Trovare «un bel nome per ogni inferno»

    Una recensione – in ritardo – a «La rivolta del riso», un libro curato da Renato Curcio, indispensabile per chi lavora nelle imprese sociali.

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Il sottotitolo spiega molto: «Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali tra pratiche di controllo e conflitti biopolitici». Il titolo invece, «La rivolta del riso», resta misterioso finché non si arriva a pagina 66 dove si racconta una piccola storia, accaduta a Milano, che potrebbe ricordare la… corazzata Potëmkin, visto che in quel film la rivolta comincia quando i marinai vengono costretti a mangiare il rancio pieno di vermi.

Il libro è uscito nel novembre 2014 – sono 176 pagine per 16 euri – con la casa editrice Sensibili alle foglie (www.sensibiliallefoglie.it). Il lavoro è stato curato da Renato Curcio che però ha soprattutto tirato i fili di un’auto-indagine collettiva, di un «cantiere», con 27 persone (14 uomini e 13 donne) i cui nomi sono giustamente e coraggiosamente in copertina.

Assai interessante come nasce «La rivolta del riso» e “chi lo paga”. Infatti «la storia che stiamo per raccontare inizia nel 2013 durante un cantiere sul “mal di lavoro” che si è tenuto a Milano. In quegli incontri alcuni partecipanti che lavoravano “nel sociale” presentarono spaccati della loro vita quotidiana in alcune Comunità, Onlus o cooperative sociali che non si lasciavano ricondurre facilmente alle retoriche delle narrazioni promozionali provenienti dal Terzo Settore. Ne seguì uno spaesamento». E da lì l’idea di «un cantiere autogestito» dove i protagonisti e le protagoniste «avessero modo di narrare e analizzare la loro esperienza».

Si inizia così. «L’ intenzione è usare l’approccio della socioanalisi narrativa per esplorare il territorio del lavoro nel sociale» compresi «i dispositivi di potere che l’attraversano» e gli altri, molti «non detto».

Da subito «La rivolta del riso» lascia la parola ai/alle 27 – fra virgolette – e solo raramente Curcio interviene per precisare qualcosa o riassumere.

Nel capitolo «Il lavoratore sociale alla ricerca di se stesso» ecco frammenti significativi: «ho l’impressione che il lavoro della cooperativa si assimili sempre più al lavoro in fabbrica»; «chi è esattamente l’imprenditore del lavoro sociale?»; si oscilla fra «impotenza» e «onnipotenza»; «ormai non c’è confine tra il volontariato totale e il lavoratore retribuito»; ci si sente operai «di un sociale che (in alto) si vorrebbe smantellare in favore di una razionalità economica totalizzante e deumanizzante»; la tensione etica iniziale quasi sempre svanisce in fretta; se si va in tribunale «quando il giudice vede scritto Onlus si farà subito degli scrupoli»… E così via.

Da qui, da «queste prime irruzioni narrative», ci si convince che vale la pena analizzare – ma anche «circoscrivere e limitare» – un territorio dove ci sono tre soggetti invece dei soliti due (gli imprenditori e chi lavora) perché le persone «trattate», i cosiddetti «utenti-clienti» non sono merci ma soggetti o almeno dovrebbero esserlo. «La relazione fra questi tre soggetti è immersa in una confusione straordinaria».

Nove incontri. «Nessun bando, sponsor o istituzione pubblica o privata ha finanziato il cantiere». Alcuni centri sociali milanesi sostennero il progetto con cene, vendite di vino o altro. Insomma si fece «tutto al di fuori da ogni logica di mercato» e senza i professionisti «che in Italia vengono accreditati a fare ricerca sociale». E qui c’è già un terzo elemento (il primo è la novità assoluta, il secondo è nel metodo) che rende importante, preziosa, unica questa ricerca.

Ecco qualche spunto ripreso, senza ovviamente pretese di completezza o di sintesi, dai capitoli successivi.

Il contesto – così il titolo – è quello del «modo di produzione capitalistico» che, secondo la metafora di Zygmunt Bauman, è diventato «liquido» eppure è forte come mai. Il contesto è anche una società che impone il punto di vista del singolo contro il collettivo, dunque anche «il malessere sociale è un problema del tutto personale». In definitiva il contesto è dominato dalle burocrazie o dai capi-squali (per esempio della ciellina «Compagnia delle opere») nella logica delle «eccedenze umane», delle persone da contenere o nascondere più che aiutare. Eppure «accanto a questo, naturalmente ai margini, ci sono anche tante sane e belle piccole realtà di persone variamente motivate che hanno potuto vivere e trovare il loro spazio». Ai margini. La parola «ghetto» non è fuori posto. Ma anche gli spazi più perimetrati, monitorati e sorvegliati devono – nella società dello spettacolo e dell’inganno – portare una maschera per presentarsi “al gran ballo” e dunque occorre «un bel nome per ogni inferno, una bella immagine per ogni pattumiera». Fateci caso: i peggiori ladri, aguzzini e imbroglioni degli ultimi anni operavano in onlus con nomi poetici, democratici e perfino sovversivi.

Il capitolo successivo del libro è centrato sulla «soglia d’ingresso» con significativi paragrafi: i colloqui; le verifiche attitudinali (quasi sempre… si fa per dire); burocrazia e responsabilità individuale; empatia, simpatia e antipatia; la definizione istituzionale dei bisogni (ma «se ne strafottono di quali siano i reali bisogni»); il tabù del trattamento economico…

Ed ecco «il primo passo, il mandato» ovvero «un dispositivo del comando» che indica «ciò che chi assume ti chiede di fare per lui». Alcune storie, raccontate spesso nei dettagli, svelano come ogni mandato sia «ambiguo, implicito, nascosto». E quante volte l’istituzione sia violenta. «Tenerli buoni e tenerli chiusi» come nelle più antiche e classiche istituzioni totali.

«L’impatto con gli utenti-clienti», il capitolo successivo, racconta le identità e gli etichettamenti; la costruzione della «differenza»; la «sovra-determinazione delle istituzioni pubbliche»; minacce e ricatti; ma anche «forme di resistenza creativa» talora messe in campo da utenti-clienti e da operatori-operatrici.

«Un mandato speciale: gli affidamenti». Qui si raccontano molti casi concreti: minori, tossicodipendenti, detenuti ma anche bambini autistici o “rifugiati” inviati a imprese sociali «affinché esse si facciano carico», in certi casi «è una misura alternativa al carcere». Purtroppo un teatro dell’assurdo dove, anche se non si hanno esperienze dirette, si capisce subito che quasi sempre il cosiddetto utente-cliente non trarrà alcun giovamento.

Il capitolo «Implicazione e dissociazione» parte dall’esaminare i vincoli di chi svolge un lavoro sociale. Con riflessioni significative: «nella prima fase ero affascinata dall’idea di poter cambiare le cose. Dopo breve tempo ho cominciato ad avvertire la complicità con l’istituzione nella riproduzione della disuguaglianza». E, riprendendo Franco Basaglia, si registra come «le istituzioni che tolgono la libertà alle persone non si dispongono alla cura ma alla correzione e al controllo». Dove, a esempio, legare le persone al letto sembra normale, logico. O dove se la paziente portata in «vacanza sollievo» è tetraplegica nessuno si preoccupa prima di verificare cosa le serva davvero, visto che anche la legge imporrebbe «una serie di ausili necessari alla mobilizzazione»; e così persino quella vacanza si trasforma in un piccolo inferno.

«Secondo una stima dell’Assemblea dei lavoratori sociali di Milano attualmente sono in vigore 17 categorie contrattuali». Ecco la spiegazione del titolo di questo capitolo, «L’indeterminazione contrattuale». I sindacalisti, persino quelli di base, non sanno come (a volte non vogliono) muoversi. Anche qui sono significativi i racconti sulle situazioni concrete: come «l’emergenza Siria» alla stazione centrale di Milano, una frase insensata, che farebbe sorridere se non celasse una tragedia. Secondo l’analisi svolta in queste pagine «i sindacati maggiori» in primo luogo non comprendono cosa sia il lavoro sociale, in secondo luogo uno dei loro pilastri è «la complicità politico-culturale con gli imprenditori». Ma anche gli altri sindacati, quelli più battaglieri, appaiono spaesati, impreparati. La soluzione è da cercare solamente nella (non semplice) auto-organizzazione di chi lavora?

Nel capitolo «Il volontariato obbligatorio» una delle parole dominanti è «auto-sfruttamento».

Invece nel capitolo «L’intenzione istituente» – l’ultimo prima delle conclusioni – ci sono belle storie dove si tenta (a volte si riesce) di abbattere gli steccati. «Micro-movimenti». Ci si apre così a «un’esplorazione più ampia» in una «terra non dissodata in cui il sociale va alla ricerca delle sue forme inedite, dei suoi mondi possibili e forse del suo prossimo futuro». La speranza non muore.

Poi, in 6 pagine, vengono raccolte le conclusioni o meglio le riflessioni su come «la figura del lavoratore sociale si è venuta costruendo, storia dopo storia» ma anche sui limiti di questo primo cantiere dove a esempio non è stato possibile ascoltare gli «utenti-clienti» (e non è assenza da poco). Poche 6 pagine ma tutte/tutti sanno di essere solo all’inizio.

So che «La rivolta del riso» è stato presentato in molti luoghi e che in alcuni di essi il cantiere si è riaperto per dar voce alle situazioni locali. Credo che sia una delle indagini sociali italiane più importanti degli ultimi anni: leggerla è quasi un obbligo, meglio se poi la si può discutere con altre persone. Perché nel lavoro sociale siamo tutte/i, magari come “utenti-clienti” futuri o potenziali, coinvolte e coinvolti.

(*) Questa recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Ah, alcuni libri li compro in ritardo – come quello di oggi – magari sulle bancarelle, o li vado a prendere in biblioteca, visto che costano troppo per le mie attuali tasche (ho una pensione di circa 700 euri al mese). «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, se è fiction accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia o tema, personaggi o protagonisti, e stile o analisi mi hanno convinto o catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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