In questo quadro il 7 ottobre è uno dei tanti, troppi anche solo per contarli, eventi che si sono susseguiti in Palestina. Quando si cerca di comprendere ciò che accade oggi a Gaza e in Cisgiordania, ci ritroviamo in mezzo a una mutilazione temporale con cui questi avvenimenti vengono raccontati. Si comincia sempre dal bombardamento del giorno o dall’attentato del giorno prima, magari dalla dichiarazione “naziforme” del ministro estremista di turno. Come risultato abbiamo una Storia ridotta a successione di emergenze, dove ciascun episodio sembra prodursi quasi spontaneamente, ex nihilo.
Il cinema palestinese o comunque quello dedicato alla Palestina ci permette di osservare ciò che la cronaca quotidiana fatica a rappresentare perché non ha tempo, ogni volta, di ripartire daccapo. Il cinema ci restituisce una visione insieme parziale e allo stesso tempo universale e ci disvela la maniera in cui un sistema politico entra lentamente nei corpi, negli amori, nella memoria, nei rapporti familiari, perfino nella percezione del tempo.
Ho scelto venticinque film e documentari. Alcuni sono celebri. Altri circolano pochissimo e non è facile trovarli. Altri ancora appartengono ormai alla storia del cinema palestinese, gli ultimi sono stati girati mentre Gaza veniva distrutta.
1) NO OTHER LAND
Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor, 2024
Comincerei da qui solo per il fatto che è probabilmente il documentario più visto sulla Palestina. Basel Adra è nato a Masafer Yatta e ha documentato per anni demolizioni, espulsioni, violenze dei coloni e interventi dell’esercito israeliano. Quel materiale diventa, insieme agli altri tre autori, un archivio cinematografico dell’esproprio.
La grandezza del film consiste proprio nella sua concretezza. Le ruspe demoliscono case e scuole, mentre l’esercito trasforma l’area in poligono di tiro. Premiato con l’Oscar per il miglior documentario, il film mostra l’oggi allo stato puro, la pulizia etnica amministrata attraverso ordini e demolizioni. L’amicizia diseguale tra i due autori (uno palestinese uno israeliano) espone la gerarchia dei permessi e della libertà di movimento, e la violenza dei coloni richiama il «neonazismo israeliano per strada». Masafer Yatta è la Nakba che continua a bassa intensità (ma neanche troppo bassa).
La videocamera assume inoltre una funzione politica singolare, infatti registrare ha anche una valenza documentale. Il colonizzato costruisce il proprio archivio proprio mentre qualcuno sta cancellando il luogo che quell’archivio dovrà ricordare.
(Il 24 marzo 2025, appena tre settimane dopo l’Oscar per il miglior documentario, Ballal fu aggredito durante un attacco di coloni israeliani a Susiya, nell’area di Masafer Yatta. Reuters riferisce che Ballal disse di essere stato picchiato dopo aver filmato l’attacco a una casa vicina ed essere tornato verso la propria abitazione per proteggerla. Sua moglie e altri testimoni descrissero coloni attorno alla casa e l’aggressione al regista. Subito dopo, le forze israeliane arrestarono Ballal insieme ad altri due palestinesi. Fu rilasciato il giorno successivo, ferito, dopo circa venti ore di detenzione).

2) THE DUPES
Tewfik Saleh, 1972
Una delle opere da riscoprire assolutamente. Il regista egiziano Tewfik Saleh porta sullo schermo Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani dove tre palestinesi cercano di raggiungere il Kuwait per andarvi a lavorare nascosti nella cisterna di un camion. È un film sull’esilio, e contemporaneamente è anche un film sul confine. Il rifugiato palestinese compare nella sua condizione più radicale, egli possiede una patria nella memoria e deve attraversare territori sui quali altri Stati esercitano sovranità. Frontiere e permessi diventano una dimensione dell’essere. Passaporti come identità fattuale per chi può muoversi e chi deve aspettare, vivere o morire. Kanafani aveva compreso molto presto questa trasformazione dello spazio palestinese. I tre palestinesi muoiono soffocati al posto di frontiera, mentre l’autista discute con i doganieri. La domanda finale, «perché non avete bussato sulle pareti del serbatoio»?, ci mostra il dilemma della nostra contemporaneità dove si preferisce morire che farsi scoprire. Opera fondativa del cinema palestinese, girata in Siria e a lungo proibita, traduce in immagini la biopolitica del confine e il corpo del colonizzato ridotto a carico deperibile. Il serbatoio anticipa la gabbia a cielo aperto che sarà Gaza 50 anni dopo. Da vedere assolutamente.


3) THE VOICE OF HIND RAJAB
Kaouther Ben Hania, 2025
Kaouther Ben Hania costruisce il film attorno alla registrazione autentica della telefonata di Hind Rajab, sei anni, chiusa in un’automobile a Gaza il 29 gennaio 2024 insieme ai corpi dei familiari uccisi. La ricostruzione si svolge nella sala operativa della Mezzaluna Rossa palestinese, dove gli operatori tengono la bambina al telefono per ore e implorano il passaggio di un’ambulanza, poi colpita a sua volta. Noi ascoltiamo quella voce e restiamo inchiodati alla stessa impotenza di chi la udì in diretta. I trecentotrentacinque proiettili contati nella carrozzeria diventano una delle prove più devastanti del genocidio, difficili da coprire anche con i milioni pagati da Israele per la propaganda e l’Hasbara. In quest’epoca subissata da fotografie di corpi, macerie e sangue, una bambina che parla al telefono ci riporta alla comunicazione essenziale e forse anche più viscerale. Il problema diventa quasi levinassiano: che cosa accade quando l’Altro ci chiama? Quando sappiamo che esiste, conosciamo la sua voce e ascoltiamo la sua richiesta di aiuto? Che ci è accaduto mentre ascoltavamo?

4) WEDDING IN GALILEE
Michel Khleifi, 1987
Michel Khleifi è uno dei padri del cinema palestinese moderno. Scrive questo film dopo la crisi politica seguita all’espulsione dell’OLP dal Libano e sceglie di rispondere attraverso la cultura. Il cinema palestinese di finzione comincia così da un matrimonio. Considerato il primo lungometraggio firmato da un regista palestinese, il film di Michel Khleifi ambienta in un villaggio della Galilea sotto amministrazione militare le nozze che il capovillaggio Abu Adel vuole celebrare per il figlio Adel, e per riuscirci deve chiedere al governatore israeliano la sospensione del coprifuoco. Il governatore concede la deroga a una condizione, sedersi lui stesso alla festa con i suoi ufficiali. La celebrazione più intima si svolge così sotto lo sguardo dell’occupante, ospite imposto al banchetto del colonizzato. La notte delle nozze si chiude con l’impotenza dello sposo, e in quel corpo che si blocca risuona la sovranità mutilata di un popolo intero, la legge del padre piegata alla legge del dominio. Premiata a Cannes e a San Sebastián, «Nozze in Galilea» inaugura lo sguardo con cui i palestinesi hanno cominciato a raccontarsi.

5) 5 BROKEN CAMERAS
Emad Burnat, Guy Davidi, 2011
Emad Burnat, contadino del villaggio di Bil’in, filma per cinque anni la protesta contro il muro che divora la terra del paese. Cinque telecamere vengono distrutte una dopo l’altra dai proiettili e dagli urti, e ciascuna rottura segna un capitolo del racconto. Realizzato con l’israeliano Guy Davidi e candidato all’Oscar, il film incarna la resistenza popolare nonviolenta e il ruolo della camera come testimone. La cronaca familiare è essa stessa prova dell’espropriazione. Il film produce un corto circuito straordinario fra diario familiare e documento politico. Una telecamera riprende un bambino che cresce e, pochi minuti dopo, registra l’arrivo dei soldati. È una delle opere migliori per comprendere quanto la questione palestinese sia anche una lotta per il controllo delle immagini.
Chi filma? Chi monta? Chi decide quale immagine diventerà documento? A chi saranno affidate le immagini? Chi le guarderà?
Burnat sottrae la propria comunità allo sguardo esterno e comincia lui stesso a raccontarla dall’interno.

6) ARNA’S CHILDREN
Juliano Mer-Khamis, Danniel Danniel, 2003
Arna Mer-Khamis, ebrea israeliana e un tempo nel Palmach, dedicò gli ultimi anni ai bambini del campo profughi di Jenin, e per loro aprì un piccolo teatro, un palco dove recitare contro il trauma dell’occupazione. Il figlio Juliano filmò quei ragazzi tra il 1989 e il 1996, le prove e gli occhi accesi sulla scena. Dopo la battaglia di Jenin dell’aprile 2002 torna a cercarli, e costruisce il film sul contrappunto insopportabile tra i volti dell’infanzia e i loro destini. Ashraf, il piccolo dal grande sorriso, muore mentre guida un gruppo di combattenti tra le macerie del campo. Youssef, cresciuto su quel palco, finisce in un attentato a Hadera. La cinepresa custodisce i vivi nell’immagine, ma ci consegna i morti. Ci mostra il modo in cui l’occupazione fabbrica il combattente che poi denuncia come mostro. Arna e Juliano, ebrei schierati con i palestinesi, incarnano la distinzione perfetta tra antisionismo e antisemitismo. Juliano fondò poi il Freedom Theatre a Jenin, dove venne assassinato nel 2011. Il teatro dei bambini diventa l’atto d’accusa più struggente contro chi ha rubato loro l’infanzia.
Youssef Sweitat e Nidal al-Jabali morirono nell’attacco di Hadera del 27 ottobre 2001; Ashraf cadde nella battaglia di Jenin dell’aprile 2002; Ala Sabagh, poi capo delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa a Jenin, fu ucciso nel novembre 2002. Arna ricevette il Right Livelihood Award nel 1993 «per l’impegno appassionato nella difesa e nell’educazione dei bambini di Palestina» e morì nel 1995.

7. PARADISE NOW
Hany Abu-Assad, 2005
Hany Abu-Assad, palestinese di Nazareth, affrontò nel 2005 uno dei temi più difficili del cinema politico mediorientale: l’attentatore suicida. Said e Khaled sono due giovani di Nablus scelti per un attentato in Israele. Abu-Assad costruisce le ore precedenti alla missione e concentra l’attenzione sul processo mentale che conduce verso quella decisione. Il regista ha sempre insistito sulla necessità di comprendere le persone collocate dentro situazioni estreme, anche quando le loro scelte conducono alla violenza. Il film serve soprattutto a sottrarre il terrorismo alla spiegazione tautologica. L’atto finale possiede una genealogia fatta di esperienza politica e vita personale. Prima di giudicare un evento occorre ricostruire la sequenza che l’ha prodotto.

8) THE LAW IN THESE PARTS
Ra’anan Alexandrowicz, 2011
Ra’anan Alexandrowicz è israeliano. Per questo documentario intervistò ufficiali e giuristi che avevano contribuito alla creazione del sistema legale imposto nei territori occupati dopo il 1967. Il risultato è quasi un trattato di filosofia del diritto filmato. Le ordinanze militari regolano la vita di una popolazione priva del potere politico che produce quelle stesse norme. Alexandrowicz ricostruisce l’origine di questo sistema direttamente attraverso coloro che lo hanno progettato e applicato. Chi vuole capire che cosa significhi davvero “occupazione” dovrebbe partire soprattutto dalla “creazione” del diritto. Le armi e i massacri rappresentano solo una parte del potere. In questo film si analizza chi legalizza quei massacri e come.

9. DIVINE INTERVENTION
Elia Suleiman, 2002
Elia Suleiman è probabilmente il regista palestinese più riconoscibile sul piano internazionale. Nato a Nazareth, lavora sull’assurdo alla maniera di Jacques Tati. In Divine Intervention una relazione amorosa attraversa posti di blocco e separazioni territoriali. Suleiman girò il film durante una fase di estrema tensione e ha raccontato quanto gli eventi reali finissero per avvicinarsi alle situazioni già scritte nella sceneggiatura. Una commedia dell’assurdo ambientata tra Nazareth e Ramallah, dove un uomo e una donna si incontrano in un posto di blocco lungo la strada per Gerusalemme. Le sequenze surreali smontano la macchina dell’occupazione con ironia politica, dal palloncino con il volto di Arafat che supera il checkpoint alla combattente che schiva i proiettili come nei film d’azione. Il regista lavora sullo spettacolo e sulla messa in scena del potere. Pochi film spiegano altrettanto bene l’occupazione senza bisogno di spiegarla.

10) 3000 NIGHTS
Mai Masri, 2015
Mai Masri è una delle documentariste palestinesi più importanti. Con 3000 Nights passò per la prima volta al lungometraggio di finzione, partendo da storie reali di donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane. Mai Masri racconta la storia vera di Layal, giovane insegnante palestinese incarcerata in una prigione israeliana, dove scopre di essere incinta e sceglie di partorire dietro le sbarre. Cresce il figlio in cella, tra le detenute politiche e le criminali comuni, sotto la pressione della direzione che la vuole informatrice. La maternità in prigione diventa atto di resistenza e prova di vita. Tremila notti misurano il tempo rubato dal carcere coloniale.

11) OMAR
Hany Abu-Assad, 2013
Hany Abu-Assad costruisce un thriller attorno a Omar, giovane fornaio che scavalca il muro per raggiungere l’amata e gli amici. Dopo un’azione armata cade nella rete dello Shin Bet, che lo piega al ruolo di informatore e avvelena col sospetto tutti i suoi legami. Candidato all’Oscar, il film illumina la sorveglianza e il reclutamento delle spie come tecnica di governo dei corpi. Il centro di Omar è la fiducia. Chi ha parlato? Chi ha tradito? Chi sta lavorando per gli israeliani? Il controllo coloniale raggiunge la vita affettiva attraverso il sospetto e il ricatto. Abu-Assad ha spiegato che redenzione e tradimento attraversano profondamente sia Omar sia Paradise Now.

12. GHOST HUNTING
Raed Andoni, 2017
Raed Andoni ha trascorso parte della propria giovinezza nelle carceri israeliane. Per Ghost Hunting riunisce uomini palestinesi passati dal centro d’interrogatorio di Al Moskobiya e chiede loro di ricostruirne gli ambienti dentro un grande spazio a Ramallah. Il progetto era nato inizialmente come fiction. Durante la ricerca Andoni comprese che l’esperienza degli ex detenuti richiedeva un metodo diverso. Gli uomini costruiscono celle, corridoi e stanze d’interrogatorio partendo dai ricordi. È forse il film più vicino alla psicoanalisi tra quelli presenti in questa selezione. Il senso del film risiede in un fatto profondo: la prigione sopravvive dopo la scarcerazione. Sopravvive nella memoria spaziale e nelle reazioni del corpo. Per ricostruirla il regista sceglie di tornare volontariamente nel luogo dal quale è uscito, questa volta, però, conservando una possibilità fondamentale: interrompere il lavoro e andarsene.

13. FARHA
Darin J. Sallam, 2021
Darin Sallam è una regista giordana di origine palestinese. La storia di Farha arriva da una testimonianza tramandata attraverso la famiglia dove una giovane palestinese sopravvissuta alla Nakba raccontò la propria esperienza e quel racconto raggiunse, molti anni dopo, la regista. Farha ha quattordici anni. Nel 1948 suo padre la chiude in una stanza per proteggerla mentre il villaggio viene occupato. La scelta è formidabile. La Nakba viene osservata da un’apertura nel muro. Da quella fessura assiste all’esecuzione di una famiglia da parte dei soldati. Distribuito da Netflix, il film ha scatenato la reazione furiosa del governo israeliano, dandoci la prova di quanto la memoria del 1948 resti ancora qualcosa da occultare. La fessura nel muro coincide con la posizione dello spettatore, noi che guardiamo assieme a lei, uno sguardo costretto a testimoniare senza potere intervenire. La Nakba in tutta la sua atrocità.

14. TANTURA
Alon Schwarz, 2022
Alon Schwarz è un documentarista israeliano. Il suo film riprende il caso della tesi universitaria di Teddy Katz, che negli anni Novanta aveva raccolto testimonianze sul massacro avvenuto a Tantura nel 1948. Schwarz recupera le vecchie registrazioni e torna dagli ex combattenti della Brigata Alexandroni. Diversi hanno ormai più di novant’anni. Le loro parole aprono crepe profonde nella versione ufficiale israeliana degli eventi. Il regista ha spiegato che il suo interesse riguarda anche il modo in cui la società israeliana ha rimosso la Nakba. Davanti alla macchina da presa alcuni ammettono esecuzioni e una fossa comune, oggi coperta dal parcheggio della spiaggia di Dor. Il documentario mostra il meccanismo della rimozione nazionale, la costruzione del silenzio attorno a un massacro negato per decenni. Il documentario aggiunge un problema enorme: come costruisce una nazione il proprio ricordo delle origini?

15. THE TIME THAT REMAINS
Elia Suleiman, 2009
Suleiman torna alla storia della propria famiglia e attraversa diversi decenni a partire dal 1948. Il titolo contiene una questione giuridica specifica. Suleiman ha spiegato a Cannes il concetto israeliano di “presente assente”, applicato a palestinesi rimasti nel territorio dello Stato e tuttavia considerati assenti rispetto alle proprietà dalle quali erano stati allontanati. È una delle espressioni più paradossali che il diritto coloniale abbia prodotto. Una persona esiste fisicamente nello stesso paese e può risultare assente davanti alla legge che decide la sorte dei suoi beni. Suleiman racconta questo paradosso con il suo stile asciutto e surreale. Per comprendere la Nakba attraverso i suoi effetti successivi, è un film essenziale. L’espulsione riguarda anche coloro che rimasero. Li riguarda ancora oggi.

16. SALT OF THIS SEA
Annemarie Jacir, 2008
Annemarie Jacir è nata a Betlemme ed è una delle figure centrali del cinema palestinese contemporaneo. Soraya è nata a Brooklyn. I suoi nonni erano palestinesi espulsi nel 1948. Arriva in Palestina e chiede a una banca di restituirle il denaro appartenuto alla famiglia. Da questa premessa Jacir costruisce un film sul diritto al ritorno attraverso qualcosa di estremamente concreto: una proprietà sottratta. Soraya possiede un passaporto americano e riesce a entrare. Altri membri della sua famiglia hanno perso quella possibilità. La cittadinanza in Cisgiordania può decidere il rapporto con la terra d’origine, se si è americani si può rientrare, se si è “solo” palestinesi no. Per chi studia la Nakba, Salt of This Sea è prezioso perché ci riporta nel 1948 attraverso banche e documenti e case ancora esistenti.

17. THE WANTED 18
Amer Shomali, Paul Cowan, 2014
Amer Shomali, artista palestinese nato in Kuwait e cresciuto in parte nel campo di Yarmouk, usa animazione e ricostruzioni per raccontare un episodio molto particolare. Il film recupera un aspetto spesso trascurato della Prima Intifada: la ricerca di autonomia economica e l’organizzazione dal basso. È un titolo utilissimo anche per capire le forme materiali del colonialismo. Il potere riguarda terra e circolazione delle merci. Perfino produrre latte può diventare un atto politico.Durante la Prima Intifada gli abitanti di Beit Sahour decisero di produrre latte autonomamente e ridurre la dipendenza dalle merci israeliane. Acquistarono diciotto mucche. L’esercito dichiarò le mucche una minaccia per la sicurezza dello Stato e le braccò come ricercate. Animazione in plastilina e testimonianze compongono una satira che rivela il ridicolo del potere coloniale davanti a un gesto di autonomia. La disobbedienza economica diventa una sorta di epica contadina. Dentro la comicità si legge la posta reale, il diritto di un popolo a nutrirsi con le proprie mani e ci restituisce il senso della fame e della carestia odierna.

18. WHEN I SAW YOU
Annemarie Jacir, 2012
Jacir ambienta il film nel 1967, anno della Naksa e di un nuovo enorme esodo palestinese. Tarek vive con la madre in un campo profughi in Giordania. È un bambino e ragiona con una logica molto semplice. La sua casa esiste da qualche parte oltre il confine e vuole tornarci. Jacir ha raccontato di aver scelto il 1967 anche per il clima politico internazionale di quegli anni, segnato dalle lotte anticoloniali e dalla convinzione che trasformare la realtà fosse ancora possibile. Il tempo del colonizzato compare spesso attraverso attesa, permessi e inevitabili detenzioni arbitrarie. When I Saw You capovolge quella condizione attraverso un bambino che si rifiuta di aspettare. Decide semplicemente di partire verso casa. La sua casa.

19) GAZA MON AMOUR
Arab Nasser, Tarzan Nasser, 2020
Arab e Tarzan Nasser sono gemelli palestinesi nati e cresciuti nel campo profughi di Jabalia. Tarzan e Nasser ambientano nella Gaza assediata la storia di Issa, pescatore sessantenne innamorato in silenzio di Siham, la sarta del mercato. Nella rete pesca un’antica statua di Apollo, oggetto scomodo che attira le attenzioni delle autorità. La commedia sentimentale conserva la tenerezza dentro la prigione a cielo aperto e mostra Gaza come luogo abitato da desideri comuni. Gaza viene rappresentata quasi sempre attraverso bombee macerie. I Nasser restituiscono desiderio e timidezza. Due persone che cercano di avvicinarsi. La disumanizzazione nasce anche facendo perdere ad una popolazione le caratteristiche della vita ordinaria, si rischia di farne solo una categoria politica. Gaza Mon Amour capovolge tutto questo. Fondamentale.

20) THE TEACHER
Farah Nabulsi, 2023
Farah Nabulsi è palestinese britannica. Per anni ha lavorato nella finanza londinese, ma un ritorno in Palestina da adulta modificò radicalmente il suo percorso e la portò al cinema. Nabulsi, già autrice del corto candidato all’Oscar «The Present», firma il suo primo lungometraggio, presentato a Toronto nel 2023. Saleh Bakri interpreta Basem, maestro di un villaggio della Cisgiordania, legato al suo allievo Adam. Quando i coloni danno fuoco agli ulivi e il fratello maggiore Yacoub li affronta, un colono lo uccide con un colpo al petto e resta impunito. L’esercito demolisce la casa dei due ragazzi, mentre Adam, appena uscito da due anni di carcere per una protesta, scivola verso la vendetta, ennesimo combattente prodotto dall’occupazione. Attraverso un soldato israeliano tenuto prigioniero il film mette in scena l’asimmetria dello scambio del 2011, oltre mille detenuti palestinesi per un solo militare dell’occupazione, la misura impari con cui si pesano le vite. Nabulsi intreccia l’impunità dei coloni, con la demolizione punitiva delle case. Il lutto del maestro diventa il lato ombra da cui muove la trama. Contro la scuola che disumanizza, questo insegnante trasmette dignità e memoria.

21. FROM GROUND ZERO
Progetto ideato da Rashid Masharawi, 2024
Rashid Masharawi è nato nel campo profughi di Shati, a Gaza. Dopo il 7 ottobre decise che il suo film successivo sarebbe stato realizzato da cineasti rimasti dentro la Striscia. Nacquero ventidue cortometraggi, un film dove documentario e fiction si alternano, insieme ad altre forme visive. Parecchi autori erano alla prima esperienza di regia. Masharawi lavorò a distanza, spesso affrontando giorni senza collegamenti ed enormi difficoltà per trasferire il materiale fuori da Gaza. Ciascun frammento nasce tra le macerie con i mezzi che un genocidio in atto concede. Selezionato dalla Palestina per gli Oscar e giunto nella shortlist del premio, il film porta la voce di chi filma se stesso sotto le bombe. L’opera realizza il controarchivio che servirà agli storici del futuro. Una Gaza che afferra la macchina da presa e racconta se stessa in prima persona.

22. PUT YOUR SOUL ON YOUR HAND AND WALK
Sepideh Farsi, 2025
Sepideh Farsi è iraniana e vive in Francia. Cercò di entrare a Gaza attraverso Rafah e dovette rinunciare. Entrò allora in contatto con Fatma Hassona, giovane fotografa palestinese rimasta nel nord della Striscia. Per circa un anno le due donne parlarono attraverso videochiamate. Quelle conversazioni sono diventate il film. Il 16 aprile 2025 Fatma fu uccisa insieme a membri della sua famiglia, un giorno dopo aver saputo che il film era stato selezionato a Cannes. È difficile trovare un’opera più vicina al tema della testimonianza. Fatma fotografava Gaza mentre Gaza veniva distrutta. Farsi filmava Fatma attraverso uno schermo. Il cinema conserva così anche la persona che stava cercando di conservare le immagini del proprio mondo.

23) PALESTINE 36
Annemarie Jacir, 2025
Questo film dovrebbe essere visto da chiunque continui a iniziare la storia palestinese dalla Nakba del 1948. Jacir torna alla grande rivolta araba del 1936 contro il Mandato britannico e il progetto sionista. È un periodo decisivo e ancora poco conosciuto dal pubblico europeo. La regista ha spiegato con estrema chiarezza che il 1948 risulta incomprensibile senza conoscere ciò che accadde tra il 1936 e il 1939. (È anche uno dei punti centrali del mio libro “Schegge da un genocidio”). Prima dello Stato di Israele esiste già un apparato coloniale britannico fatto di legislazione d’emergenza, arresti e demolizioni e detenzioni arbitrarie. Israele erediterà molti di quegli strumenti e li svilupperà ulteriormente. Palestine 36 restituisce quindi profondità storica all’oggi. Ed è precisamente ciò che manca in gran parte del racconto occidentale.

24. ALL THAT’S LEFT OF YOU
Cherien Dabis, 2025
Cherien Dabis è palestinese americana. Il film attraversa più generazioni della stessa famiglia e parte dalla Nakba per seguirne gli effetti nei decenni successivi. Dabis ha spiegato che alla base del progetto c’era il problema della trasmissione intergenerazionale del trauma. La storia passa dal nonno al padre e arriva al figlio. È una scelta importante perché il 1948 appare spesso nei manuali come un evento delimitato temporalmente. Per i palestinesi espulsi e per i loro discendenti, le conseguenze continuano e non solo nella perdita delle proprietà, ma anche nell’esilio e nei rapporti familiari. È uno dei film recenti più adatti per comprendere la Nakba come processo che continua a produrre effetti anche molto tempo dopo la generazione che l’ha vissuta direttamente.

25) AMERICAN DOCTOR
Poh Si Teng, 2026
Chiuderei con un film appena arrivato.
Poh Si Teng è una documentarista e produttrice malese, già giornalista del New York Times. American Doctor è il suo primo lungometraggio documentario da regista. Segue tre medici statunitensi, Thaer Ahmad, Mark Perlmutter e Feroze Sidhwa, durante il lavoro negli ospedali di Gaza e poi negli Stati Uniti, dove cercano di raccontare ciò che hanno visto. Il film è stato presentato al Sundance nel gennaio 2026. Arriviamo così al punto nel quale politica e medicina, purtroppo, si incontrano. La testimonianza medica possiede una qualità particolare, sono gli unici specialisti autorizzati ad entrare nel luogo del genocidio e formati per descrivere ciò che accade a un organismo con la maggiore precisione possibile. I rapporti dell’esercito mentono, ma il corpo lesionato non mente mai. Da vedere anche se non sarà facile arrivare alla fine.

CONCLUSIONE
Più film e documentati inserivo, più mi rendevo conto di quanti ne avevo esclusi. Quindi presto ne metterò altri 25. Altrettanto fondamentali.

