Italia-Europa: aspettando l’inverno del nostro scontento

articoli, appelli, musica e video di Giorgio Agamben, John Pilger, AntiDiplomatico, Comunità di Base delle Piagge, Angelo d’Orsi, Richard Falk, Manlio Dinucci, Elena Camino, Massimo Zucchetti, Thierry Meyssan, Alberto Negri, Bruna Bianchi, Ramzy Baroud, Caitlin Johnstone, Stefano Orsi, Fabio Marcelli, Sahra Wagenknecht, Alessandro Orsini, Franco Trincale, Guido Salerno Aletta

 

La terza guerra mondiale non è ancora finita – Giorgio Agamben

«Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Sempre più ci sto pensando. Sono convinto che lo scenario culturale, intellettuale, politico non ha ancora esplicitato tutte le sue potenzialità. Dobbiamo considerarci alla fine della terza guerra mondiale». La guerra di cui Dossetti parlava in questa intervista del 1993 è stata più devastante o altrettanto devastante delle altre due, perché è stata combattuta solo dal male in nome del male, fra potenze ugualmente malvage, anche se in apparenza con meno spargimento di sangue. Ma questa guerra secondo ogni evidenza non è ancora finita, ha preso altre forme e noi ci siamo dentro senza riuscire a vederne la fine. Siamo dentro la guerra planetaria contro il virus, parte in causa nelle mille guerre civili che dividono i popoli dall’interno e coinvolti nostro malgrado nella guerra in Ucraina come occasione di una guerra mondiale bianca, che viene cioè condotta innanzitutto nel linguaggio e nelle menti degli uomini.

È possibile, tuttavia, che Dossetti avesse ragione e che questa interminabile guerra coincida in qualche modo con la fine, che la fine sia, cioè, per così dire sempre in corso. «Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture – aggiungeva ¬– non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera». Le potenze che si battono non hanno infatti alcuna salvezza e alcuna verità da proporre: solo una continua, incombente minaccia di malattia e morte e l’odio e la guerra di ciascuno verso tutti. Sono, in questo senso, alla fine e l’atroce guerra civile planetaria che conducono è la forma della loro fine.

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Europei, Americanizzatevi! – Guido Salerno Aletta

 

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale

Deindustrializzare l’Europa serve ad americanizzarla.

La prossima crisi energetica, per via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.

Sin dalla metà degli Anni Trenta cominciando dall’Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, l’esperimento socialdemocratico aveva portato alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali. Quattro erano i pilastri: Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.

Questi interventi pubblici erano e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che deriva dal prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente. Il costo del lavoro, che rappresenta l’onere complessivo per l’impresa, viene ripartito in due porzioni: da una parte, c’è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del lavoratore per i suoi consumi personali; dall’altra, ci sono il prelievo fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi previdenziali obbligatori.

Negli Stati Uniti, nonostante gli interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata. In fondo, anche con l’Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla stregua di quanto accede anche in Italia per coprire i rischi della Responsabilità Civile Auto. Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie private e da Fondazioni senza fine di lucro.

Nel corso degli ultimi trent’anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza. Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi. Le formule del Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed accessori, sono state usate un po’ dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.

Ora arriva l’ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.

Dopo la chiusura negli scorsi decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici, e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti automobilistici. La transizione verso l’auto elettrica farà a meno della gran parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno inutili.

C’è anche un dato storico, ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall’Occidente, verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l’India, ed in prospettiva anche in Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna tradizione, né socio-culturale, né politica. D’altra parte, per contrastare il fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.

Ai partiti tradizionali che in Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell’organizzazione sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della organizzazione delle funzioni pubbliche.

Come è successo negli Usa a partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.

L’industria europea aveva resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell’energia. La crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà una potente spallata.

Niente più Scuole pubbliche gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico pubblico. E, naturalmente, c’è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.

Europei, Americanizzatevi!

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale.

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Sabato 17 settembre – ore 14,30

Presidio popolare all’aeroporto militare di Ghedi (BS)

 in via Castenedolo e Ispezione parlamentare nella base.

 

Mettiamo al centro della campagna elettorale il tema della guerra attraverso la mobilitazione:

  • Fuori l’Italia dalla NATO!
  • Contro la partecipazione dell’Italia a tutte le guerre in corso!
  • Soldi per fare fronte alla crisi economica e ambientale e al carovita anziché per le spese militari!
  • Per sanità e istruzione pubbliche e di qualità, la lotta al carovita, per le bonifiche ambientali necessarie e gli investimenti per la lotta alla crisi climatica, per la creazione di posti di lavoro, per i lavori pubblici realmente necessari al paese e un reddito dignitoso per tutti/e!

 

A causa delle decisioni prese in ambito NATO e UE, l’Italia partecipa attivamente ai conflitti in corso nel mondo attraverso 38 missioni militari e supporta l’impegno bellico dell’Ucraina con armi e soldi gettando benzina sul fuoco di un conflitto che rischia di degenerare in una guerra nucleare.

La partecipazione dell’Italia a queste guerre ci costa ad oggi 26 miliardi di euro l’anno, cifra destinata ad aumentare in poco tempo fino a 40 miliardi, ossia il 2% del PIL, come imposto dagli accordi NATO e ribadito dal Parlamento italiano lo scorso 12 marzo. Ci costa l’inquinamento di interi territori per la presenza di poligoni militari (come i 3 poligoni NATO in Sardegna, ad Aviano (PN) e tanti altri sparsi sul suolo nazionale), con annesse patologie tumorali tra i civili italiani che vivono e lavorano nei pressi dei poligoni, esposti ad esalazioni di ogni tipo. Ci è costata finora 8000 militari ammalati per l’uranio impoverito, senza contare i contaminati dall’amianto sulle navi militari e da altri fattori cancerogeni legati alla produzione e sperimentazione di armamenti bellici. Innumerevoli inoltre sono i civili dei paesi bombardati dalla NATO, vittime della guerra e delle patologie tumorali e dell’inquinamento ambientale connessi alle attività belliche.

Infine, ci costa il fatto di essere uno dei principali “paesi bersaglio” per le 113 basi NATO-USA su suolo italiano, a cui si aggiungono altre 20 basi “segrete”, la base USA di Camp Darby (il più grande magazzino al mondo di armi USA all’estero) e per la presenza dei porti nucleari (Cagliari e La Maddalena, La Spezia, Napoli, Gaeta, Taranto, Brindisi, Trieste, Augusta…) da cui transitano sottomarini e portaerei nucleari, come la portaerei Truman che solo la primavera scorsa ha attraccato a Napoli e Trieste.

Ma quanto denaro, destinato alla guerra e al riarmo, lo Stato italiano potrebbe investire realmente ed efficacemente per riaprire gli ospedali chiusi negli ultimi 20 anni e assumere i 40mila infermieri che mancano e di cui abbiamo bisogno? Quante di queste risorse potrebbero essere investite per l’edilizia scolastica oramai fatiscente, la bonifica dei territori inquinati, le tante piccole opere che servono al paese (dissesto idrogeologico, ponti che crollano, strade malmesse, ecc.)? La guerra non porta alcun beneficio ai lavoratori e alle lavoratrici, lo vediamo con gli effetti delle sanzioni alla Russia e la speculazione orchestrata da ENI e i grandi monopoli energetici, lo vediamo con l’aumento della chiusura di aziende e settori produttivi. La presenza di armi nucleari e altri armamenti estremamente pericolosi depositati alla base di Ghedi e in quella di Aviano non portano alcun beneficio agli abitanti di queste zone, né al Paese. Anzi, queste basi, insistendo su aree sismiche (vedi il recente terremoto registrato a pochi km da Aviano) rappresentano un rischio nucleare connesso a quello militare.

Dove sono i piani di emergenza obbligatori per legge, nazionale ed europea? Noi li pretendiamo.

Ci opponiamo inoltre con forza all’arrivo in Italia delle nuove testate nucleari B61-12 in produzione oggi ai Sandia Laboratories (USA) e alla presenza delle attuali atomiche B61, considerata illegale da un recente studio degli avvocati di “IALANA Italia”.

 

Contemporaneamente al presidio all’Aeroporto Militare di Ghedi, anche presso la base USA di Aviano, alla stessa ora, Sabato 17 settembre si terrà un presidio di protesta.

 

 

Facciamo quindi appello ai movimenti, ai comitati, alle organizzazioni sindacali e politiche, alle associazioni affinché aderiscano e partecipino al presidio portando ognuno uno striscione da affiggere alle reti della base per rivendicare soldi per il potenziamento della sanità pubblica, per la scuola e l’università, per creare posti di lavoro utili e dignitosi, per il diritto alla casa, per il sostegno alle famiglie, per la tutela dell’ambiente… Perché 40 miliardi all’anno siano destinati a far fronte agli effetti più gravi della crisi anziché a rinvigorire le missioni di guerra contro i popoli del mondo e la sottomissione dell’Italia alla NATO!

Facciamo appello a tutti i parlamentari che intendono dar forza a questa mobilitazione, a far parte della delegazione parlamentare, per ora composta dalla On. Simona Suriano, la On. Yana Ehm e la Sen. Bianca Laura Granato, che effettuerà l’ispezione nella base.

Gli striscioni e le bandiere di tutti gli aderenti e i partecipanti sono l’investitura popolare alla delegazione delle/i parlamentari.

 

Diamo forza alla lotta contro la NATO, per il suo scioglimento, per mettere fine alle guerre nel mondo!

 

SCIOGLIAMO LA NATO!

NO ALLA PARTECIPAZIONE DELL’ITALIA ALLA GUERRA!

PER GLI INVESTIMENTI IN SANITA’, LAVORO, ENERGIE RINNOVABILI E LOTTA AL CAROVITA!

 

Promuovono: Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito (ANVUI), Centro Sociale 28 Maggio – Rovato (BS), Donne e uomini contro la guerra – Brescia, Centro di documentazione “Abbasso la guerra”

Primi aderenti: Tavolo della pace Val Brembana circolo Don Gallo e Peppino Impastato, Compagne e compagni contro il Green Pass di Brescia, Partito di CARC, PCI di Brescia, PRC di Brescia, Unione Popolare Val Brembana, ADL Varese sindacato di base, GTA  Gratosoglio Autogestita, Coordinamento Milano Insorge, Miracolo a Milano.

 

Per adesioni: 3208491257/ 3313298611/ 3394166753

 

Il silenzio degli innocenti. Come funziona la propaganda – John Pilger

Negli anni settanta ho incontrato Leni Riefenstahl, una delle principali propagandiste di Hitler, i cui film epici glorificavano il nazismo. Ci capitò di soggiornare nello stesso hotel in Kenya, dove lei si trovava per un incarico fotografico, essendo sfuggita al destino di altri amici del Führer. Mi disse che i “messaggi patriottici” dei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto” ma da quello che lei definiva il “vuoto sottomesso” del pubblico tedesco.

Questo coinvolgeva la borghesia liberale e istruita? Ho chiesto. “Sì, soprattutto loro”, rispose.

Penso a questo quando mi guardo intorno e osservo la propaganda che sta deteriorando le società occidentali.

Certo, siamo molto diversi dalla Germania degli anni trenta. Viviamo in società dell’informazione. Siamo globalisti. Non siamo mai stati così consapevoli, così in contatto, così connessi.

Lo siamo? Oppure viviamo in una Società Mediatica in cui il lavaggio del cervello è insidioso e implacabile e la percezione è filtrata in base alle esigenze e alle bugie del potere statale e del potere delle imprese?

Gli Stati Uniti dominano i media del mondo occidentale. Tutte le dieci principali società mediatiche, tranne una, hanno sede in Nord America. Internet e i social media – Google, Twitter, Facebook – sono per lo più di proprietà e controllo americano.

Nel corso della mia vita, gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, la gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di 30 Paesi. Hanno sganciato bombe sulla popolazione di 30 paesi, la maggior parte dei quali poveri e indifesi. Ha tentato di assassinare i dirigenti politici di 50 paesi.  Ha combattuto per reprimere i movimenti di liberazione in 20 paesi.

La portata e l’ampiezza di questa carneficina è in gran parte non riportata, non riconosciuta; e i responsabili continuano a dominare la vita politica anglo-americana.

Negli anni precedenti la sua morte, avvenuta nel 2008, il drammaturgo Harold Pinter pronunciò due discorsi straordinari, che ruppero il silenzio.

“La politica estera degli Stati Uniti”, disse, “è meglio definita come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. È così semplice e cruda. L’aspetto interessante è che ha un successo incredibile. Possiede le strutture della disinformazione, dell’uso della retorica, della distorsione del linguaggio, che sono molto persuasive, ma in realtà sono un sacco di bugie. È una propaganda di grande successo. Hanno i soldi, hanno la tecnologia, hanno tutti i mezzi per farla franca, e la fanno”.

Nell’accettare il Premio Nobel per la Letteratura, Pinter ha detto questo: “I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne hanno veramente parlato. Occorre riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione affatto patologica del potere in tutto il mondo, mascherandosi come forza per il bene universale. È un atto di ipnosi brillante, persino spiritoso e di grande successo”.

Pinter era un mio amico e forse l’ultimo grande saggio politico, cioè prima che la politica del dissenso si fosse imborghesita. Gli chiesi se la “ipnosi” a cui si riferiva fosse il “vuoto sottomesso” descritto da Leni Riefenstahl.

“È la stessa cosa”, ha risposto. “Significa che il lavaggio del cervello è così accurato tanto che siamo programmati a ingoiare un mucchio di bugie. Se non riconosciamo la propaganda, possiamo accettarla come normale e crederci. Questo è il vuoto sottomesso”.

Nei nostri sistemi di “democrazia delle grandi imprese”, la guerra è una necessità economica, il connubio perfetto tra sovvenzioni pubbliche e profitto privato: socialismo per i ricchi, capitalismo per i poveri. Il giorno dopo l’11 settembre i prezzi delle azioni dell’industria bellica sono saliti alle stelle. Stavano per arrivare altri spargimenti di sangue, il che è ottima cosa per gli affari.

Oggi le guerre più redditizie hanno un proprio marchio. Si chiamano “guerre eterne”: Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen e ora Ucraina. Tutte si basano su un cumulo di bugie.

L’Iraq è la più famosa, con le sue armi di distruzione di massa che non esistevano. Nel 2011 la distruzione della Libia da parte della Nato è stata giustificata da un massacro a Bengasi che non c’è stato. L’Afghanistan è stata una comoda guerra di vendetta per l’11 settembre, la qual cosa non aveva nulla a che fare con il popolo afghano.

Oggi, le notizie dall’Afghanistan parlano di quanto siano malvagi i talebani, e non del fatto che il furto di 7 miliardi di dollari delle riserve bancarie del paese da parte di Joe Biden stia causando sofferenze diffuse. Recentemente, la National Public Radio di Washington ha dedicato due ore all’Afghanistan e 30 secondi al suo popolo affamato.

Al vertice di Madrid di giugno, la Nato, controllata dagli Stati Uniti, ha adottato un documento strategico che militarizza il continente europeo e aumenta la prospettiva di una guerra con Russia e Cina. Il documento propone “un combattimento bellico multidimensionale contro un contendente dotato di armi nucleari”. In altre parole, una guerra nucleare.

Dice: “L’allargamento della Nato è stato un successo storico”.

L’ho letto con incredulità.

Una misura di questo “successo storico” è la guerra in Ucraina, le cui notizie per lo più non sono notizie, ma una litania unilaterale di sciovinismo, distorsione, omissione. Ho raccontato diverse guerre e non ho mai conosciuto una propaganda così generalizzata.

Nello scorso febbraio, la Russia ha invaso l’Ucraina come risposta a quasi otto anni di uccisioni e distruzioni criminali nella regione russofona del Donbass, al suo confine.

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno sponsorizzato un colpo di stato a Kiev per sbarazzarsi del presidente ucraino democraticamente eletto e favorevole alla Russia, insediando un successore che gli americani stessi hanno chiarito essere il loro uomo.

Negli ultimi anni, missili “di difesa” americani sono stati installati in Europa orientale, Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, quasi certamente puntati contro Russia, accompagnati da false rassicurazioni che risalgono alla “promessa” di James Baker a Gorbaciov, nel febbraio 1990, secondo la quale la Nato non si sarebbe mai espansa oltre la Germania.

L’Ucraina è la linea del fronte. La Nato ha di fatto raggiunto la stessa terra di confine attraverso la quale l’esercito di Hitler irruppe nel 1941, causando più di 23 milioni di morti in Unione Sovietica.

Lo scorso dicembre, la Russia ha proposto un piano di sicurezza per l’Europa di vasta portata. I media occidentali lo hanno respinto, deriso o soppresso. Chi ha letto le sue proposte passo dopo passo? Il 24 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha minacciato di sviluppare armi nucleari se l’America non avesse armato e protetto l’Ucraina. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Lo stesso giorno, la Russia ha invaso l’Ucraina – secondo i media occidentali, un atto non provocato di infamia congenita. La storia, le bugie, le proposte di pace, gli accordi solenni sul Donbass a Minsk non hanno contato nulla.

Il 25 aprile, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il generale Lloyd Austin, è volato a Kiev e ha confermato che l’obiettivo dell’America è quello di distruggere la Federazione Russa – la parola che ha usato è “indebolire”. L’America aveva ottenuto la guerra che voleva, condotta per procura da una pedina sacrificabile, finanziata e armata dall’America stessa.

Quasi nulla di tutto ciò è stato spiegato alle opinioni pubbliche occidentali.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è sconsiderata e imperdonabile. Invadere un paese sovrano è un crimine. Non ci sono “ma” – tranne uno.

Quando è cominciata l’attuale guerra in Ucraina, e chi l’ha iniziata? Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e quest’anno, circa 14.000 persone sono state uccise nella guerra civile del regime di Kiev nel Donbass. Molti degli attacchi sono stati condotti da neonazisti.

Guardate un servizio di ITV News del maggio 2014, realizzato dal veterano dei reporters James Mates, il quale viene bombardato, insieme ai civili nella città di Mariupol, dal battaglione Azov (neonazista) dell’Ucraina.

Nello stesso mese, decine di persone di lingua russa sono state bruciate vive o soffocate in un edificio dei sindacati di Odessa, assediato da teppisti fascisti, seguaci del collaborazionista e fanatico antisemita Stephen Bandera.  Il New York Times ha definito i teppisti “nazionalisti”.

“La missione storica della nostra nazione in questo momento critico”, ha dichiarato Andreiy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, “è quella di guidare le Razze Bianche del mondo in una crociata finale per la loro sopravvivenza, una crociata contro gli Untermenschen (sottouomini) guidati dai semiti”.

Da febbraio, una campagna di autoproclamati “news monitors” (“osservatori delle informazioni”), per lo più finanziati da americani e britannici aventi legami con i governi, ha cercato di sostenere l’assurdità secondo la quale i neonazisti ucraini non esistono.

Il ritocco delle fotografie, un termine un tempo associato alle purghe staliniane, è diventato uno strumento del giornalismo dominante.

In meno di un decennio, la Cina “buona” è stata “ritoccata” e la Cina “cattiva” l’ha sostituita: da laboratorio e fabbrica del mondo a nuovo Satana emergente.

Gran parte di questa propaganda ha origine negli Stati Uniti ed è trasmessa attraverso vari intermediari e vari “think tank”, come il famoso Australian Strategic Policy Institute, voce dell’industria delle armi, e da giornalisti zelanti come Peter Hartcher del Sydney Morning Herald, che ha etichettato coloro che diffondono l’influenza cinese come “ratti, mosche, zanzare e passeri” e ha auspicato che questi “parassiti” vengano “estirpati”.

Le notizie sulla Cina in Occidente riguardano quasi esclusivamente la minaccia proveniente da Pechino. “Ritoccate” sono le 400 basi militari americane che circondano la maggior parte della Cina, una collana armata che si estende dall’Australia al Pacifico e al sud-est asiatico, al Giappone e alla Corea. L’isola giapponese di Okinawa e quella coreana di Jeju sono armi cariche puntate a bruciapelo sul cuore industriale della Cina. Un funzionario del Pentagono ha descritto questa situazione come un “cappio”.

La Palestina è stata raccontata in modo errato da sempre, a mia memoria. Per la Bbc, c’è il “conflitto” tra “due narrazioni”. L’occupazione militare più lunga, brutale e illegale dei tempi moderni è innominabile.

La popolazione colpita dello Yemen esiste a malapena. È un “non-popolo mediatico”.  Mentre i sauditi fanno piovere le loro bombe a grappolo americane, con i consiglieri britannici che lavorano a fianco degli ufficiali sauditi addetti al bombardamento, più di mezzo milione di bambini rischiano di morire di fame.

Questo lavaggio del cervello per omissione ha una lunga storia. Il massacro della prima guerra mondiale è stato cancellato da reporter che sono stati insigniti del cavalierato per il loro impegno e che hanno poi confessato nelle loro memorie.  Nel 1917, il direttore del Manchester Guardian, C. P. Scott, confidò al primo ministro Lloyd George: “Se la gente sapesse davvero [la verità], la guerra verrebbe fermata domani, ma non sa e non può sapere”.

Il rifiuto di vedere le persone e gli eventi come li vedono gli altri paesi è un virus mediatico in Occidente, debilitante quanto il Covid.  È come se vedessimo il mondo attraverso uno specchio unidirezionale, in cui “noi” siamo morali e benigni e “loro” no. È una visione profondamente imperiale.

La storia quale presenza viva in Cina e in Russia è raramente spiegata e raramente compresa. Vladimir Putin è Adolf Hitler. Xi Jinping è Fu Man Chu. Risultati epici, come lo sradicamento della povertà in Cina, sono a malapena conosciuti. Quanto è perverso e squallido tutto ciò.

Quando ci permetteremo di comprendere? La formazione dei giornalisti in laboratorio non è la risposta. E nemmeno il meraviglioso strumento digitale, che è un mezzo, non un fine, come la macchina da scrivere con un solo dito e la macchina per linotype.

Negli ultimi anni, alcuni dei migliori giornalisti sono stati espulsi dai media dominanti. “Defenestrati” è il termine usato. Gli spazi un tempo aperti ai cani sciolti, ai giornalisti controcorrente, a quelli che dicevano la verità, si sono chiusi.

Il caso di Julian Assange è il più sconvolgente.  Quando Julian e WikiLeaks erano in grado di conquistare lettori e premi per il Guardian, il New York Times e altri autodefiniti importanti “giornali di cronaca”, venivano celebrati.

Quando lo Stato occulto si è opposto e ha chiesto la distruzione dei dischi rigidi e l’assassinio del personaggio di Julian, egli è stato reso un nemico pubblico. Il vicepresidente Biden lo ha definito un “terrorista hi-tech”. Hillary Clinton ha chiesto: “Non possiamo silenziarlo proprio questo tipo?”.

La seguente campagna di abusi e di diffamazione contro Julian Assange – il Relatore sulla Tortura delle Nazioni Unite l’ha definita “mobbing” – ha condotto la stampa liberale al suo minimo storico. Sappiamo chi sono. Li considero dei collaborazionisti: giornalisti del regime di Vichy.

Quando si solleveranno i veri giornalisti? Un samizdat ispiratore esiste già in Internet: Consortium News, fondato dal grande reporter Robert Parry, Grayzone di Max Blumenthal, Mint Press News, Media Lens, Declassified UK, Alborada, Electronic Intifada, WSWS, ZNet, ICH, Counter Punch, Independent Australia, il lavoro di Chris Hedges, Patrick Lawrence, Jonathan Cook, Diana Johnstone, Caitlin Johnstone e altri che mi perdoneranno se non li cito qui.

E quando gli scrittori si alzeranno in piedi, come fecero contro l’ascesa del fascismo negli anni trenta? Quando si alzeranno i registi, come fecero contro la guerra fredda negli anni quaranta? Quando si solleveranno gli autori della satira, come fecero una generazione fa?

Dopo essersi immersi per 82 anni in un profondo bagno di perbenismo, la versione ufficiale dell’ultima guerra mondiale, non è forse giunto il momento che coloro che sono destinati a dire la verità dichiarino la loro indipendenza e decodifichino la propaganda? L’urgenza è più grande che mai.

 

(Questo articolo è una versione modificata di un discorso tenuto al Trondheim World Festival, Norvegia, il 6 settembre 2022)

 

 

 

 

Il conflitto in Ucraina accelera la fine del dominio dell’Occidente – Thierry Meyssan

Il conflitto ucraino, presentato come un’aggressione della Russia, è invece l’applicazione della risoluzione 2202 del 17 febbraio 2015 del Consiglio di Sicurezza. Francia e Germania non hanno tenuto fede agli impegni assunti con l’Accordo di Minsk II, quindi per sette anni la Russia si è preparata allo scontro attuale. Mosca ha previsto le sanzioni occidentali con molto anticipo, sicché le sono bastati due mesi per aggirarle. Le sanzioni scompaginano la globalizzazione statunitense, perturbano le economie occidentali spezzando le catene di approvvigionamento, facendo rifluire i dollari verso Washington e provocando un’inflazione generale, causando infine una crisi energetica. Chi la fa l’aspetti: gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Nel frattempo le entrate del Tesoro russo in sei mesi sono aumentate del 32%.

Nei sette anni appena trascorsi spettava alle potenze garanti dell’Accordo di Minsk II (Germania, Francia, Ucraina e Russia) farlo rispettare. Non l’hanno fatto, sebbene l’intesa sia stata avallata e legalizzata il 17 febbraio 2015 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a dispetto delle affermazioni sulla necessità di proteggere i cittadini ucraini, minacciati dal loro stesso governo.

Il 31 gennaio 2022, allorquando cominciavano a circolare notizie su un possibile intervento militare russo, il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Difesa ucraino, Oleksy Danilov, sfidava Germania, Francia, Russia e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dichiarando: «Il rispetto degli Accordi di Minsk significa la distruzione del Paese. Quando furono firmati sotto la minaccia armata dei russi – e sotto lo sguardo di tedeschi e francesi – era già chiaro a tutte le persone razionali che sarebbe stato impossibile applicarli» [1].

Sette anni dopo, quando il numero di ucraini uccisi dal governo di Kiev ha superato i 12 mila secondo la versione ucraina e i 20 mila secondo la Commissione d’inchiesta russa, solo allora Mosca ha lanciato un’«operazione militare speciale» contro i «nazionalisti integralisti» ucraini (come vogliono essere chiamati), che i russi definiscono «neonazisti».

Sin dall’inizio dell’operazione la Russia ha dichiarato che si sarebbe limitata a soccorrere le popolazioni e a «denazificare» l’Ucraina, non già a occuparla. Ciononostante gli Occidentali hanno accusata la Russia di voler prendere Kiev, di voler rovesciare il presidente Zelensky e annettere l’Ucraina; azioni che evidentemente i russi non hanno fatto. Soltanto dopo l’esecuzione di uno dei negoziatori ucraini, Denis Kireev, ucciso dai servizi di sicurezza del proprio Paese (SBU), e la sospensione dei colloqui da parte del presidente Zelensky, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato di voler inasprire le pretese russe. Ora la Federazione reclama la Novorussia, ossia tutto il sud dell’Ucraina, territorio storicamente russo dai tempi della zarina Caterina II, salvo un’interruzione di 33 anni.

Deve essere chiaro che, se la Russia non ha fatto nulla per sette anni, non è stato per insensibilità verso il massacro delle popolazioni russofone del Donbass, ma perché si preparava a fronteggiare la prevedibile risposta occidentale. Secondo la classica citazione del ministro degli esteri dello zar Alessandro II, principe Alessandro Grotchakov: «È ferma intenzione dell’imperatore consacrare la propria sollecitudine preferibilmente al benessere dei sudditi, allo sviluppo delle risorse interne del Paese; questi sforzi potrebbero essere riversati all’esterno solo se gli interessi positivi della Russia lo esigessero imperativamente. Si rimprovera alla Russia l’isolamento e il silenzio di fronte a fatti che contrastano con il diritto e l’equità. Si dice che la Russia tenga il broncio. La Russia non tiene il broncio: si raccoglie.»

Gli Occidentali hanno qualificato l’operazione di polizia russa «aggressione». Passo dopo passo, sono arrivati a dipingere la Russia una «dittatura» e la sua politica estera «imperialismo». Nessuno sembra aver letto l’Accordo di Minsk II, benché validato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In un colloquio telefonico, rivelato dall’Eliseo, fra i presidenti Putin e Macron, quest’ultimo manifesta disinteresse per le sorti della popolazione del Donbass, ossia disprezzo per l’Accordo di Minsk II.

Oggi i servizi segreti occidentali soccorrono i «nazionalisti integralisti» ucraini (i «neonazisti», secondo la terminologia russa) e, invece di cercare una soluzione pacifica, tentano d i distruggere la Russia dall’interno [2].

Per il diritto internazionale, Mosca ha solo applicato la risoluzione del 2015 del Consiglio di Sicurezza. Si può deplorarne la brutalità, ma non la si può rimproverare di aver agito precipitosamente (sette anni!), né di essere nell’illegalità (risoluzione 2202). I presidenti Petro Poroshenko, François Hollande, Vladimir Putin e la cancelliera Angela Merkel si erano impegnati, in una dichiarazione « congiunta allegata alla risoluzione, a fare rispettare l’Accordo. Se una di queste potenze fosse intervenuta prima, si sarebbero potute scegliere altre modalità per mettere alle strette l’Ucraina, ma non l’hanno fatto.

La logica avrebbe voluto che il segretario delle Nazioni Unite richiamasse all’ordine i membri del Consiglio affinché non condannassero un’operazione di cui avevano accettato il principio sette anni prima, ma ne fissassero le modalità. Non l’ha fatto. Anzi, la Segreteria generale, travalicando il proprio ruolo e schierandosi a favore del sistema unipolare, ha dato istruzione agli alti funzionari presenti sui teatri di guerra di cessare ogni incontro con i diplomatici russi.

Non è la prima volta che la Segreteria generale contravviene allo statuto delle Nazioni Unite. Durante la guerra contro la Siria redasse un piano di cinquanta pagine per la deposizione del governo siriano che implicava la decadenza della sovranità popolare siriana e la de-baasificazione del Paese. Un testo che non è mai stato pubblicato, ma che con sgomento abbiamo analizzato su queste colonne. Alla fine, l’inviato speciale del segretario generale a Damasco, Staffan de Mistura, è stato costretto a firmare una dichiarazione in cui ne riconosceva la nullità. In ogni caso, la nota del Segretariato generale che vieta ai funzionari dell’Onu di partecipare alla ricostruzione della Siria [3] è tutt’ora in vigore e paralizza il rientro in patria degli esiliati, con grave danno non solo per la Siria, ma anche per il Libano, la Giordania e la Turchia.

Durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti approfittavano della politica sovietica del seggio vuoto per fare la loro guerra dietro la bandiera delle Nazioni Unite (all’epoca la Cina Popolare non faceva parte del Consiglio). Dieci anni fa utilizzavano il personale dell’Onu per fare una guerra totale alla Siria. Oggi vanno oltre, prendendo posizione contro un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Dopo essere diventata con Kofi Annan un’organizzazione sponsorizzata dalle multinazionali, con Ban Ki-moon e António Guterres l’Onu si è trasformata in succursale del dipartimento di Stato.

La Russia e la Cina sono consapevoli, come del resto anche gli altri Stati, del fatto che l’Onu ha cessato del tutto di svolgere la propria funzione. L’Organizzazione infatti acuisce le tensioni e partecipa ai conflitti, perlomeno in Siria e nel Corno d’Africa.
Mosca e Beijing s’impegnano nel potenziamento di altre istituzioni.

La Russia non concentra più i propri sforzi sulle strutture ereditate dall’Unione Sovietica, come la Comunità degli Stati Indipendenti, la Comunità Economica Euroasiatica, persino l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nemmeno sulle strutture ereditate dalla guerra fredda, come l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. S’impegna invece su quelle istituzioni che consentiranno di ridisegnare un mondo multilaterale.

Innanzitutto la Russia mette in risalto le azioni economiche dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Non le rivendica come iniziative proprie, ma come sforzi comuni cui partecipa. 13 Stati ambiscono entrare nei BRICS, ma gli attuali membri al momento non sono favorevoli ad accogliere nuove adesioni. Già ora i BRICS hanno un potere molto superiore a quello del G7: agiscono. Per contro, il G7 proclama da diversi anni di voler fare grandi cose, mai realizzate, e dispensa voti, buoni o cattivi, agli Stati che non ne fanno parte.

In particolare, la Russia preme per una più ampia apertura e per una più profonda trasformazione dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS), che finora è stata solo una struttura di contatto dei Paesi dell’Asia centrale, attorno a Russia e Cina, per prevenire i disordini che i servizi segreti anglosassoni tentavano di fomentare. Poco a poco i Paesi membri hanno imparato a conoscersi meglio. Inoltre l’OCS si è allargata, in particolare a India e Pakistan, infine all’Iran. Di fatto essa oggi incarna i principi di Bandung, fondati sulla sovranità degli Stati e sulla negoziazione, in contrasto con quelli degli Occidentali, basati sulla conformità all’ideologia anglosassone.

Appunto: gli Occidentali concionano, Russia e Cina agiscono. Dico concionano perché credono che il loro agitarsi sia efficace. Così Stati Uniti e Regno Unito, poi Unione Europea e Giappone, hanno adottato misure economiche molto dure contro la Russia. Non osando dire che si trattava di mosse di una guerra finalizzata a mantenere il dominio Occidentale sul mondo, le hanno definite «sanzioni», benché non ci siano stati né un processo né un’arringa della difesa né una sentenza. Ovviamente si tratta di sanzioni illegali perché decise fuori dalle istituzioni delle Nazioni Unite. Ma gli Occidentali, che hanno la pretesa di essere i difensori delle regole internazionali, non sanno che farsene del diritto internazionale.

Ovviamente il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio impedisce che si prendano sanzioni contro uno di loro; questo perché la finalità dell’Onu non è conformarsi all’ideologia anglosassone, ma preservare la pace mondiale.

Riprendo l’osservazione fatta precedentemente: Russia e Cina avanzano, ma a un ritmo completamente diverso da quello degli Occidentali. Tra l’impegno russo d’intervenire in Siria e il dispiegamento dei soldati trascorsero due anni; due anni necessari per completare le armi che ne avrebbero garantito la superiorità sul campo di battaglia. Ne sono occorsi sette perché la Russia passasse dall’impegno assunto con Minsk II all’intervento militare in Donbass; sette anni usati a preparare l’aggiramento delle sanzioni economiche occidentali.

Per questa ragione le sanzioni non sono riuscite a mettere in ginocchio l’economia russa, ma colpiscono in profondità chi le ha volute. I governi tedesco e francese prevedono gravissimi problemi energetici; già ora alcune imprese girano a rilento e presto saranno costrette alla chiusura. L’economia russa invece è in piena espansione. Dopo due mesi in cui il Paese ha vissuto sulle riserve, ora è tempo di abbondanza. Nel primo semestre c’è stato un boom delle entrate del Tesoro russo, che sono aumentate del 32% [4]. Non soltanto il rifiuto occidentale del gas russo ha fatto salire i prezzi, a vantaggio del primo esportatore, la Russia, ma questo strappo alla concezione liberale ha spaventato gli altri Stati che, per rassicurarsi, si sono girati verso Mosca.

La Cina, che gli Occidentali presentano come venditrice di paccottiglia, nonché Stato rapace che fa cadere le sue prede in una spirale d’indebitamento, ha in realtà annullato la maggior parte dei debiti di 13 Stati africani.

Ogni giorno ascoltiamo i nobili discorsi occidentali e le loro accuse alla Russia e alla Cina. Ma ogni giorno, se guardiamo i fatti, constatiamo che la realtà è differente. Per esempio, gli Occidentali ci spiegano, senza darcene prova, che la Cina è una «dittatura» e che «ha incarcerato un milione di uiguri». Mancano statistiche recenti ma è noto a tutti che in Cina ci sono meno carcerati che negli Stati Uniti, sebbene questi ultimi abbiano una popolazione pari a un quarto di quella cinese. Ci spiegano anche che in Russia gli omosessuali sono perseguitati, ma a Mosca ci sono discoteche gay più grandi di quelle di New York.

La cecità occidentale porta a situazioni grottesche, ove i dirigenti occidentali sono incapaci di vedere l’impatto delle proprie contraddizioni.

Il presidente Emmanuel Macron è stato nei giorni scorsi in Algeria per tentare di riconciliare le due nazioni e comperare il gas necessario a sopperire alla carenza che egli stesso ha contribuito a causare. Il presidente francese è consapevole di essere arrivato tardi: le alleate Italia e Germania hanno già fatto i loro acquisti. In compenso, Macron ostenta di credere, a torto, che il principale problema franco-algerino sia la colonizzazione. Non si rende conto che l’Algeria non può avere fiducia nella Francia perché Parigi sostiene i suoi peggiori nemici, gli jihadisti della Siria e del Sahel. Macron non coglie il nesso tra l’assenza di relazioni diplomatiche con la Siria, l’estromissione della Francia dal Mali [5] e la freddezza con cui è stato ricevuto ad Algeri.

Vero è che i francesi non sanno chi siano gli jihadisti: hanno recentemente giudicato, nel più grande processo del secolo, gli attentati di Saint-Denis, dei caffè di Parigi e del Bataclan (13 novembre 2015) senza porsi il problema dei sostegni degli Stati agli jihadisti. Non hanno certo dimostrato senso della giustizia, hanno manifestato invece codardia. Si sono lasciati terrorizzare da un pugno di uomini; l’Algeria invece ne ha dovuti affrontare durante la guerra civile decine di migliaia e ne affronta altrettanti nel Sahel.

Mentre Russia e Cina avanzano, l’Occidente regredisce. E continuerà a precipitare se non chiarirà la propria politica, se non la farà finita con la duplice morale e non smetterà il doppio gioco.

Note

[1] “Ukraine security chief: Minsk peace deal may create chaos, Yuras Karmanau, Associated Press, January 31, 2022.

[2] “La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

[3] « Paramètres et principes de l’assistance des Nations Unies en Syrie », par Jeffrey D. Feltman, Réseau Voltaire, 15 octobre 2017.

[4] “Meeting with Head of the Federal Taxation Service Daniil Yegorov“, The Kremlin, August 25, 2022.

[5] “Il Mali e le contraddizioni francesi”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 23 agosto 2022.

 

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Mosca all’Onu: “Con il trattamento dei migranti latinoamericani sono gli Usa gli esperti delle ‘deportazioni'”

Le accuse degli Stati Uniti contro la Russia sulla creazione di “campi di detenzione” in Ucraina non corrispondono ai fatti e alle statistiche, ha dichiarato ieri il rappresentante permanente della Russia all’Onu, Vasili Nebenzia, durante la sessione del Consiglio di sicurezza.

“L’incontro di oggi, convocato su richiesta di Usa e Albania, ha tutte le possibilità di diventare una nuova pietra miliare nella campagna di disinformazione lanciata dall’Ucraina e dai suoi sponsor occidentali contro il nostro Paese”, ha esordito Nebenzia.

Secondo l’ambasciatore, “particolarmente cinici” sono i tentativi degli iniziatori di queste accuse di far credere al pubblico non informato “l’esistenza di terribili campi in cui i civili ucraini vengono torturati, ingannati e costretti ad andare in Russia”.

Nebenzia ha paragonato questa idea a un film dell’orrore: “Vorrei fare una domanda al collega americano […] Di quale film dell’orrore ci avete appena parlato? Perché non l’abbiamo visto. È un film girato dal ministero della propaganda Ucraina? Allora, quando arriverà sugli schermi?”

“Gli Stati Uniti potrebbero rivelare di più sulle misure di dispersione”

Ha osservato che i colleghi americani “potrebbero rivelare di più sulle misure di fuga”. “Si tratta, ad esempio, del programma lanciato dalla precedente amministrazione per espellere in Messico decine di migliaia di migranti forzati che avevano chiesto asilo negli Stati Uniti”, ha ricordato.

Nebenzia ha anche sottolineato che i migranti “sono stati trattenuti in condizioni disumane, privati del diritto alla rappresentanza legale dei loro interessi e alla giustizia”. Ha aggiunto che le autorità statunitensi spesso separavano le famiglie dei migranti, mandando i genitori e i loro figli minori in diversi centri di detenzione.

Inoltre, il rappresentante russo ha sottolineato che i detenuti del carcere statunitense di Guantanamo, sull’isola di Cuba, sono detenuti illegalmente senza processo per molti anni, il che rappresenta probabilmente “la macchia più oscura” sulla situazione dei diritti umani degli Stati Uniti.

Ha concluso che “finora nessuno è stato ritenuto responsabile delle torture e dei maltrattamenti dei prigionieri nelle carceri segrete della CIA”, che all’inizio di questo secolo operavano anche nei paesi europei.

 

Rifugiati ucraini in fuga dal conflitto in Russia

Su come Mosca tratta i profughi delle zone di conflitto ucraine, Nebenzia ha chiesto a cosa si riferiscano esattamente le accuse di “fuga”.

“Non è chiaro di cosa stiamo parlando, dal momento che il termine ‘leak’ non ha una definizione chiara nel diritto umanitario internazionale. Perché se si tratta dell’identificazione di combattenti nazionalisti o soldati delle Forze armate ucraine implicati in crimini contro la popolazione civile tra gli ucraini che vogliono entrare in Russia, questa è una pratica normale per qualsiasi esercito nel mondo”, ha spiegato.

L’ambasciatore ha anche precisato che, secondo le statistiche internazionali, la Russia “è il più grande Paese di accoglienza per i rifugiati ucraini”, aggiungendo che gli oltre 2,4 milioni di ucraini che sono arrivati nel Paese “non sono confinati in carceri come Guantanamo, ma vivono liberamente e volontariamente in Russia nessuno vieta loro di trasferirsi o lasciare il Paese. “Pensate seriamente di poter trasferire con la forza un numero così elevato di persone e metterle a tacere?”, ha concluso.

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Mosca: l’esercito russo ha salvato il giornalista italiano Mattia Sorbi saltato in aria su una mina ucraina

Redazione de l’AntiDiplomatico

  • Cosa è successo al giornalista freelance Mattia Sorbi attualmente in Ucraina dove sta seguendo l’evoluzione dell’operazione militare speciale avviata dalla Russia?

L’allarme era scattato quando il giornalista tedesco Arndt Ginzel, aveva condiviso sui social la notizia della sua scomparsa: “Cos’è successo all’inviato di guerra Mattia Sorbi? L’italiano risulta scomparso dal 31 agosto. In mattinata il freelance milanese ci ha scritto di voler recarsi a Oleksandrivka nella regione di Kherson”.

In seguito è arrivata la versione dei fatti fornita dai media russi dove viene affermato che il freelance italiano sarebbe caduto in una specie di trappola che gli avrebbe teso gli ucraini per poter così addossare la morte di Sorbi alle forze russe.

Il ministero della Difesa di Mosca riferisce che l’esercito russo ha salvato la vita al giornalista italiano Mattia Sorbi, saltato su una mina ucraina nella regione di Kherson. Dopo l’incidente i militari russi hanno tratto in salvo Sorbi, prestato i primi soccorsi e trasportato il giornalista in ospedale.

Come affermato dal dipartimento militare, il 29 agosto, con l’inizio della controffensiva delle Forze armate ucraine in direzione Nikolaev-Kryvyi Rih, accompagnato da due persone in divisa militare delle Forze armate ucraine, ha raggiunto la prima linea delle truppe ucraine. Hanno mostrato al giornalista la direzione del movimento, non riferendo però che la strada mostratagli vicino alla linea di contatto era stata minata dalle forze armate ucraine.

“Lo scopo della provocazione dei servizi speciali ucraini era di provocare la morte del giornalista a seguito di colpi dalle postazioni difensive russe o l’esplosione del taxi su una mina per poi accusare la Russia dell’omicidio di Mattia Sorbi e ottenere così facendo un’ampia risonanza nei media occidentali”, ha affermato il ministero della Difesa russo.

L’auto con il giornalista – riferisce Mosca – è saltata su una mina ucraina. Il tassista è morto sul colpo mentre Mattia Sorbi è rimasto gravemente ferito. “Avendo visto un’auto civile esplodere su una mina, i militari russi, nonostante il pesante fuoco delle postazioni ucraine, si sono mossi in avanti e hanno tirato fuori Mattia Sorbi dall’auto in fiamme. Sul posto, i militari russi gli hanno prestato i primi soccorsi, lo hanno portato in un luogo sicuro e successivamente assicurato il trasporto di emergenza del giornalista gravemente ferito a un istituto medico”, ha affermato il dipartimento militare.

Attualmente Mattia Sorbi, ricoverato in terapia intensiva con ferite multiple da schegge, sta ricevendo le necessarie cure mediche qualificate. Il suo stato di salute è stabile, riferisce l’agenzia Tass.

In questa vicenda è da segnalare ancora una volta la copertura scandalosa di certi media italiani. Ad esempio il quotidiano ‘La Stampa’, campione nazionale di fake news russofobe, nel titolo della notizia del ferimento di Sorbi afferma che il freelance si troverebbe “nella mani dei russi”. Facendo così intendere che Sorbi sarebbe una sorta di prigioniero, quando invece probabilmente dai militari russi è stato salvato.

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Non votare i parlamentari responsabili dell’aumento delle spese militari

Comunità di Base delle Piagge ha lanciato questa petizione

La guerra è sparita dai giornali, dalle televisioni, dalla campagna elettorale. Ma non è sparita dai pensieri del «piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e indifferenti di fronte a considerazioni e limitazioni sociali, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro autorità personale» (così scriveva Albert Einstein a Sigmund Freud, nel 1932). E la pace è un bene troppo grande per lasciarla all’arbitrio di questi signori della guerra.

Noi diciamo: l’unica guerra giusta è quella che non si fa.

Troviamo per questo inaccettabile il voto dei parlamentari che, negli ultimi mesi della legislatura, hanno deciso l’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil: perché questo vuol dire preparare la guerra, non la pace. Vuol dire sovvertire il progetto della Costituzione, gettare al vento il sacrificio di chi è morto nella Resistenza. E così vi chiediamo, da cittadini a cittadini, di non votare per nessuno che abbia votato per l’aumento delle spese militari. I nomi sono noti: ve li consegniamo traendoli dagli atti del Parlamento:

Votazione Camera

Votazione Senato

E chiediamo inoltre di non votare per nessun nuovo candidato che non si impegni esplicitamente a invertire la rotta, riducendo quella spesa scellerata.

Pensiamo infine che sia stato un grave errore alimentare la guerra in Ucraina attraverso l’invio di armi (sappiamo che almeno alcuni parlamentari l’hanno votato in buona fede, credendo che fosse necessario per garantire il diritto all’autodifesa).

La nostra Costituzione è chiara:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»

(articolo 11).

Questo articolo vuol dire che chi vuole la pace deve preparare la pacenon la guerra. Vuol dire che non possiamo stare in organizzazioni internazionali che preparano la guerra e non la paceNé in organizzazioni in cui siamo vassalli, e non pari.

La nostra è una Costituzione antifascista. E noi

«siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi» (Carlo Rosselli).

Pensiamo che oggi non ci siano guerre giuste: perché non ci possono essere vincitori, solo macerie radioattive. E nessuno a piantarci una bandiera sopra.

Nel 1965, don Lorenzo Milani scriveva che, di fronte alla minaccia nucleare, «la guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una ‘guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione». E, nel 2020, papa Francesco dice, in Fratelli tutti, che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”».

Se vogliamo la pace, prepariamo la pace.

PRIMI FIRMATARI

Alessandro Santoro, Andrea Bigalli, Beniamino Deidda, Bernardo Gianni, Sandra Gesualdi, Tomaso Montanari

https://www.change.org/p/non-votare-i-parlamentari-responsabili-dell-aumento-delle-spese-militari

 

Populismo nucleare – Altreconomia

La conversione al nucleare è davvero una magica lampada di Aladino, priva di rischi e di incertezze, che può salvare il Pianeta dalla crisi climatica e l’Italia dalla crisi energetica? Da dove arrivano e soprattutto dove ci portano i “proclami atomici” venduti a piene mani nella campagna elettorale per le politiche 2022?

L’agile dossier “Populismo nucleare” a cura di Carlo Gubitosa smonta la retorica della panacea, adottando un sano e rigoroso esercizio del dubbio. Non una guida tecnica o un manuale politico ma una raccolta di dati, informazioni ed episodi di cronaca che restituisce parte dei dubbi e degli interrogativi che circondano la complessità legata alla tecnologia nucleare. Conoscenze per non ripetere gli errori del passato e difendersi dalle finte soluzioni populiste sul tema dell’energia, che alimentano la propaganda dei partiti, delle lobby e di qualche anonimo gruppo di “consulenti”.

Con una lucida prefazione di Mario Tozzi a mostrare come il “nucleare non conviene e impedisce di sperimentare nuove fonti più sicure”, e la traduzione italiana di un intervento all’assemblea generale dell’Onu di Setsuko Thurlow, “hibakusha” sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima, che ha richiesto di sostituire il diritto di accedere all’energia nucleare stabilito dal Trattato di non proliferazione del 1968 con il diritto “di accesso e assistenza tecnologica per le energie rinnovabili provenienti dal sole, dal vento e dalle maree”.

Altreconomia, in accordo con l’autore, ha deciso di realizzare e diffondere gratuitamente “Populismo nucleare” come contributo culturale al dibattito pubblico che su questo tema è, da tempo, inquinato.

https://altreconomia.it/prodotto/populismo-nucleare

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=X5LVAEAT844&ab_channel=L%27Antidiplomatico

 

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Il potenziamento militare degli USA nell’Artico pone nuovi rischi geopolitici e ambientali

Da diversi anni, le forze armate statunitensi si preparano ad espandere la propria presenza nell’Artico. Il 3 agosto, i membri del Senato hanno espresso il proprio interesse per una maggiore presenza militare in quella regione con l’introduzione dell’Artico Commitment Act. Presentata da Lisa Murkowski (R-Alaska) e Angus King (I-Maine), la legislazione propone “una presenza per tutto l’anno della Marina e della Guardia Costiera nella regione artica”. La legislazione si concentra anche sulla concorrenza degli Stati Uniti con la Russia nella regione. La sezione 7 dell’atto richiede l’”eliminazione del monopolio russo sulla navigazione artica”.

 

L’Artico è la regione che si riscalda più velocemente rispetto al resto del mondo.

Il Piano strategico della Marina per un Artico Blu pubblicato nel gennaio dello scorso anno spiega: “Le opinioni contrastanti su come controllare nell’Artico le risorse marine e le rotte marittime sempre più frequentate, gli incidenti militari, i conflitti e le ricadute della concorrenza tra le principali potenze, hanno tutte il difetto di minacciare gli interessi e la prosperità degli Stati Uniti”.

Mentre il segretario di Stato Antony Blinken annuncia, attraverso il suo portavoce, che ci sarà un nuovo ambasciatore generale per la regione artica, gli esperti avvertono che in un momento in cui le tensioni tra Stati Uniti e Russia stanno aumentando e la minaccia dei cambiamenti climatici cresce, un accumulo di forze militare in quella parte di mondo comporta nuovi rischi geopolitici e ambientali.

La ricercatrice Gabriella Gricius spiega che un rafforzamento degli Stati Uniti previsto nel disegno di legge del Senato alimenterà l’attrito con la Russia.”Ci sono certamente conseguenze reali per la maggiore presenza militare degli Usa nell’Artico”, ha detto Gricius. “Potrebbe essere vista come una provocazione dalla Russia e comportare un aumento delle esercitazioni militari russe”, ha aggiunto. In passato il Consiglio Artico ha supervisionato la cooperazione di vari paesi e nazioni indigene riguardo i rischi geopolitici e climatici ma l’invasione russa dell’Ucraina, il consiglio ha sospeso le sue attività.

Gricius avverte che la mancanza di cooperazione nella regione è un pericolo. “L’Artico russo costituisce circa il 50 percento dell’intero Artico, il che significa che non è possibile che la Russia sia esclusa, Mosca non può essere rimossa dall’Artico e continuerà ad essere un attore chiave nella regione”, ha spiegato.

Oltre al rischio di un conflitto tra Stati Uniti e Russia, un potenziamento militare statunitense nell’Artico minaccia di esacerbare il cambiamento climatico. Sebbene il Dipartimento della Difesa e vari rami delle forze armate statunitensi abbiano recentemente pubblicato piani di “adattamento climatico”, il contenuto si concentra principalmente sull’adeguamento delle operazioni, piuttosto che sulla riduzione delle emissioni. La Marina ha pubblicato a maggio un piano che è stato redatto omettendo riferimenti alle sue navi e aerei da combattimento, le due principali fonti di inquinamento delle forze armate Usa. Peraltro, gran parte dell’impatto delle emissioni militari rimane sconosciuto a causa di una scappatoia nell’accordo di Parigi sul clima che esenta i governi dal segnalare le emissioni dei loro militari.

Secondo una ricerca il 30 percento delle emissioni dei militari provengono da “installazioni”, ossia dall’uso di energia in basi e altri impianti. L’altro 70 percento è generato da “emissioni operative” o dall’uso di energia durante le attività di addestramento, missioni, trasporti e altre attività. Pertanto, l’aumento delle attività militari nell’Artico si tradurrà in un aumento inevitabile dell’inquinamento. Gli aerei in particolare contribuiscono al 70 percento delle emissioni operative.

“Nonostante la frenesia dei media per la militarizzazione e il conflitto nell’Artico, il cambiamento climatico è la minaccia più grande e pervasiva per la regione”, ha affermato Gricius. Il cambiamento climatico, dice, dovrebbe essere un’opportunità di cooperazione. “Gli Stati Uniti, in particolare, dovrebbero e possono svolgere un ruolo importante sia nel sostenere le iniziative locali in Alaska sui cambiamenti climatici sia nell’unire progetti di cooperazione tra scienziati, diplomatici e altri attori nella regione”.

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Il come ricordiamo Hiroshima e Norimberga riflette il potere non la giustizia – Richard Falk

 

I pacifisti del vasto mondo sovente scelgono l’8 agosto ogni anno per provare di nuovo la sofferenza umana e la devastazione causate dallo sgancio di bombe atomiche sulle città giapponesi inermi di Hiroshima e Nagasaki. Fra l’altro, fu un ‘un crimine geopolitico’ di estremo terrore, senza giustificazioni di combattimento, e inteso principalmente come ammonimento ai capi sovietici a non sfidare l’Occidente nella diplomazia di pace alla fine della 2^ guerra mondiale.

L’8 agosto cade fra l’estrema distruzione di queste due città. E una giornata che non si può dimenticare o redimere, benché fin dal tempo delle esplosioni del 1945 la solennità di tali occasioni sia stata offuscata al di fuori del Giappone da timori diffusi che a un certo punto potesse scoppiare una guerra nucleare e da una rabbia silenziosa per il cocciuto rifiuto degli stati con armamento nucleare di intraprendere passi verso l’adempimento delle solenni promesse di cercare in buona fede un percorso affidabile per il disarmo nucleare; impegno morale e politico divenuto un obbligo legale nell’articolo VI del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare – NPT (del 1970), e affermato unanimemente in un’Opinione Consultoria della Corte Internazionale di Giustizia nel 1996. Si è reso chiaro che per le istituzioni di sicurezza della ‘NATO Tre’ questo impegno al disarmo non è mai stato altro che ‘una utile finzione’ che trasmetteva il senso che agli stati non-nucleari veniva dato qualcosa di prezioso e commensurato per la loro disponibilità a rinunciare alla propria opzione condizionale di rafforzare la sicurezza nazionale acquisendo armi nucleari (come fatto da Russia e Cina e nel corso dei decenni da Israele, India, Pakistan, e NordCorea). È formalmente condizionale grazie all’articolo 10 che dà alle Parti del NPT il diritto di ritiro qualora “eventi straordinari abbiano compromesso gli interessi supremi del proprio paese”.

La settimana scorsa [prima di agosto – ndt] alla Conferenza di Revisione del NPT, posposta dal 2020 a causa del COVID, al quartiere generale ONU a New York City, hanno dominato la scena due sviluppi contraddittori significativi. Si trattava della prima riunione del genere delle parti NPT dall’entrata in vigore del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) a inizio [2001 >>] 2021. Tale trattato, un progetto dei governi del Sud Globale in attiva coalizione con la Società Civile Globale, ha tracciato una chiara linea fra le opinioni di maggioranza dei popoli del mondo e delle élite della sicurezza di questi nove stati con armamento nucleare. Infatti, i tre della NATO (USA, Francia, UK) hanno avuto la temerità di emanare una dichiarazione congiunta d’opposizione all’approccio assunto dal cosiddetto Trattato di Proscrizione (TPNW) e d’illegale intenzione provocatoria di continuare a basarsi sugli armamenti nucleari per far fronte ai propri bisogni di sicurezza intesi comprensivi di deterrenza geopolitica, cioè non la difesa della patria bensì preoccupazioni strategiche suscettibili di insorgere ovunque sul pianeta, come attualmente illustrato dalla posizione USA in reazione alla guerra in Ucraina e sul futuro di Taiwan. Questa impasse fra i possessori nucleari e i non-possessori equivale a una conferma esistenziale di ‘apartheid nucleare’ in quanto consolidamento della sicurezza globale, a meno che e fintanto che i patrocinatori del TPNW adunino abbastanza forza e volontà da costituire una vera sfida a tale struttura egemonica e minacciosa di potere e autorità.

Il secondo sviluppo d’interesse alla Conferenza di Revisione NPT Review Conference ha conferito un senso d’urgenza immediate a quel che era diventata 77 anni dopo Hiroshima una preoccupazione piuttosto astratta, ed è la guerra in Ucraina con il suo effetto di travaso geopolitico di acutizzare il rischio percepito di utilizzo di armi nucleari e addirittura il pericolo di guerra nucleare. Gli USA hanno deciso che vale la pena sfidare l’attacco della Russia all’Ucraina quanto basta per dimostrare la sua pretesa che dopo la fine della Guerra fredda al mondo c’è spazio per un solo stato extraterritoriale, unico fornitore di governance globale quando si tratta dell’agenda securitaria. Tra l’altro, unipolarità vuol dire che il rispetto reciproco dell’era della Guerra Fredda per le sfere d’influenza straniere vicine non sostiene più la coesistenza d’influenza geopolitica. Gli USA hanno tacitamente proclamato la Dottrina Monnroe per il mondo, e sono pronti ad accettarne gli oneri economici e strategici, mantenendo centinaia di basi militari straniere e marine in ogni oceano. L’insistenza NATO a far pagare la Russia per la sua invasione con l’essere di nuovo ridotti alle normalità della sovranità territoriale è intesa come lezione magistrale nella geopolitica del mondo post-Guerra Fredda. Ed inoltre un’occasione di mandare alla Cina, attualmente l’avversario più temuto, un messaggio scritto col sangue di vite ucraine, su cui è meglio non cercare di riguadagnare il controllo su Taiwan o sarà devastata in modo persin più punitivo, ivi comprese sottili minacce velate e l’eventuale uso di armi nucleari. Qualche mese fa i war games del Pentagono mostravano minacciosamente che la Cina prevarrebbe in qualunque scontro militare nei mari della Cina Meridionale a meno che gli USA fossero pronti ad attraversare la soglia nucleare, affermando la rinnovata rilevanza strategica dell’armamento nucleare e raccogliendo prove atte a procurarsi stanziamenti militari ancor maggiori dal Congress.

La diplomazia americana ha aggravato un contesto già infiammato con alcuni comportamenti inspiegabilmente provocatori che parevano disegnati per produrre un’occasione di confronto militare. In primo luogo, un’iniziativa gratuita di Biden di fornire con un coinvolgimento militare qualunque cosa si ritenga necessaria per proteggere Taiwan da un attacco della Cina. E, secondo, una sciagurata visita d’agosto a Taiwan da Nancy Pelosi in un periodo d’alta tensione violando lo spirito del Comunicato di Shanghai emanato da Cina e USA nel 1972, che ha mantenuto da allora uno status quo ragionevolmente fra i due attori geopolitici, basandosi su quel che Henry Kissinger chiamava ‘ambiguità strategica’. O queste manovre di Biden/Pelosi sono l’ennesima espressione del dilettantismo americano quando si tratta di politica estera oppure sono sforzi deliberati di provocare Xi Jinping a entrare in azione. Questo autocrate presunto pauroso viene già accusato in Cina di essere debole, pronto alla marcia indietro sull’obiettivo politico primario di ottenere la riunificazione di Cina e Taiwan. Che sia peggio l’incompetenza o la malizia e questione di gusto. Sono entrambe inaccettabilmente pericolose trattandosi di pericoli nucleari.

In effetti, la commemorazione di Hiroshima e Nagasaki nel 2022 è sovrastata da questa realtà duale di continue ‘guerre geopolitiche’. È anche un richiamo alla nozione che la guerra nucleare è stata evitata per un pelo nella Crisi Cubana dei Missili del 1962 da una ‘fortuna muta’ – come la chiama Martin Sherwin, autorevole interprete del rischio nucleare [Gambling with Armageddon (2020). Anche rilevante: Daniel Ellsberg, The Doomsday Machine (2017)]. Può anche essere il momento in cui un movimento pacifista nascente nel Nord globale risveglia e preme forte per l’adozione dell’approccio TPNW.

Sono stato scioccato di recente rendendomi conto che la firma dell’Accordo di Londra nel 1945 da parte di USA, URSS, Francia e UK, che concordava sull’istituzione di un tribunale a Norimberga incaricato di perseguire nel dopoguerra i principali criminali di guerra nazisti era avvenuta anch’essa l’8 agosto dello stesso anno. Pochi mesi dopo fu istituito un tribunale parallelo a Tokyo per i crimini di guerra giapponesi. Si è spesso osservato, specialmente in anni recenti, che queste iniziative erano così unilaterali da estendere il nostro senso di legge penale, la cui essenza è trattare ugualmente gli uguali. La disuguaglianza pervase il lavoro di questi tribunali, benché la criminalità dei tedeschi e giapponesi imputati fosse ben-documentata. La cosa più controversa è stata la mancata indagine delle violazioni alla legge penale internazionale da ambo i lati, motivo per cui questi tribunali, per quanto nobile fosse l’opera svolta, furono derisi quali esempi lampanti di ‘giustizia dei ‘vincitori’.

Mi interessa il nesso fra Hiroshima e l’Accordo di Londra per un motivo un po’ diverso. Sono inorridito dall’insensibilità di firmare quest’accorso d’istituzione del Tribunale di Norimberga proprio nei giorni dei bombardamenti atomici, probabilmente il peggior crimine della 2^ guerra mondiale, almeno alla pari con l’Olocausto. È più che insensibilità, è hybris morale, che prepara un attore politico, stato o impero che sia, alla tragedia. Conduce direttamente a certe caratteristiche dell’ordine mondiale come il diritto geopolitico d’eccezione all’ONU mediante il veto e l’impunità riguardo alle procedure di rendicontazione. In effetti, l’ONU è progettata proprio letteralmente per dare rassicurazioni che gli stati più pericolosi, a partire dal 1945 siano giurisprudenzialmente incapaci di fare alcun torto legale, almeno nell’ambito del sistema ONU e delle istituzioni affiliatevi in seguito, come la corte Penale Internazionale. Questa caratteristica di legalità e legittimità lievemente dissimulata che cosa trasmette a un osservatore curioso? Che diritto e responsabilità sono rilevanti per la propaganda e la punizione degli avversari, e che i torti dei vincitori delle guerre più importanti restano aldilà di un vero esame, mentre quelli degli sconfitti e dei deboli devono essere giudicati nell’equivalente di ‘processi dimostrativi’ grazie a questa incapacità sostanziale di trattare in modo uguale gli uguali.

C’è tuttavia ancora altro su cui riflettere. Se l’8 agosto fosse stato un giorno diverso, quello dell’infamia di una città inglese o americana presa a bersaglio da una bomba atomica tedesca e se comunque la Germania avesse lo stesso perso la guerra, quell’atto e quell’arma sarebbero stati criminalizzati a Norimberga e nella successiva azione internazionale. Potremmo non essere ancora vivi con questo armamento se chi commise quei terrificanti avvenimenti del 6 e del 9 agosto fossero stati gli sconfitti della 2^ guerra mondiale, il che rende la sconfitta opportunamente celebrata del fascismo tutto sommato una vittoria a lungo temine piuttosto discutibile per l’umanità.

Insomma, c’è molto su cui pensare l’8 agosto di quest’anno se ci permettiamo di cogliere questa relazione repressa fra Hiroshima e Norimberga oltre alle alte tensioni geopolitiche.

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I brutali sacrifici imposti ai cittadini per la guerra – Donatella Di Cesare

 

Gira ormai perfino uno spot ministeriale in cui una voce dal tono mellifluo invita a modificare le abitudini per risparmiare energia. Spegnere, staccare, ridurre. Finché poi, di misura in misura, si era arrivati persino all’ipotesi di limitare l’orario scolastico depennando il sabato. Tanto che male c’è? Meno scuola e più armi!

È impressionante la rapidità con cui, nell’arco di pochi mesi, non solo si è imposta come nulla fosse una guerra nel cuore dell’Europa, ma si è inculcata l’idea che per questo sia necessario accettare ogni sorta di sacrifici, anche quelli che minano dal fondo la vita di ciascuno, soprattutto dei più fragili ed esposti. Questa nuova edizione dell’ideologia del sacrificio viene spacciata come mezzo indispensabile per affrontare il disastro imminente: inflazione, crisi energetica, deindustrializzazione, recessione… Il disastro si annunciava già durante la pandemia, da cui – secondo le promesse – saremmo tuttavia dovuti uscire. Mentre la pandemia purtroppo prosegue, la guerra ha segnato l’incipit della catastrofe europea. Sennonché tra le due c’è una bella differenza: se nel flagello della pandemia non mancano le responsabilità umane, la guerra è a tutti gli effetti un evento politico che in nessun modo può essere considerato una calamità naturale, una sciagura fatale e inesorabile.

In questa campagna elettorale il tema, a parte rare eccezioni, viene passato sotto silenzio non solo per l’imbarazzo degli schieramenti, dettato da ragioni opportunistiche diverse, ma soprattutto perché si vuole far passare per ovvio e scontato l’evento bellico. Il che, peraltro, è avvenuto sin dall’inizio. L’attenzione è tutta concentrata sul modo in cui pagare, o meglio, far pagare i costi della guerra. Non si parla invece del modo in cui fermare la guerra. Si dirige lo sguardo sugli effetti, quasi che fossero appunto ineluttabili, e lo si distoglie dalla causa. Il silenzio dei partiti, dunque, non è innocente.

D’altronde nella dirigenza europea le cose non vanno meglio. Alla grottesca boutade di Emmanuel Macron, che ha dichiarato “la fine dell’abbondanza”, si affiancano i proclami patriottici degli altri leader europei che invitano a serrare i ranghi per difendere la “democrazia occidentale” contro l’“autocrazia russa”, preservandola, anzi, da ogni possibile contaminazione di spie e controspie. Che sarà mai, al confronto, la vita di milioni di persone che vanno incontro a terribili danni? Non c’è forse mai stata una tale eclatante ipocrisia nella storia recente della politica europea. E così si può almeno sperare che, nonostante il martellamento propagandistico, questa narrazione alla fine tenga.

Ma dietro tutto ciò si deve scorgere un punto decisivo: l’ideologia del sacrificio richiesta ai cittadini europei è strettamente connessa alla necropolitica che nella guerra d’Ucraina s’impone ogni giorno da una parte e dall’altra del fronte. Una politica incapace di svolgere il proprio ruolo, di mediare per risolvere il conflitto, lascia il posto alle armi, abdica alla violenza, chiede il sacrificio di vittime, sia militari che civili. Così si rivela una necropolitica, cioè una politica che richiede la morte dei propri cittadini, la pretende subdolamente ammantandola di slogan sciovinistici e riprove di fatalità. Nella stessa maniera vengono sacrificate le vite di coloro che, per quanto lontani dalle retrovie, sono comunque colpiti dal conflitto, e cioè quei i cittadini europei che pagheranno sulla propria pelle la catastrofe – un prezzo tanto maggiore quanto più si è vulnerabili. La biopolitica democratica, il cui programma è proteggere anche nel corpo la popolazione (vedi pandemia) può così trasformarsi inquietantemente in politica del sacrificio, che espone la vita, pretende di immolarla.

In tale contesto è interessante notare che gli Stati Uniti si mantengono al di fuori, quasi fossero un santuario, un territorio sacro, non sacrificabile. L’inflazione, a ben guardare contenuta, non comporta certo le conseguenze devastanti a cui sono sottoposti i paesi d’oltreatlantico. Al contrario l’Europa è destinata a essere territorio della catastrofe. Complici di questo sono i dirigenti europei, ferventi atlantisti, tra visceralità ideologica, avventurismo insano, sete di profitti e inettitudine diplomatica. Le vite prese in mezzo verranno immolate in forme e modalità diverse, sacrificate con disinvoltura.

Lo scenario di questa nuova guerra mondiale mostra con chiarezza che quelle élites, che si autoproclamano “democratiche”, per contrapporsi nettamente alle derive autoritarie e totalitarie, hanno ben poco a cuore la vita della propria popolazione la quale, ai loro occhi, va perdendo sempre più valore. Ormai il “far vivere” della biopolitica classica è facoltativo e a geometria variabile. Sarebbe da sonnambuli non vedere il peggio che viene.

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Zaporizhzhia. Un consiglio a Bonelli – Massimo Zucchetti

Eccomi qua, mi occupo di impatto ambientale dei nuclidi radioattivi, ho in fondo all’articolo un consiglio per gli amici bonelliani.

Perché bisogna aiutarli. Qui siamo al delirio, ad una fase psichiatrica acuta di negazione della realtà come in 1984.

Questi poveri sedicenti-verdi-sinistri in quota PD vanno a protestare sotto l’ambasciata RUSSA, perché secondo loro la centrale in mano russa dai primi di marzo se la AUTOBOMBARDANO i russi stessi. Lo dice Zelensky, lo dicono gli Ucraini, notoriamente inclini a non sparare balle colossali, quindi è vero!

Fossi l’ambasciatore russo, darei a questi poveretti un bigliettino con l’indirizzo dell’ambasciata Ucraina. Passi lunghi e ben distesi, andate là che avete sbagliato indirizzo.

I verdi italiani sono sempre stati di acutezza limitata, ma mo’ si esagera.

Ripetete con me:

– La Centrale è in mano russa da cinque mesi, produceva energia elettrica in quantità, ora è spenta, ma è perfettamente in sicurezza.

– A bombardare sono gli Ucraini, e ho già detto in un mio pezzo inascoltato che – vista questa guerra – ho visto crimini peggiori. Danneggiano le prese d’acqua esterne all’impianto, le parti fuori dal contenitore di sicurezza, i tralicci elettrici, per costringere i russi a spegnerlo, e sperabilmente (per loro) a renderlo inservibile per un bel po’, ed è comprensibile, perché girano loro le scatole che i russi abbiano occupato quel ben di Dio, la più grossa centrale elettronucleare d’Europa, la tengano in funzione e meditino di “tagliar loro i fili”.

– Adesso gli ucraini hanno fior di missili grazie a noi, e quindi fanno quanto è in loro potere. Prima non potevano.

– La parte nucleare della centrale non è a rischio, nessuna delle due parti in guerra commette nessun crimine ambientale, qui.

– Poi, essendo la centrale soggetta a tutela e sorveglianza della IAEA, proprio in queste ore un gruppo di ispettori internazionali andrà sul posto per un sopralluogo: ispettori di tre nazioni “in quota Russia” e di tre nazioni “in quota Ucraina”. È una delle RARE VOLTE nelle quali i due nemici hanno trovato un accordo, PIRLONI.

– La presenza degli ispettori IAEA è anche una MISSIONE DI PACE, di interposizione non violenta. Nessuna delle due parti sparerà un colpo, da ora, essendoci gli ispettori (Quanto mi piacerebbe andare là pure io, ma ci sono centinaia di tecnici della IAEA che sanno fare il loro mestiere, e meglio di me.)

– Ma *quanto* siete ignoranti! Gli ispettori non sono una “squadra di emergenza” per “impedire che la centrale scoppi” (sono sei, poi, le centrali), o una specie di “missione ultima speranza” con le tute e le maschere antigas: si tratta di una MIRABILE iniziativa di “diplomazia tecnologica”.

Il fatto che l’autorità civile responsabile del Piano di Emergenza abbia poi fatto distribuire intorno delle pasticche di Iodio rientra appunto nei provvedimenti del piano di emergenza stesso, atti a mitigare eventuali conseguenze e quindi a RIDURRE il rischio a livelli più bassi ed accettabili. Nel raggio di alcuni chilometri, poi.

Ma chi me sente, ma chi me sente” (cit. Rino Gaetano, Nuntereggae più)

E allora, No, no, errata corrige, piddini. Siamo in gravissimo pericolo, la va a poche ore che la nube di Germobyl spazzerà la pianura padana! Dovete stare chiusi in casa, non rischiate a far sfilate. Belli rinserrati, con i sacchi di sabbia vicino alla finestra (cit.). Inoltre, la nube radioattiva inquinerà l’aria, quindi non aprite le finestre. Meglio ancora, soluzione ultrasicura: NON respirate.

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Gas e petrolio, il «prezzo politico» della guerra – Alberto Negri

Finora ci avevano detto e ripetuto che soltanto i mercati potevano decidere i prezzi, con il dogma inviolabile della domanda e dell’offerta. Vuoi vedere che si erano sbagliati?

Con la guerra in Ucraina scatenata da Putin scopriamo che gas e petrolio russi possono avere un prezzo «politico», così almeno sembra da quanto deciso al G-7 e dal dibattito in corso a Bruxelles. E perché soltanto calmierare le materie prime energetiche russe? Perché non estenderlo ad altri beni primari, visto che nel mondo si muore ancora di fame? Finora ci avevano detto e ripetuto che soltanto i mercati potevano decidere i prezzi, con il dogma inviolabile della domanda e dell’offerta.

Vuoi vedere che si erano sbagliati?

In realtà non è così. Non ci siamo sbagliati. Si possono toccare soltanto gas e petrolio dei russi non quello, per esempio, degli americani o delle monarchie arabe assolute del Golfo. Certo in questo caso si vuole sanzionare Mosca e limitare le entrate delle sue esportazioni per colpire la capacità dell’autocrate Putin di continuare la guerra in Ucraina. Ma nessuno oserebbe calmierare il petrolio saudita che è in guerra in Yemen e anche il maggiore acquirente di armi americane e occidentali. Non saremmo diventati improvvisamente “pacifisti”? Ma diminuire la capacità di spesa bellica degli stati potrebbe essere un inizio per limitare la corsa agli armamenti, che è esattamente il contrario di quello che sta avvenendo oggi, anzi la Nato ci chiede di aumentare la spesa militare proprio mentre le bollette dell’energia vanno alle stelle per famiglie e imprese.

Guai, poi, a chi possa essere tentato di esporre pensieri simili dalle nostre parti: verrebbe immediatamente additato come un sabotatore della nostra industria militare che comunque ha migliaia di dipendenti. E a proposito della nostra industria bellica e dei “valori” occidentali che ci vengono continuamente sbandierati: nessuno di chi ha governato in questi anni e da chi sta al comando in Europa è venuta neppure per sbaglio l’idea di congelare le forniture di armi all’Egitto del dittatore Al Sisi il cui apparato di sicurezza ha massacrato Giulio Regeni e ogni oppositore democratico. Anzi non sia mai, perché il generale-presidente privato delle nostre armi si rivolgerebbe ai concorrenti e tra questi anche la Russia. Per di più l’Egitto è anche un fornitore di gas, quindi non si tocca.

Però qualche domandina su come mai finiamo in mano ai dittatori come Putin e Al Sisi o ai monarchi del Golfo – riciclati ormai dentro al Patto di Abramo con Israele – dobbiamo farcela. Nel 2020 il consumo di gas in Europa era di 380 miliardi di metri cubi, 145 venivano dalla Russia. Ci rifornivamo dai russi perché era più comodo il trasporto con le pipeline e il gas di Mosca costava meno. Lo facevano tutti, dalla Germania all’Italia, ai Paesi dell’Est Europa. Una dipendenza così evidente che era diventata un dato di fatto che non andava giù soprattutto agli americani che infatti sono stati quelli che, prima della guerra, avevano minacciato di sanzionare il Nord Stream 2 tedesco. Non solo gli americani hanno il loro gas da vendere ma controllare le rotte delle forniture energetiche mondiali resta un obiettivo strategico di Washington irrinunciabile. Per questo non se ne andranno mai dal Golfo, dove passa il 40% del petrolio mondiale, dove tengono la flotta e le basi militari.
Se andiamo a scavare sulle proposte annunciate dal G-7 e dalla Ue in realtà ci accorgiamo che il tetto ai prezzi energetici ha delle conseguenze strategiche assai rilevanti: la maggiore è che il conflitto invece di essere contenuto rischia di allargarsi.

Cosa vogliono i Sette Grandi? Il G-7 intende applicare “urgentemente” un tetto al prezzo di acquisto del petrolio russo – settore dove Mosca guadagna tre volte di più che dall’export di gas – e incoraggia un’ “ampia coalizione” di Paesi a partecipare all’iniziativa, volta a limitare la capacità di Mosca di finanziare la sua invasione dell’Ucraina. Ma come ottenere che questa “coalizione di volonterosi” anti-russa funzioni? Con le sanzioni cosiddette secondarie. Ovvero verranno sanzionati e puniti i Paesi e gli operatori che acquisteranno petrolio da Mosca con una quotazione superiore al tetto stabilito. Questo significa mettere in atto sanzioni economiche e finanziare del genere di quelle applicate oggi all’Iran che è stato di fatto isolato dal sistema bancario occidentale. Ora siccome tra i maggiori acquirenti di petrolio russo ci sono cinesi e indiani appare chiaro che le onde sismiche del conflitto ucraino siano destinate ad ampliarsi. Senza contare che nel cosiddetto campo occidentale e della Nato ci sono già due anomalie, quella della Turchia e di Israele che non applicano sanzioni alla Russia di Putin.

Da Mosca Erdogan importa gas, petrolio e anche sistemi d’arma, ma nessuno osa toccarlo perché il Sultano delle Nato, che si propone costantemente da mediatore con Putin pur vendendo i suoi droni a Kiev, è diventato il vero guardiano del Mediterraneo orientale dove decide, con mosse provocatorie, anche dove si tira fuori il gas offshore. Senza contare i ricatti sui curdi e le continue violazioni dei diritti umani e civili, su cui Finlandia e Svezia dovrebbero passare sopra per avere il suo via libera a entrare nella Nato. Quindi puniamo pure l’autocrate Putin ma qualche volta ci piacerebbe vedere sanzionato anche qualcun altro: qui il prezzo politico che si paga per la guerra è sempre quello del doppio standard.

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Geoguerra e cambiamento climatico – Bruna Bianchi

Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, accanto alle innumerevoli esplosioni nucleari che hanno devastato il pianeta, sono iniziate, e portate avanti su scala sempre più ampia, le sperimentazioni militari sul clima. Eppure, fino ad oggi nella riflessione critica sul cambiamento climatico e le sue cause il militarismo e la spirale distruttiva innescata dalle attività militari sono rimaste sullo sfondo. Le poche voci che hanno ricostruito e denunciato i danni irreparabili che le sperimentazioni a scopo bellico hanno causato non hanno avuto grande rilievo.

Un esempio significativo del progetto di dominio e controllo del clima a scopi bellici è il rapporto condotto nel 1996 dal Department of Defense School Environment of Academic Freedom e presentato alla Air Force degli Stati Uniti dal titolo: Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025 (Il clima come forza di moltiplicazione. Possedere il clima nel 2025).

Entro il 2025 i ricercatori militari prevedevano di poter dominare il clima a livello planetario e di proseguire nella sperimentazione all’ombra del segreto militare. Il rapporto, che è passato al vaglio “delle autorità preposte alla sicurezza” prima di essere reso pubblico, si sofferma su alcune delle potenzialità militari del controllo del clima e in particolare slle modificazioni della ionosfera, ma tace sulle applicazioni della geoingegneria nella guerra del Vietnam e nella guerra del Golfo e si limita a ipotizzare modificazioni del clima “localizzate” e a breve termine. L’interesse del documento pertanto non risiede nella ricostruzione delle sperimentazioni e delle loro applicazioni quanto nella logica alla base della manipolazione del clima che domina il pensiero, le ambizioni e le strategie militari. Così si legge nel sommario del rapporto:

Nel 2025 le forze dello spazio aereo statunitense possono “possedere il clima”, avvalendosi delle nuove tecnologie e indirizzando lo sviluppo di quelle tecnologie verso applicazioni di guerra combattuta. Una tale capacità offre al combattente strumenti per modificare lo spazio bellico in modi che non sono mai stati possibili prima.

Negli Stati Uniti nel 2025 la modificazione del clima sarebbe diventata parte integrante della strategia militare. Citando le parole del generale Gordon Sullivan, i ricercatori militari scrivono:

La tecnologia è là e aspetta che noi la mettiamo insieme. Nel 2025 avremo il possesso del clima.

Nel 2025 la nuova arma post-nucleare sarebbe stata una realtà.

Già nel 1957 la commissione consultiva del Presidente degli Stati Uniti sul controllo del clima riconosceva esplicitamente il potenziale militare della modificazione del clima e prevedeva che sarebbe stata un’arma più importante della bomba atomica (p. 3).

L’impresa, naturalmente, è rischiosa, continuano i ricercatori, ma le straordinarie potenzialità militari devono ricevere la più alta considerazione. Ideologia del rischio, controllo, dominio, supremazia, termini che ritornano costantemente nel rapporto, emergono con chiarezza ad ogni passo:

Come impresa ad alto rischio e ad alta ricompensa, la modificazione del clima presenta un dilemma non dissimile dalla scissione dell’atomo. Mentre alcuni segmenti della società saranno sempre riluttanti ad esaminare questioni controverse, come la modificazione del clima, le straordinarie potenzialità militari che possono risultare da questo campo sono ignorate (p. VI).

L’accettazione del rischio, ovvero le conseguenze distruttive per il pianeta, trova la sua giustificazione nella supremazia militare. La capacità di controllare il clima, si legge, avrà un effetto moltiplicatore e potrà essere utilizzato in tutte le fasi di un conflitto. Interventi volti a provocare siccità, impedire il rifornimento di acqua pura, intensificare la forza distruttiva di temporali e altre perturbazioni atmosferiche, indirizzando grandi masse di energia verso un obiettivo militare portano all’estremo la guerra alla natura e alla popolazione civile.

Benché nel 1977 l’assemblea generale delle Nazioni Unite avesse adottato una risoluzione che proibiva l’uso ostile delle tecniche di modificazione ambientale, la ricerca non si è mai arrestata e le sperimentazioni, condotte con determinazione, sono andate ben oltre il laboratorio.

[Per la modificazione del clima] La determinazione esiste […]. La motivazione esiste. I potenziali benefici e il potere sono estremamente lucrativi e allettanti per coloro che hanno le risorse per svilupparlo. Questa combinazione di determinazione, motivazione e risorse alla fine produrrà la tecnologia (p.35).

Il rapporto si conclude con una riaffermazione del principio della deterrenza:

La storia dimostra che non possiamo permetterci di non avere la capacità di modificare il clima se la tecnologia è sviluppata e usata da altri. Anche se non abbiamo intenzione di usarla, altri l’avranno. Per richiamarsi ancora una volta all’analogia con le armi atomiche, abbiamo bisogno di dissuadere o contrastare questa capacità con la nostra propria capacità (ivi).

Se la soluzione diventa la geoingegneria

Il progetto usare la Terra come una mega-macchina ha creato e creerà profitti e potere.

Alla conferenza di Copenhagen sul cambiamento climatico, nel 2010, ha scritto Rosalie Bertell (2018, p.) i geoguerrieri ebbero il loro momento di gloria mascherando la geoingegneria come una “soluzione al problema del cambiamento climatico”, presentato anche come un problema di sicurezza, una minaccia per lo stato che può avere un effetto moltiplicatore: afflusso di grandi masse di profughi, destabilizzazione sociale, accelerazione dei conflitti per le risorse sempre più scarse. I discorsi sulla sicurezza inducono un senso di impotenza e di paura e in definitiva incoraggiano soluzioni autoritarie, militari e tecnico-scientifiche dove sono possibili forti guadagni e che prevedono maggiore crescita e sviluppo anziché maggiore precauzione e umiltà sui limiti dell’azione umana.

 

Di fronte al senso della catastrofe imminente, all’assenza di una volontà politica forte di giungere a un accordo a livello internazionale e di mettere in discussione il modello economico, la soluzione tecnica può apparire l’opzione più desiderabile, più semplice e di effetto più rapido. A favore della geoingegneria climatica si è espressa la comunità accademica, la società americana di meteorologia e l’IPCC nel suo rapporto del 2013 (Sikka 2019, p. 22).

Ad eccezione del volume di Tina Sikka, negli scritti sul cambiamento climatico il ruolo delle attività militari nella crisi climatica, è spesso menzionato solo di sfuggita benché la consapevolezza dei danni causati dalle “armi ambientali” fosse già diffusa negli anni Ottanta. Tra le prime ecofemministe a cogliere la gravità delle manipolazioni sul clima è stata Petra Kelly.

Un caso estremo di oppressione della natura lo troviamo nell’attuale ricerca militare per sviluppare “armi ambientali”. Scienziati stanno lavorando per produrre piogge, neve, fulmini, grandine, uragani, onde di marea, terremoti ed eruzioni vulcaniche a scopi militari. Tra il 1963 e il 1972 solo gli USA hanno condotto 2.700 esperimenti di questo genere (Kelly 1984, p. 83).

Sarà Rosalie Bertell, a partire dal 2000, con la sua opera Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra, a portare alla luce il nesso tra distruzione della Terra, cambiamento climatico e attività militari.

Così scriveva nel 2018 Gustavo Esteva nella prefazione al libro apparso in traduzione italiana nel 2018:

Ora i lettori hanno nelle loro mani un libro pericoloso. Leggendolo potrebbero perdere il sonno e anche molte illusioni. Questo libro potrebbe rendere ancora più dolorosa la consapevolezza dell’orrore che stiamo subendo e aggravare la loro preoccupazione per le sfide che stiamo affrontando. Ma sarà difficile interrompere la lettura. Se lo leggono fino alla fine avranno perso la loro innocenza. Claudia von Werlhof ha ragione: questo è davvero uno dei libri più importanti del XXI secolo (Esteva 2018, p. 14).

Il pianeta Terra come arma di guerra

Ecofemminista, religiosa, scienziata, direttrice dell’International Institute of Concern for Public Health di Toronto dal 1987 al 2004, Bertell è stata promotrice e ispiratrice di numerose campagne contro i rischi della tecnologia nucleare (Bianchi 2022). In Pianeta TerraL’ultima arma di guerra la studiosa ha ricostruito i danni irreparabili causati al pianeta dalle attività e dalle sperimentazioni militari avvenute in segreto e il loro impatto sul clima a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale1. Dal 1946, infatti, da quando la General Electric scoprì che rilasciando ghiaccio secco in una stanza fredda si potevano ‘creare’ cristalli di ghiaccio simili a quelli che si trovano nelle nuvole, il clima è diventato vittima del militarismo.

Nel 1950 i ricercatori industriali scoprirono che lo iodato di argento aveva lo stesso effetto. L’era delle modifiche climatiche era iniziata e nessuno si era preoccupato del diritto della gente di sapere ed eventualmente approvare tali sperimenti! Lo scopo dichiarato inizialmente per la creazione di queste piogge era quello di rendere più fertili le aree desertiche degli stati pianeggianti. Si dice che la Russia abbia usato queste capacità di causare la pioggia che far precipitare il fall-out di Chernobyl ed impedirne l’arrivo su Mosca (Bertell 2018, p. 29).

Da allora la geoguerra non si è mai arrestata e ora è in pieno svolgimento. È ormai possibile manipolare grandi correnti di vapore per spostare le piogge, causando siccità e inondazioni. Monsoni, uragani, tornado possono essere accentuati aggiungendo energia; l’iniezione di petrolio nelle placche tettoniche o la creazione di vibrazioni con impulsi elettromagnetici possono causare terremoti.

Queste sperimentazioni sono state attuate senza alcuna preoccupazione per le conseguenze, senza considerare le interconnessioni che consentono la vita sulla Terra. Ne sono un esempio la detonazione di bombe nucleari sulle fasce di Van Allen. In anni in cui le esplosioni nucleari avvenivano nell’atmosfera, nelle acque e all’interno della Terra, la possibilità di valutarne le conseguenze anche sulle fasce di Van Allen fu immediatamente colta.

Durante la corsa alla Luna, all’inizio del 1958, sia gli astronauti russi che quelli americani scoprirono le fasce di Van Allen, cinture magnetiche della terra a protezione del potere distruttivo delle particelle cariche dei venti solari. Fra l’agosto e il settembre 1958, nel Progetto Argus, la Marina Militare statunitense fece esplodere tre bombe nucleari a fissione a 480 km di altezza sull’Atlantico del Sud, nella fascia più bassa delle cinture di Van Allen. L’agenzia USA per l’energia atomica lo definì “il più grande esperimento scientifico mai intrapreso dall’uomo”. Tale “esperimento” causò conseguenze in tutto il mondo fra cui diverse aurore boreali. Gli effetti a lungo termine di tali incredibili distruzioni, avvenute prima che si capisse profondamente il valore e il significato delle fasce di Van Allen, non sono mai stati resi pubblici (Bertell 2018, p.30).

L’esperimento fu ripetuto una seconda volta sull’Oceano Pacifico il 9 Luglio 1962 col progetto Starfish. Tre apparati nucleari, da 1 kilotone, un megatone, e uno da molti megatoni, furono fatti esplodere, danneggiando in modo permanente la parte bassa delle fasce di Van Allen.

Per oltre 50 anni gli esperimenti sulle modificazioni atmosferiche sono stati fatti o tramite l’aggiunta di reagenti chimici che causano reazioni che possono essere o non essere viste dalla Terra, come le aurore boreali, o campi d’onda che usano il calore o forze elettromagnetiche, o anche esplosioni nucleari nell’atmosfera. Quest’ultime interrompono o alterano il normale moto ondoso delle atmosfere più alte, spesso inducendo modificazioni climatiche nella troposfera (Bertell 2018, p.31).

L’Artico è stato bombardato

Negli anni Settanta, in base al trattato segreto tra Unione sovietica e Stati Uniti del 1974, l’Artico è stato bombardato con onde elettromagnetiche che hanno causato lo scioglimento dei ghiacci che avrebbero agevolato le attività estrattive e la navigazione. Lo aveva rivelato nel 1976 nel libro The Cooling, Lowell Ponte, ex ricercatore del Pentagono (Bertell 2018, p. 169).

Impossibile rendere conto in poche pagine della ricostruzione delineata da Bertell della crisi ambientale causata dalle attività di guerra e di preparazione alla guerra. Un esempio tra i più inquietanti su cui si sofferma sia nella sua opera che nelle interviste, è quello che prevede il riscaldamento della ionosfera attraverso onde elettromagnetiche generate artificialmente da un gran numero di torri di trasmissione sincronizzate (progetto HAARP) in grado di generare una enorme lente e riflettere l’energia prodotta indirizzandola verso obiettivi militari (Bertell 2018, pp. 116-118; 237-243). A queste sperimentazioni la studiosa ritiene che si possano attribuire l’aumento dei terremoti e il riscaldamento globale.

A questo proposito i militari parlano di positing energy, che può essere paragonata a quella delle bombe. È paragonabile a questa. Possono usarla per incendiare un’intera regione. Si genera una siccità in una zona, poi si invia lì una grande quantità di radiazione ultravioletta e così si può generare un incendio. Ci sono tante di quelle cose che si possono fare. Si servono dell’HAARP anche per comunicare con i sommergibili, quando sono in immersione. Ci sono alcune funzioni come queste, e ci sono altre cose che i militari hanno fatto, delle quali non sappiamo assolutamente nulla (Bertell 2018, p. 241)…

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L’idea di occidente sopravviverà alla guerra russo-ucraina? – Ramzy Baroud

L’”Occidente” non è solo un termine, ma anche un concetto che acquisisce nuovi significati nel tempo. Per i suoi sostenitori, esso può essere assimilato alla civiltà e al potere benevolo; per i suoi detrattori, per lo più a “Est” e a “Sud”, è associato al colonialismo, alla violenza sfrenata e alla ricchezza non sfruttata. Tuttavia, gli attuali cambiamenti radicali negli affari mondiali – in particolare la guerra tra Russia e Ucraina e il conflitto in corso nello Stretto di Taiwan – ci costringono a riesaminare l’”Occidente”, non solo come concetto storico, ma anche come idea attuale e futura. L’idea di occidente sopravviverà alla guerra russo-ucraina?

All’antico storico e geografo greco Erodoto viene spesso attribuito il merito di aver coniato il termine “Occidente” nel V secolo a.C.. Le cause di tale coniazione potrebbero essere state principalmente di natura geografica. Tuttavia, nell’XI secolo, la divisione tra Occidente e Oriente divenne decisamente geopolitica, quando il centro di potere della Chiesa cattolica iniziò a spostarsi verso est, da Roma a Bisanzio. Mentre la Chiesa cattolica rappresentava l’Occidente, la Chiesa ortodossa incarnava l’Oriente.

Naturalmente, le realtà storiche non sono mai così semplici. La storia e le sue interpretazioni sono scritte da individui, con i loro pregiudizi religiosi, nazionalistici e regionali. Coloro che vivevano in “Oriente” non avevano ovviamente alcuna possibilità di scelta, così come coloro che vivono nell’odierno “Medio Oriente”. Ad esempio, non si consultarono quasi mai prima che le potenze coloniali occidentali modificassero la geografia del mondo per rappresentare le “regioni di influenza” e la vicinanza di queste regioni ai centri degli imperi occidentali – Londra, Parigi, Madrid e così via.

Nel “Sud globale”, l’Occidente non è una geografia, ma un’idea e, spesso, una cattiva idea. Per il Sud, l’Occidente significa sfruttamento economico, ingerenza politica e, a volte, interventi militari. Le intelligenze del Sud sono spesso divise tra la necessità di “occidentalizzarsi” e la loro giustificata paura dell’”occidentalizzazione”. In Paesi come la Nigeria, la “discussione” prende spesso pieghe violente. Il nome del gruppo militante Boko Haram si traduce in qualcosa come “l’educazione occidentale è proibita”.

Naturalmente, l’Occidente è molto più vasto della geografia. A volte, la connotazione sembra puramente politica. L’Australia e la Nuova Zelanda, ad esempio, sono “Paesi occidentali”, anche se si trovano nella regione geografica dell’Oceania.

In passato, Washington ha persino spostato il significato stesso di Occidente per soddisfare i propri interessi militari. Nel gennaio 2003, l’allora Segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld usò il termine “Vecchia Europa” in contrapposizione a “Nuova Europa”, in riferimento ai nuovi membri della NATO dell’Europa orientale che avevano opportunamente sostenuto l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan da parte del suo Paese.

A volte, gli Stati Uniti cancellavano l’idea stessa di Occidente. Hanno delimitato linee geopolitiche completamente nuove. Nel 2009, il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush dichiarò davanti al Congresso: “O siete con noi, o siete con i terroristi”. In questo modo si era allontanato, anche se temporaneamente, dall’Occidente per raggiungere nuovi territori geopolitici inesplorati.

Questa designazione non è durata a lungo. La “guerra al terrorismo” è passata in secondo piano rispetto a minacce presumibilmente più imminenti, l’ascesa economica della Cina e la crescente potenza militare della Russia. Per Washington, “Occidente” ora significa semplicemente NATO e nient’altro.

L’impazienza del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden era palpabile il 9 agosto, quando ha ratificato la decisione del governo statunitense di approvare le richieste di adesione alla NATO di Finlandia e Svezia. “La nostra alleanza è più vicina che mai. È più unita che mai e… saremo più forti che mai”, ha dichiarato Biden. Ironia della sorte, solo quattro anni fa sembrava che fosse Washington a condurre una guerra politica contro la NATO, con l’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che avvertiva gli alleati americani di “gravi conseguenze” se non avessero aumentato la loro spesa e minacciava che gli Stati Uniti avrebbero potuto “andare per la loro strada”.

Nonostante l’eccessiva enfasi sulla vicinanza, l’unità e la forza degli Stati Uniti, non tutti i membri occidentali della NATO partecipano all’euforia americana. Le crepe della disunione tra i Paesi europei – sia occidentali che orientali – continuano a fare notizia ogni giorno. Da un lato i produttori di armi e gli esportatori di energia degli Stati Uniti stanno realizzando profitti spropositati come risultato diretto della guerra in Ucraina. Dall’altro altre economie occidentali stanno soffrendo.

La Germania, ad esempio, si sta avviando verso una recessione, poiché si prevede che la sua economia si ridurrà di circa l’1% nel 2023. In Italia, la crisi energetica si è aggravata. I prezzi del gasolio e di altri carburanti sono saliti alle stelle, colpendo importanti settori dell’economia italiana. Altri Paesi, soprattutto nell’Europa orientale e centrale, come ad esempio l’Estonia e la Lituania, si troveranno ad affrontare un destino peggiore rispetto alle loro controparti occidentali e più ricche.

È ovvio che non tutti i Paesi occidentali condividono il peso della guerra o i suoi astronomici profitti, una realtà che potenzialmente potrebbe ridefinire completamente la geopolitica dell’Occidente. Tuttavia, a prescindere dalla direzione dell’Occidente, non c’è dubbio che l’Oriente stia finalmente risorgendo, un evento storico epocale che potrebbe rafforzare un’intera nuova geografia politica e probabilmente anche le alleanze. Potrebbe anche essere l’occasione per il Sud di sfuggire finalmente all’Occidente e alla sua inflessibile egemonia.

Fonte MintPress News, 22 agosto 2022 | L’idea di “occidente” sopravviverà alla guerra russo-ucraina?

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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Propaganda russa significa solo disobbedienza – Caitlin Johnstone

Si può sempre capire quanto sia importante il controllo della narrazione osservando il modo in cui le persone reagiscono quando si mette a repentaglio il loro controllo della narrazione. Gli apologeti dell’Impero si stanno scagliando contro Amnesty International per aver messo in pausa la sua aggressiva facilitazione dell’imperialismo occidentale per esprimere una breve critica sul modo in cui le forze ucraine hanno messo in pericolo le vite dei civili con le loro tattiche di guerra contro l’esercito russo. Un esempio di propaganda russa?

Amnesty non è certo la prima a mettere in evidenza questo problema ampiamente documentato; il fatto che le forze ucraine si siano deliberatamente posizionate tra le popolazioni civili senza prendere misure adeguate per proteggere i non combattenti è una preoccupazione che è stata espressa ripetutamente dall’inizio della guerra e riportata sia dai principali organi di informazione occidentali che dalle Nazioni Unite.

Tuttavia, l’affermazione di Amnesty secondo cui “le forze ucraine hanno messo in pericolo i civili stabilendo basi e operando con sistemi d’arma in aree residenziali popolate, comprese scuole e ospedali” ha attirato il fuoco dei funzionari ucraini, degli opinionisti dei mass media, delle file di cervelloni sui social media e dello stesso presidente Zelensky.

Una critica comune che circola tra gli indignati è che Amnesty stia facilitando la propaganda russa, sia stata influenzata dalla propaganda russa o sia diventata essa stessa uno strumento della propaganda russa.

Il capo della sezione ucraina di Amnesty International ha rassegnato le dimissioni a seguito del rapporto, affermando che “l’organizzazione ha creato materiale che suonava come un sostegno alle narrazioni russe” e che, nel tentativo di proteggere i civili, “questo studio è diventato uno strumento della propaganda russa”.

“È una vergogna che un’organizzazione come Amnesty partecipi a questa campagna di disinformazione e propaganda”, ha twittato Mykhailo Podolyak, consigliere di Zelensky.

“Amnesty International può andare all’inferno per questa spazzatura”, ha twittato il presidente della Fondazione per i diritti umani Garry Kasparov. “O andare in Ucraina, che la guerra di Putin sta cercando di trasformare in un inferno. Come per le loro azioni su Navalny, questo puzza di influenza russa che trasforma la propaganda del Cremlino in dichiarazioni di Amnesty”.

Il Daily Mail ha definito il rapporto di Amnesty “un colpo per la macchina della propaganda di Vladimir Putin”.

“L’organizzazione fornisce un enorme aiuto alla propaganda russa”, ha twittato Oleksiy Sorokin, direttore operativo dell’outlet di propaganda della NATO Kyiv Independent.

“Vergognoso fare la vittima. La Russia ha invaso l’Ucraina e sta commettendo crimini di guerra indicibili. Per favore, non amplificate le bugie russe”, ha twittato Paul Massaro della Commissione di Helsinki del governo statunitense.

La premessa alla base di queste lamentele, ovviamente, è che il compito di Amnesty International sia quello di aiutare l’Ucraina a vincere una campagna di propaganda contro la Russia. Il che è strano, perché i resoconti di Amnesty sulla guerra sono stati in realtà per tutto il tempo schiacciantemente di parte a favore dell’Ucraina.

“La rabbia nei confronti di Amnesty è sorprendente, dato che si tratta del primo articolo critico che il gruppo ha scritto sull’Ucraina dall’inizio della guerra”, riporta Unherd. “Negli ultimi sei mesi, Amnesty ha pubblicato 40 articoli sull’Ucraina, quasi tutti di condanna dell’invasione russa, con una sola eccezione – l’ultima – che potrebbe essere definita critica nei confronti dell’Ucraina”.

Anche il rapporto di Amnesty che attualmente sta scatenando l’indignazione contiene ripetute condanne delle azioni della Russia in Ucraina. Si citano “attacchi indiscriminati da parte delle forze russe” e “crimini di guerra” che Amnesty ha giudicato la Russia colpevole di aver commesso, oltre a denunciare l’uso di “armi intrinsecamente indiscriminate, comprese le munizioni a grappolo vietate a livello internazionale”.

Ma anche il novantanove per cento di fedeltà alla linea ufficiale non è sufficiente per gli spinmeister imperiali e gli utili idioti dell’impero. Tutto ciò che non è conforme al 100% è considerato propaganda russa…

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Italia, molluschi e guerra nucleare – Fabio Marcelli

Mentre l’estate si approssima alla sua fine, sono vari i segnali che indicano un ulteriore peggioramento della situazione internazionale con conseguente sempre più probabile slittamento verso l’abisso della guerra, forse nucleare. Vediamo questi segnali. Innanzitutto le dichiarazioni sul recupero della Crimea rese da Stoltenberg e prontamente riprese da Draghi. Poi l’attentato terroristico di cui è rimasta vittima la figlia di Dughin, non rivendicato dall’Ucraina che tuttavia ha protestato per la sacrosanta condanna pronunciata da Papa Francesco. Ancora, la decisione del presidente del Consiglio europeo di addestrare i militari ucraini sul territorio europeo.

Tutte chiare conferme della decisione da tempo adottata, in modo più o meno consapevole, secondo Kissinger, dai vertici degli Stati Uniti e, quindi della NATO: portare avanti, fino alle estreme conseguenze, la guerra in Ucraina, fomentandone il vacuo e fanatico nazionalismo e continuando a spedirvi quantitativi crescenti di armi sempre più sofisticate; con grande beneficio dell’industria bellica, sia come incremento dei suoi già enormi profitti, sia come possibilità di avvalersi di un ottimo campo di sperimentazione dei suoi micidiali ritrovati.

Il punto è che, come mettono puntualmente in evidenza gli esperti di faccende militari, l’Ucraina ha un chiaro deficit di risorse umane, vale a dire di carne da cannone da buttare nella mischia sanguinosa. Quindi, per realizzare la nefasta decisione di continuare la guerra a tutti i costi, si delineano due prospettive almeno in parte convergenti: l’entrata nel teatro bellico di contingenti militari NATO e la guerra nucleare.

Entrambi le alternative sono pienamente coerenti all’assunto strategico di Washington: tenersi fuori quanto possibile dal conflitto e far sì che esso si svolga sul territorio europeo. Prospettiva certamente illusoria se cominceranno a volare testate nucleari, ma non possiamo certo pretendere che Biden e soci siano intelligenti, tanto più che si riaffacciano i dottorini Stranamore, criminali sostenitori della possibilità di un first strike improvviso e vincente.

Mentre questi tangheri maledetti giocano a poker con le nostre vite, colpisce e deprime l’assoluta tetragona indifferenza dell’Europa e degli Europei, in primo luogo degli Italiani. Mentre infatti altrove si registra un minimo di reattività, ad esempio in Germania con le prese di posizione a favore della pace di settori non trascurabili della SPD, da noi praticamente tutto il mondo politico, dalla Meloni a Letta, compresi Salvini e Berlusconi, fa a gara nel mostrarsi a pronto a soddisfare ogni richiesta fino al sacrificio finale. Uniche eccezioni Unione popolare e Italia Sovrana e Popolare. Personalmente voterò per Unione popolare e invito a farlo.

In attesa dell’estensione della guerra e del possibile olocausto nucleare, ci accingiamo a trascorrere un pessimo autunno e un inverno ancora peggiore grazie alle sanzioni harakiri decretate dai geni che ci governano a livello nazionale ed europeo, nell’ingenuo e fallimentare intento di piegare la Russia ai voleri dell’Occidente col boicottaggio economico e finanziario.

Qui, alla scelleratezza guerrafondaia dei servitori solerti di Washington si abbina diabolicamente l’italica improvvisazione e l’assoluta incompetenza dei sedicenti competenti, con in testa Draghi e quel personaggio che sembra uscito da una pièce del teatro dell’assurdo che risponde al nome di Cingolani.

Si noti d’altronde come la crisi energetica che è scaturita dalle sanzioni harakiri sta evidenziando anche l’assoluta mancanza di solidarietà tra gli Stati occidentali. Mentre la Norvegia si tiene ben strette le sue risorse, anche gli Stati Uniti stanno capendo che conviene loro usufruirne in proprio piuttosto che esportarle, sia pure a caro prezzo, in Europa, e gli Europei, uniti fino alla morte propria ed altrui nel sostegno alla guerra in Ucraina, non riescono a partorire uno straccio di politica comune, come sarà con ogni probabilità confermato dal vertice di emergenza in programma a settembre.

Figura ben migliore fa Putin, che ha recentemente inviato una nave piena di petrolio a Cuba colpita dall’incendio di Matanzas e dal blocco statunitense.

Tornando al nostro miserando Paese e al popolo di molluschi che lo abita, si riuscirà a far vita a un vero movimento per la pace? Dobbiamo certamente provarci, seguendo l’esempio dei portuali che si sono rifiutati di caricare le armi per la guerra. Occorre porre fine all’inaudita violazione del principio del ripudio della guerra contenuto nell’art. 11 della Costituzione repubblicana denunciata dalla compianta Lorenza Carlassare, giurista insigne mai al servizio del potere. Ed è più che mai necessario ed urgente che emerga finalmente anche da noi una forza politica, radicata nel popolo e nei suoi bisogni effettivi, in grado di dare una risposta efficace alle esigenze poste dalla lotta contro la guerra e dai nuovi equilibri internazionali del nuovo mondo multipolare che si sta nonostante tutto delineando.

da qui

 

 

E finalmente un politico europeo di sinistra presenta un ragionamento condivisibile.

<<È considerata un’icona della sinistra e non esclude di fondare un proprio partito. Conversazione con Sahra Wagenknecht su Russia, sanzioni e proteste tedesche.

Credo che le manifestazioni e le proteste contro le politiche del governo federale siano urgenti. Le bollette del gas stanno esplodendo, così come i costi del carburante, dell’elettricità e del cibo, e il governo non solo non fa nulla al riguardo, ma aggiunge la tassa sul gas. Le persone devono difendersi da questa ignoranza sociale.

Qualsiasi sgravio è un aiuto, ma il pacchetto proposto non solleverà la popolazione nemmeno da una frazione dei costi aggiuntivi. Uno studio serio stima che una casa monofamiliare più vecchia, riscaldata a gas, potrebbe costare l’anno prossimo fino a 12.000 euro per il riscaldamento e l’acqua calda, un appartamento normale oltre 5.000 euro. Chi pagherà per questo? È ormai chiaro che le sanzioni economiche stanno danneggiando soprattutto la Germania e l’Europa, mentre Gazprom sta realizzando profitti record.

Un governo democratico dovrebbe innanzitutto sentirsi in dovere di rispettare il mandato dei suoi elettori. Altrimenti, perché la gente dovrebbe recarsi alle urne? E i Verdi difficilmente sarebbero saliti al potere se avessero scandito: “Faremo sprofondare milioni di persone nella povertà e distruggeremo l’industria in Germania per punire Putin”. Le sanzioni economiche stanno rovinando noi, non la Russia, quindi la guerra economica deve finire.

Milioni di persone in Germania avranno maggiori probabilità di essere felici quando i loro costi energetici scenderanno di nuovo. L’azienda russa Gazprom sta realizzando profitti record. Ed è chiaro che le sanzioni non porranno fine alla guerra in Ucraina.

Gazprom sta utilizzando i suoi profitti record per costruire altri gasdotti verso la Cina. Le esportazioni di petrolio verso l’Asia si sono già moltiplicate. La Russia non ha bisogno dell’Occidente per vendere le sue materie prime. Ma l’industria tedesca sta fallendo senza fonti energetiche a basso costo. E chi è il terzo che ride? Gli Stati Uniti, la cui industria del fracking sta attualmente rastrellando 200 milioni di dollari di profitti per ogni petroliera di gas naturale liquefatto e che stanno vivendo una reindustrializzazione perché sempre più aziende stanno spostando posti di lavoro dall’Europa all’estero, perché il gas e l’elettricità sono molto più economici. Stiamo distruggendo la nostra industria e la nostra classe media, è una follia!

….

La guerra in Ucraina può essere conclusa solo con i negoziati. Putin dovrebbe essere messo sotto pressione per accettare un compromesso ragionevole. Ma l’Occidente e l’Ucraina non stanno nemmeno cercando di farlo.

Perché Putin ovviamente non vuole negoziare.

Nel caso delle consegne di grano, è stato anche detto che i negoziati erano inutili. Poi il presidente turco Erdoğan, tra tutti, ha preso l’iniziativa e ora le navi di grano possono di nuovo navigare nel Mar Nero. Spetterebbe all’Europa e al governo tedesco lanciare un’iniziativa diplomatica per porre fine alla guerra. O vogliamo aspettare che lo faccia anche Erdoğan?

…E la condizione Zelenski è che la Crimea venga liberata.

La Crimea è stata annessa dalla Russia in violazione del diritto internazionale proprio come molte altre regioni del mondo! La Turchia sta occupando territori in Siria e nel nord dell’Iraq in violazione del diritto internazionale e gli Stati Uniti stanno ancora occupando i giacimenti petroliferi siriani. Moralmente, tutto questo può e deve essere condannato con forza. La guerra russa in Ucraina è un crimine. Ma se si vuole che la morte si fermi, è necessaria la disponibilità al compromesso da entrambe le parti.

La questione è quali obiettivi sono realistici. La Russia è una potenza nucleare, non dobbiamo dimenticarlo. E se insistete a cacciare i russi dalla Crimea, questa terribile guerra continuerà per sempre. I russi hanno avuto la loro flotta del Mar Nero in Crimea per decenni, non ci rinunceranno. Vogliono sacrificare decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di vite per un obiettivo del tutto irrealistico?

Non spetta agli ucraini decidere se vogliono semplicemente consegnare il loro Paese alla Russia se questa li invade?

Sta a noi decidere in che misura sostenere la leadership ucraina. L’Europa non ha alcun interesse a un’ulteriore escalation della guerra, e dovremmo dirlo chiaramente a >elensky. È necessario negoziare.

Non ci sono indicazioni che la Russia sia interessata nemmeno a questo.

Esistono diverse valutazioni. L’ex generale Harald Kujat afferma che secondo lui i russi potrebbero essere disposti a negoziare. Anche l’ex cancelliere Gerhard Schröder, che ovviamente ha buoni contatti con il Cremlino, è tornato da Mosca e ha detto che Putin vuole negoziare. Io stesso non parlo con Putin.

Allora è meglio credere a Gerhard Schröder.

Vorrei che il nostro Cancelliere parlasse più spesso con Putin e che sondasse ciò che è possibile. Dopotutto, dobbiamo fare di tutto per raggiungere un cessate il fuoco.

da qui

 

Bugie da establishment sul crollo della Russia – ALESSANDRO ORSINI.

Nessun italiano vorrebbe che la guerra in Ucraina si prolungasse per molti anni come accade in Siria che sanguina ininterrottamente dal 2011. Tuttavia, la strategia del sanguinamento della Russia, una vera e propria strategia geopolitica contenuta nei migliori manuali di guerra, è quella che il blocco occidentale ha deciso di applicare in Ucraina. Il problema è che l’Unione europea deve creare il consenso intorno alla strategia del sanguinamento; deve convincere i cittadini che sia la strada giusta, l’unica percorribile. Il che richiede due condizioni di base.

La prima è la chiusura di ogni ipotesi di dialogo: chiunque parli di “accordo”, “mediazione”, “concessione”, “punto d’incontro” con la Russia, deve essere aggredito e diffamato. La seconda è la distorsione dell’informazione per indurre gli italiani a credere che il crollo della Russia sia imminente. Una volta costruita questa cornice cognitiva attraverso i media dominanti, milioni di italiani si convinceranno che “anche oggi la Russia cadrà domani”. La caduta imminente della Russia, che però non cade mai, fa apparire più razionale la condotta dei “falchi”, un’espressione con cui indichiamo quei leader politici convinti di risolvere la crisi soltanto con le armi, come Biden, Draghi e Stoltenberg.

Proviamo a indicare un caso di manipolazione dell’informazione avvenuto in questi giorni sui media dominanti utilizzando il metodo comparato ovvero confrontando una notizia che riguarda la Russia con una notizia analoga relativa agli Stati Uniti.

La notizia che la Russia starebbe acquistando munizioni dalla Corea del Nord è stata commentata così da un noto settimanale italiano di politica internazionale: “La Russia è chiaramente in difficoltà, sta esaurendo le munizioni”. Stando alle parole del comandante supremo dell’esercito tedesco, Eberhard Zorn, non sembra affatto vero. In un’intervista del 31 agosto scorso, Zorn ha dichiarato che la Russia dispone di uno sproposito di munizioni. L’acquisto russo potrebbe essere spiegato in molti modi. Potremmo ipotizzare che la Russia compri le munizioni nordcoreane per combattere in Siria o perché pianifica un attacco futuro contro la Finlandia o la Georgia sempre più vicine alla Nato, ma i media dominanti hanno concluso che quell’acquisto è la prova che la Russia sta precipitando.

Di contro, i generali americani dichiarano di essere preoccupati perché i loro magazzini si stanno svuotando di armi strategiche regalate agli ucraini. Quelle armi – dicono – devono essere rimpiazzate perché gli Stati Uniti non possono farne a meno. I media italiani non hanno commentato queste dichiarazioni con un drammatico: “Gli Stati Uniti stanno per crollare” oppure “non hanno armi sufficienti per aiutare l’Ucraina”. Una prova ulteriore del fatto che l’informazione in Italia sulla guerra è ampiamente distorta e spesso manipolata proviene dal fronte meridionale ucraino in cui è in atto la controffensiva di Zelensky. Le notizie giunte finora dicono che l’Ucraina non ha le forze per liberare l’Oblast di Kherson o la Crimea. Il Washington Post ha appena pubblicato un servizio in cui intervista nove soldati ucraini mutilati dai russi durante la controffensiva. I nove feriti non possono essere sospettati di avere parlato sotto minaccia di morte da parte dei russi, perché sono ricoverati in due ospedali di Odessa che è sotto il controllo ucraino. Questi soldati dicono che la controffensiva di Zelensky è un fallimento, perché la sproporzione tra le forze russe e quelle ucraine è enorme. Ma questo non può essere detto agli italiani, i quali devono pensare che anche oggi la Russia cadrà domani.

da qui

 

 

La minaccia nucleare: verso la presa di coscienza? – Elena Camino

 

Mancano le parole per descrivere…[1]

“Doveva essere stata una bomba spaventosa, perché la pelle del suo polso, per esempio, fu strappata via tutta d’un pezzo. ‘Luce irradiante, la chiamano’: i suoi effetti colpirono non solo l’esterno del corpo ma anche gli organi interni” rileva la moglie di un medico militare gravemente ferito, descrivendo l’effetto delle radiazioni”.

Questa “nuova arma” è tanto sconosciuta che i contadini non riescono neanche a darle un nome: con un abbinamento di onomatopee la chiamano ‘pikadon’ (pika, la luce, e don, il rumore dell’esplosione).

[…] Tutti parlavano del bombardamento di quel giorno e ognuno raccontava solo ciò che lui stesso aveva visto e sentito, senza relazione l’uno con l’altro. Perciò, anche sommando tutti i discorsi, non ci si poteva fare comunque un’idea complessiva della catastrofe.

Mancava il linguaggio per descrivere l’arma usata, ma mancavano anche le parole per esprimere l’orrore della distruzione…

Nella mia penna non era entrata tutta la città di Hiroshima

(Ota Yoko)

 

Gli orrori raccontati in queste opere sono al di là delle parole.

Non ci sono parole che potrei aggiungere. Noi siamo obbligati a un silenzio che sta oltre il linguaggio.

 (Miyoshi Tatsuji).

Prime narrazioni dopo la segretezza

Per anni il pubblico occidentale (ma anche quello giapponese!) fu tenuto all’oscuro della reale entità della tragedia provocata dalle esplosioni nucleari in Giappone.  Poi gradualmente la censura lasciò filtrare documenti e testimonianze, che resero possibile – a chi voleva sapere – trasmettere la dimensione e l’orrore di quanto era successo.  Al di là dei documenti ufficiali, che comunque per anni mascherarono e minimizzarono la spaventosa realtà delle conseguenze dei bombardamenti, furono le testimonianze dei sopravvissuti (gli hibakusha), le loro composizioni poetiche, i romanzi a far trapelare lo strazio di quanto era avvenuto.

UN ROMANZO. Con ‘La pioggia nera’, un romanzo pubblicato dallo scrittore giapponese Ibuse Masuji nel 1965, l’Autore ci fa rivivere la tragedia di Hiroshima attraverso gli occhi ignari e rassegnati di persone come tante. [2] Con uno stile pacato, senza retorica né vittimismo, Ibuse valorizza il senso della scrittura come “narrazione e  memoria” e recupera – al di là dell’orrore – la dignità della persona.

UNA TESTIMONIANZA. Kiyoko Horiba[3] era una ragazzina di 14 anni, e ricorda così gli eventi di quei giorni.  …. La mattina del 6 agosto io, mia madre, la zia, due cuginetti piccoli eravamo ancora seduti a tavola, mentre mio fratello e un altro cugino più grande erano partiti per la scuola […]. D’improvviso brillò e riempì tutto lo spazio una luce gialla che sembrava provenire da una lampada [4]. [… ] Corsi subito in veranda, che si apriva verso sud della casa e vidi il cielo sopra la città di Hiroshima riempirsi di nuvole in movimento come liquido in ebollizione; erano di cinque colori: rosa, rosso porpora, celeste, viola chiaro e viola scuro. […] Istintivamente urlai: <<cosa è quello?>>. Tutti si affacciarono sulla veranda, e non appena mia madre con il nipotino neonato in braccio ci ebbe raggiunti, arrivò il restante <<don>>. In realtà non mi ricordo di aver sentito il boato. Fummo solo investiti da un impatto tremendo, e precipitammo sotto un piumone tirato e disteso prontamente dalla zia.  Cinque persone, piccole e grandi, rintanate sotto un piumone destinato al riposo del neonato, attendemmo i colpi successivi, che però non arrivarono. […]

La terza sera dopo il pika tornai finalmente a casa per la cena. Fu in quell’occasione che mi accorsi di un odore stranissimo che emanava dalle mie mani. Non era un semplice odore di cadavere.  Era una puzza particolare: la decomposizione degli organi interni, distrutti dalla fissione dell’atomo in un essere ancora vivente. Si trattava dell’odore del male insopportabile che la bomba atomica partorì sul Pianeta Terra.

UNA POESIA.  La stagione dei fiori (2003) di Kiyoko Horiba

Chi mai l’ha scritto ‘riposate in pace’?

Come potrebbero riposare

Con la pelle riarsa, se la pena

Non un solo istante si attenua?

 

Come potrebbero riposare

Quando ancora divampa come fuoco

Il loro tormento?

 

Di nuovo è arrivata l’estate

Gli oleandri sono in fiore.

[…]

 

No, anime di Hiroshima

Non riposate,

fin quando il piccolo atto dei vivi

di cantare l’amore per la vita

non riesca a sciogliere, non faccia evaporare

tutto l’odio e la voglia di uccidere.

La Guerra Fredda e la minaccia nucleare

Con il termine Guerra Fredda si indica di solito la contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi dopo la Seconda guerra mondiale, intorno al 1947, e che si protrasse fino al 1989 (l’anno in cui crollò il muro di Berlino), tra le due principali potenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.

Purtroppo il termine è tornato in uso negli anni recenti, in seguito all’acuirsi delle tensioni tra il mondo occidentale e la Russia, culminate con la guerra – attualmente in atto – nel cuore dell’Europa.

In realtà il mondo intero è coinvolto, direttamente o indirettamente, nel conflitto in corso.   La presenza di armamenti nucleari a disposizione di alcuni dei soggetti ha riportato drammaticamente l’attenzione verso questo strumento di morte, il cui utilizzo potrebbe portare all’estinzione dell’umanità, e a una trasformazione irreversibile delle condizioni ambientali del nostro pianeta.

I primi movimenti antinucleari

In un dottorato di ricerca pubblicato nel 2010 (La pace calda. La nascita del movimento antinucleare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, 1958-1963) l’Autore, Dario Fazzi, esordisce osservando che, nello studio della Guerra Fredda, gli storici tendono a concentrare l’attenzione in prevalenza sugli interessi, sul potere e sugli attori statali, al fine di descrivere quelle dinamiche e quelle relazioni che hanno caratterizzato il periodo di contrapposizione bipolare sorto a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Nella sua ricerca Fazzi rivolge invece la sua attenzione soprattutto a soggetti non statali, le cui azioni hanno contribuito a condizionare, a volte in maniera decisiva, il corso degli eventi della Guerra Fredda. Tra questi attori è possibile includere anche quei movimenti e quelle organizzazioni che avviarono la grande protesta contro lo sviluppo e la diffusione delle armi nucleari.

L’opinione pubblica globale aveva già avuto modo di esprimersi contro questo tipo di armi, almeno a partire dal marzo del 1950, quando il World Congress of Partisans of Peace produsse l’appello di Stoccolma, che chiedeva l’assoluto bando delle armi atomiche e che venne firmato da milioni di persone in tutto il mondo[5].

Il Manifesto del Congresso dichiarava, tra l’altro: ” Sosteniamo la Carta delle Nazioni Unite, contro tutte le alleanze militari che rendono inefficace la Carta e portano alla guerra. Siamo contro il peso schiacciante della spesa militare che è responsabile della povertà dei popoli. Sosteniamo la messa al bando delle armi atomiche e di altri metodi di sterminio di massa degli esseri umani […][6].

Con il susseguirsi dei test atomici e con la fabbricazione di nuove e sempre più potenti armi atomiche, le manifestazioni e le proteste, specialmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, assunsero dimensioni completamente nuove. Le preoccupazioni prodottesi a seguito di casi di contaminazioni causate dai test atomici (come quello dell’imbarcazione giapponese Lucky Dragon o come quello del latte contenente stronzio 90), culminarono nella seconda metà degli anni Cinquanta con la nascita di movimenti antinucleari che coinvolsero, negli anni successivi, milioni di persone.

Diventava sempre più chiaro che le armi nucleari avevano la capacità, riprendendo le parole di B. Russell, di «mettere fine all’essere umano». Non si trattava, in quel periodo, di voler abolire la guerra: questo fine veniva considerato impossibile da raggiungere. Bisognava invece lottare per abolire le armi nucleari perché l’uomo, con la loro comparsa, veniva posto di fronte all’alternativa tra la sopravvivenza e la completa distruzione[7].  Lo stesso Eisenhower ammise che «no war can be won, for war in the nuclear age would entail destruction of the enemy and suicide for ourselves»[8].

In caso di attacco nucleare – Tranquillizzare la società civile

Per ‘tranquillizzare’ i cittadini, e mettere a tacere le proteste che sempre più vigorosamente venivano espresse contro le armi nucleari, furono messe a punto diverse iniziative da parte delle istituzioni.

Una delle prime, da parte del governo inglese, risale al 1963: si tratta di un  ‘Civil Defence Handbook’, elegantemente illustrato,  che si può leggere interamente sul sito:  https://medium.com/@politicscurator/hidden-histories-12-protest-and-survive-a8ba11b28040

Poi tra la fine degli anni 1970 e i primi anni ’80 del 900, il governo inglese produsse alcuni opuscoli e una serie di filmati (public information films) in cui venivano fornite istruzioni su come comportarsi in caso di attacco nucleare.  L’idea era di fornire ad ogni famiglia in UK indicazioni dettagliate delle iniziative da prendere per cercare di sopravvivere in caso di attacco nucleare. Il titolo del progetto era “PROTECT AND SURVIVE” (https://www.nationalarchives.gov.uk/films/1964to1979/filmpage_warnings.htm); si trattava di una campagna di informazione pubblica sulla difesa civile (civil defence).

La data di pubblicazione si colloca tra il 1976 e il 1980. Le istruzioni includevano il riconoscimento dell’avviso di attacco, del segnale di allarme antiatomico, la preparazione di una “stanza antiatomica” domestica e lo stoccaggio di cibo, acqua e altre forniture di emergenza. Erano indicati 5 oggetti essenziali da tenere con sé: acqua potabile, cibo, radio portatile con batterie di ricambio, apriscatole, abiti caldi.

La contestazione degli anni ’80: da PROTECT a PROTEST

Contro i fascicoli  “Protect and Survive” preparati dal governo vennero espresse aspre critiche: in particolare da parte di organizzazioni come la Campagna per il Disarmo nucleare (Campaign for Nuclear Disarmament)  che ritenevano che questo approccio inducesse il pubblico alla falsa speranza di sopravvivere in caso di attacco nucleare, rendendo quindi meno efficaci le campagne  per il bando di tali armi.  Le organizzazioni antinucleari pubblicarono numerosi  documenti critici, come per esempio “Civil Defence, whose Defence” a cura del ‘Disarmament Information Group’.

Nel 1980 E. P. Thompson, il più noto e conosciuto intellettuale  in UK appartenente al movimento per il disarmo nucleare (nuclear disarmament), pubblicò con la CND (Campaign for Nuclear Disarmament) un ‘contro-opuscolo’ – PROTEST and SURVIVE –  una parodia del materiale preparato dal governo inglese,  in cui  replicava ai suggerimenti forniti da ‘Protect and survive’ e criticava la posizione del governo sulla politica degli armamenti. (https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/113758.pdf)

Verso una presa di coscienza?

Dopo le grandi manifestazioni di protesta degli anni ’80 del 1900, l’attenzione del pubblico verso la minaccia dell’olocausto nucleare egli anni successivi subì alti e bassi.  Mentre proseguiva la fabbricazione e il dispiegamento di nuove armi nucleari, nel frattempo si cercava di trovare accordi tra stati che rendessero meno drammatica e rischiosa la situazione. La società civile non fu mai coinvolta direttamente: i governi non fecero mai passi significativi per informare in modo trasparente e completo i loro cittadini né dell’effettiva potenza di questi ordigni (che rendeva impossibile ogni tentativo di ‘protezione’) né degli incidenti che in più occasioni si verificarono negli arsenali nucleari, creando grande allarme tra i governi e i loro consiglieri militari, portando il mondo vicino al disastro nucleare.

Può essere utile rivedere qui alcuni eventi/ iniziative che furono realizzati con l’intenzione di aiutare il pubblico a prendere coscienza della minaccia nucleare.   Ma nonostante queste, e tante altre attività che negli ultimi decenni sono state proposte in vari Paesi e a livello internazionale, non si sono più ripetute le manifestazioni oceaniche di protesta che avevano caratterizzato il decennio tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ed è totalmente mancata qualunque iniziativa pubblica, istituzionale, che in modo sistematico elaborasse e mettesse a disposizione dei cittadini e del sistema educativo informazioni adeguate a far capire l’estrema  pericolosità del sistema mondiale di reciproche minacce tra Stati basato su un assurdo principio di reciproca deterrenza,  e l’irreversibilità delle  conseguenze – umane e ambientali – di un possibile uso di armi atomiche.

THE DAY AFTER – IL GIORNO DOPO (USA – 1983). Il film “The Day After”, prodotto per la televisione ed adattato per il grande schermo, intendeva illustrare con intenti ammonitori le conseguenze di una guerra nucleare. Nella prima parte dello spettacolo viene presentata la vita di tutti i giorni di una tranquilla cittadina degli Stati Uniti.  Intanto la televisione, partendo da semplici avvisi, trasmette, in un crescendo angoscioso, notizie sempre più allarmanti; l’equilibrio tra le grandi potenze sembra essere arrivato ad un punto di rottura, la crisi mondiale appare irreversibile, l’Urss attacca l’Occidente invadendo la Germania. Il film illustra la fuga disordinata della folla, dall’Urss e dall’America vengono dati gli ordini di morte e dalle rampe sotterranee partono i missili a testata nucleare. Poi, il terrificante boato ed i funghi atomici riempiono lo schermo. Gli esseri umani restano da prima paralizzati, come fermati per sempre in quell’attimo, poi spariscono di colpo dissolti in cenere e tutto dintorno è distruzione e rovina. La seconda parte del film, il vero “giorno dopo”, mostra quello che accadrà al mondo nell’ipotesi di una guerra atomica: il ritorno di un Medioevo nucleare, con saccheggi, processioni di morti-viventi, appestati, assassini. Tra tanti orrori viene al mondo un bambino, simbolo di una speranza che, nonostante tutto, rinasce nel cuore dell’uomo…

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2 commenti

  • Alberto Campedelli

    Crederebbeo che, purtroppo, si sia alle soglie della terza guerra mondiale. Ci sono in corso nel mondo ben 59 guerre fra i vari stati. Guerre per “procura” delle grandi potenze finora, sotto l’egida di Stati Uniti, Russia e in parte anche la Cina che reggono le fila del tutto, senza arrivare, per ora, ad uno scontro diretto. Mi chiedo: fino a quando reggerà questo esile equilibrio? Il pericolo maggiore ,per ora sembra essere in Europa con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’Ucraina sembra destinata a reggere l’urto dell’orso russo perche’ sostenuta e armata da tutto l’occidente Stati Uniti in testa. Io trovo preoccupante l’inferiorità russa e temo che potrebbe essere lei per prima, ad usare una atomica di “difesa” dall’occidente. Si scatenerebbe un inferno tale che non avrebbe più senso parlare di “neutralità”: anche l’Italia ne verrebbe coinvolta in pieno. Spero solo, ardentemente, di sbsgliarmi….!

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