«ANCH’IO ERO CLANDESTINO» di Božidar Stanišić

Presentarsi agli altri, gentilmente; poi con un sorriso-maschera gentile ripetere due, tre volte il proprio nome e cognome, esotici perché non italiani, credo sia una delle situazioni comuni della vita quotidiana di ogni immigrato mentre si trova a vari sportelli oppure in una semplice festa in prezenza di persone finora sconosciute. Ci sono però immigrati che oltre a presentarsi in modo borghese potrebbero fare altre scelte, soprattutto come testimoni della storia. Un giovane colombiano di nome Alvaro potrebbe presentarsi come colui che ha vissuto l’uccisisione di tutti i suoi nove familiari ed è riuscito a fuggire perché voleva vivere malgrado tutto; un kurdo di nome Jusef e sua moglie Aisha che  su una zattera di gomme di auto usate sono riusciti a raggiungere un’altra sponda di un grande fiume in Iraq e a salvarsi dai loro persecutori; una ragazza sudanese di nome Asef originaria del Darfour è riuscita a passare a piedi la gran parte del Sahara e via mare a raggiungere l’isola di Lampedusa; un uomo di nome Ivan, dell’ex Jugoslavia: ingannato dalla follia nazionalista, da militare aveva passato due anni in una guerra fratricida e aveva deciso di disertare; un’argentina di nome Dolores  insieme a millioni di suoi connazionali, ha subìto le conseguenze del crac finanziario del suo Paese ed è venuta in Italia, paese nativo dei suoi bisnonni… E così via, c’è una moltitudine di persone presenti in Italia, di nome comune aggiuntivo extracomunitarie, che potrebbe presentarsi in modo insolito, come è tragicamente  insolita la storia in movimento che aveva colpito e colpisce i milioni di volti, dall’impoverimento alle guerre, quasi mai senza complicità diretta o indiretta dei centri del potere politico, economico, finnanziario e militare dei Paesi i cui nomi, come echi di un paradosso della storia già nominata, per loro sono i simboli della loro speranza.

E colui che vi racconta tutto ciò, oltre a presentarsi come disertore, traditore di più di una delle patrie, uno di cinque milioni di persone che nel periodo 1991-2000 hanno cambiato la “residenza”,  potrebbe considerarsi  anche come ex-clandestino, perché clandestino lo era, un giorno solo ma lungo come nessun altro. E non solo lungo, ma pure indimenticabile – perché dimenticare è uguale a rinnunciare alla sostanza della nostra umanità.

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Il 14 agosto 1992, nelle vicinanze del confine italo-sloveno, mi fermò una pattuglia della polizia slovena, mi chiese i documenti. Li avevo, ma erano di uno Stato che non c’è più, dell’ex Jugoslavia. Il passaporto rosso, con la stemma di un Paese già disgregato. Uno dei poliziotti via telefono mandò al comando questo messaggio: “Abbiamo uno… Mandate una jeep per portarlo… E’ un clandestino!”.

Il clandestino ero io. Per i poliziotti sloveni, quindi,  non avevo un nome, né ne ero degno. Ero uno, un clandestino e uno è numero.

Tre mesi prima ero fuggito dalla Bosnia perché non trovavo nessuna ragione  per partecipare a una guerra civile e fratricida, che, infine, era all’opposto delle mie convinzioni sull’inutilità delle guerre. I miei, moglie e figlio, erano rimasti in Croazia, che per me non era un luogo sicuro perché il governo croato considerava disertori tutti i maschi e li rispediva in Bosnia. Un amico sloveno mi trovò rifugio presso una chiesa cattolica di una cittadina nei pressi del confine con l’Italia. Anche se per il prete e per la donna della canonica ero uno sconosciuto, trovai un’accoglienza umana calorosa. Stavo con loro a tavola a mangiare, anche nell’occasione in cui, già diventato amico, il prete fece un raduno di tutti i preti della sua diocesi a cui era invitato pure il vescovo. E mi mise al centro tavola. Mai nella mia vita vidi tanti preti in un unico posto e tutti erano gentili con me che non sono praticante.

Passavo metà delle giornate aiutando nell’orto, nella vigna su una collina da cui si vedeva il Golfo di Trieste; guidavo un furgone per trasportare aiuti umanitari ai campi profughi nelle vicinanze del paese. Mi restavano alcune ore pomeridiane per la scrittura e così riuscii a finire la gran parte di un mio libro di racconti che, un anno dopo, con il titolo “I buchi neri di Sarajevo”, sarà pubblicato da un editore triestino. Ogni tanto, volendo informarmi presso i consolati e le ambasciate di vari Paesi sui percorsi per ottenere un visto d’ingresso, andavo a Lubiana. Mia moglie era d’accordo con me di andare il più lontano possibile, possibilmente in Canada o in Australia.

E quel giorno, sotto il sole d’agosto, aspettando la jeep di polizia, a me, nominato clandestino, pareva che tutto andasse in fumo: l’incontro con i miei, l’andarsene lontano e ricominciare tutto da capo. E la jeep arrivò e il poliziotto di guida, grosso e  grasso, subito mi disse che nel Golfo di Capodistria c’era una nave a bordo della quale venivano raccolte le persone come me per essere spedite si-sa-dove, in Bosnia. Il Grasso (lo nominai così) accese tutte le luci blu, rosse e dio sa quali ancora, mi ordinò di salire con lui. Appena partiti, il Grasso accese anche la sirena, poi inserì un’audio casetta e alzò il tono al massimo. Viaggiavamo per una decina di chilometri, quasi in modo festoso; dentro la macchina tuonava la voce gracchiante di un gruppo musicale che mile volte  ripeteva baby,baby; sopra la macchina giravano le luci multicolori e ululava la sirena. Il Grasso mi disse qualcosa ma non riuscìì a capire che voleva. Mi accusò di essere probabilmente sordo e, alzando la voce, aggiunse che sono un vigliacco disertore. Gli risposi che era meglio essere un vigliacco disertore che un poliziotto che non rispetta la Convenzione di Ginevra. Le mie parole gli provocarono troppa confusione; sapeva che Ginevra è in Svizzera, ma nulla sulla Convenzione. Poi, non nascondendo il tono sarcastico, disse che non c’è dubbio che io sono un intellettuale del c…o. E io ripetei le stesse parole: meglio essere un intelletuale di c…o che un poliziotto che non rispetta la Convenzione di Ginevra. Arrivati a una stazione di polizia che dista appena due, tre chilometri dal confine, il Grasso mi portò dentro e mi chiuse in una cella, piccola, che assomigliava a una gabbia, con un banco solo e una finestrina in alto, sbarrata, oltre cui si vedeva un quadratino di cielo azzurro. Restai dentro alcune ore, poi mi chiamarono a firmare una dichiarazione da me mai dettata a nessuno dei poliziotti e mi rifiutai  a firmarla. Per i bisogni, fino alla porta del bagno, mi seguiva uno dei poliziotti, armati con il fucile. Poi, di nuovo nella jeep; il Grasso e io partimmo per Capodistria, al Tribunale regionale, per fortuna entrambi in silenzio. Per quelli come me, clandestini, era previsto un rito abbreviato. Il giudice era una donna quarantenne che da quel foglio che non volevo firmare dettava la sentenza a una dattilografa, più vecchia di lei, che teneva la testa bassa. Ero accusato di entrare clandestinamente in territorio sloveno e di conseguenza dovevo essere espulso e pagare una multa… Avevo soltanto diecimila lire in tasca. Andavano bene per l’accusa. Solo in un momento vidi il volto di quella donna che batteva la sentenza. Era pallido, gli occhi pieni di pietà. Giudicai la sentenza in netta contrarietà con la Convenzione di Ginevra e dissi che il giudice non sapeva che volessero mandarmi a bordo di una nave. Né la prima, né la seconda osservazione piacquero al giudice che ordinò il mio allontanamento dall’aula.

Il mio amico prete non mi lasciò, fece il possibile per salvarmi. Telefonò a uno scrittore di Lubiana che mi conosceva, che si rivolgesse al Ministero degli interni, ma quel mio conoscente disse soltanto che ci voleva un po’ di comprensione per la polizia; molti poliziotti sono reduci di quella guerra contro l’armata jugoslava ecc. Ma il mio amico prete riuscì a trovare un altro poliziotto, arrivato come capo del secondo turno alla stazione. E quell’uomo, avendo pensato un attimo, mi lasciò la scelta: l’Austria o l’Italia. A pochi passi dall’Italia, pronnunciai il nome del Paese in cui lo stesso giorno avrei trovato il rifugio. Prima in una chiesa sul Carso giuliano, poi a Trieste, città  in cui si realizzò una vera e propria catena di solidarietà nei miei confronti. E dal 1 novembre 1992 mi trovai, insieme ai miei cari, a Zugliano, paesello nella periferia sud di Udine, in cui appena era incominciata l’attività del Centro di accoglienza per i profughi, i richiedenti d’asilo e gli immigrati “Ernesto Balducci”.

(Per sapere: non è un cpt – sinonimo elegante per i centri-lager raccolta dei clandestini; è l’isola più grande dell’arcipelago della solidarietà e della pace in Friuli-Venezia Giulia). E’ il luogo in cui viviamo, in cui ora abbiamo una nostra casa. La mia collaborazione culturale con gli amici del Centro, che attualmente ospita una cinquantina di immigrati, prevalentemente originari dai Paesi africani colpiti dalle guerre invisibili, è continua. Particolarmente con l’amico don Pierluigi Di Piazza, responsabile del Centro.

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Perché racconto tutto ciò? Non credo che io sia una vera vittima della storia in movimento. Mentre molti scrittori, pittori, musicisti e altri artisti del mio Paese, in fuga, dispersi per l’intero globo terrestre, non avevano neppure un angolino per realizzarsi in modo creativo, io, a Zugliano, avevo una casa, al Centro “Balducci” generosamente offerta da una famiglia friulana, in cui scrivevo: lo facevo per non dimenticare non solo la mia vita precedente, in un Paese situato fra l’Occidente e l’Oriente, ma pure per la complessità dell’esilio e del trovarmi nel Paese altrui, in cui, nel mio caso, avevo trovato mani tese. Potrei dimenticare che il mio amico prete sloveno pagò una multa salata perche teneva un clandestino nella canonica e lo fece con molta serenità? Oppure una ex studentessa del corso serale a Maglaj, in Bosnia, che a me e a mia moglie procurò un falso lasciapassare con cui riuscimmo a raggiungere il porto di Spalato? (E lei, conoscendo le mie attività per la pace, mi disse: “Prenda questo foglio e vada via, quella situazione non è per lei”. Ero stupefatto del gesto, non riuscii allora neppure a ringraziarla e lei se ne andò in fretta perchè qualcuno non ci osservasse.)  Dimenticare mille e una storia di una guerra fratricida, in cui, nonostante tutto, molti non hanno perso l’umanità? Che la vita nuova da molti di noi chiedeva di rifarsi da insegnanti, medici, farmacisti, infermieri, impiegati…per diventare autisti, operai, badanti, beby sitter? Forse la storia davvero è inpercepibile, un fenomeno dominato da forze oscure ma le sue conseguenze possono essere considerate tanto invisibili da non vedere il volto del prossimo rispecchiarsi nel nostro?  (Fino al mese di aprile di 1992 ancora insegnavo in una scuola superiore nel mio paese nativo. Nell’estate dell’anno precedente con i miei passai le vacanze a Malta. Eravamo turisti.  Visitammo anche l’isola di Gozo, dove, in una grotta, secondo una leggenda, imprigionato da Calipso, Ulisse passò sette anni. Un anno dopo siamo partiti noi e finora non siamo tornati a vivere nella nostra Itaca.)

Oppure da non osservare il fenomeno dell’ immigrazione (e non solo in Italia), le sue cause e conseguenze, la sua drammatica complessità, incluso lo sguardo critico anche sulle relazioni fra gli immigrati stessi, il loro rapporto con la terra nativa, la storia, la situazione attuale? (Il razzismo, come strumento forte per rendere inferiori l’altro, il diverso, nella mia esperienza non è un immagine bianco-nera. Perché tacere sul fatto, e partirò dai cosiddetti slavi – come siamo chiamati in Italia, come se fossimo una melassa che scorre dagli Urali verso l’Occidente – che il razzismo c’è, che la maggioranza degli slavi – quindi, sentendosi bianchi – si sente suprema davanti a un africano di colore e non raramente gli dice crnčuga, negrone?) Oppure sui prestigi e sulla vanità di chi pensa di aver ottenuto in Italia un posto di lavoro o un ruolo importanti – tacere, non osservare questo fenomeno nella mia narrativa? Ultimamente, alcune socie di un’associazione con cui collaboro, anche loro straniere, ripetono con ossessione prima i soci, poi i collaboratori . E questo non assomiglia al grido razzista prima gli Italiani?

Dimenticare il giorno del 20 novembre 1990, in Bosnia, quando furono pubblicati gli esiti delle prime elezioni democratiche: l’86% degli elettori votarono i tre partiti di stampo nazionalista. Le conseguenze di questa scelta sono, più o meno, conosciute alla maggior parte sia degli italiani che degli altri cittadini d’Europa. Il nazionalismo? Non è servito né serve a se stesso, è rimasto uno strumento forte delle oligarchie di potere in ciascuno degli Stati sorti dalle rovine dell’ex Jugoslavia. (Quel 20 novembre si è inciso nella mia mente come uno dei giorni della vergogna e della non memoria. La vergogna – perché allora incominciò una lunga stagione di irrazionalità di ogni specie e della negazione dell’altro e del diverso fino a negarlo fisicamente e farlo inferiore; la non memoria – perché incominciò un revisionismo non solo del trapassato ma pure della storia attuale).

Dimenticare pure il 2 luglio 2009 quando il Senato della Repubblica Italiana ha approvato la Legge sulla sicurezza, di cui la maggior parte si occupa delle questioni d’immigrazione? (Per promemoria: promotore di questa Legge è la la Lega Nord, partito da anni impegnato per rendere amara la vita degli immigrati, per annientare ogni aspetto e qualsiasi tentativo di multicultularità presenti soprattutto nel Nord e attraverso questa “lotta” ottenere poteri amministrativi e politici). Abbiamo già bisogno di dimenticare che i parlamentari degli altri partiti della maggioranza, incluso l’attuale governo e il suo presidente Berlusconi (che ha detto che questa Legge è fortemente voluta da lui), in parole povere, sono stati complici dei senatori leghisti? E la complicità di questo genere non credo sià stata espressione né di virtù politiche e culturali, né di coscienza umana. Per rinfrescare la memoria dei lettori sottolineo che fra i parlamentari c’erano anche quegli esponenti politici che pochi mesi fa, nel “caso Englaro”, si rivelavano come santi combattenti per i valori della vita. Come mai poi, non chiedersi perché i politici razzisti urlano davanti alle telecamere? Forse perché gli echi della crisi si sentano di meno e loro, nelle loro poltrone, non siano disturbati?

E’ possibile non avere nessuna risposta sul razzismo? Perché non dire come sia possibile comprenderlo come fratello del nazionalismo; e che tutti e due hanno una sorella, la xenofobia? Non dire in parole chiare che ritengo che nessuno di questi tre fenomeni che portano al buio politico e sociale non sono fine a se stessi, ma sono, sicuramente, una leva per chi vuole restare al potere? (Ma di che cosa parla questo Bingo Bongo dei Balcani? Non è mica vero che siamo sulla via di una guerra? Così, senza dubbio, direbbero i vari borgezio, bossi, marroni, cote ed altri simili a loro con le cravatte e i fazzoletti verdi? Più o meno – e ripeterebbero che vogliono assicurare l’ordine e la sicurezza per i cittadini. No, mi sbaglio, non per i cittadini ma per la gente. La Lega non usa il termine cittadino, ma quell’altro – gente. E un concetto che vede la massa indistinta; in realtà politica e sociale, una massa da guidare; nella loro mente verde, monocolore, inebriata per aver trovato il terreno politico fertile per le loro idee di aparthaid e di razzismo la gente è un striscione su cui scrivere slogan ogni volta più fantasiosi. E tutto ciò in mezzo dell’Europa che tace o timidamente si limita alle critiche tiepide, in mezzo al silenzio assordante della maggioranza degli intellettuali, in mezzo a una crisi economica di cui loro stessi, quindi i creatori della Legge che assomiglia a una anticamera delle leggi razziali, in realtà si occupano pochissimo).

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E, alla fine, che cosa mi ha spinto a scrivere tutto questo di cui solo una parte potrebbe assomigliare a un racconto? Che nella patria di Dante, Galileo, Bruno, Michelangelo, Vico, Manzoni, Leopardi, Fermi, Balducci, Moravia, Pavese, don Milani, Fellini… c’è qualcosa che oggi viene dimenticato? Soltanto quei sessanta milioni che nell’arco di un secolo erano partiti per l’intero mondo, con le valigie di carta? Oppure in una domanda semplice: come stanno con la coscienza tutti coloro che hanno alzato la mano in segno d’accordo con i promotori della Legge? Perché ancora speravo, insieme a molte altre persone con la coscienza civile, che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non firmasse la Legge? E l’ha firmata. Perché sento la fratellanza del pensiero di Bruno Segre, nella sua lettera al Presidente: Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato in via definitiva dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo.Si tratta di un provvedimento che, in palese violazione dei princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. Si pensi, per citare un unico esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà si che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione.  (Se una Legge come questa fosse approvata in Croazia o in Serbia, l’Europa in modo unisono direbbe che è razzista. Ma è approvata a Roma. E l’Europa è forte contro i deboli, è debole contro i forti. Ma non poteva almeno chiedersi quanta fantasia macabra leghista ci voleva per proporre il divieto di registrazione anagrafica dei neonati i cui genitori sono clandestini? Anche se non è approvata la proposta sui presidi delle scuole e sui medici, che dovevano diventare spie, il contenuto della proposta testimonia abbastanza il clima che piace ai leghisti…)

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Il piccolo segreto sul perché questo scritto non sussiste né nel suono, né nel significato della parola clandestino (i nomi che diamo agli altri sono il rispecchio della nostra relazione con gli altri e i diversi e parlano più di noi che dei nominati). E’ nell’immagine di quel banco, nella piccola cella al confine italo-sloveno. Aveva una superficie di legno talmente liscia che non riuscivo a sedermi senza tenermi con le mani ai lati. Così si fa, ricordo, sul bordo delle barche quando ci troviamo nella tempesta. E quanti tali come me – come venni nominato dal Grasso – si erano seduti prima di me? Da dove e per dove  erano partiti? Dove sono ora, che vita fanno? E io, con queste parole povere ma camminatrici libere (Sofocle) dico che so benissimo che non riesco né a migliorare la loro vita, né a rasserenare il loro animo, né quello di migliaia dei disperati che sognano altre sponde del Mare Nostrum. Spero almeno che chi legge questo racconto, che non è un racconto vero, in futuro si fermi almeno per un attimo prima di pronunciare la parola clandestino. Potrebbe risvegliare la memoria di molti Friulani e Italiani che hanno dimenticato le valigie di cartone dei nonni e dei padri, a loro volta non raramente i sans papier in molti Paesi del mondo? Che pure molti di noi, immigrati da lungo tempo presenti in Italia, meno imitiamo le abitudini di consumo e la voglia di cariera e prestigio e più lottiamo in modo nonviolento per un’autentica cultura di solidarietà e accoglienza? E la memoria risvegliata potrebbe richiamare al chiaro del sole i sensi di solidarietà e cultura di accoglienza con chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese.

Božidar Stanišić (Visoko, Bosnia,1956) già professore di lettere a Maglaj (località a nord di Sarajevo), dal 1992 vive con la sua famiglia in Friuli, a Zugliano. Oltre a offrire il suo contributo letterario, pubblicistico ed educativo a diverse iniziative di pace e nonviolenza per i diritti civili dei rifugiati e degli stranieri, Stanišić ha sempre collaborato alle iniziative culturali dell’Associazione – Centro di accoglienza “Ernesto Balducci”, con cui ha già pubblicato tre raccolte poetiche: “Primavera a Zugliano“, “Non-poesie” e “Metamorfosi di finestre“. Alla fine del 2008 è stata pubblicata una antologia di sue non poesie in bilingue (“Kljuc na dlanu/La chiave sul palmo“). Diverse di queste liriche sono state incluse nelle raccolte “Quaderno Balcanico, Cittadini della poesia“, collana diretta da M. Lecomte (1998), “Conflitti – Poesie delle molte guerre“, a cura di I. Landolfi (2001) e “Ai confini del verso“, a cura di M. Lecomte (2006), pubblicata anche in inglese, negli Usa. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici in riviste e quotidiani, ha pubblicato la raccolta di racconti “I buchi neri di Sarajevo” (1993),”Tre racconti “(1998), “Bon voyage” (2003). Ha pubblicato anche un testo teatrale: “Il sogno di Orlando” (2006). “Il cane alato e altri racconti” (2007) è la sua opera narrativa più recente. Alcuni dei suoi testi sono stati tradotti anche in sloveno, inglese, francese, albanese e giapponese. Scrive sia in serbo-croato, che in italiano.

Questo racconto di Bozidar Stanisic è  nell’antologia «Rondini e ronde» (scritti migranti per volare alto sul razzismo) pubblicata da Mangrovie edizioni; su questo libro troverete nel blog altri riferimenti e il calendario delle presentazioni.

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