Conoscere la storia della propria terra…

 è un diritto/dovere: ricordando Sergio Atzeni

di Daniela Pia

Il 24 settembre a Cagliari, nell’aula magna del liceo Siotto a lui intitolata, l’associazione «Sergio Atzeni» ha curato il ricordo dello scomparso scrittore, attraverso letture e la testimonianza di chi lo ha conosciuto e stimato.

Ne hanno parlato il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, per averlo conosciuto e apprezzato grazie anche a suo padre; lo ha ricordato Walter Porcedda che ha condiviso con lui la scoperta attraverso radio Luxemburg di uno sconosciuto chitarrista che suonava divinamente Foxy Lady e che di cognome faceva Hendrix, Jimi Hendrix. A lui ha dedicato la bellissima poesia «L’albero» Marc Porcu, traduttore delle sue opere in Francia «[…] Et l’arbre/ grandissant comme grandit un enfant/ sur la terre/ etrangere/ et fertile/ rouvre / come un fleuve marin/ la couvercle de la mémoire/ […]».

Per me, Sergio Atzeni è stato la cassa di risonanza nella quale hanno vibrato emozioni covate a lungo e a lungo inespresse. La casuale scoperta delle sue opere avvenuta qualche mese prima della sua scomparsa, mi ha consentito di accedere a una mole di fotogrammi della mia terra che prima non ero stata in grado di cogliere nella loro ricchezza e singolarità. A lui devo l’orgoglio di appartenere a un luogo che è stato culla primordiale, fatto di genti di pelli, di torri di pietra e di fiera resistenza all’ invasore. Da scrittore e giornalista oltre che profondo conoscitore dell’isola, Atzeni riteneva che «Conoscere la storia della propria terra è un diritto-dovere al quale ognuno di noi non può e non deve rinunciare». Risultato che si raggiunge anche solo leggendo «Passavamo sulla terra leggeri», invito irresistibile a riscoprire una storia dimenticata.

Con lui ho rinnovato il dolore di anni faticosi e struggenti che hanno accarezzato la bellezza della giovinezza assieme all’incoscienza di chi se ne è privato.

I suoi personaggi infatti sono parte delle nostre vite, siamo noi nel cammino fatto di idealità e delusioni negli anni dell’impegno, della ribellione e della rivolta così magistralmente descritti in «Si otto». Sono coloro che ci hanno preceduto nelle lotte operaie in miniera, quelli che sudando sottoterra credevano ingenuamente che Stalin fosse il padre buono e coloro che invocando l’arrivo di Bakunin subivano, ma mica tanto, i soprusi dei direttori fascisti delle miniere. Tra loro scorgiamo i ragazzi di vita, parenti stretti di quelli di Pasolini, in «Bellas Mariposas» dove – con un linguaggio popolare che è frutto di commistioni varie e spericolate – Atzeni solleva il velo ai vissuti collettivi di quartieri “degradati” che appartengono al mondo e non solo a Cagliari; ma lo fa – dice Salvatore Mereu, regista dell’omonimo film – realizzando l’idea di leggerezza che invocava Italo Calvino.

Se fosse ancora vivo e il mare di Carloforte non se lo fosse portato via avrebbe compiuto 60 anni e avremo avuto il privilegio di avere ancora fra noi una voce lucida e priva di infingimenti, di quelle che De Andre’ avrebbe definito minoranza di uno, e che Giuseppe Marci ha chiamato «A lonely man». Giovanni detto “Anarchia” e suo compagno di liceo lo ha ricordato  attraverso il racconto di  una foto di fine anni ’70:  studenti in vela verso la spiaggia di Giorgino; da una parte un piccolo gruppo di ragazzi parlano con un pescatore dall’ altra un giovane Atzeni, “anarchico libertario” poco distante da loro, anche se non troppo, intento ad assorbire parole musica e immagini per trasformarli, come ha poi fatto, in letteratura.

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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