Amore, anarchia: in ricordo di Paolo Finzi
A sei anni dalla sua morte volontaria, il ricordo di un intellettuale libertario, infaticabile costruttore di umanità.
di Giorgio Fontana (*)
Sei anni fa si suicidò Paolo Finzi, direttore di A Rivista anarchica, ebreo ateo e militante libertario di lungo corso. Quando lo seppi rimasi un paio d’ore seduto sul letto, incredulo e in lacrime; il giorno dopo raccolsi le forze e scrissi un primo necrologio a caldo, cui ne sarebbe seguito un altro più ragionato. Ricordo ancora molto bene i funerali alla Cascina Occupata Torchiera; ricordo i molti pensieri attorno alla depressione che lo affliggeva; e ricordo le tantissime splendide cose raccontate di lui e della sua convinzione, tipicamente anarchica, di non scindere l’attività intellettuale da quella politica di base.
È in tal senso che andrebbero riletti i suoi lavori: dal libro Che non ci sono poteri buoni su Fabrizio De André, di cui era amico, ai testi di carattere più storico quali La nota persona sul Malatesta del 1919-1920 e Insuscettibile di ravvedimento sulla vita di Alfonso Failla; e soprattutto, credo, il numero unico di vent’anni fa con doppio dvd, A forza di essere vento, tutto dedicato al genocidio nazista dei rom. Benché Paolo lo presentasse come un “flop preannunciato” – del resto, “solo a quei matti degli anarchici poteva venire in mente di mettersi a produrre una cosa seria e costosa sugli Zingari” – il volumetto vendette migliaia di copie: a testimonianza che, quantomeno allora, persisteva una certa sensibilità nei confronti del popolo da sempre più odiato e perseguitato. Anche in questo caso, come Paolo raccontò in un’intervista, c’era di mezzo la vita: la scuola materna dove andavano i suoi figli aveva una politica di grande accoglienza nei confronti degli “zingari”, e con il tempo si crearono rapporti d’amicizia con le famiglie del campo; a ciò si aggiunse la curiosità intellettuale di Paolo, le sue radici ebraiche (i suoi genitori furono entrambi perseguitati e partigiani) e la solidarietà anarchica verso le vittime del pregiudizio.
“Solo a quei matti degli anarchici”, insomma: ironia, va bene, però anche ribellione: andare contro ciò che l’apparente buon senso sconsiglia, non per goffo estetismo sovversivo – tanto più che Paolo era una persona di grandissima gentilezza e umanità – bensì per perseguire nel concreto un’idea diversa di società; e realizzarla nei progetti grandi come nelle minuzie di ogni giorno, per quanto possibile, senza consegnarsi a un futuro e illusorio paradiso di libertà e giustizia. In una conversazione con Mimmo Pucciarelli del 2018 Paolo disse fra l’altro che gli anarchici “hanno questa simpatica caratteristica di essere presenti in qualche misura in tutte le lotte sociali possibili”.
È un’etica generosa che espone a molti rischi: delusioni, fiducia mal riposta, dissoluzione delle energie; e in più generale scoramento. A tal proposito nel corso degli anni ho ripreso spesso in mano l’ultima lettera di Paolo, letta fra l’altro dalla figlia Alba proprio durante i funerali in Torchiera: ora è custodita in fondo al bel volume Tra memoria e tempo presente. C’è scritto: “Se me ne vado è perché non ce la faccio più. Diranno depressione. Ma le persone a me vicine, cioè i famigliari e anche le collaboratrici Michela e Carlotta, sanno che quella parola non dice tutto, forse poco. C’è troppo male nel mondo, troppa cattiveria”.
Paolo sceglieva sempre con cura le parole, fedele in questo al più puro stile libertario: chiaro, accessibile, privo di tecnicismi fine a sé stessi come di oscurità sacerdotali: basta confrontare una pagina di A negli anni Settanta con una pagina di qualsiasi periodico marxista-leninista coevo per avvertire subito la differenza. E bene faceva Paolo a precisare l’alto concetto di male con il termine cattiveria, dalla tonalità quasi infantile, di attonita protesta. Perché sei cattivo? Non bisogna essere cattivi. Il cattivo non ha grandezza, è stolidamente accecato dal proprio malanimo, dal disprezzo verso il debole e nulla più.
C’è però una frattura fra chi davanti alla frase di Paolo si limita ad annuire – è un’amara ma inevitabile verità della vita – e chi invece ne viene travolto, come se tutto il male del mondo gli ricadesse addosso, non in termini di responsabilità morale ma innanzitutto di sfinimento e disgusto per un tale egoismo. Se sei fra quelli, non riesci a liberarti da tale scoramento. Semplicemente non riesci, è qualcosa che va oltre la volontà, è una questione di empatia radicale, la spia di un’emozione senza cui difficilmente si può fondare un’etica e persino una politica.
Restando all’anarchismo: come diceva Malatesta, di cui Paolo era un finissimo conoscitore, “noi siamo anarchici per un sentimento che è la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali, e senza del quale il nostro anarchismo sarebbe una menzogna o un non senso. Questo sentimento è l’amore degli uomini, è il fatto di soffrire delle sofferenze altrui”. Più invecchio e più mi sembra il discrimine principale: qualunque altro criterio può essere alterato, la casistica è manipolabile all’infinito, l’assolutismo di chi si pretende giusto trova sempre nuovi modi per aggiustare il proprio credo: non così “l’amore degli uomini”, che è schivo, disinteressato e concreto.
Amore e anarchia, dunque, e proprio Paolo li accostò in un indimenticabile articolo: “l’anarchia senza l’amore, no. Anche ci fosse, non può essere l’anarchia ‘nostra’. E credo davvero che la lunga, complessa, anche contraddittoria storia dell’anarchismo sia anche leggibile come una lunga, complessa, anche contraddittoria storia d’amore. Una storia d’amore per la libertà” (O, come già versificava Gori, “Eppur la nostra idea / È solo idea d’amor”).
Ora, la sinistra radicale è da sempre prodiga di parole d’odio: non generico, è inteso, bensì odio di classe o verso tiranni e persecutori, dal quale è inutile ritrarsi spaventati; solo le anime belle o i molto fortunati possono pensare che sia mancanza di virtù, e il loro disappunto al riguardo è più estetico che etico. Certo, odiare è brutto: ma chi vive sulla propria pelle lo sfruttamento, la quotidiana umiliazione della servitù legalizzata, ha tutte le ragioni per provare tale sentimento.
D’altro canto parte di questa sinistra è pronta a dimenticare che l’odio, anche quando pienamente giustificato, rischia di produrre assuefazione e auto-indulgenza. Parlo in primo luogo dei militanti che ne fanno una coccarda da esibire o lo elevano a principio in quanto tale: laddove esso intossica, distorce i fini e tende a legittimare i propri errori; mortifica l’intelligenza, il rispetto per l’altro e la capacità di distinguere; fino a generare una fame insaziabile di nemici. Giustificare le proprie azioni in nome dell’amore – come ancora una volta diceva Malatesta – è più difficile. Non dubito che molti siano mossi da questo sentimento, ma temo vi sia un’incapacità di parlarne apertamente in chiave politica: la semplice bontà, il sentimento umanitario, può apparire ancora, purtroppo, sinonimo di debolezza o persino sospetta finzione.
In Umanesimo e anarchismo Camillo Berneri raccoglie altri aneddoti malatestiani al riguardo: “Essendosi egli, in un comizio pubblico, rivolto ai carabinieri di servizio per dir loro delle parole umane, Paolo Valera gliene aveva mosso rimprovero. Malatesta, rispondendo all’attacco, su Volontà di Ancona, scriveva, tra l’altro: ‘In ogni uomo resta sempre qualche cosa di umano che in circostanze favorevoli può essere evocato utilmente a sopraffare gli istinti e l’educazione brutali. Ogni uomo, per quanto degradato, sia pure un feroce assassino o un vile arnese di polizia, ha sempre qualcuno che ama, qualche cosa che lo commuove. Ogni uomo ha la sua corda sensibile: il problema è di scoprirla e farla vibrare’”.
Non so come reagirebbero certi estremisti di fronte a un rivoluzionario del calibro di Malatesta che si permette di essere così umano. O meglio, lo so: userebbero il classico “amico degli sbirri”, com’è accaduto a una mia conoscente mentre arringava dei poliziotti antisommossa durante uno scontro, facendo appello al loro senso morale.
Ho sempre detestato lo stereotipo idiota dell’anarchico violento o devastatore che tanto piace ai media; ma ho sempre nutrito perplessità anche per lo stereotipo dell’anarchico eterno sognatore. Allo stesso modo trovo ridicola la retorica – tipica di tanta sinistra – della sconfitta quale crisma di superiorità morale, per abbellire l’immagine di sé, e poco importa se ciò questa sconfitta alimenta le sofferenze di chi non ha voce.
Se ritengo il socialismo libertario la forma più alta e degna di politica, se ho sempre voluto un bene sconfinato agli anarchici, non è per puerile fascinazione. È perché il cammino verso una società più libera e giusta non richiede macchiette o personaggi da ballata popolare, bensì persone che detestano il dominio dell’essere umano qualunque forma esso assuma e si impegnano per combatterlo con una rettitudine, un’autentica apertura al dialogo, un’onestà intellettuale e – va detto – una simpatia che non ho trovato da nessun’altra parte.
Da questo punto di vista l’ingordigia che connota i nostri tempi è solo il caso più evidente di una lunga storia fatta di gerarchie immaginate come naturali, burocrazie stritolanti, infinite quantità di energia e tempo spese in organizzazioni elefantiache invece di occuparsi dei bisogni immediati, ovvero creare “una società tollerabile che permetta di praticare le attività più importanti dell’esistenza: l’amicizia, il sesso, le arti e le scienze, la fede, tirare su bambini con occhi splendenti, avere l’aria e l’acqua pulite”, per dirla con Paul Goodman. Mentre la forma piramidale delle organizzazioni tende a selezionare chi ha maggior desiderio di comandare, perché tale è la forma comune dell’avanzamento di carriera. Così Alex Comfort in Potere e delinquenza: chi agisce senza tener contro gli altri “può trovare molte occupazioni nella società moderna, quasi tutte connesse agli aspetti burocratico esecutivi del potere, che lo autorizzano entro certi limiti a infliggere sofferenza e a godere di un’autorità arbitraria, occupazioni che risultano indispensabili per il modo di vita contemporaneo”.
A tal proposito: nel descrivere le violenze di massa del Novecento ci si dimentica spesso che, come scrisse Enzo Traverso nel Secolo armato, sono violenze di Stato: “Studiare queste violenze significa inevitabilmente prendere in esame le aporie di un processo di civilizzazione che le scienze sociali, da Weber a Elias, hanno sempre identificato con la costruzione del monopolio statale dei mezzi di coercizione”, per infine «riconoscere nello Stato moderno non soltanto un apparecchio giuridico e politico o un dispositivo disciplinare, ma anche una macchina di distruzione di massa sottoposta a imperativi squisitamente politici”. Vale anche, è ovvio, per le violenze perpetrate oggi.
Il nocciolo della critica anarchica sta qui: lo Stato non è un intoccabile monolite o la fonte della giustizia. Ciò non implica che ogni forma si equivalga, ovviamente: la democrazia è mille volte meglio della dittatura, soprattutto perché garantisce una maggiore vivacità di conflitti. (Ma, avverte Comfort, “il sistema elettorale centralizzato […] esercita una fortissima discriminazione nei confronti delle persone più dotate di senso morale e nei confronti di chi ha quelle qualità da leader che dipendono dal contatto diretto”). Il nocciolo è quello, dicevo, ma non esaurisce certo il tema: dal punto di vista libertario – in famiglia, a scuola, nelle relazioni sessuali, sul lavoro – ogni situazione di dominio corrompe. E si tratta di esercitarsi a verificare il proprio innanzitutto, invece di affermare che l’abbiano sempre e solo gli altri; di comprendere quando e come ne abusiamo.
Con ciò torno a Finzi. Paolo si impegnava proprio in tal senso, andando costantemente a caccia di luoghi e situazioni libertarie, contraendo di continuo rapporti paritari, dialogando con tutte e tutti senza cadere nella trappola dei “militonti”, come chiamava gli attivisti privi di dubbi. Fra essi c’erano e ci sono anche vari anarchici, ossessionati dalla semplice negazione dell’esistente – un’altra forma d’odio – o dall’incapacità di elaborare alternative praticabili qui e ora, alla portata delle persone comuni che non sono immerse in cerchi concentrici di astratto e perenne conflitto, bensì devono avere a che fare con i cento problemi della quotidianità. Mentre Paolo, anche a costo di prendersi critiche ingiuste o essere additato come “liberale” (quasi fosse un insulto), coltivava sempre alternative del genere, ben sapendo che servono a rendere l’anarchismo più concreto, attuabile e rispettabile.
Tra le sue ultime parole, Giuseppe Pinelli definì l’anarchismo “ragionamento e responsabilità”: scriveva a un altro Paolo, Paolo Faccioli, ma avrebbe potuto parlare anche al nostro, che frequentava attivamente il Ponte della Ghisolfa e quando scoppiò la bomba di Piazza Fontana fu il più giovane dei fermati. E in effetti Paolo era soprattutto una persona che soffriva per la cattiveria e cercava di combatterla usando ragionamento e responsabilità, discutendo tutto, da dio al verme, senza lasciare che l’anima isterilisse nelle prigioni dell’ideologia, innanzitutto per amore. Tant’è che dopo la firma di quell’ultima lettera, come normalmente si chiuderebbe un messaggio, compare un’ultima riga: non un ripensamento bensì un rilancio: “Amo Aurora Alba Elio Lapo e Luna”. Ancora una volta, ad alzarsi persino contro e oltre la morte, l’amore.
(*) pubblicato da Micromega (22 luglio 2026). Grazie ad Oreste per avercelo segnalato. In “bottega” cfr RICORDANDO ALEX LANGER E PAOLO FINZI e De Andrè: ma ricordando Paolo Finzi e Gianni Mura
L’IMMAGINE è di Benigno Moi: era in Bottega il 23 luglio 2020, citando http://www.arivista.org/paolo-finzi-1951-2020



Un bell’articolo che ho già avuto occasione di leggere su “Micromega”. Un ricordo di Paolo di cui sono stato compagno di idee ma anche amico!!!