Addio Pohl e grazie

E’ morto Frederik Pohl; qui in blog ne parlerà ampiamente Fabrizio Melodia nella sua rubrica del martedì. Qui sotto invece un mio brevissimo ricordo che verrà pubblicato sulla rivista «Cem mondialità» di ottobre. Mi sarebbe piaciuto ritrovare l’intervista che (con Riccardo Mancini) feci a Pohl quando, 30 anni fa, venne in Italia… ma il mio archivio (cartaceo) si è sgretolato fra un trasloco e l’altro.

Se ne è andato a 94 anni, Frederik Pohl, l’ultimo dei grandi del periodo d’oro (anni ’50-’70) della fantascienza, immeritatamente poco noto in Italia, grande amico di Isaac Asimov e di Arthur Clarke, uno dei padri della science fiction che venne definita sociologica.

Oltre che eccellente scrittore fu un’ottima persona, sempre impegnata per cause giuste e in primis contro le guerre. A sedici anni si era unito all’organizzazione dei giovani comunisti ma ne era uscito dopo il patto fra Hitler e Stalin; d’altronde – raccontò Pohl – era già malvisto perché appassionato di fantascienza che, secondo certi comunisti, corrompeva la gioventù con i suoi strani sogni.

Pohl iniziò a scrivere ma continuò a sognare senza dimenticare l’impegno sociale (negli anni ’80 fu, con Asimov, in prima fila contro le «guerre stellari» di Reagan).

Un pess-ottimista o, se preferite, un seguace della nota frase di Gramsci su «pessimismo della ragione e ottimismo della volontà».

Nei suoi migliori racconti si affaccia spesso il timore che i nuovi fascismi nasceranno all’incrocio fra pubblicità ovunque e merci obbligatorie. Ne ha scritto nel racconto «Il tunnel sotto il mondo» (più di una volta riassunto qui in blog) e nel romanzo breve «La pubblicità è l’anima della guerra» che ha per spunto questa frase di Charles Kettering, boss (anni ’20) della General Motors: «Il nostro lavoro principale nel campo delle ricerche è mantenere il cliente in un perenne stato di ragionevole insoddisfazione».

Il suo romanzo più famoso resta «I mercanti dello spazio», scritto con Cyril Kornbluth, dove si descrive, con grande anticipo (è del 1953) l’inferno che “i mercanti” ci preparano lasciando spazio a un esile lieto fine: i cattivi si tengono la Terra e i buoni vanno su Marte (che allora si credeva abitabile). Marte a parte, molto di quel romanzo si è avverato e qualcosa no. A esempio gli spot non vengono proiettati in faccia a chi guida; per ora…

Clamorosamente errata invece la previsione di Pohl che era alla base del comunque geniale «Il morbo di Mida», un lungo racconto scritto in tempi di “abbondanza” dove immagina che alle classi superiori venga concesso il privilegio di consumare meno, di vivere in case più piccole, di utilizzare meno robot e soprattutto di trascorrere più tempo nel lavoro (anche di questo ho parlato sul blog)

Non ha mai perso la speranza Pohl. Nel 1984 scrisse «Gli anni della città» dove, di fronte all’idea dilagante che le metropoli fossero pericolose e tristi, raccontava di una Los Angeles del futuro prossimo allegra, oltre che produttiva, dove i conflitti economico-sociali venivano affrontati con razionalità, con metodi nonviolenti e… risolti.

Ha scritto moltissimo e su ogni registro: memorabile il sarcasmo del racconto «Perché corriamo tanto» dove trova una inquietante chiave fantascientifica per spiegare la moltiplicazione dei convegni e l’affannarsi di tanti intellettuali da un congresso all’altro, senza più tempo per studiare davvero.

In uno dei suoi ultimi libri Pohl ha sostenuto che impossibile è una parola che «a volte si prende come una sfida» ma in altri casi «è solo un fatto».

Decida chi legge se l’impossibile qui sotto (purtroppo non ancora un fatto) è una sfida… per noi: intendo noi dalle parti del Cem – dove continuiamo a impegnarci per un mondo senza guerre – e della speranza. Il racconto (ahinoi, ormai introvabile in italiano) di Pohl ha un titolo chiaro: «Provate a immaginare se solo il 2 per cento della razza umana si rifiutasse di combattere». Provate? Proviamo?

Non ho ritrovato l’intervista a Pohl ma ho rintracciato un ritaglio con la recensione di Erremme Dibbì (*) del 1 aprile 1986 a «Forse domani», un’antologia di Pohl pubblicata su Urania: eccone qualche passaggio. Che ne dite della nuova definizione di «sguattero» secondo Pohl?  

Se si parla così tanto negli ultimi anni dell’arzillo Frederik Pohl, classe 1919, è perché la sua fucina non cessa di produrre; come confessa anche qui (nei brevi “cappelli” ai racconti) dovunque sia ogni giorno «sporca 4 onesti fogli di carta». Fatevi un po’ i conti…

Certo anche nelle migliori squadre di calcio su 11 che scendono in campo c’è qualche brocco; ma il giocatore-allenatore Pohl sa che quel che conta è il gioco di squadra. Qui chi va a segno è «Questa è vita!» ovvero la strabiliante possibilità di essere pagati per «divertirsi» (ma finirà bene?). Molto bello anche «Comprati e venduti», vagamente cugino del suddetto. Splendido «Rem il sognatore», ecologico sogno di bambini che l’Unicef commissionò (e poi rifiutò) a Pohl. Ed è eccellenteanche l’amaro «Stan ed Evanie» che chiude l’antologia.

Funziona discretamente anche «La dolce e triste regina delle isole galleggianti» che sembrerebbe ispirata a «Com’è profondo il mare» di Lucio Dalla. Ha molta grinta «Un bambino a Edge City», anche per spiegarvi cosa domani sarà all’indice: «Das Kapital, Walden e le sciocche satire sporcaccione di gente come Voltaire e Swift, le ballate di Dylan Thomas e Joan Baez, poesie di Wordsworth, Browning e Ginsberg». Infine «Un giorno alla fiera» vi porterà a fare un giro fra sovrappopolazione, ipocrisie sull’aborto, impieghi ottenuti per «lotteria» e due protagonisti molto informati: «per quanto si possa dire che degli esseri umani con molto tempo libero e 40 canali tv sappiano qualcosa; invece di possedere solo vuoti e vaghi concetti su ogni fenomeno, avvenimento o tendenza della storia dell’umanità». […] Curiosi i mestieri degli Et, nel decimo racconto: «osservatore», «propositore», «valutatore», «rammentatore» e soprattutto «sguattero» cioè colui che «ha il compito di far accadere le cose e chiede sempre che si passi all’azione, in modo che nulla di desiderabile venga trascurato solo perché nessuno ha pensato di farlo».

(*) Erremme Dibbì è lo pseudonimo con cui Riccardo Mancini e io ci firmavamo su «il manifesto» e altrove. (db)

 

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