Algeria, sogni insolenti

di Mustapha Benfodil, scrittore e giornalista (fonte: Women Living Under Muslim Laws): traduzione di Maria G. Di Rienzo.

Proprio mentre la primavera araba si diffonde in tutta la regione, ho appreso con grande sconcerto che il signor Jack Persekian, direttore della Sharjah Art Foundation, è stato licenziato come “castigo” per avere permesso totale libertà di espressione a un artista inviato alla Biennale della Fondazione stessa.

Io sono l’artista in questione. La mia installazione “Maportaliche-Ecritures sauvages” (“Non ha importanza-Scritture selvagge”) è stata censurata e rimossa dalla Biennale. Nello scrivere questa dichiarazione, vorrei esprimere la mia profonda indignazione per questi atti vergognosi e la mia solidarietà a Persekian e ai suoi straordinari collaboratori.

Vorrei anche spiegare che pezzo ho presentato alla Biennale. Poiché il tema di questa decima edizione è il tradimento, ho voluto discutere attraverso la mia installazione le risonanze e le dissonanze fra uno scrittore e la società in cui lo scrittore vive. Perciò, l’installazione lavora su tre livelli: testi, suono e graffiti. Il pezzo centrale è la parodia di una partita di calcio che coinvolge 23 manichini senza testa. Sulle magliette indossate da una delle squadre sono stampati estratti dai miei scritti (racconti, piece teatrali, poesie) mentre le magliette dell’altra squadra mostrano ibridi fra la cultura popolare algerina e altri “significatori urbani” (canzoni, battute, poesie popolari, ricette, giochi da tavolo). Naturalmente i miei testi, in particolare i graffiti, non sono particolarmente “corretti”. In effetti, sono modellati dall’estensione della violenza sociale e politica che mi circonda. Forse è un errore mio l’aver ingenuamente creduto che la vita non sia “corretta”. E che l’arte sia libera di essere scorretta ed impertinente.

Il testo della controversia è un monologo, “Il soliloquio di Sherifa”, tratto dal mio pezzo teatrale “Les Borgnes” che è stato rappresentato in numerosi Paesi, città e festival: a Parigi, a Marsiglia, ad Aix-en-Provence, a Montreal, e anche ad Algeri. Fa parte della mia serie “Pièces détachées – Lectures sauvages” (“Pezzi di ricambio – Letture selvagge”). Alcuni dei visitatori e degli organizzatori hanno criticato questo testo dicendolo osceno e blasfemo. Può darsi che le parole siano interpretabili come pornografiche, ma la verità è che questa sequenza è il resoconto allucinato dello stupro di una giovane donna da parte di jihadisti fanatici, e rappresenta l’islamismo radicale di cui il mio Paese ha fatto esperienza durante la guerra civile negli anni ’90.

Le parole possono essere scioccanti, ma questo accade perché nulla è più scioccante dello stupro in se stesso, e tutte le parole del mondo non possono dire l’atroce sofferenza di un corpo mutilato. Ciò che viene narrato in questo pezzo, tristemente, non è frutto della immaginazione. Migliaia di donne in Algeria hanno sofferto questo destino durante il conflitto, una verità che ancora non è stata detta abbastanza.

Nonostante ciò, questo testo è stato interpretato come un attacco all’Islam. Permettetemi di chiarire che il monologo di Sherifa si riferisce a un dio fallocratico, barbaro e fondamentalmente liberticida. E’ il dio del GIA, il Gruppo islamico armato, la sinistra setta che ha stuprato, violato e massacrato decine di migliaia di Sherifa in nome un paradigma rivoluzionario patologico, che si suppone ispirato dall’etica coranica.

Senza volere assolutamente giustificarmi, devo però semplicemente far notare che l’Allah che io conosco non ha niente a che vedere con le devastanti e distruttive divinità reclamate da questi movimenti millenaristici algerini, le cui legioni di barbari con barbe hanno decimato la mia gente con l’attiva complicità dei nostri apparati di sicurezza.

Infine, vorrei aggiungere che in questa particolare intensa congiuntura che interessa le società arabe, è deplorevole perdere l’opportunità di situare la libertà al centro del dibattito. In effetti, la squadra di curatori della Biennale della Sharjah Art Foundation ha messo in luce l’impatto e la pertinenza di questa sfida, in tandem con la marcia dei popoli arabi verso la democrazia. Perciò, porgo il mio omaggio ai curatori e alle curatrici Rasha Salti, Suzanne Cotter e Haig Aivazian per il loro eccezionale lavoro, e per aver avuto fiducia in me.

A me sembra un buon segno, di salute culturale e politica, se l’arte incontra la strada, e gli artisti ascoltano il sussurro della vita reale. Spero veramente che questo corso impetuoso, questo ciclo di rivoluzioni arabe che ha scosso i nostri regimi tirannici e medievali, spingerà oltre anche la nostra immaginazione, i nostri gusti, la nostra estetica, i nostri canoni e i processi del nostro pensiero. Possa contribuire a rinnovare i nostri segni e le nostre parole.

I nostrani guardiani della virtù farebbero meglio a riflettere sulla bellezza della primavera democratica araba, e smettere di ridipingere il muro ogni volta in cui un ragazzo ci dipinge i suoi sogni insolenti.

Mustapha Benfodil, scrittore algerino, Algeri, 6 aprile 2011.

Petizione online a sostegno del direttore artistico licenziato:
http://www.ipetitions.com/petition/sharjahcall4action/

Redazione
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