Ancora sul libro di Sabatino Annecchiarico

Torno su «Cocoliche e lunfardo: l’italiano degli argentini (Mimesis 2012, 160 pagine per 14 euri). Non perché la recensione di David Lifodi – pubblicata pochi giorni fa in blog – sia manchevole (anzi mi è parsa eccellente) ma perché il lavoro di Sabatino Annecchiarico è così ricco di spunti che una sola lettura e analisi non basta a cogliere tutti gli aspetti.

Riepilogo cosa ha già spiegato David: non è solo la storia di una migrazione linguistica, di come nascono il cocoliche e il lunfardo, del multilinguismo dei porteños, e del gustoso vocabolario fra italiano e spagnolo (a essere precisi castigliano) “sposi”; c’è un bel po’ di storia italica, molte riflessioni sulle basi dell’argentinità, bellissime foto d’epoca.

Questo è certamente l’essenziale. Ma vorrei aggiungere brevi riflessioni su tre passaggi del libro.

Citando Marcello De Cecco, il libro si apre così: «Gli italiani, si sa, furono una nazione di emigranti. Si sparsero in tutti e 4 gli angoli della terra. Solo in due Paesi tuttavia, essi costituiscono la maggioranza della popolazione: in Italia e in Argentina». E Annecchiarico questo lo ribadisce benissimo nella sua narrazione, così sollecitando a chiedermi – e a chiedere di nuovo a noi tutte/i – come mai abbiamo rimosso questo dato storico?

La seconda domanda si colloca dentro la più generale rimozione appena detta: come mai i sardi (o almeno… chi è devoto alla Madonna di Bonaria così presente a Buenos Aires sin dal nome) e i genovesi (è stato soprattutto il loro dialetto a “colonizzare” gli altri linguaggi) sono smemorati dei tanti legami con l’Argentina? Per dirla con la rima (addirittura del XII secolo, annota l’autore) «tanti sun li Zenoeixi, e per lo mondo, si desteixi, che und’eli van o stan un’aotra Zenoa ge fan» ovvero: tanti sono i genovesi per il mondo così dispersi che dove vanno e stanno un’altra Genova fanno. E’ un peccato mortale o veniale oscurare questi intrecci?

Infine vorrei dire che il vocabolarietto finale è davvero molto più che un elenco di parole. I rimandi alla marionetta Chirolita (una variante di Pinocchio), a Cayetano Godino, ad Antonio Locatelli (tipo un po’ «loco» cioè matto), al marengo, a José Camilo Crotto, alla famiglia Graffigna, alle foglie d’olmo del paese Acquaro (Vibo Valentia) o a Pasquale Maxera sono piacevoli micro-storie. Che poi il cappotto si chiami Inverizio per una contaminazione fra l’inverno e la scrittrice Carolina Invernizio (molto letta dai migranti) è semplicemente da far spalancare la bocca. E attenzione che trabajar in Argentina più che lavorare si traduce… rubare. Ma intriganti sono anche i riferimenti alla farinata, ai maccaroni o altri cibi, ai giochi («patron y sota» e, in allegato, «La saraca»), alle maschere (Arlecchino e Zanni). E sorprendenti le spiegazioni sulle varianti argentine di parole italiane: camallo, bagaglio, il ligure cirolla, il siciliano strafuttere, il milanese trollà, il napoletano sciuscià, il piemontese biava e tantissime altre. Per un aggiornamento del vocabolario, aggiungo che il misterioso «ganzo» si usa ancor oggi in Toscana nel significato di furbetto o di mascalzone, parola ambigua che (come per il romano paraculo) diventa elogiativa o offensiva a seconda del contesto). Parole mutanti, come sempre.

Grazie a Sabatino Annecchiarico anche per questo lessico: vecchio, nuovo, glocale cioè locale e globale.

 

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