Brasile: indigeni e operai uniti contro Belo Monte

di David Lifodi

L’occupazione permanente del cantiere principale dove si svolgono i lavori per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte da parte dei popoli indigeni, iniziata a inizio maggio e conclusasi solo pochi giorni fa, ha segnato una nuova fase nel conflitto sociale tra le comunità da un lato e lo stato del Pará dall’altro: gli operai che lavorano in condizioni spesso disumane al servizio del Consórcio Construtor de Belo Monte hanno applaudito e appoggiato la lotta indigena approvandone l’occupazione.

I popoli munduruku, juruna, kayapó, xipaya, kuruaya, asurini, parakanã e arara, insieme alle comunità dei pescatori e dei ribeirinhos, la cui principale attività è la pesca artigianale, hanno però trovato la risposta repressiva dello stato del Pará, che ha schierato la Polizia Militare. Dal cantiere del municipio di Vitória do Xingu, indigeni, ribeirinhos e piccoli agricoltori hanno rivendicato ancora una volta la mancata consultazione delle popolazioni che vivono sul Rio Xingu e l’assenza di una valutazione d’impatto ambientale imparziale che certifichi la costruzione della diga sullo stesso Xingu, ma anche sui fiumi Tapajós e Teles Pires, entrambi tra i principali affluenti del Rio delle Amazzoni. Quando la Polizia Militare ha circondato in forze l’area del cantiere, ha dovuto assistere ad una scena imprevista: i duemila lavoratori del Consórcio Construtor de Belo Monte hanno espresso il loro sostegno alle rivendicazioni delle comunità indigene e si sono intrattenuti a parlare con loro. Fin dall’inizio dei lavori, il Consorcio ha sempre sfruttato i suoi operai: alcuni video dimostrano le violenze compiute dall’impresa ai danni dei propri dipendenti. Gli operai da tempo denunciavano i bassi salari, ma anche la negazione dei diritti minimi sindacali, tra cui la mancata assistenza del Consorcio in caso di malattia e il divieto assoluto di costituire sindacati all’interno dell’impresa. Non solo: sempre all’inizio di maggio due giornalisti sono stati espulsi dall’area del cantiere e uno è stato multato. La loro “colpa” è stata quella di svolgere il loro lavoro, cioè informare sull’occupazione dell’area dei lavori da parte dei popoli indigeni. Al fotografo dell’agenzia Reuters, Lunaé Parracho, al giornalista del Conselho Indigenista Missionário (Cimi), Ruy Sposati, e al corrispondente di Radio France Internationale (Rfi) in Brasile è arrivata la solidarietà della Sociedade Paraense de Direitos Humanos, che ha definito la misura presa nei confronti dei tre giornalisti punitiva e di carattere esclusivamente politico. L’originalità dell’occupazione indigena è rappresentata dalle lettere inviate dal cantiere. Le comunità hanno richiesto la presenza dei giornalisti come garanzia per quanto sarebbe potuto succedere nell’area dei lavori, ma hanno anche sottolineato che non sono dei “banditi”, l’appellativo  con cui sono definiti dalle istituzioni paraensi. Del resto, hanno sottolineato le comunità indigene, la loro lotta non consiste in una negoziazione con il Consórcio Construtor de Belo Monte e con Norte Energia, l’impresa che si è aggiudicata l’appalto dei lavori con una procedura tutt’altro che limpida, ma per riaffermare i loro diritti contro le grandi opere, già sanciti dalla Costituzione Federale del 1988 e dal diritto internazionale, a partire dal ritiro della Polizia Militare dai territori degli indios. In una delle loro ultime lettere, diffuse dal Movimento Xingu para Sempre, emerge la filosofia delle comunità che traggono sostentamento dal loro fiume: “Noi siamo quelli che vivono sui fiumi e sui quali il governo intende costruire le dighe. Siamo i munduruku, juruna, kayapó, xipaya, kuruaya, asurini, parakanã e arara. Il fiume è il nostro supermercato. Chiediamo il dialogo al governo, ma in risposta riceviamo la Polizia Militare”. In questo senso, hanno ragione i dirigenti del Movimento Sem Terra, che vedono in Lula il presidente che ha aperto la strada all’attuale modello di sviluppo brasiliano, fondato sull’apertura agli investitori stranieri: proprio sotto il presidente operaio il Planalto ha più volte fatto intendere di voler privilegiare la crescita economica alla tutela dei diritti umani. Se la costruzione della diga di Belo Monte andrà in porto, alcuni quartieri di Altamira, la città del Pará più vicina alla centrale idroelettrica, saranno sommersi dall’acqua. Già adesso, dopo i primi lavori, le dighe provvisorie hanno reso impossibile la navigazione di alcuni tratti del Rio Xingu. L’economia di sussistenza su cui hanno sempre fatto affidamento indigeni, campesinos, ribeirinhos e piccoli agricoltori, rischia di andare in fumo. Proprio i ribeirinhos lamentano la crescente moria di pesci che ha già fatto diminuire i loro introiti legati alla pesca.  Nonostante tutto questo l’attuale presidenta, Dilma Rousseff, sembra intenzionata a procedere con i lavori di edificazione della diga, con buona pace dei numerosi appelli, molti dei quali anche a livello internazionale, che le chiedano di bloccare i lavori. Dom Erwin Kräutler, vescovo austriaco di 74 anni (da 47 in Amazzonia), sostiene che Lula e Dilma hanno tradito e passeranno alla storia, insieme al Partido dos Trabalhadores (Pt), come i responsabili della distruzione dell’Amazzonia. È una contraddizione, notano le organizzazioni sociali in lotta contro la diga, che un governo presieduto da una donna come Dilma Rousseff, perseguitata dalla dittatura, agisca in maniera autoritaria e antidemocratica ai danni delle comunità in lotta contro la costruzione della diga. L’Instituto Brasileiro do Medio Ambiente (Ibama), diretta emanazione dal Planalto, ha sempre tenuto una posizione ambigua sulla vicenda, fino a concedere una licenza ambientale al Consórcio Construtor de Belo Monte e a Norte Energia quanto meno discutibile. Resta tuttora poco convincente la recente proposta governativa alle comunità indigene: la concessione di un colloquio non nel cantiere occupato, bensì in una delle località più vicine al luogo dove sorgerà la centrale. Gli indigeni, giustamente, hanno rispedito la proposta al mittente: recarsi in un centro abitato avrebbe significato abbandonare l’occupazione senza la garanzia della sospensione dei lavori e il ritiro della Polizia Militare. Tra le altre cose, l’offerta di dialogo da parte del governo dello stato è ben strana, visto che giorni fa a un deputato petista è stato impedito l’accesso al cantiere occupato da parte dei militari. Stessa sorte è toccata a un gruppo di consiglieri di Altamira che intendeva portare generi di prima necessità agli occupanti, ma ai quali è stato impedito l’accesso.

Belo Monte, spiegano gli indigeni, “è un mostro che può essere sconfitto”. La battaglia per impedire la costruzione della centrale idroelettrica è entrata nella sua fase cruciale: se la linea sviluppista e autoritaria condotta dallo stato del Pará e sostenuta da Brasilia subisse un arresto imprevisto, ne avrebbe giovamento l’intero movimento latinoamericano impegnato a impedire un business redditizio come quello delle dighe.

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