Alon Confino: contro l’uso ideologico dell’antisemitismo

di Bruno Lai

27 giugno 2024: muore Alon Confino.

Alon Confino

Storico italo-israeliano, docente universitario di History and Judaic and Near Eastern Studies alla University of Massachusetts Amherst, nonché direttore dell’Istitute for Holocaust, Genocide, and Memory Studies negli Stati Uniti. Alon Confino è stato uno storico di rilievo internazionale, noto per i suoi studi innovativi sulla Germania moderna, sull’Olocausto e sulla memoria storica. Nato a Gerusalemme, ha insegnato per molti anni alla University of Virginia e alla Ben-Gurion University in Israele, prima di approdare alla University of Massachusetts Amherst.

Logo della University of Massachusetts Amherst

Confino non si è limitato a ricostruire eventi politici, ma ha esplorato come le persone “immaginano” la propria nazione ed il proprio passato. È stato uno dei principali teorici della storia della memoria, analizzando come il ricordo collettivo influenzi l’identità nazionale e le decisioni politiche.

Alon Confino, Un mondo senza ebrei, Mondadori 2017

Il suo lavoro più conosciuto, tradotto anche in italiano, è Un mondo senza ebrei, (A World Without Jews: The Nazi Imagination from Persecution to Genocide), Mondadori, 2017: in questo libro, Confino sostiene che l’Olocausto non fu solo una questione di odio razziale, ma un tentativo consapevole dei nazisti di “sradicare” le fondamenta morali e storiche della civiltà occidentale, simboleggiate dal popolo ebraico, per creare una nuova genesi tedesca. Non ho letto questo importante libro, che purtroppo non è presente nelle preziosissime biblioteche sarde della rete OPAC (On-line Public Access Catalog): https://opac.regione.sardegna.it/SebinaOpac/.do
Recensendo sul “Corriere della sera” questo testo, Pierluigi Battista riporta la citazione: «Perseguitando e sterminando gli ebrei, i tedeschi fecero guerra a un nemico immaginario privo di intenzioni bellicose contro la Germania, un nemico che non aveva né un esercito né uno Stato né un governo». (https://www.corriere.it/cultura/17_gennaio_24/alon-confino-gli-incubi-genocidio-psicopatia-nazismo-mondo-senza-ebrei-allucinazioni-terzo-reich-30208c9a-e254-11e6-90f6-27595f8990ae.shtml)

Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, a cura di Bashir Bashir e Amos Goldberg, Zikkaron 2023

Alon Confino ha contribuito al volume Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, curato da Bashir Bashir e Amos Goldberg, edito in Italia da Zikkaron. La pagina dell’editore definisce così questo importante libro: «Un libro pionieristico, in cui eminenti intellettuali arabi ed ebrei esaminano le interconnessioni storiche, politiche e culturali tra Olocausto e Nakba, senza offuscare le tante e profonde differenze. Una rassegna di scritti interdisciplinari per rompere un tabù, mettere in relazione esperienze traumatiche e ripensare modelli radicati di memoria. Un’opera che cerca una nuova grammatica storica e politica per aprire a un reciproco riconoscimento». (https://www.zikkaron.com/prodotto/olocausto_nakba/)
Alon Confino è stato tra i numerosi studiosi ebrei di olocausto e genocidio che hanno contestato la falsa, controversa, fuorviante e pericolosa definizione di “antisemitismo” formulata dall’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance. (https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto)
L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa composta da 34 Stati membri, con delegazioni nazionali di governo ed esperti, nata formalmente per educazione, memoria e ricerca sulla Shoah. È attiva dal 1998. All’IHRA aderiscono Stati, non associazioni o individui, e ogni paese designa una propria delegazione nazionale. Vi partecipano anche ONU, UE e UNESCO.
Israele è uno Stato membro dell’IHRA e tra il 2025 ed il 2026 ha assunto la presidenza dell’organizzazione, tramite Dani Dayan, presidente dello Yad Vashem. Soprattutto da quando, dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha dato una tragica accelerazione al genocidio in Palestina, si sono fatte sentire le critiche di quegli studiosi che considerano l’IHRA politicamente vicina alle posizioni israeliane in tema di antisemitismo e memoria della Shoah”.

Logo dell’IHRA

L’IHRA fa riferimento alla “Dichiarazione di Stoccolma”, ovvero la Dichiarazione del Forum Internazionale di Stoccolma sulla Shoah del 2000, un impegno internazionale a ricordare l’Olocausto, promuovere educazione e ricerca, commemorare le vittime e contrastare antisemitismo, razzismo e negazionismo: «Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi». Le premesse sembrano ottime ma poi, nel 2016, la Plenaria dell’IHRA sceglie di «Adottare la seguente definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo»:

«L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».

Francesca Albanese

Giustamente Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 (ONU), considera la falsa definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA «verbosa, complessa e melliflua». Falsa, aggiungo io, perché non soltanto non definisce chiaramente che cosa sia l’antisemitismo, ma negli esempi che aggiunge inserisce arbitrariamente espliciti riferimenti allo Stato di Israele, che nulla hanno a che fare con l’antisemitismo.
Per completezza, riporto per intero l’elencazione di esempi proposta dall’IHRA, che io trovo tendenziosa, fuorviante e pericolosa.
Subito dopo la definizione operativa su riportata, leggiamo:

«Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:
Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.
Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):
• Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.
• Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.
• Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.
• Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).
• Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
• Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.
• Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
• Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.
• Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
• Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.
• Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.
Gli atti di antisemitismo sono considerati crimini quando vengono definiti tali dalla legge del paese (per esempio, negazione dell’Olocausto o la distribuzione di materiali antisemiti in alcuni paesi).
Gli atti criminali sono considerati antisemiti quando l’obiettivo degli attacchi, sia che siano persone o proprietà – edifici, scuole, luoghi di culto o cimiteri – sono scelti perché sono, o sono percepiti, ebrei, ebraici o legati agli ebrei.
La discriminazione antisemita è la negazione nei confronti degli ebrei di opportunità o servizi che sono disponibili agli altri ed è illegale in molti paesi». (I grassetti sono nell’originale.)

Questa definizione “operativa” di antisemitismo è stata criticata, come inefficace e pericolosa, da associazioni che difendono i diritti umani e da studiosi dell’olocausto: inefficace nella lotta contro l’antisemitismo, pericolosa perché colpisce chi difende i diritti umani e critica le politiche di Israele contrarie agli stessi diritti umani ed al diritto internazionale.

Amnesty International contro la definizione dell’IHRA

Così, per esempio, Amnesty International:
«Numerosi esperti di antisemitismo, studiosi dell’ebraismo e dell’Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, hanno contestato la definizione dell’Ihra perché rischia di limitare le critiche legittime allo stato di Israele e di indebolire, invece di rafforzare, la lotta contro l’antisemitismo. In diversi stati, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche verso Israele, ostacolando in questo modo proteste pacifiche, forme di attivismo, ricerche delle stesse organizzazioni per i diritti umani e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane».

Hind Rajab Foundation

La definizione IHRA si dimostra tendenziosa nell’uso che ne viene fatto. La si utilizza per calunniare come “antisemiti” i manifestanti che, in varie parti del mondo, protestano contro il genocidio in corso in Palestina. La stessa accusa infamante è stata rivolta contro le azioni legali promosse dalla Hind Rajab Foundation, che prende il nome dalla bambina di 5 anni assassinata da militari dell’IDF (Israel Defense Forces) e chiede azioni legali contro soldati israeliani di cui siano provati crimini di guerra ed atti di genocidio. Si tenta di spostare l’attenzione, ma anche le azioni legali, da chi commette gravi crimini verso chi chiede giustizia, con il pretesto che l’attore del crimine sia ebreo israeliano. In questo modo l’adozione della definizione dell’IHRA diventa uno strumento per garantire l’impunità a chi commette crimini indossando una divisa israeliana e, nel contempo, di intimidazione contro chi chiede l’applicazione del diritto internazionale.

E. Tendayi Achiume, Relatrice speciale ONU sulle forme contemporanee di razzismo

«Nell’ottobre 2022, un rapporto stilato dalla Relatrice speciale ONU sulle forme contemporanee di razzismo E. Tendayi Achiume ha messo nero su bianco il fatto che la definizione dell’IHRA, oltre a essere stata contestata dai maggiori esperti in materia, era pericolosissima: “La sua influenza de facto sulle politiche e le pratiche dei governi e degli attori privati ha contribuito a violazioni dei diritti umani, tra cui la libertà di espressione, di riunione e di partecipazione politica, tra gli altri». (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina, Rizzoli 2025).
Lo stesso Alon Confino, in qualità di studioso dell’Olocausto e dell’antisemitismo, avvertiva che «confondere la critica dello Stato di Israele con l’antisemitismo è rischiosissimo sia per i palestinesi sia per gli ebrei stessi».
Francesca Albanese ricorda quando lei e Alon Confino parlarono insieme a Roma, al Senato, in occasione della presentazione del suo primo rapporto come Relatrice speciale ONU: Il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. In quell’occasione Alon Confino tenne un discorso autorevole e ricco di informazioni. «Alon ha iniziato il suo intervento parlando di antisemitismo, spiegandone l’origine e l’evoluzione. Ha ricordato che il termine è stato coniato nel 1879, segnando una svolta nella comprensione dell’odio verso gli ebrei, che da religioso è diventato razziale e politico. Poi ha parlato del tema che per primo ci ha permesso di conoscerci, ovvero l’uso ideologico dell’accusa di antisemitismo, sottolineando come troppo spesso questa venga impiegata per silenziare critiche fondate e legittime rivolte a Israele e al sionismo, distogliendo così l’attenzione dai diritti umani dei palestinesi. Secondo lui “l’accusa di antisemitismo è spesso un’arma ideologica contro individui, accademici, giornalisti che osano sostenere l’uguaglianza di diritti civili, culturali, economici, politici e sociali per i palestinesi o denunciare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato”». (F. Albanese, Op. cit.)

Alon Confino

In quell’occasione, l’illustre storico israeliano ha spiegato, tra l’altro: «Esistono innegabilmente discorsi antisemiti contro Israele, ma bisogna anche considerare che gli ebrei in Israele non sono una minoranza: sono la maggioranza in uno Stato che discrimina strutturalmente i cittadini non ebrei di Israele, i palestinesi con cittadinanza israeliana, mentre tiene i palestinesi nei territori occupati soggiogati in schiavitù, come fossero un popolo indegno di diritti. Abbiamo l’obbligo di lottare per proteggere le minoranze ebraiche al di fuori di Israele, ma non dobbiamo imbrigliare la lotta contro l’antisemitismo con gli interessi delle politiche liberticide di Israele. Il popolo senza diritti nella terra tra il fiume Giordano e il Mediterraneo non sono gli ebrei, ma i palestinesi, i cui diritti sono negati gli stessi ebrei». (Il rapporto di Francesca Albanese si può leggere qui: https://annuario.unipd-centrodirittiumani.it/it/notizie/rapporto-della-relatrice-speciale-sulla-situazione-dei-diritti-umani-nei-territori-palestinesi-occupati-dal-1967-francesca-albanese-2022; Gli interventi di Albanese e Confino, in occasione dell’incontro organizzato dalla rivista “Altraeconomia” in collaborazione con il senatore Tino Magri ed Amnesty International, si possono ascoltare qui: https://www.radioradicale.it/scheda/687608/diritti-umani-in-palestina-presentazione-in-italia-del-primo-rapporto-della-relatrice. L’intervento di Alon Confino inizia dopo un’ora e 4 minuti. Purtroppo il volume è bassissimo. Va ringraziata Radio Radicale per l’inestimabile opera di documentazione che mette a disposizione del pubblico.)

Kenneth S. Stern

Che la definizione dell’IHRA sia tendenziosa, o che si presti ad un uso tendenzioso, è stato denunciato anche da alcuni degli autori della stessa. Per esempio, l’avvocato statunitense Kenneth S. Stern, estensore materiale della definizione: «in una testimonianza scritta presentata lo scorso anno [2017] al Congresso USA, Stern ha denunciato che la sua originaria definizione è stata utilizzata per uno scopo totalmente diverso da quello per il quale era stata pensata. Secondo Stern, in principio era stata ideata come una “definizione provvisoria” con l’obiettivo di cercare di standardizzare la raccolta di dati sull’incidenza dei delitti d’odio antisemita in Paesi diversi. Non è mai stata pensata per essere utilizzata come lo si sta facendo ora. Nello stesso documento Stern condanna specificatamente come improprio l’uso della definizione per questi scopi, citando in particolare la restrizione alla libertà di parola nelle università della Gran Bretagna, e riferendosi come esempi alle università di Manchester e di Bristol».
Kenneth S. Stern cita alcuni casi in cui, già nella seconda metà degli anni Dieci, la definizione dell’IHRA è stata usata per impedire eventi culturali e per intimidire docenti universitari sia negli USA, sia nel Regno Unito. Non cita alcuni altri clamorosi casi che si sono verificati in seguito in Argentina, in Brasile, in altri Paesi dell’America Latina, nonché in Europa e Nord America. (https://zeitun.info/2019/11/09/perche-luomo-che-ha-stilato-la-definizione-dellihra-ne-condanna-luso/)

Avi Shlaim

Ne sa qualcosa la stessa Francesca Albanese che, proprio in occasione della presentazione del suo primo rapporto come Relatrice speciale ONU è stata ingiustamente accusata di “antisemitismo” soltanto per aver svolto bene il suo ruolo, ovvero per aver documentato e denunciato le ripetute violazioni del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese da parte dello Stato occupante: Israele. In quell’occasione si sono mobilitati in sua difesa sia organizzazioni per i diritti umani, sia uomini di cultura. Tra questi, per esempio, «Avi Shlaim, noto storico israeliano e docente presso l’Università di Oxford, pochi giorni dopo quell’assalto mediatico, ha pubblicato una lettera in cui scriveva: “I tre pilastri principali dell’ebraismo sono la verità, la giustizia e la pace. Albanese incarna questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo disturbati dal tradimento da parte di Israele di questi valori ebraici fondamentali”». (F. Albanese, Op. cit.)

Jerusalem Declaration on Antisemitism

Alla definizione dell’IHRA, verbosa e tendenziosa, si contrappone un’altra definizione, molto più chiara, che non si presta ad un uso distorto, ideologico ed intimidatorio: la Jerusalem Declaration on Antisemitism, o Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, firmata da 200 autorevoli studiosi internazionali, tra cui Omer Bartov, Alon Confino, Carlo Ginzburg, Amos Goldberg, Arturo Marzano, Ilaria Pavan, Raz Segal, Michael Walzer, e tantissimi altri. La definizione di Gerusalemme recita:

«Antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità e violenza contro gli Ebrei in quanto Ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)».

A questa elegante e chiara definizione seguono delle linee guida in cui si fa riferimento anche a Israele e Palestina, per distinguere chiaramente quando si ha a che fare con antisemitismo e quando invece no.
Per completezza, riporto le linee generali relative a Israele e Palestina:

«B. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti
1. Applicare i simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi gli esempi precedenti 2 e 3) allo Stato di Israele.
2. Ritenere gli Ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli Ebrei, semplicemente perché Ebrei, come agenti di Israele.
3. Richiedere alle persone, perché Ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, in una riunione politica).
4. Presumere che gli Ebrei non israeliani, semplicemente perché Ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che non al proprio paese.
5. Negare il diritto agli Ebrei dello Stato d’Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come Ebrei, secondo il principio di uguaglianza.

C. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, non sono antisemiti (che si approvi o meno l’opinione o l’azione considerata)
1. Sostenere la richiesta di giustizia e di piena concessione dei diritti politici, nazionali, civili e umani dei Palestinesi, come sancito dal diritto internazionale.
2. Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o schierarsi a favore di un qualche tipo di accordo costituzionale per Ebrei e Palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia che ciò avvenga con due stati, con uno stato binazionale, con uno stato democratico unitario, con uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
3. La critica, basata sull’evidenza, di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
4. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite.
5. Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita. In generale, il confine tra il discorso antisemita e quello che non lo è, è diverso dal confine tra il discorso ragionevole e quello irragionevole». (https://transform-italia.it/la-dichiarazione-di-gerusalemme-sullantisemitismo/)

La Dichiarazione di Gerusalemme distingue nettamente tra antisemitismo e critica politica ad Israele, riducendo il rischio che l’antisemitismo venga usato come etichetta per zittire il dissenso in contesti accademici, giornalistici e di diritti umani.

La disputa sulla più corretta definizione di antisemitismo è strettamente collegata a quanto avviene in Palestina. Alon Confino ne era profondamente convinto. Secondo l’insigne storico israeliano, i fatti che riguardano i rapporti tra palestinesi ed israeliani vanno letti attraverso i concetti di colonialismo di insediamento, apartheid ed occupazione militare, e non come un semplice “conflitto” tra due parti equivalenti.
Confino sosteneva che la situazione in Palestina non sia una crisi contingente, ma un progetto storico di dominazione e spossessamento che rientra nel paradigma del colonialismo di insediamento. Un fenomeno simile all’appropriazione delle terre americane da parte degli europei, durante la colonizzazione delle Americhe successiva all’arrivo di Cristoforo Colombo. Confino sottolinea come la sua lettura sia incompatibile con l’idea di una soluzione puramente economica o umanitaria: prima va affrontata la struttura di dominio, poi tutto il resto. La sua posizione è quindi che parlare di “sviluppo” o “pace economica” senza porre fine alla dominazione israeliana significhi aggirare il problema.
Per Confino, l’apartheid è una categoria analitica e politica necessaria per descrivere la condizione dei palestinesi sotto il dominio israeliano. Egli rivendica il dovere, proprio in nome del suo ebraismo e del suo amore per Israele, di denunciare l’apartheid a cui i palestinesi sono sottoposti. La sua idea è anche che gli ebrei israeliani possano essere insieme vittime e aggressori: vittime della storia e aggressori nel presente quando partecipano o tollerano un sistema oppressivo.

Alon Confino

Il genocidio si collega alla violenza in corso contro i palestinesi ed alla necessità di non criminalizzare chi la chiama con questo nome. Confino parla esplicitamente di genocidio, e contesta l’uso dell’accusa di antisemitismo per bloccare queste denunce. In questo quadro, il genocidio non è trattato come una semplice iperbole retorica, ma come una categoria storica che va presa sul serio nel dibattito pubblico e giuridico.
Confino è stato uno studioso ebreo israeliano che distingueva nettamente tra antisemitismo, illegittimo e da condannare, e critica radicale ad Israele, legittima e perfino doverosa. I palestinesi vivono sotto una combinazione di colonialismo di insediamento, apartheid e repressione sistemica: nominare e denunciare queste realtà è un obbligo morale e politico, non certo antisemitismo.
In un panorama globale in cui il doveroso ricordo dell’Olocausto, orrendo crimine, viene utilizzato per giustificare il genocidio del popolo palestinese, altro inaccettabile crimine, la lezione intellettuale di Alon Confino rimane un faro di rara lucidità. Ricordare la sua figura attraverso questa “scor-data” non è soltanto un atto di omaggio a un grande storico, ma un dovere politico e morale. Confino ci ha insegnato che la vera lotta all’antisemitismo non si fa proteggendo le politiche liberticide di uno Stato, bensì difendendo l’universalità dei diritti umani e la verità storica, ovunque esse vengano calpestate. Il suo lavoro ci lascia in eredità una postura etica che rifiuta l’intimidazione e sceglie l’onestà intellettuale come unico strumento per comprendere il passato e pretendere la giustizia nel presente.

COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 3 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega

Sitografia

https://www.corriere.it/cultura/17_gennaio_24/alon-confino-gli-incubi-genocidio-psicopatia-nazismo-mondo-senza-ebrei-allucinazioni-terzo-reich-30208c9a-e254-11e6-90f6-27595f8990ae.shtml

Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma

INTERNATIONAL HOLOCAUST REMEMBRANCE ALLIANCE – IHRA , definizione operativa di antisemitismo

https://bdsitalia.org/index.php/risorse-diritto-bds/2684-noihra

https://www.thejc.com/news/israel/israel-takes-over-ihra-presidency-uk-dbv42hxg

https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

https://www.amnesty.it/no-alladozione-della-definizione-di-antisemitismo-dellihra/

https://bdsitalia.org/images/stories/pdfs/definizione-IHRA-ott-2021.pdf

https://www.radioradicale.it/scheda/687608/diritti-umani-in-palestina-presentazione-in-italia-del-primo-rapporto-della-relatrice

https://annuario.unipd-centrodirittiumani.it/it/notizie/rapporto-della-relatrice-speciale-sulla-situazione-dei-diritti-umani-nei-territori-palestinesi-occupati-dal-1967-francesca-albanese-2022

Perché l’uomo che ha stilato la definizione dell’IHRA ne condanna l’uso

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

https://ilmanifesto.it/una-cattiva-memoria-dellolocausto

 

 

 

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