase finale, ad ottobre 1988, supponendo (come ogni dittatore) di avere a suo favore il consenso della maggioranza, Pinochet – a seguito della “nuova Costituzione” ratificata – indisse una consultazione per restare al comando altri otto anni. Invece fu sconfitto: il 56% votò contro. Nel novembre 1989 alle elezioni vinse l’alleanza dei Partiti per la Democrazia. L’11 marzo 1990 Pinochet abbandonò la presidenza. La dittatura era finita.

Victor, protagonista del libro «Un lungo petalo di mare», divenuto chirurgo di largo riconoscimento nazionale, a 34 anni dalla fine della guerra golpista contro la democrazia spagnola, fu ancora vittima: questa volta della repressione fascista in Cile. Alcuni giorni dopo l’11 settembre fu arrestato nell’ospedale dove da anni lavorava, rinchiuso nello Stadio Nazionale assieme a migliaia di persone. Senza nessuna accusa “ufficiale” poiché le dittature non hanno bisogno di atti formali. Dopo alcune settimane Victor fu portato in una miniera di salnitro nel nord del Cile, trasformata in campo di concentramento carcerario. Rimase prigioniero in quel luogo per undici mesi, quindi rilasciato in libertà condizionata.

Temendo una nuova incarcerazione, Victoro assunse la decisione di rifugiarsi nell’ambasciata del Venezuela, richiedendo asilo politico. Dopo un mese gli rilasciarono il permesso di accoglienza e assieme a un altro richiedente fu trasportato con un piccolo aereo nel Paese che già accoglieva molti altri rifugiati cileni.

Il 20 novembre 1975 morì Franco, il caudillo spagnolo, comandante supremo del regime che aveva oppresso la Spagna per quasi 40 anni. Iniziava la transizione verso la democrazia. Un anno dopo Victor e Roser decisero di tornare nel loro antico Paese: mancavano dall’agosto 1939. Restarono per molti mesi nella Catalogna che era stata l’ultimo sanguinosa barriera di strenua resistenza al fascismo. Riconquistarono gli “odori” lontani, ormai dispersi nel tempo. Poi tornarono in Venezuela, rimanendo altri anni ancora in esilio. Nel 1983 la dittatura cilena acconsentì alle prime aperture, decidendo che potevano rientrare 1800 profughi. Victor ne fece parte. Ritrovarono un Paese strutturalmente mutato dagli atti coercitivi della dittatura. Poiché le strutture sanitarie erano state privatizzate, Victor non ebbe maniera di proseguire nella sua attività medica (continuata nel Venezuela) e decise di svolgere volontariato in un ambulatorio nella periferia di Santiago, sostenuto da enti di beneficenza. E anche Roser dette il suo attivo contributo di quotidiana partecipazione alle attività. Questo per tre anni. Con la fine della dittatura Victor ritornò a svolgere la sua funzione di chirurgo primario, nel suo precedente ospedale, fra l’altro insegnando all’università.

Poi la morte di Roser.

Il calendario del tempo cancella tutto. Solo la memoria è indistruttibile.

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • domenico stimolo

    PROFUGHI: OGGI come IERI…. di ottanta anni addietro.

    Per i profughi provenienti dalle aree di guerra, che cercano rifugio in Europa, non è cambiato nulla. Eppure, nel mezzo di questo lungo calendario, si sono state le guerre: in Spagna, la seconda guerra mondiale, in Iugoslavia…..; la dichiarazione universali dei Diritti umani, il consolidamento e l’allargamento della Comunità europea, vari Trattati internazionali per il salvataggio, l’accoglienza e la solidarietà.

    La guerra, prima in Iraq, e poi quella ancora in corso in Siria – provocate dai soliti noti internazionali che vogliono sempre guidare il mondo con ingordigia militare mai sazia – continuano ad essere i “serbatoi” umani di Chi fugge dalle bombe, e cerca rifugio.

    Le cronache di questi ultimi giorni sono altamente drammatiche, per chi cerca di passare la frontiera terrestre tra Turchia e Grecia ( e Bulgaria) o di sbarcare nell’isola di Lesbo e nelle altre isole che si trovano a breve distanza dalla coste turche. Una nuova “marea” umana si è mossa. In un quadro che vede la forte strumentalizzazione della Turchia ( che come ben noto da anni ha visto una presenza di rifugiati siriani – o provenienti da aree di guerra collaterali – di oltre 3 milioni e mezzo) che con le imprese guerresche in Siria e Libia vorrebbe riproporre in tutta l’area un nuovo modello di impero ottomano.

    Il CORONAVIRUS rafforza l’ingordo alibi dei paesi europei…….prima, in grande abbondanza, vendono armi e supporti guerreschi, a chicchessia, poi, tra le risse dei vari governanti – come costantemente avvenuto negli ultimi anni -, abbandonano, i profughi che hanno contribuito a determinare, al loro triste destino.

    Nella lunga cronaca pubblicata ieri ( 1 marzo) dal quotidiano La Repubblica, con il titolo “ I dannati di Lesbo” a cura dell’inviato Marco Mensurati, riguardo alla parte di campo di Lesbo chiamata “ giungla” che vede la presenza della maggioranza dei 20.000 profughi nell’isola, tra l’altro si legge:

    “ Le ABITAZIONI, per lo più delle semplici tende da campeggio economiche e non impermeabili e per questo coperte da teli di plastica che non fanno passare l’aria, non hanno nessuna forma di riscaldamento. E anche l’acqua manca del tutto, come i servizi igienici. Il vero combustibile della violenza è l’affollamento, la promiscuità, la varietà di etnie e culture, e la disperazione dell’attesa…… e per i bambini vige una sorta di coprifuoco. I genitori non li fanno uscire dalle tende con il buio, nemmeno per andare in bagno…”.

    Inoltre, al confine con la Grecia i profughi vengono respinti con la forza brutale utilizzata dai militari greci. Uomini, donne e bambini, vengono caricati e dispersi tra le campagne.

    Nel libro “ Lungo petale di mare” di Isabel Allende, riferito ad una certa fase di permanenza dei profughi spagnoli nel campo profughi francese di Argelès sur-Mer, a pag 83 si legge:

    “ I RIFUGIATI venivano lasciati alle intemperie, esposti al freddo e alla pioggia, senza il rispetto delle minime condizioni igieniche, non avevano a disposizione né latrine né acqua potabile. Dai pozzi che scavavano usciva acqua salmastra, torbida e contaminata da feci,urina e dai cadaveri che non venivano appositamente rimossi. Le donne stavano insieme in gruppi compatti per difendersi dalle prevaricazioni delle guardie e di alcuni rifugiati…………”

    Eppure…..sono passati ottant’anni.

  • domenico stimolo

    Gli ultimi giorni della Repubblica spagnola:

    ” La morte di una Repubblica e l’umiliazione di un Presidente
    di Marco Ottanelli

    http://www.approfondendo.it/marco/fine_repubblica_spagnola=5marzo2020.htm

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