Cuba: verità e giustizia per i Cinque

di David Lifodi

Cinque giornate dedicate ai Cinque cubani sepolti nelle prigioni statunitensi e condannati a pene tombali dal 1998 con l’accusa di spionaggio per essersi infiltrati nei gruppi terroristici della Florida: dal 17 al 21 Aprile per  Tony Guerrero, Fernando González, Gerardo Hernández, René González, Ramón Labañino si svolgeranno iniziative, dibattiti e manifestazioni di solidarietà a livello planetario allo scopo di poterli rivedere presto liberi.

Realisticamente, la possibilità che i Cinque escano dal carcere è pari a zero, nonostante artisti, intellettuali e docenti universitari si siano mobilitati, insieme a tante persone comuni, per chiedere verità e giustizia verso i cubani. L’accanimento registrato contro René González, l’unico a godere di un regime di libertà vigilata (ma con l’aggiunta odiosa di altri tre anni da scontare agli arresti domiciliari negli Stati Uniti), la dice lunga sull’ostilità che i Cinque sono costretti a fronteggiare quotidianamente. Dopo un lungo iter giudiziario, René ha strappato la possibilità di far ritorno a Cuba per soli 15 giorni allo scopo di poter visitare il fratello gravemente malato, ma dovendo sopportare una serie di restrizioni degne di un pericoloso criminale. Il governo degli Stati Uniti non solo ha rifiutato al cubano la possibilità di scontare gli ultimi tre anni di reclusione nel proprio paese (la cosa più logica), ma per ottenere il sospirato visto ha dovuto consegnare alla giudice Joan Lenard un itinerario dettagliato del suo viaggio a Cuba e rassegnarsi alla reperibilità telefonica continua. Per gli altri quattro, il severo regime carcerario Usa impone pesanti restrizioni. Come se non bastasse, intorno al caso dei Cinque continuano a verificarsi fatti quantomeno preoccupanti. Per i media los cinco non esistono: al contrario, tiene banco l’ambigua bloguera Yoani Sánchez. In un articolo scritto da Salim Lamrani (docente universitario a La Sorbona di Parigi, collaboratore di Le Monde Diplomatique e attento studioso delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti) per il quotidiano messicano La Jornada a fine febbraio, la bloguera cubana viene definitivamente smascherata. Residente a L’Avana, Yoani Sánchez vanta un altissimo numero di contatti su internet e su Twitter, ma è proprio su questa nuova modalità di comunicare con non più di 140 caratteri che emergono forti dubbi: www.followermonk.com, un sito che permette di analizzare i profili degli utenti su Twitter, giura che molti dei suoi contatti risultano inesistenti, sarebbero addirittura decine di migliaia. La Jornada spiega che la strategia dei candidati messicani al palazzo presidenziale di Los Pinos in vista delle prossime elezioni consiste nel contattare imprese statunitensi, asiatiche, ma anche sudamericane, specializzate nell’accrescere la popolarità dei politici su Twitter: si chiama ciberacarreo, letteralmente “cyber-trasporto”, ed è lo stesso sistema utilizzato da Yoani Sánchez per mantenere alta l’attenzione su di lei. Da alcuni cablogrammi tratti da Wikileaks emergono frequenti contatti tra i funzionari statunitensi del Sina (la Sección de Intereses Norteamericanos a L’Avana) e la stessa Yoani Sánchez: il suo blog e la stessa giornalista godrebbero di ampi finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti, scrive Salim Lamrani. Non si tratta dell’unica arma di distrazione di massa utilizzata per far cadere nell’oblio il caso dei Cinque cubani, arrestati e incarcerati per aver cercato di smascherare i piani di destabilizzazione Usa verso l’isla rebelde. Sempre Salim Lamrani ha svelato cosa si nasconde dietro la detenzione del cittadino statunitense Alan Gross, da oltre due anni nelle prigioni cubane. Su Alan Gross è stata montata una campagna di disinformazione mediatica, tutta volta a dimostrare che Cuba non tollera alcuna forma di opposizione. In realtà Gross lavora per la Development Altermative Inc (Dai), una sorta di agenzia di sviluppo partecipata della più nota (e famigerata) Usaid, direttamente al servizio del Dipartimento di Stato americano.  Nel dicembre 2009, scrive Lamrani, Gross è stato arrestato all’aeroporto dell’Avana con computer e telefoni satellitari che avrebbe dovuto distribuire all’opposizione anticastrista sull’isola. Gli Stati Uniti hanno cercato di giustificare la presenza di Gross a Cuba con la sua fede religiosa: il cittadino statunitense è di origine ebraica, ed il suo intento sarebbe stato soltanto quello di aiutare la stessa comunità ebraica cubana. La scusa risulta fin dall’inizio poco credibile: Gross è un esperto di tecnologia e comunicazione a lunga distanza e avrebbe lavorato come esperto del settore durante l’invasione Usa in Irak e Afghanistan. Inoltre, è la stessa comunità ebraica di Cuba a smentirlo: è vero che Gross è in contatto con alcuni suoi esponenti, ma in nessuna circostanza è stato organizzato con lui un incontro ufficiale, nonostante i frequenti soggiorni sull’isola. L’affondo più duro da mandar giù, per la lobby che da tempo lavora alla “promozione della democrazia” a Cuba, arriva addirittura dal New York Times, che parla dell’arresto di Gross nel segno “di un progetto semiclandestino di Usaid” per destabilizzare il governo de L’Avana. Ed è ancora da un quotidiano statunitense, The Washington Post, che giunge un’altra rivelazione che getta discredito sul governo degli Stati Uniti e le sue trame contro Cuba. Il figlio di Hector Pesquera (ex capo dell’Fbi di Miami, attuale responsabile della polizia a Portorico e tra i principali cospiratori nella campagna contro i Cinque), Ed Pesquera, avrebbe fatto sparire un importante dossier su Posada Carriles, responsabile di decine e decine di attentati fin dagli anni ’70 allo scopo di rovesciare il governo cubano.

Eppure la storia dei Cinque comincia a diffondersi, rompendo il muro del silenzio mediatico: oltre alla solidarietà espressa da numerosi movimenti, personalità ed istituzioni latinoamericane, anche in Italia la storia  sull’odissea dei los cinco si propaga velocemente. Padre Antonio Tarzia e Luciano Vasapollo, rispettivamente direttori delle riviste Jesus e Nuestra America, si sono impegnati ad organizzare il maggior numero di incontri possibili nel nostro paese per svolgere un’opera di sensibilizzazione affinché Tony Guerrero, Fernando González, Gerardo Hernández, René González, Ramón Labañino siano meno soli.

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