Brasile: la riforma del lavoro di Temer trasforma i lavoratori in schiavi

Lo scorso 28 aprile i brasiliani sono scesi in piazza contro la politica di aggiustamento strutturale del presidente golpista

di David Lifodi

Correva il mese di luglio 1917 quando in Brasile avvenne il primo sciopero generale. Rio de Janeiro e San Paolo furono paralizzate dai lavoratori che erano scesi in strada per protestare contro l’omicidio di José Ineguez Martínez, operaio spagnolo ucciso dalla polizia. La maggior parte delle persone che incrociarono le braccia erano migranti che non godevano di nessun diritto. La classe operaia non aveva nemmeno il diritto di voto e chi apparteneva ad un sindacato era perseguitato. Per questo, nel 1906, era nata la Confederazione operaia brasiliana, di ispirazione anarco-sindacalista.

A quasi cento anni esatti da quel primo sciopero generale, i brasiliani sono tornati a mobilitarsi in maniera massiccia per evitare che i loro diritti siano cancellati e il 28 aprile scorso sono hanno espresso un netto rifiuto nei confronti delle politiche di aggiustamento strutturale che intende imporre il presidente Michel Temer. La riforma dei diritti del lavoro e quella pensionistica, imposte dal Fondo monetario internazionale, di cui Temer non è altro che un mero luogotenente esecutore, mirano a cancellare la legislazione varata nel 1943 dal pur controverso Getulio Vargas che, tra le altre cose, vietava il lavoro minorile al di sotto dei 14 anni. Convocato dalla Cut e dal Partido dos Trabalhadores (Pt), con l’adesione anche della sinistra radicale, lo sciopero era indirizzato a contestare una proposta di legge, già in discussione al Congresso, che prevede la cancellazione della contrattazione e della negoziazione collettiva tra sindacati e imprese, a cui sarà sostituita quella diretta tra padroni e lavoratori. Il termine padrone potrebbe risultare desueto o qualcuno potrebbe obiettare che appartiene ad un’altra epoca, ma in realtà in questo caso è appropriato perché il lavoratore, a causa della riforma di Temer, rischia di diventare di proprietà esclusiva del padrone o dell’impresa per cui lavora. Non a caso, la proposta di legge è stata istruita al Congresso da Rogerio Marinho, appartenente alla socialdemocrazia brasiliana dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, cioè alla destra, a dispetto del nome. Grazie alla riforma del lavoro e a quella pensionistica, se andrà in porto, Temer spera di risparmiare 135.000 milioni di dollari entro il 2025, solo che lo farà a spese dei brasiliani.

La Consolidação das Leis do Trabalho risalente al getulismo rischia dunque di essere cancellata da una serie di norme liberticide. Vediamone alcune nel dettaglio. In primo luogo, la giornata di lavoro potrebbe aumentare fino a 12 ore di lavoro, se così viene deciso dai proprietari delle imprese. In seconda istanza, i lavoratori potranno essere licenziati senza alcun indennizzo e non avranno più la possibilità di vedersi riconosciuta, e pagata, l’indennità di disoccupazione da parte dello Stato. Al tempo stesso, il padrone potrà assumere altri lavoratori e proporre loro contratti flessibili e che non corrispondono ad alcun principio di uguaglianza. Per quanto riguarda il lavoro stagionale, ad esempio nella ristorazione, i titolari di un’impresa avranno l’opportunità di licenziare, senza alcun preavviso, i propri dipendenti. Inoltre, l’aumento delle ore di lavoro nel corso della giornata provocherà la conseguente sparizione degli straordinari, con il risultato di far calare il salario globale del lavoratore. La riforma del lavoro, definita dal Fondo monetario internazionale come imprescindibile per il Brasile, avrà anche ripercussioni sulla vita privata dei lavoratori. La pausa di lavoro sarà ridotta da un’ora a mezz’ora e il padrone avrà la facoltà di imporre l’abbigliamento dei singoli dipendenti sul posto di lavoro. In pratica, sarà il capitale a scandire la vita dei brasiliani nel prossimo futuro. Non è finita qui. La rescissione del contratto imposta dall’impresa al dipendente non potrà essere messa in discussione dai sindacati e, per quanto riguarda le donne in gravidanza, sarà il medico dell’azienda, di concerto con il padrone, a definire le loro modalità di lavoro, indipendentemente dal loro stato di salute.

In pratica si tratta di un progetto di legge che favorisce in maniera evidente le imprese, condanna i lavoratori ad essere strumenti manovrati a piacere dai padroni e, inoltre, viola la Costituzione federale brasiliana che prevede al massimo otto ore lavorative quotidiane e non più di 44 in una settimana contro le 12 giornaliere e le 48 settimanali imposte dall’accoppiata Temer-Fmi. La perdita delle relazioni con la famiglia, dovuta all’aumento abnorme della giornata lavorativa, contestato anche dall’Organizzazione internazionale del lavoro, che ammette 12 ore di lavoro solo per alcune categorie, ad esempio per  medici, infermieri e autisti (a cui peraltro seguono 36 di riposo), rappresenta un altro effetto di una riforma che, secondo molti detrattori, non porterà comunque benefici al Brasile. In Messico, una riforma simile, varata nel 2012, ha portato soltanto ad una diminuzione dei posti di lavoro, del salario minimo ed ha trasformato molte pratiche illegali nel mondo del lavoro in legali.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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