Andreatta, Barbera, Fiori, Parisi, Stassi, Thuram e Zannoni

7 recensioni di Valerio Calzolaio

 

Fabio Stassi

«Mastro Geppetto»

Sellerio

216 pagine, 16 euro

Appennini. Tempo fa. È una storia da un soldo, la conoscono tutti. C’è questa casaccia storta, una casupola sull’orlo dell’abisso, in fondo a un borgo che ha per gioco preferito quello di lapidare gli scemi e i morti di fame. Dentro non ci sono che stipo, seggiola e letto tutti squinternati, con gli attrezzi sopra un banchetto. Il vecchio che ci vive è un falegname dalla barba dura, le spalle curve, l’aria selvatica; sulla testa ha una parrucca color polenta. Ormai gli incespica pure la lingua. Lo chiamano mastro per scherno e Geppetto per bestemmiargli anche il nome. Mastr’Antonio, il più ricco falegname del paese, gli regala una corteccia dura da catasta, vediamo se davvero ci fabbrica la marionetta di cui ciancia. Pinocchio non è qui il protagonista, al centro c’è l’anziano padre alla ricerca del figlio rapito, “Mastro Geppetto”, appunto! Il bibliotecario di origine siciliane Fabio Stassi (Roma, 1962) già autore di ottimi romanzi narra qui benissimo in terza una fiaba tragica.

 

Marco Andreatta

«A sfera = 4πr2. Archimede, l’arte della misura» 

Il Mulino

142 pagine, 12 euro

Siracusa, uno dei due centri nevralgici dell’Ellenismo. Anno 541 ab urbe condita, ovvero 212 avanti Cristo: fine dell’assedio romano alla polis greca, seconda guerra punica. C’erano voluti due anni per conquistarla. Le macchine da guerra ideate dallo scienziato matematico, ingegnere e “geometra” Archimede erano risultate fondamentali per la resistenza, soprattutto nella prima fase, con l’uso di catapulte e di grandi balestre fisse. Infine la città fu presa da parte delle truppe del console Marcello, Archimede ucciso da un soldato romano (più o meno inconsapevolmente o su ordine dall’alto, non si è mai ben capito); la storia umana vide l’avvicendarsi di due mondi culturali, politici ed economici, l’avvento dell’Impero Romano e il tramonto della civiltà e della cultura greca, che avevano in Siracusa un baricentro importante. Matematica e geometria nascono lì attorno: con Zenone a Elea (nei pressi di Napoli, Campania), con Pitagora a Crotone (Calabria), con Euclide ad Alessandria (Egitto) e con Platone che soggiornò a lungo proprio a Siracusa. Archimede è stato uno degli ultimi grandi matematici della Magna Grecia, come loro un uomo libero e dedito allo sviluppo di ardite costruzioni mentali, furono i fondatori e artefici del metodo scientifico. La misura della sfera, come il teorema di Pitagora e le considerazioni sull’infinito di Zenone, rappresentano l’apice di queste meditazioni, che furono sistematizzate solo quasi due millenni dopo. Il misurare come azione fondamentale affascinò anche Galilei. Poi Cartesio, Leibniz e altri favorirono la formalizzazione con formule. A definire la lunghezza del metro campione fu l’Assemblea nazionale costituente durante la Rivoluzione francese. Poi anche Gauss, Beltrami, Riemann e lo stesso Einstein presero spunto da Archimede. La teoria della relatività è l’equivalente moderno della formula del greco siracusano, utile per determinare e studiare la forma del nostro universo che sembra essere una sfera in più dimensioni, un’ipersfera.

Il matematico Marco Andreatta (Trento, 1958) è ordinario di Geometria all’Università di Trento e prosegue la fortunata collana della casa editrice bolognese sulle “formule” concentrandosi su quella del grande Archimede che si dedicò con successo a misurare (commensurare) gli enti curvi nello spazio e riuscì – circa nel 225 aC – nella dimostrazione dell’equivalenza della superficie sferica rispetto a quella di un cilindro equilatero circoscritto ad essa (la formula dà il titolo al libro). Il problema del misurare le cose che ci circondano è un’attività centrale della specie umana, con implicazioni non solo di natura matematica e scientifica ma anche economica, politica e artistica (da cui il sottotitolo). Dopo il prologo generale, il primo capitolo è significativamente dedicato a “un matematico a difesa di Siracusa”, molto basandosi sulla narrazione di Plutarco; seguono i capitoli sul metodo di Archimede e sui suoi teoremi legati al cerchio e alla sfera, con molte utili figure (come in altre parti del testo). Poi le sue opere furono abbastanza dimenticate nel Medioevo, finché gli scienziati del Rinascimento italiano riuscirono a porre le basi della scienza moderna e le stesse formule diventano “moderne”, Galileo Galilei (1564-1642) in primis ovviamente; secoli dopo Carl Friedrich Gauss (1777-1855) verso una formula “egregia” dalle tante conseguenze già nel 1827; Eugenio Beltrami (1835-1900) verso la geometria iperbolica e non-euclidea; Albert Einstein (1879-1955) verso la teoria geometrica per descrivere i fenomeni fisici in uno spazio 4-dimensionale (si aggiunge il tempo e ci si connette a tutte le scienze della vita, qui e nell’universo) con la formula espressa nel 1916.

 

Fabio Fiori

«Isolario italiano. Storie, viaggi e fantasie»

Ediciclo

188 pagine, 14 euro

Mediterraneo a vela. Decenni scorsi. Alcuni sono affetti da insulomania, ovvero dall’irresistibile attrazione per le isole, a suo modo una malattia, afflizione dello spirito rara ma per nulla sconosciuta, che regala un’inspiegabile ebbrezza, forse innata forse acquisita. Tutti i marinai fin dalla notte dei tempi sognano di approdare in un’isola, in armonia solo con i venti e le onde. Navigando a vela l’avvicinamento è lento, ogni isola mostra le sue forme piano piano: reale o mitica, immobile o errante, lontana o vicina, emersa o sprofondata, comunque circondata dall’acqua, distinguibile a occhio nudo dal largo nella sua unicità, da attraversare in una giornata di cammino, da osservare dall’alto in un unico giro d’orizzonte. I più sono attratti dalle isole marine, ma molti anche da isole lagunari, lacustri o addirittura fluviali. Nell’antichità si chiamava nesografia la scienza che si occupava della descrizione delle isole, nesos in greco, da non confondersi con la nesologia, la descrizione solo geologica. Nel suo originario significato è sparita dai vocabolari, oggi per illustrarle può essere utile un isolario: frammenti letterari, storici, geografici, artistici, musicali e di cronaca che hanno influenzato i singoli insulomani, da conoscere e confrontare. Se il viaggio è esercizio di meticciato, le isole sono altari sincretici, crocicchi molto più affollati della terraferma. Qualcuna anche carcere, ecosistema di isolamento detentivo (qui per esempio Capraia, Procida, San Nicola).

Il marinaio girovago e scrittore fertile Fabio Fiori (Rimini, 1967) racconta il suo isolario sentimentale, veleggia con il corpo e con la fantasia fra Capri, Elba, Ponza, Procida, Stromboli, San Francesco del Deserto, San Pietro e altre isole italiane; in tempi diversi e lontani, raggiunte a vela, a remi, o con quei piccoli affascinanti traghetti che fanno la spola con la penisola continentale; poi esplorate a piedi o in bici, ma anche a nuoto; comparate e sognate pure, davanti a vecchie carte manoscritte o a nuove fotografie satellitari. Per anni aveva raccolto e catalogato materiali con rigore geografico, qualche mese fa una furiosa e inaspettata burrasca aveva rovesciato tutto, la sua barca si era capovolta. Solo qualche foglio s’è salvato dal naufragio, un guazzabuglio culturale mediterraneo di frammenti insulari, pensieri insulomani, ancestrali isolitudini, dolorose isolalgie. Nel suo libro non troverete tutte le isole italiane (né un indice né una bibliografia) piuttosto un personale sentimentale viaggio fra isole materiali e immateriali, con un ordine scelto per la relazione affettiva e poetica; le isole ordinate per esperienze vissute, per apparizioni notturne, per navigazioni reali o fantastiche (appunti su Asteria, Utopia, Ferdinandea), assecondando i voleri capricciosi del vento. Isole dove nascondersi per ascoltare la voce di Persefone e dove rifugiarsi per trovare la dolcezza di Afrodite, una frammentaria nesografia utile a insulomani esiliati per la maggior parte dell’anno in continente, burrascosa come il pelago che stringe l’oggetto del desiderio. Un libro delicato da viaggiatori selettivi, da gustare appoggiati sul bagnasciuga, con molta acqua intorno.

Bernardo Zannoni

«I miei stupidi intenti»

Sellerio

248 pagine, 16 euro

Tane. Varie stagioni. Archy è una faina e racconta in prima persona la sua vita, dalla nascita con cinque cuccioli fratelli in un inverno nevoso, allo svezzamento e alla dura educazione materni, presto con il padre morto legato a un palo del recinto dove aveva cercato di rubare una gallina (dopo tre successi, il padrone dei campi Zò gli aveva sparato). È vero, qui gli animali dialogano, mangiano composti ai tavoli, dormono nei letti, ma poi la loro vita è quella che ci aspettiamo, mossa da necessità e istinti, arrangiata nei caratteri biologici di ciascuna specie negli ecosistemi noti. Archy cresce, la madre lo sente strano e lo baratta con il cibo consegnandolo alla volpe Solomon, la giovane faina scopre verità e menzogne del mondo circostante, altri cattivi e buoni, invecchia e si avvicina di più alla natura umana, scrive pagine drammatiche ed entusiasmanti. Non a caso il titolo del bel romanzo di Bernardo Zannoni (Sarzana, 1995) è “I miei stupidi intenti”. Originale e toccante.

 

Mariarosaria Barbera

«Donne romane in esilio a Ventotene. L’opposizione politica femminile tra Augusto e Domiziano»

presentazione di Silvia Costa, prefazione di Paola Refice

edizioni Ultima Spiaggia 

76 pagine per 18,50 euro

Ventotene. I secolo dopo Cristo. Nella storia contemporanea delle isole ponziane sono noti più uomini che donne fra confinati e deportati. Durante il regime fascista a Ventotene vissero comunque due protagoniste come Ursula Hirschmann e Ada Rossi; mentre a Santo Stefano le donne hanno intrecciato fortemente l’esistenza con condannati al terribile Ergastolo e con il personale carcerario; mogli, madri, figlie, testimoni di vicende dolorose e spesso tragiche. Nella storia antica sei importanti donne romane della famiglia giulio-claudia e flavia vennero esiliate là esiliate durante l’intero arco del I secolo dC, per sostanziali ragioni di lotte dinastiche, non certo per formali accuse di dissolutezza dei costumi. È, infatti, durante l’avvento del nuovo “principato” augusteo (dal 30 avanti Cristo al 14 dC) che vengono introdotte precise disposizioni legali relative ai due istituti giuridici del confino romano ad insulam. La svolta si ha nel 2 aC all’interno del pretestuoso processo per adulterio che coinvolge Giulia, la figlia maggiore di Ottaviano Augusto (63 aC-14 dC), privo di eredi maschi diretti: Giulia viene “relegata” su un’insula imposta dal padre padrone, a Pandataria (Ventotene oggi) in parte con la madre Scribonia; lo stesso destino tocca ad almeno uno dei suoi amanti Sempronio Gracco, a Cercina (arcipelago davanti alla costa africana oggi tunisina); mentre l’unico altro uomo di cui è noto il nome, Iullo Antonio, viene indotto a suicidarsi. Successivamente, altre quattro donne romane (Agrippina Maggiore, Livilla, Claudia Ottavia, Flavia Domitilla) delle famiglie giulio-claudia e flavia furono esiliate a Ventotene: i comportamenti dissoluti femminili furono l’alibi per disfarsi di presenze ingombranti rispetto a strategie ereditarie e lotte di potere maschili.

L’archeologa Mariarosaria Barbera (San Giorgio a Cremano, 1955) compie una bella operazione di ricostruzione storica sul primo uso a carcere dell’isola di Ventotene. L’esilio era apparentemente “dorato”, con ancelle e servitori nella splendida villa imperiale a Punta Eolo (costruita per svago e ozio, godibili solo durante le stagioni calde), in realtà crudele e vendicativo, espressione della gerarchia sociale e culturale di genere. Le condannate per “adulterio” nei primi due secoli dell’impero furono centinaia. Giulia inaugurò la pena in un luogo privo di agglomerati sociali, condannata al silenzio e a perdere “ogni delicatezza di vita”, ovvero per esempio al non bere vino e al non poter ricevere uomini (solo donne e autorizzate). Le condanne si conclusero con la morte sull’isola in tre casi o con l’ulteriore esilio per Giulia, fino alla morte a Reggio. La narrazione è piana e meticolosa, intervallata da riquadri di approfondimento di episodi storico-biografici (i tre matrimoni di Giulia, Antonio e Cleopatra, la villa di Punta Eolo e l’isola di Ventotene) o delle figure maschili “di contorno”, gli imperatori in genere (Augusto, Germanico, Caligola, Nerone, Domiziano). Al centro vi è un interessante apparato iconografico, figure con immagini di sculture, planimetrie e vedute aeree; in fondo un’accurata bibliografia; all’interno del retro di copertina l’albero genealogico della famiglia giulio-claudia.

Lilian Thuram

«Il pensiero bianco. Non si nasce bianco, lo si diventa»

traduzione di Marco Aime e Maria Elena Buslacchi

Add editore

Mondo. Da poco meno di mille anni. Consapevoli o meno, noi bianchi tendiamo a ragionare e agire attraverso un pensiero razzialista bianco, con il quale abbiamo permeato anche opinioni e percezioni dei non bianchi, oltre alle relazioni sociali di gran parte dei Paesi del pianeta. Il meccanismo è paragonabile a quello che porta alla dominazione degli uomini sulle donne, gerarchie e ruoli introiettati, dei quali pochi sono soggettivamente colpevoli, ma che quasi tutti usano normalmente e danno per scontati. Occorre studiare la “bianchezza”: in che modo i bianchi, che rappresentano il 16,8% della popolazione mondiale, vivono il fatto di dominare i non-bianchi, sia all’interno delle rispettive società sia come costante nelle relazioni internazionali? In che modo tale dominazione ha cambiato volto nel corso dei secoli (prima e dopo il 1492)? Come e quanto esiste un senso di appartenenza razziale nei nostri Paesi occidentali? Il pensiero bianco non è solo il pensiero dei bianchi, anche i non bianchi lo hanno interiorizzato; non è una questione di pigmentazione della pelle (bianca non esiste, di chiare a migliaia o milioni e tutte diverse), è un modo di stare al mondo almeno dai tempi delle Crociate. Prendere coscienza della prospettiva da cui pensiamo e parliamo – sono un uomo, sono una donna, sono più chiaro, sono più scuro, sono credente (cattolico o musulmano o ebreo o altro), sono ateo – è il primo passo per capire che parliamo di presunta “scoperta” delle Americhe, schiavitù, colonizzazione, razzismo e globalizzazione sempre attraverso distorsioni storiche e culturali molto radicate. Il pensiero bianco è il filtro ideologico che è stato imposto a tutti da una storia raccontata da minoranze avide e interessate, con la complicità, più o meno passiva o esitante, di una gran parte di coloro che ne traggono beneficio. Noi compresi, me compreso. Basta indifferenza, neutralità, complicità!

Splendido libro quello del grande atleta francese Lionel Thuram (Guadalupa, 1972), uno dei più straordinari giocatori di calcio degli ultimi decenni (1991-2008), che, appena attaccate le scarpette al chiodo, ha promosso la fondazione Éducation contre le racisme, pour l’égalité. Il suo ultimo volume è uno zibaldone di informazioni, citazioni, spunti e vicende di imposizioni e ribellioni, ben organizzato in tre parti: la critica alle narrazioni storiche dal solo punto di vista bianco; l’analisi scientifica del razzismo sistemico nelle società contemporanee, a partire dall’esperienza francese; eventuali pensieri e possibili forme per diventare tutti (più) umani. Nel retro della copertina e della quarta, un’immagine: la carta di Peters, capovolta, la lunga immensa Africa al centro (lì tutti abbiamo avuto origine, siamo tutti migranti africani), la piccola Europa in basso, ci impone di moltiplicare i punti di vista geografici e storici. La cultura della cancellazione è stata messa in atto dai colonizzatori (travestiti da civilizzatori), non è un fenomeno recente. E anche la stragrande maggioranza dei pensatori illuministi non condannò né la ferocia della tratta né l’idea che i neri fossero considerati inferiori. I 64 articoli del Code noir rimasero in vigore dal 1685 al 1848, anche dopo, nei fatti. La classificazione degli esseri umani in diverse razze e la loro gerarchia sono state create per giustificare la supremazia bianca, per trasformare le persone bianche nella norma cui tutto deve fare riferimento. L’intento è stato raggiunto anche se le regole dell’Apartheid sono state via via abolite. Il pensiero bianco è innanzitutto maschile: nella conquista e nel possesso del corpo femminile troviamo la convergenza tra machismo e razzismo. Non abbiate paura: non c’è odio o settarismo in Thuram; storia, diritto, geopolitica, biologia, psicologia, sociologia, economia, climatologia, filosofia, letteratura e segnala sempre che qualcuno si oppose a un certo pensiero bianco, in ogni epoca, anche bianchi. Essenziali riferimenti biografici e molti cenni sull’Italia; la copertina è coerente col testo, non bellissima. In fondo ricca bibliografia e accurato indice dei nomi (davvero tanti e appropriati). Smacchiamo, allora, il pensiero bianco e condividiamo pensieri umani, solidali, di specie sapiens in mezzo a tante differenti specie vive in ecosistemi vitali!

 

Giorgio Parisi

«La chiave, la luce e l’ubriaco. Come si muove la ricerca scientifica»

seconda edizione (la prima nel 2006)

Di Renzo Editore

76 pagine, 12 euro

Qui e ora, prima e dopo, là e altrove. Ma quanto? Circa 55 anni fa, alla fine del liceo, il recente Premio Nobel Giorgio Parisi (Roma 1948) era incerto se iscriversi a matematica (passione fin dall’infanzia) o a fisica (era rimasto colpito dalla concretezza delle scoperte moderne), optò per la seconda: “è assolutamente essenziale riuscire a tradurre il mondo in numeri, osservare come questi si evolvono e cambiano nel tempo, e alla fine costruire una teoria che li spieghi”. Mentre un matematico per dimostrare un teorema deve arrivare a delle conclusioni al di là di ogni dubbio, un fisico si ferma quando ha raggiunto un ragionevole convincimento della verità delle sue conclusioni: “mi è capitato più di una volta di arrivare a dimostrare dei risultati (ovvero a portare degli argomenti euristici convincenti per la loro correttezza) e solo successivamente alcuni matematici di grande classe, dopo molti anni di duro lavoro, sono riusciti a trasformarli in veri teoremi”. Fece la tesi con Nicola Cabibbo, nel 1971 entrò per due anni al centro di ricerca di Frascati, poi trascorse esperienze di lavoro a New York, Parigi, Amburgo, Ginevra e, dopo un anno alla Columbia, tornò definitivamente in Italia: “anche se avevo ricevuto molte offerte allettanti all’estero, non mi sono mai pentito di questa decisione”. Parisi è divenuto uno dei massimi esperti mondiali in meccanica quantistica e teoria dei campi; ha introdotto una complicatissima modellizzazione in cromodinamica quantistica, le cosiddette equazioni DGLAP (l’ultima lettera sta per Parisi); ha elaborato l’equazione differenziale stocastica per i modelli di crescita per la “random aggregation”; ha ben studiato la dinamica degli storni quando si muovono in grandi gruppi; da decenni ottiene riconoscimenti internazionali e continua a insegnare Fisica teorica e Teoria dei quanti nelle università romane, sempre impegnandosi per politiche pubbliche ben finanziate, innovative e inclusive, relative alla ricerca in Italia.

Il grande scienziato Giorgio Parisi conversò nel 2006, quindici anni fa, con un bravo editore romano, una quindicina di brevissime domande e altrettante corpose risposte in forma di saggio discorsivo. Ne nacque un agile volumetto di divulgazione della sua carriera di fisico, del concetto di realtà fisica e dello spazio-tempo soprattutto negli ultimi due secoli, del contributo dei calcolatori e dei progressi tecnologici all’evoluzione della fisica moderna, del significato dei sistemi complessi, del rapporto tra fisica e altre discipline scientifiche soprattutto la biologia, dei nessi fra “lineare” e “caotico”, dell’influenza dei criteri estetici e dell’arte sulla ricerca avanzata e sulle “belle” teorie, delle scelte da compiere nelle politiche universitarie del nostro paese. In fondo vi sono brevi note biografiche di 25 personalità scientifiche (più volte richiamate nel testo), in ordine alfabetico da Bohr (1885-1962) a Whitehead (1861-1947). Il titolo deriva da una vecchia barzelletta: un ubriaco, di notte, si mette a cercare una chiave sotto un lampione. Arriva un tale che lo aiuta ma, non trovando nulla, gli chiede se è proprio sicuro di aver perso lì la chiave. L’ubriaco risponde: “No, non sono affatto sicuro, ma è qui che c’è la luce”. Ecco, gli scienziati fanno le cose che riescono a fare. Quando si accorgono di disporre dei mezzi per studiare qualcosa, che fino a quel momento era stato trascurato, allora s’impegnano per quella strada. Il volume di Parisi è chiaro, comprensibile, esemplare, riedito a ottobre 2021 non appena gli è stato meritoriamente assegnato il Nobel per la Fisica, sesto italiano dopo Marconi (1909), Fermi (1938), Segrè (1959), Rubbia (1984) e Giacconi (2002).

 

La Bottega del Barbieri

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